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MASSIMO FRANCO RACCONTA “IL MONASTERO”

– Francesco Subiaco

“Essere ammessi nel Monastero significa entrare in una sorta di area protetta, rarefatta e vagamente inquietante. È un impasto di spiritualità, di mistero, di segreti inconfessabili, che alla fine parlano il linguaggio impalpabile ma onnipresente di un potere antico, insieme sacro e spietato”. Così Massimo Franco descrive la sua entrata nella residenza vaticana del papa emerito nel suo ultimo straordinario saggio sugli ultimi 9 anni di “papato ombra” di Benedetto XVI: “Il monastero” (SOLFERINO). Un saggio che indaga e scruta le ombre, le atmosfere e le storie che hanno accompagnato il pontificato ratzingeriano, i suoi protagonisti ed i silenti abitanti del monastero. Un luogo diventato il paradigma di una chiesa in tumulto, di fronte ai cambiamenti rivoluzionari della curia, alle sfide della contemporaneità alle opposte tendenze delle corti dei due papi, che si muovono nell’atmosfera rarefatta delle mura vaticane come dei fantasmi di un’epoca lontana ed anacronistica. Massimo Franco, vaticanista, tra i massimi interpreti del giornalismo italiano, dopo avere reso immortali le ombre del divo, l’esilio di Craxi e gli enigmi del papato bergogliano traccia con il suo ultimo saggio su Benedetto XVI una fenomenologia delle anomalie che sta vivendo la chiesa, in uno scritto che unisce il rigore del giornalista con lo stile dello scrittore, immergendo il lettore in un castello kafkiano, una residenza landolfiana che diventa il subconscio di pietra dei tormenti del cattolicesimo contemporaneo.

Che cos’è il monastero e cosa ci racconta del suo illustre inquilino? E come esso diventa il paradigma di un papato anomalo?

Il Monastero è l’emblema dell’anomalia di questa fase della Chiesa cattolica e del Vaticano. Siamo abituati a pensare che sia Casa Santa Marta, l’albergo dentro le mura vaticane dove abita Francesco. In realtà, quella scelta è figlia delle “dimissioni” di Ratzinger. E l’intero papato è condizionato da quello strappo epocale. Lo stesso uomo del Monastero, Benedetto XVI, oggi papa emerito, simboleggia quell’anomalia. Ha mantenuto il nome che aveva da papa, si definisce “papa emerito”, veste con l’abito bianco e vive dentro il Vaticano. In cima a giardini curati, punteggiati da roseti, altari e cactus e garitte della Gendarmeria. Probabilmente, temeva di ammalarsi come Giovanni Paolo II e di essere condizionato dalla sua cerchia curiale, a cominciare dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone, figura controversa. E dunque ha anticipato i tempi. Ma credo che credesse di sopravvivere poco, mentre ormai è stato per più tempo papa emerito che papa: 9 anni contro 8.

Tra i personaggi che abitano la galassia di questo monastero landolfiano, quale la ha colpita di più e perché?

 Senz’altro il prefetto della Casa pontificia, monsignor Georg Gaenswein. E’ stato per anni il punto di raccordo, e il simbolo della continuità tra i due pontificati. E alla fine è stato schiacciato da questo doppio ruolo, strategico e insieme oggettivamente ambiguo, per dinamiche di potere che alla lunga non potevano non scaricarsi anche su di lui, al di là della sua volontà e di quella dei cosiddetti “due papi”. Il fatto che oggi rimanga Prefetto ma gli sia impedito di fatto di svolgere il suo lavoro è l’emblema dello scontro sotterraneo tra le “corti parallele” del Monastero e di Casa Santa Marta.

L’emerito del monastero e il regnante di Santa Marta sono due figure archetipiche della chiesa di oggi. Che rapporto intercorre tra i due papi e che differenza c’è con le narrazioni degli opposti schieramenti riguardo i due inquilini pontifici?

Sono due persone molto diverse, consapevoli entrambe del trauma vissuto dalla Chiesa con la rinuncia di Benedetto, e dunque intenzionati a salvaguardare l’unità della Chiesa. Per questo all’inizio Francesco ha chiesto a Benedetto di non essere troppo in disparte, di partecipare alle cerimonie pubbliche, di intervenire. Si disegnava una sorta di “copapato”, con Francesco prosecutore delle riforme che Benedetto non aveva potuto portare a termine. Ma col passare del tempo, quando le riforme sono entrate in affanno, il Monastero è stato percepito dalla cerchia di Bergoglio come un ingombro, e gli interventi di Benedetto come inopportuni. E alla fine tra gli uomini di Bergoglio il Monastero è stato percepito come una sorta di luogo-simbolo di una sorta di contro-potere: quasi un polo antagonista, dietro il quale si muove una potente filiera tradizionalista. E Casa Santa Marta è stata vista da molti dai ratzingeriani come una sorta di enclave che dietro lo schermo della continuità cambiava non solo gli equilibri di potere ma l’approccio dottrinale e riferimenti diplomatici tradizionali della Santa Sede. E questo a dispetto, va ribadito, dell’impegno dei <due papi> (tra virgolette perché di papa ce n’é uno solo) a evitare fratture e scontri interni.

Dalla coesistenza alla rottura apparente, nonostante la popolarità di Bergoglio, Ratzinger in questi anni ha assunto un fascino per alcuni ambienti della cristianità forse superiore a quello che aveva quando era in carica. Come si spiega il successo “postumo” di questo papa di “cristallo”?

Si spiega con un’ostilità sempre più aperta e pregiudiziale dei cattolici tradizionalisti nei confronti di Francesco e delle sue riforme visionarie, profetiche ma anche caotiche; e con un rigore dottrinale e una finezza teologica di Benedetto che oggi, a torto o a ragione, vengono considerati carenti nel pontificato di Bergoglio. In più, l’essersi defilato e appartato nel Monastero ha fatto dimenticare gli scandali e le tensioni che hanno accompagnato la fine del pontificato di Ratzinger.

Il monastero è il peacemaker del potere Vaticano che riesce a garantire una unità forzata tra il progressismo dei bergogliani e il tradizionalismo dei loro oppositori?

Certamente lo è stato. Il Monastero è stato a lungo l’argine con il quale Benedetto ha frenato e assorbito le spinte contro Francesco provenienti dagli ambienti iper-ortodossi del cattolicesimo. Ha, di fatto, “coperto” questo versante della Chiesa, diffidente e poi ostile nei confronti di Francesco. Nel libro il cardinale Gerhard Muller arriva a sostenere che il Monastero è il luogo “dove vengono curate le persone ferite da Francesco. E sono molte…”: una frase che lascia indovinare le tensioni e gli scontri di questi anni, per quanto diplomatizzati o addirittura rimossi.

Perché nel libro lei definisce, in realtà, più rivoluzionario Benedetto di Francesco?

Perché la rinuncia, o “le dimissioni”, sono state uno strappo ben più epocale e inedito dei presunti strappi di Francesco. Il Monastero è l’emblema di quello che rimane tuttora un tabù: tanto che dopo nove anni non è stata ancora regolata da nessuna norma la rinuncia di un pontefice. E tuttora si parla di “due papi”, con frange minoritarie ma agguerrite che o non riconoscono come valide le dimissioni di Benedetto, o lo accusano di avere lasciato troppo spazio a Francesco e alla sua “rivoluzione”. In realtà, in modo diverso entrambi hanno desacralizzato l’istituzione papale.

Le anomalie portate dal rinuncio di Benedetto XVI e dall’insolita diarchia di questi anni come stanno cambiando per sempre la figura del papa e la condotta della chiesa?

L ’hanno cambiata nel senso di “umanizzare” il papa, con conseguenze molto controverse e ancora oggetto di dibattito e di imbarazzo. Il tema di fondo, mai affrontato pubblicamente, è se la rinuncia di Ratzinger sia un unicum, o un precedente che aprirà la strada ad altre dimissioni papali. La mia impressione, tuttavia, è che nei prossimi anni il tentativo sarà quello di ricostruire una figura papale su presupposti diversi; di rafforzare il governo vaticano; e di riaffermare il ruolo fondamentale di Roma, rispetto alle spinte centrifughe e alla narrativa anti-Curia e anti-italiana che hanno profondamente condizionato l’ultimo Conclave: sebbene gli scandali intorno a Benedetto avessero giustificato certi pregiudizi…

In più occasioni lei ha potuto conoscere ed intervistare il papa emerito, che immagine si è fatto di questo personaggio così particolare, freddo e distaccato durante il pontificato, ma allo stesso tempo umano e cordiale come nel suo incontro con il vignettista Giannelli? Può raccontarci un aneddoto?

In effetti sono rimasto sorpreso dalla sua semplicità, dalla sua fragilità fisica, dall’aura di autorevolezza e di mistero che trasmette, e insieme dalla sua rapidità intellettuale. Non riesce quasi più a articolare le parole, eppure in certo momenti, sforzandosi, si fa capire eccome. L’ha dimostrato quando, nel colloquio che abbiamo avuto con lui insieme col direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, ha voluto dire con chiarezza che il papa è uno solo, disarmando i critici di Francesco. E quando ha visto il nostro vignettista Emilio Giannelli, che gli spiegava di non essere affatto religioso, al contrario di un fratello che era mancato in tempi recenti, Benedetto ha replicato, pronto: “Ha tempo per rimediare”. E’ un aneddoto riportato nel mio libro.

Il terzomondismo bergogliano ha mostrato forse la più grande frattura tra i due papi: l’Europa. Cosa divide i “diarchi” sul tema delle sorti del vecchio mondo e come ciò influenzerà la linea futura della chiesa?

Il Vaticano tende a percepirsi e a presentarsi come un’istituzione che garantisce continuità. E questo avviene anche quando la continuità in realtà si adatta ai nuovi tempi. La mia impressione è che Benedetto sia stato un papa europeo e <italiano>, che voleva cercare di rianimare il cattolicesimo in Occidente; e che credeva e crede nei valori dell’Occidente. Ma l’operazione non è riuscita. Francesco è un americano, flglio di un’America latina che da terra di missione è diventata o ritiene di essere diventata terra missionaria, chiamata a rievangelizzare un’Europa e un Occidente ritenuti scristianizzati e senza futuro. Per questo Bergoglio è stato visto come un papa post-occidentale, che ha puntato molto sul Terzo Mondo; e, in parallelo, sui rapporti con la Russia, per sanare la frattura con la religione ortodossa; e con la Cina, per concordare la nomina dei vescovi e proiettare il cattolicesimo in Asia, dove fatica a penetrare. Ma l’aggressione militare russa all’Ucraina, di fatto assecondata dalla Cina,  ha mostrato i limiti e le contraddizioni di questa strategia, impedendo almeno fino all’inizio di maggio al papa di esercitare la sua azione per la pace, nella quale il Vaticano è storicamente maestro. Le sue parole a favore dell’Ucraina sono state chiare e forti. E il fatto che durante due mesi e più di guerra Benedetto non abbia mai parlato dimostra come, se anche esistono delle differenze di giudizio, al Monastero  ha prevalso una linea di unità e di ubbidienza a Francesco, per evitare fraintendimenti e speculazioni in una Chiesa cattolica percorsa da  tensioni profonde e irrisolte.  

Oltre la Giudea: Maurizio Grossi tra racconti del mare, pinse napoletane, tradizioni e amor di patria

– Francesco Latilla, Francesco Subiaco

“La cucina è amore, passione verso cui bisogna dedicare sé stessi fino alla fine, utilizzando delle ottime materie prime e studiando moltissimo. Poi, quando i clienti arrivano in una serata addirittura a divorare più di tre pizze capisci che questo mestiere, se fatto bene, è qualcosa di magico. È un’arte a tutti gli effetti. Una volta addirittura un mio amico americano che lavora come produttore televisivo mi ha soprannominato: dottore di cucina. Quest’ultimo ogni anno passa tutto il tempo a sognare il nostro tiramisù per venirselo poi a gustare durante l’estate.”

Su Maurizio Grossi non c’è che dire. È un fuoriclasse della pizza. Napoletano doc, fondano acquisito, l’artista Maurizio porta avanti la propria attività “La Giudea” da oltre vent’anni nel celebre quartiere ebraico all’interno del centro storico di Fondi. Sull’originalità e il buon gusto che lo caratterizzano non vi sono dubbi, come non sorge alcun dubbio quando presenta sé stesso e l’arte culinaria italica in questo modo: “Mi ritengo un tradizionalista, un nazionalista. Sono convinto che sul cibo non ci supera nessuno in tutto il mondo.” Conosciuto ormai da tempo per i piatti e soprattutto per le leggendarie pizze che lo hanno portato a grandi trionfi nazionali, egli è anche e soprattutto un esperto di vino tant’è vero che possiede un’enoteca proprio di fronte al ristorante. Un’enoteca in cui una volta entrati ci si immerge in una moltitudine di vini provenienti da tutta Italia. “La passione per il vino mi ha spinto a creare un’enoteca proprio qui di fronte in cui conserviamo vini e bollicine esclusivamente italiani. Poi mi sono interessato anche al mondo della birra, sempre italiana, prodotta da ragazzi italiani che in diverse zone della penisola producono dei prodotti davvero molto buoni. Devo ammettere che i bordeaux, i vini rossi francesi, possiedono una marcia in più ai nostri ma riguardo alle bollicine siamo noi italiani a dare le sberle ai francesi a suon di Franciacorta e non solo.” Per l’intervista ci ospita di pomeriggio, quando nel vicolo non si ode alcun rumore e le pietre delle antiche case lì accanto donano un senso arcaico e di pace. Appena entrati veniamo accolti da Maurizio che brandisce del pane caldo appena sfornato, del prosciutto crudo e dell’ottimo vino. Ci sediamo a tavola e comincia la sua immersione nei ricordi, partendo dagli albori e facendoci innamorare delle immagini che la nostra mente delinea grazie al minuzioso e articolato racconto.

“La passione l’ho avuta sin da bambino per via di alcuni parenti che lavoravano già nel campo, uno zio a Latina e un altro in Liguria e ricordo che l’estate partivo con la mia famiglia e andavo ad aiutarli e così credo sia nata l’infarinatura di quel che poi si è rivelato il mio percorso, il mio mestiere. Una volta conclusi gli studi nelle scuole medie decisi di intraprendere l’Istituto Alberghiero in quel di Napoli, ad Ottaviano per essere esatti. Così scelsi il corso di sala bar e dato che avevo la passione per la pizza venni fortunatamente richiesto come pizzaiolo presso il lago di Bolsena, avevo quindici anni, era il mio primo lavoro e il fatto che a differenza dei miei compagni io gudagnavo un milione era una cosa bella perché si trattava di un bel budget per un ragazzo dell’epoca e sicuramente potevi usufruirne durante l’inverno. L’anno successivo, il proprietario mi richiamò aggiungendo altri soldi alla mia paga facendo maturare in me la gioia nel tornare a lavorare. Qualche tempo dopo vennero a scuola gli ispettori del famoso Club Méditerranée   per selezionare dei ragazzi da far lavorare in uno dei loro villaggi sparsi in tutto il mondo. Io fui scelto e andai a Corfù, in Grecia, dovendomi abbassare un po’ lo stipendio ma tanto ero affascinato dall’esperienza all’estero che non mi importava molto di guadagnare di meno e poi era magnifico il fatto di poter incontrare culture diverse e parlare lingue che non mi appartenevano. Fu un’esperienza strepitosa, ebbi la fortuna di confrontarmi con persone provenienti da tutta Europa. Voglio precisare che a pranzo mi occupavo di cucinare la pasta italiana da servire ai tavoli, un piatto molto semplice ma efficace per la bontà, e la sera ero nominato responsabile dell’angolo ristorante dove servivamo carpaccio, spaghetti al pomodoro e pizza. Il quarto anno invece capitai a Roccaraso, ero già maggiorenne, poi fece un’esperienza al centro di Parma adiacente il Teatro Regio e poi tra la fine dell’89 e l’inizio del ’90 mi trovai a Fondi per via di situazioni sentimentali e decisi di restare in questa splendida cittadina. Dopo qualche esperienza da dipendente, nel giro di pochissimo riuscii ad aprire con alcuni amici un American Bar. Creammo questo locale con il forno a legna e io lo gestii fino al 1997 ed infine, dopo alcuni anni di pausa, ebbi un’illuminazione. Ero tra i vicoli del centro storico fondano e capii che avrei potuto aprire un ristorante proprio tra questi scorci e donando così anche qualcosa di buono alla città. Adesso sono passati tanti anni dall’apertura avvenuta nel novembre 2001, pochi mesi prima che entrasse l’euro, e adesso siamo nella bella stagione del 2022 e nonostante i due anni sofferti per la pandemia siamo ancora qui e credo proprio di aver vinto la scommessa che assieme alla mia compagna mi ero preposto sin dall’inizio. Poi sono sempre aperto a nuove sfide, frequento diverse manifestazioni e gare legate al mio ambito proprio perché mi permettono conoscere gente nuova e di proporre i miei prodotti artigianali. Sottolineo l’artigianalità verso cui siamo estremamente legati in virtù del fatto che secondo il mio pensiero acqua, farina, sale e lievito sono la base per creare qualcosa di buono, come la semplicità della pasta aglio olio e peperoncino. Semplicità, ricerche delle materie prime sempre accurata, attenzione metodica ad ogni impasto sono fondamentali per questo mestiere. Non sono interessato a produrre delle pizze “commerciali” legate solo al guadagno ma voglio invece pensare alla salute dei miei clienti e quindi cerco di stare al passo coi tempi trovando il modo di poter accontentarli nonostante le diverse problematiche alimentari di molti.” L’arte di Maurizio è frammentata dai sapori della terra italiana, la storia locale e il desiderio di portare in alto il nome di questa città che ha dato i natali a grandi figure della cultura del ‘900 come il poeta Libero De Libero, il pittore Domenico Purificato, il produttore cinematografico Giovanni Addessi e i fratelli Giuseppe e Pasqualino De Santis, rispettivamente regista e autore della fotografia. Frequentata da turisti provenienti da ogni parte del mondo, “La Giudea” è un luogo caratteristico perfetto se si ha voglia di provare una pizza che abbia le caratteristiche a metà tra Napoli e Roma, proprio come la città stessa, che prende il nome di “Pinsa napoletana”. Inoltre, questo per il nostro pizzaiolo è un periodo importante grazie alle sue apparizioni in importanti manifestazioni come quella organizzata sulla nave da crociera MSC dal titolo “Navigando con gusto” attraverso cui ha girato il Mediterraneo partendo da Napoli e passando per Genova, Marsiglia e così via. Maurizio in quell’ occasione   ha seguito dei corsi sulla pizza assieme a degli altri concorrenti e poi, a Genova, ognuno di loro ha presentato una propria pizza con i condimenti che erano stati messi a disposizione per l’evento e si è classificato quarto su 59 partecipanti. Poi ha partecipato ad un format televisivo dal titolo “Piazza talent show” dove è stato selezionato tra le 10 pizzerie migliori del centro Italia, così come vi erano 10 del sud e 10 del nord, un programma ad eliminazione in cui si è posizionato sesto in classifica. Infine, un’ulteriore prova dell’ormai irrefrenabile successo che sta ottenendo la troviamo grazie a “Mistery box pizza” un format che si tiene in Campania e che è molto seguito. 

Maurizio, alla domanda: Cosa pensi dell’idea di alcuni paesi dell’UE riguardo ai prodotti alimentari da controllare mediante un semaforo che possa rilevare il grado di nocività alla salute? Risponde da buon intenditore che più di qualunque cosa ama il proprio mestiere e le proprie pietanze che tratta come opere sacre.

“Su queste dinamiche mi incazzo tantissimo. Come dicevo, io sono per il made in Italy totale e quindi per me queste assurdità non hanno senso, soprattutto perché non hanno fondamenta. Il mio motto è: Mangia italiano, bevi italiano, ama l’Italia. Sono più che nazionalista e sul cibo non ammetto che venga imposta qualcosa che non combacia con la nostra cultura, tradizione solo per accordi. Penso che ogni paese debba occuparsi del proprio cibo valorizzandolo al massimo, così come qualunque altro aspetto della propria identità nazionale. Ad esempio, in Olanda sono bravi a coltivare i fiori e continuino a fare questo senza provare a distruggere la mozzarella, i prosciutti o il pomodoro. Stessa cosa vale per altri paesi come la Cina. L’eccellenza del cibo l’abbiamo noi e che ci lasciassero produrre il nostro cibo come vogliamo, alla nostra maniera.”

Insomma, la chiacchierata con lui sembra essere più un’intervista un racconto narrato come nell’antichità da figure chiavi dei borghi e probabilmente, in questo maledetto tempo in cui stiamo percorrendo quel viaggio chiamato vita, le parole di quest’artista della cucina suonano come un esempio per riprendere confidenza con la semplicità e con la bellezza del quotidiano. “Nulla è più importante di vivere una bella vita tranquilla e gustando i piatti di una sana cucina accompagnati con del buon vino e un dolce a fine pasto condito di risate, chiacchiere tra amici e nulla più.”

L’educazione senti/mentale di Bianca Bellova

– Francesco Subiaco

La letteratura ceca non è solo il fantasma asburgico e cupo del genio di Franz Kafka, che peraltro scriveva in tedesco. È il languore, la banalità del male che avvolge il protagonista de Il bruciacadaveri, il genio faustiano e proibito dello scienziato alchimista Prokop nato dalla penna del Dostoevskij della fantascienza Karel Capek, sono i dolciumi raminghi che si scambiano famiglie separate prima di riscoprire la propria lontananza ne “I tedeschi”. Un’idea di letteratura visionaria capace di fondere umorismo nero e dolore autentico, gli abissi dell’animo umano ed un gusto grottesco e surreale che seduce il lettore e gli dà l’incanto di aver trovato un continente di sogni, pane per secoli di letteratura ancora da consumare. È la genialità che accompagna i testi che compongono la collana Novalna della Miraggi edizioni di Fabio Mendolicchio. Una collana nata per raccontare i maestri segreti della letteratura ceca, che prende il nome da quella Nouvelle vague permanente che fu la “nuova onda” che colpì la cultura del blocco orientale dopo la primavera di Praga, e che vuole mostrare i migliori frutti di quelle innovazioni, visioni e suggestioni che accompagnano le opere dei vari Capek, Katalpa e soprattutto dei testi di una grande scrittrice contemporanea come Bianca Bellova. Bianca Bellova non è una scrittrice convenzionale, che si nutre di storie banali e stereotipate, che consolano e lusingano il lettore con uno stile standard, insignificante e pavido, come molti altri scrittori nati negli anni 70. La Bellova è un’autrice che ha una voce, un groviglio di simboli, parole, descrizioni che rendono ogni sua pagina unica, autentica, personale e che riesce a realizzare anche in una descrizione comune ciò che tanti scrittori cercano di straordinario in anni di lavoro e carriera. Per questo lode a Miraggi per aver presentato al lettore italiano tre perle della produzione di questa scrittrice ceca: “Il lago”, “Mona” e soprattutto “Romanzo senti/mentale”. Tre testi che indagano la durezza dell’esistenza, la solitudine, gli abissi inesplorati dell’animo umano con l’ intensità di chi sa trasformare un minuto estremamente intenso in una fugace eternità. Romanzi sospesi, di deserti sentimentali e storie grottesche. Tra questi Romanzo senti/mentale si presenta come un testo profondamente diverso dai successivi, un esordio che già mantiene le aspettative che garantiranno il successo dei testi successivi della Bellova, nonostante alcune divergenze ed originalità. Questa storia, che non ha nulla di melenso e sentimentale nel senso spicciolo, è la storia di due ragazzi cechi Eda e Nina, che vivono in un mondo che si è risvegliato durante la rivoluzione di velluto che ha portato la fine del regime comunista, rappresentato dalla figura sciagurata del padre di Eda. Eda e Nina non sono però innamorati, sono uniti da un legame diverso segnato e consolidato dall’assenza di quella che può essere definita la vera protagonista di questo romanzo:Elitska. Elitska è una di quelle donne che non sembrano persone, bensì atmosfere, la cui assenza ingombrante contamina le vite di questi personaggi, come uno spettro infesta una casa stregata. Sorella di Nina e amata di Eda, la sua morte, comunicata fin dalle prime pagine del romanzo, sarà il motore di questo lungo racconto a due voci dove la sorella e l’amato la ricorderanno, alluderanno e mostreranno in quelle splendide ventiquattro ore che copriranno l’arco della narrazione. Dalla casa mausoleo in cui le tazze e i cimeli della defunta vengono tenuti come oggetti sacri, un po villa stregata un po reliquiario, al difficile rapporto tra Eda ed il padre, stupratore perverso e insensibile, fino al ritrovamento del diario perduto ma centrale nelle vicende dei protagonisti, della defunta Elitska, Bianca Bellova ricostruisce un abisso luminoso in cui anche le dense centotrenta pagine del suo romanzo sembrano fughe letterarie da migliaia di pagine, come sottolinea la traduttrice Laura Angeloni, formando un testo straordinario che permette di iniziare un viaggio verso il mondo della sua autrice, da cui non si vorrebbe tornare mai più.

Perché l’interventismo Usa, anche se imperfetto, è preferibile al disimpegno

Il precipitoso ritiro dall’Afghanistan e l’invasione dell’Ucraina ci mostrano cosa può significare per il mondo un totale disimpegno Usa

– Tommaso Alessandro De Filippo, ripreso da “Atlantico Quotidiano”

Ayn Rand definì gli Stati Uniti d’America la prima società morale della storia, un posto dove l’individuo potesse giovarsi di libertà personale ed economica, mezzo necessario per essere realmente indipendente e capace di perseguire il raggiungimento dei propri obiettivi di vita, ricercando il benessere e la felicità terrena.

Il rispetto della libertà è ciò che gli Usa hanno il merito di aver provato ad esportare ed espandere. La tutela dei diritti umani ha rappresentato a tratti uno degli obiettivi della politica estera americana, capace a volte di liberare altri popoli da dittature e regimi totalitari.

Le critiche di ingerenza

Una politica estera però alla quale non sono state risparmiate critiche feroci e accuse di “ingerenza” negli affari interni di altri stati. Critiche e accuse sempre più frequenti nelle opinioni pubbliche occidentali, pronte a scaricare la colpa di qualsiasi guerra, ultima quella in Ucraina, su Washington, colpevole di un presunto eccesso di interventismo.

Meglio il disimpegno?

Tuttavia, occorrerebbe chiedersi cosa significherebbe un definitivo disimpegno americano dai teatri strategici globali. Prima di tutto, un notevole rafforzamento della minaccia terroristica e degli appetiti imperialistici di potenze come Cina e Russia, che mirano a scardinare la leadership Usa non per beneficenza, ma per rimpiazzarla con la loro.

L’esempio afghano

L’esempio più recente (e doloroso) di disimpegno Usa è il ritiro da Kabul dell’agosto 2021, seguito agli Accordi di Doha del febbraio 2020, che resterà nella memoria come una immagine di fallimento e impotenza paragonabile al ritiro dal Vietnam.

La scelta di abbandonare l’Afghanistan totalmente, e le modalità del ritiro, la frettolosa fuga del presidente della Repubblica afghana Ashraf Ghani e la pessima gestione delle ultime settimane, hanno rivitalizzato il fronte delle autocrazie, giocando probabilmente un ruolo sia nella scelta di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina, sia nel portare Pechino a credere di poter facilmente prendere Taiwan nel prossimo futuro.

L’abbandono degli afghani, illusi dopo vent’anni di miglioramenti socio-economici e maggiore libertà, ha inferto una ferita difficilmente rimarginabile alla credibilità Usa.

Il sostegno all’Ucraina

Questo dovrebbe aiutare a comprendere la necessità di poter contare sugli Stati Uniti, per quanto imperfetti e criticabili, e su un Occidente compatto per difendere i nostri interessi e i nostri valori.

Il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa è quindi importante per un duplice motivo: perché conferma l’impegno Usa per la sicurezza europea (e non solo), lanciando un chiaro messaggio alle autocrazie che pensano di poter facilmente mettere in atto i loro piani.

E perché ci ricorda che la difesa della democrazia e della libertà non è solo un’opzione morale, ma anche lo strumento attraverso il quale garantire stabilità e pace.

EDWARD LUTTWAK E LA LOGICA PARADOSSALE DELLA GUERRA

– Francesco Subiaco

La guerra non è un pranzo di gala o un sistema matematico, razionale e coerente, ma è il regno del paradosso, dell’imprevisto, dell’irrazionale. Per questo l’unica logica lungimirante e capace di concepire una visione strategica coerente e concreta è quella paradossale, quella che nell’assurdo che infesta i campi di battaglia è capace di cogliere le regole contraddittorie della guerra. È la visione portata avanti da Edward Luttwak, consigliere strategico per la politica estera della Casa Bianca ed economista di fama mondiale, che nei suoi saggi sulla strategia, sulle logiche delle grandi potenze della storia ha esposto una visione della geopolitica unica capace di spiegare ed interpretare il cambiamento degli equilibri dopo la fine della guerra fredda, la crisi e le sfide degli stati nazionali, l’analisi geoeconomica di un mondo complesso che dalla ritirata della globalizzazione alle tensioni tra Occidente ed autocrazie sta facendo saltare tutte le categorie “corrette” della scienza strategica. Una visione che non smette di ricordarci che la politica non è altro che una sublimazione della guerra con altri mezzi.

Professor Luttwak, l’Europa in questi anni si è dimostrata un continente ” erbivoro” e gli Stati Uniti ancora riescono nel loro tentativo di rimanere la “Republique imperiale” descritta da Aron?

Raymond Aron scrisse la Republique imperiale ai tempi della prima guerra fredda, di fronte alla crisi degli Stati europei dopo la seconda guerra mondiale, in un contesto in cui gli Stati Uniti svolgevano una funzione di sostegno e aiuto ad essi, massimizzando lo sviluppo economico di questi paesi assicurando delle possibilità di sviluppo, come l’accesso al petrolio a prezzi favorevoli, per garantire la ricostruzione dell’Europa. Permettendo agli europei di passare da essere sudditi delle autocrazie a alleati delle democrazie e dell’Occidente. Un processo che l’Italia, a differenza di alcuni Stati europei come la Francia, ha faticato ad intraprendere, per una certa vicinanza ad ideologie totalitarie presenti al suo interno, e che ha difficoltà ad intraprendere tuttora, come mostra la vicinanza e il sostegno di alcune frange del paese alla Russia di Putin. La visione statunitense però non è una visione colonialr poiché ha sempre favorito il passaggio dalla sudditanza delle autocrazie alla visione di libertà dell’alleanza atlantica, che è il contrario dell’imperialismo e che ha visto sempre nell’ottica imperiale una debolezza, mentre gli americani hanno una vocazione verso l’autonomia e la libertà dei popoli che è poi lo spirito della Nato

La guerra in Ucraina sta facendo riscoprire all’occidente i suoi valori e come valuta la gestione degli Stati europei di questa crisi internazionale?

La guerra in Ucraina ha mostrato la profonda differenza tra la guerra in paesi del terzo mondo, sottosviluppati e divisi in tribù, e quella verso un paese europeo, armato e difeso da patrioti che vogliono combattere per la propria nazione, una differenza che ha caratterizzato le profonde difficoltà dei russi durante l’invasione dell’Ucraina. Oggi l’Ucraina sta ricordando agli ufficiali russi, che forse se lo sono dimenticato, che le nazioni europee di fronte ad una guerra reagiscono in maniera opposta di stati come l’Afghanistan, combattendo e reagendo unitariamente ad un conflitto, come è sempre accaduto nella storia europea.

La guerra è secondo lei una costante della storia dei popoli?

Certamente, infatti, l’Europa, per restare in tema, è sempre stata caratterizzata dalla guerra nella sua storia, ed il ciclo di distruzione creatrice che la accompagna è insita nello sviluppo dei popoli. Gli UOMINI  “amano” la guerra COME LE DONNE AMANO I GUERRIERI , non è un caso che tutte LE GUERRE DELLA STORIA , escluse le due guerre mondiali FENOMENI DI STATALISMO, , siano state fatte da volontari, che hanno aderito ad esse, che hanno spontaneamente deciso di partecipare ad esse. La distruzione portata dai campi di battaglia ha sempre portato ad una risposta  demografica su cui si è articolata la ricostruzione accelerata delle nazioni coinvolte nei conflitti bellici. Dal 1945 in poi questa dinamica di guerra e ricostruzione, è stata interrotta per varie ragioni. Il nucleare, ad esempio, ha cambiato per sempre il volto della guerra convenzionale e la presenza di questo stravolgimento è un fenomeno fondamentale anche nella guerra in Ucraina. Il nucleare in Ucraina pregiudica profondamente le possibilità degli eserciti in gioco limitando profondamente le opzioni dei paesi belligeranti. Oltre al nucleare un altro elemento di cambiamento introdotto dopo il 45 è l’emersione di una cultura post bellica che è insostenibile. Tutti i gruppi sociali ed individuali orientati al pacifismo sono demograficamente deboli e culturalmente stanno scomparendo, come possono mostrare le statistiche sulla fertilità nei paesi più orientati al conflitto e non. Dobbiamo capire che la civiltà occidentale è stata orientata alla guerra come fenomeno incidentale, in cui piccoli stati tra loro rivali hanno generato un fenomeno di concorrenza e conflitti che ha segnato lo sviluppo dei popoli europei, mentre nei paesi orientali, dominati da grandi spazi caratterizzati da imperi secolari si è sviluppato un fenomeno di “grande letargia”. Gli Stati europei invece erano più bellicosi ed energicamente più fertili, affinati dallo scontro e dalla concorrenza hanno invece creato un dominio planetario nell’ottocento derivato dal loro spirito concorrenziale e belligerante, opposto all’immobilismo ottomano o cinese, che ne ha garantito la potenza e lo sviluppo. Quelle energie possono essere orientare solo dalla libertà e non dall’immobilismo di un dittatore.

La crisi internazionale portata dalla guerra in Ucraina segna la fine della globalizzazione e della mondialità occidentale ?

È sicuro che anche nel momento in cui stiamo registrando questa intervista tutti i paesi, di fronte alla crisi del modello di commercio globale, gli agenti economici e statali stanno cercando di ridurre la loro interdipendenza, causando una ritirata della globalizzazione. Come sta accadendo con la Russia e con la Cina, dove sta avvenendo una evacuazione delle grandi aziende dalle loro economie, poiché si è capito che è irresponsabile proiettare grandi investimenti in paesi autocratici guidati da amministrazioni arbitrarie che un giorno parlano, pensiamo alla Cina ad esempio, di una MEGA AZIENDA  del calibro di Alibaba, come una minaccia ed il giorno seguente come una risorsa

Secondo lei la Cina lancia una sfida, molto più sottile di quella dell’URSS all’occidente, l’egemonia invisibile di Pechino e il suo neoimperialismo come stanno cambiando il volto dei rapporti di forza nell’occidente?

No no la Cina lancia all’occidente una sfida molto naif, provincialissima ed antiquata, pregiudicata da una ideologia storica che li illude di essere una grande potenza strategica, quando invece sono una nazione che nonostante l’ampia mitografia nazionale, ha subito sempre le conseguenze delle proprie scelte sbagliate in politica estera e che se non ci fossero stati gli americani oggi sarebbe ancora sotto la dittatura militare giapponese. Essi sono capacissimi in ogni settore meno che la guerra, infatti con l’Ucraina, hanno mostrato la loro totale dipendenza commerciale dalle altre nazioni. Mentre i russi e gli americani sono autosufficienti sia dal punto di vista energetico sia dal punto di vista alimentare, infatti dopo il G7, hanno smesso di parlare di invadere Taiwan.

In questo scenario la Turchia che ruolo chiave sta svolgendo?

I turchi sono un popolo che è in parte europeo ed in parte imperialista, che sta subendo con Erdogan una lunga fase di arretratezza fatta di chiusure e proclami assurdi, come quando hanno provato ad intimidire Israele e poi sono dovuti andare a Canossa per le loro pessime scelte. Credo che invece i turchi con una guida diversa, determinata da una amministrazione più “europea” potranno invece riscattare anni di errori strategici e strutturali, tornando protagonisti, dopo le farse degli esperimenti diplomatici di Erdogan di questi mesi.

Che libro consiglierebbe per comprendere il presente?

Consiglio il mio libro sulla logica della strategia poiché la vera logica della guerra è la logica paradossale. La guerra è implicitamente paradosso. Pensiamo al presente: la Nato è debole e per questo le autocrazie la attaccano, ma questo attacco non fa altro che consolidarne le fondamenta. Uno dei tanti paradossi tipici della guerra.

 

 

 

Tentazione bipartitismo: perché Meloni e Letta dovrebbero andare all-in

Le difficoltà dei rispettivi alleati offrono a Pd e Fratelli d’Italia l’occasione di coltivare una vocazione maggioritaria e puntare ad un assetto bipartitico

– Tommaso Alessandro De Filippo (articolo ripreso da Atlantico Quotidiano)

Le elezioni amministrative hanno evidenziato una definitiva inversione dei rapporti di forza interni alle coalizioni. Il centrosinistra si è di fatto ridotto esclusivamente al Partito democratico, che resiste ma non splende elettoralmente e non trae alcun vantaggio dall’alleanza con un Movimento 5 Stelle ormai al canto del cigno.

Nel centrodestra si afferma la leadership di Giorgia Meloni, che scavalca la Lega anche nel profondo nord e guadagna il diritto di puntare alla conquista di Palazzo Chigi da candidata premier dell’intera coalizione.

Cosa hanno in comune Letta e Meloni

Tuttavia, è necessario osservare alcune delle tessere che andranno a delineare il nostro futuro mosaico politico. Fratelli d’Italia e Partito democratico, divisi praticamente su tutto, sono però attualmente le due maggiori forze politiche che senza esitazioni hanno adottato una linea euro-atlantica nella crisi ucraina.

Contrariamente ai rispettivi alleati, Matteo Salvini e Giuseppe Conte, impegnati a distanziarsi dalle posizioni angloamericane e Nato sulla guerra in Ucraina, nel tentativo disperato di risalire nei sondaggi, i leader di FdI e Pd hanno dimostrato di saper dare garanzie oltreoceano nel caso si trovassero ad occupare i ruoli chiave delle nostre istituzioni nella prossima legislatura.

Che senso ha dunque per Letta e Meloni perseverare con queste alleanze?

Pd e FdI a vocazione maggioritaria

Dal punto di vista del Nazareno, perseverare nell’alleanza con i 5 Stelle risponde allo storico timore di presidiare il fianco sinistro, secondo il motto “nessun nemico a sinistra”, ma l’ipotesi del “campo largo” che esce sostanzialmente bocciata dalle urne, e il quasi totale prosciugamento della forza guidata da Conte, rilanciano la vocazione maggioritaria del Pd.

Sul versante di centrodestra, Salvini e Berlusconi sembrano intenzionati ad unire le forze in vista delle politiche, senza però tener conto del fatto che anche nel caso dovessero raccogliere più consensi della Meloni, difficilmente il leader del Carroccio vedrebbe aprirsi le porte di Palazzo Chigi, visti i suoi errori di posizionamento europeo e internazionale.

L’illusione di Salvini di poter giocare un ruolo da mediatore parallelo a quello del governo italiano in questa crisi ha rianimato i sentimenti filorussi di parte della Lega, temporaneamente sopiti dopo la vicenda dell’Hotel Metropol, che condizionò in parte la crisi di governo dell’estate 2019.

L’indebolimento, e il lento disgregamento, di Forza Italia e Lega, pone Fratelli d’Italia davanti alla prospettiva di progetto politico unico, quel “Partito Repubblicano Italiano”, sulle orme del Gran Old Party, di cui pure aveva parlato in tempi migliori lo stesso Salvini.

Dunque, sia Fratelli d’Italia che il Pd avrebbero interesse – ma chissà se coglieranno l’occasione – a cercare un esito elettorale maggioritario – favorito tra l’altro dal taglio del numero dei parlamentari del 2020 – tale da impedire la necessità di una riedizione della maggioranza che ha sostenuto il governo Draghi, con o senza una figura simile alla guida.

In tal caso, entrambi i partiti, ciascuno nella sua metà campo, avrà l’occasione di completare il percorso verso un assetto bipartitico del sistema politico.

 

 

IL 2 GIUGNO, LA NOSTRA DATA STORICA

– Francesco Subiaco

Il 2 giugno è una data storica per la tradizione mazziniana, poiché non segna solo il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, come sancito a seguito del referendum del 1946, ma rappresenta, soprattutto, l’inizio di una educazione nazionale, di una pedagogia morale basata sulla democrazia e sui valori della Costituzione, l’inizio di un cammino democratico e popolare che è il cuore pulsante del repubblicanesimo. Una ricorrenza che i repubblicani romani hanno voluto celebrare sulla terrazza del Gianicolo di fronte al muro della Costituzione della Repubblica Romana. All’evento, organizzato dall’unione Romana del Partito Repubblicano Italiano e dal segretario Michele Polini, erano presenti, Andrea d’Angelo (Responsabile relazioni Esterne PRI Roma),  Marco Cappa (Coordinatore Romano Italia Viva), Francesca Leoncini (Consigliere Comunale Italia Viva), l’Ambasciatore Bulgaro in Italia Todor Stoyanov ed una delegazione dei repubblicani romani e dell’ambasciata bulgara. Durante la celebrazione della festa della Repubblica il segretario Polini ha ribadito l’importanza dei valori costituzionali e la centralità del ruolo dei principi repubblicani per lo sviluppo democratico del paese. Il segretario ha poi aggiunto che: “L’iniziativa di oggi sancisce ancora una volta la volontà e l’impegno del popolo italiano nel perseguire e mantenere vivi i valori della Costituzione e della Repubblica, che affondano i loro principi nelle idee della Repubblica Romana. Celebrando il 2 giugno gli italiani mostrano di voler onorare quei principi sui cui si fonda la nostra Costituzione e che sono il cardine della Repubblica”. Dopo la celebrazione dei valori patriottici costituzionali la delegazione repubblicana in collaborazione con l’ambasciatore bulgaro Todor Stoyanov, hanno ricordato, di fronte alla statua del rivoluzionario laico bulgaro Petko Kirjakov Vojvoda, i combattenti garibaldini per l’indipendenza dei popoli, unendosi nella comune vicinanza negli ideali fondati su democrazia e libertà, che hanno una comune radice nelle visioni del risorgimento. Ideali universali che a distanza di anni da quel fatidico 1849, fanno ancora sventolare la bandiera dell’edera u un’Italia unitamente repubblicana

IL’IN L’ANIMA NERA DEL NEOZARISMO

– Francesco Subiaco

Ripreso da “Il Giornale Off” il 31/05

Ivan Il’in è il compagno segreto della Russia post-sovietica, l’ideologo postumo dell’era neozarista che incarna e anticipa le idee e le strategie di una delle più importanti autocrazie del 21°secolo. Ma chi è Il’in e perché viene considerato dai media il maestro oscuro di Putin? Per rispondere a questa domanda occorre leggere e rileggere più volte il saggio dello storico americano Timothy Snyder: “Ivan Il’in. Il filosofo del neozarismo di Putin”. Un testo breve, ma denso di spunti, di illuminazioni sul presente e sull’eresia controrivoluzionaria di questo filosofo irregolare del Novecento che oggi sta diventando la verità di una nuova Russia, autocratica ed imperiale, che sta riscrivendo il nostro presente. Il testo, portato per la prima volta in Italia grazie ad Andrea Lombardi ed alla sua ITALIA STORICA, è un’analisi delle idee del pensatore moscovita e della sua influenza, certificata e dichiarata più volte, nella dottrina dell’amministrazione Putin. Snyder analizza il pensiero iliniano mostrandone l’evoluzione e i riferimenti, ricostruendo una genealogia della nuova morale russa. Il’in, infatti, non è un filosofo riassumibile in facili etichette, ma è il frutto più anomalo dell’idealismo tedesco, della teologia ortodossa e delle idee dei maestri del sospetto, Freud soprattutto, che si combinano in una visione che si prefigura come il massimo compimento dello spirito delle truppe Bianche, controrivoluzionarie e reazionarie, che hanno animato la guerra civile russa. Mettendo Dio sul lettino della psicanalisi elabora una filosofia della storia apocalittica, dove il vero peccato originale è la creazione del mondo da parte del divino, trasformando la dialettica hegeliana e l’autocoscienza dello Spirito in un cammino di redenzione degli uomini per salvare il proprio creatore. Un cammino riservato solo a pochi data la natura oscura e debole dell’umanità, che sceglie solo pochi uomini eccezionali capaci di guidare un popolo eletto, quello russo, dotato di una santa ingenuità che fornisce la grazia dal peccato originale della creazione. Il mondo per Il’in è una sciagura, un vizio assurdo, creato da un Dio ancora ingenuo, che ha condannato l’uomo ad una esistenza insensata tramite una vita sedotta dal peccato, che più viene conosciuta dall’individuo più lo corrompe. Una visione teologica politica che affida agli eroi il compito di condurre le masse verso un eden terreno, come è stato con il fascismo di Mussolini in Italia secondo il filosofo russo, che attraverso una visione decisionista può superare il baratro della dannazione, portato dalle ideologie moderne e dalla borghesia, riconducendo la società non ad un insieme di classi, o ad una comunità, bensì ad una totalità organica, un organismo spirituale in lotta contro la corruzione delle ideologie sataniche della modernità e le illusioni di un materialismo, soprattutto comunista che ha cacciato Dio dal mondo. Una visione messianica e spiritualista, nettamente autocratica ed antioccidentale, che ha trionfato nella Russia post eltsiniana, diventando l’ideologia russa per eccellenza, avendo influenzato filosofi come Dugin, scrittori come Solzenicyn, politici come Medved e Putin. Questi ultimi che oltre a citare spesso Il’in ne hanno diffuso il pensiero nelle istituzioni della Federazione Russa e nella società civile, trasformandolo in un precursore del putinismo e delle campagne panslaviste che hanno portato alla guerra in Ucraina. Un’influenza che rende necessaria la lettura e la conoscenza di questo filosofo che ha plasmato per sempre le sorti di una Russia che si sente ancora erede di quello spirito Bianco che non si è estinto dopo la nascita dei soviet ed anzi gli è sopravvissuto.  

LA RE-PUBLICA

di Marco Spina

“LaRe-Publica” è un’interessante analisi critica sul contrasto tra repubblica e totalitarismo, tra sistema liberale e illiberale. Il tutto in un tono al tempo stesso composto e leggero. È questo quello che può dirsi a primo impatto del testo di Giuseppe Porcaro, edito da Porto Seguro Editore. In un’ipotetica Italia del 2063 un grande scontro politico dietro le quinte del governo tra due schieramenti contrapposti rischia di sconvolgere l’arco costituzionale. Nel mentre del racconto si approfondiscono i motivi che portano i vari protagonisti a schierarsi dall’una o l’altra parte, percorrendo le singole storie dei personaggi, dando nel contempo un’immagine più nitida su tutto il panorama politico-sociale in cui ci si immerge e delle persone che lo compongono. Pagina dopo pagina ci si può impersonare prima nel segretario di partito, poi nel presidente del consiglio, intesi non come figure politiche, ma come uomini e donne comuni, alle prese, come tutti, con le difficoltà esistenziali che la vita può infliggere.
Si intrecciano discussioni di sistemi politici in senso stretto e temi personali come l’amore amore e quindi sofferenza interna dei protagonisti. Sicuramente un libro da giovani per i giovani appassionati di romanzi e di politica.