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Antonelli:”Con Fontana per difendere i valori europei e liberaldemocratici della Lombardia”

Antonelli:”Con Fontana per difendere i valori europei e liberaldemocratici della Lombardia”

Il 12 e il 13 Febbraio si svolgeranno le elezioni regionali in Lombardia per l’elezione del presidente di Regione e del Consiglio Regionale, una competizione elettorale che vede sfidarsi tra loro Attilio Fontana, già ex presidente della Regione, Letizia Moratti e Pierfrancesco Majorino. A sostegno della candidatura di Fontana i repubblicani lombardi hanno candidato Valerio Massimo Antonelli, segretario regionale della FGR e membro della segreteria nazionale del Pri. Antonelli, a 19 anni, è il candidato più giovane di tutta la competizione elettorale e con la sua candidatura vuole portare avanti una voce laica, repubblicana, europea e mazziniana all’interno della lista a sostegno dell’ex governatore.

Perché ha scelto di candidarsi per le elezioni regionali in Lombardia e quali sono le principali iniziative che propone con la sua candidatura?

Ho scelto di candidarmi, come ho scritto nel mio messaggio elettorale, perché credo nella forza della politica, che è la forza del fare. Gran parte delle cose che oggi diamo per scontate si devono non alla provvidenza, ma a uomini che si sono rimboccati le maniche e hanno afferrato le grandi opportunità per la coda. Avendo 19 anni, credo di poter rappresentare bene il mondo studentesco. La sola città metropolitana di Milano dispone di sette università e più di 2000 scuole di ogni ordine e grado. È un mondo, di residenti come di fuorisede, che esige una solida rappresentanza nelle istituzioni, perché saremo noi in primis a pagare le conseguenze delle scelte di oggi.

Quali saranno le iniziative che proporrete per rispondere alle esigenze del mondo giovanile?

È necessario un coordinamento sempre maggiore tra istituzioni regionali e scuola. Non di invasione dei reciproci campi, ma di reciproca collaborazione. Per questo sarebbe ottima cosa continuare a organizzare incontri come quelli promossi dal Consiglio Regionale della Lombardia l’inverno scorso, dal titolo “I giovani incontrano le istituzioni”, in giro per i licei, ma penso anche per le università.
Credo che iniziative del genere, facendo educazione civica, sarebbero un primo rimedio contro il forte sentimento di antipolitica che tra i giovani purtroppo spopola. Un coordinamento più capillare con l’apparato scolastico e le consulte studentesche provinciali, andrebbe poi a beneficio soprattutto della Regione e degli enti che sono chiamati a decidere sul futuro dei giovani.

Quanto sono attuali i valori repubblicani e mazziniani in questo scenario?

Tantissimo. Non solo in questo scenario. Da Mazzini e Cattaneo i Repubblicani vogliono solo un’Italia moderna. Che sia più giusta, ma anche più ricca e più libera. Sono orgoglioso di candidarmi nella circoscrizione di Milano perché qui è dove Giovanni Spadolini venne eletto consigliere comunale, con quasi 40 mila preferenze.
Il quale non a caso, all’apice della sua carriera politica, amava definirsi “Senatore a vita di Milano”. Perché Milano è una città europea, civile, competitiva, moderna, dove il lavoro, e solo il lavoro, come pensava Mazzini, ha realizzato il futuro che oggi viviamo.

-Perché come Repubblicani avete scelto di proseguire il sostegno alla candidatura di Fontana?

Ha spiegato bene le ragioni l’amico Franco De Angelis. La candidatura Moratti è priva di un reale intento di governo, e il terzo polo che la appoggia altrettanto. Inoltre, dalle elezioni comunali di Roma sono molti gli episodi che hanno fatto pensare al Partito Repubblicano non solo lombardo che possano esistere alleati ben più validi.
Quanto a Majorino, per sua stessa ammissione i valori liberali non lo riguardano.
Fontana, invece, si è rivelato, al netto di una campagna mediatica segnata da una opposizione molto marcata, un amministratore equilibrato, moderato, che in certe zone della Lombardia, vedi Varese, ha fatto cose che non si era mai riuscito a fare da quando le regioni esistono.

-Quali saranno le priorità dei candidati repubblicani in questa competizione elettorale?

Porre l’attenzione sullo sviluppo economico di Milano, e della Lombardia, perché essenziale per la vita della regione; aumentare ancora di più l’attrattività verso i mercati, come ha fatto benissimo Fontana in questi 5 anni; guardare alla scuola (soprattutto a quella pubblica, perché la formazione dell’uomo libero non può essere lasciata alle paritarie) non come un bene secondario ma come la fonte di tutto il resto.

L’Italia vista da un liberale. Intervista a Angelo Panebianco

L’Italia vista da un liberale. Intervista a Angelo Panebianco

Di Francesco Subiaco


È una controstoria dell’Italia vista da una prospettiva laica e radicale quella scritta dal professor Angelo Panebianco e da Massimo Teodori, che nel loro ultimo saggio, “La parabola della Repubblica. Ascesa e declino dell’Italia liberale”(Solferino). In questo testo Panebianco e Teodori raccontano controcorrente la storia del nostro paese vista dal un punto di vista repubblicano, libertario, liberale e radicale, oltre i pregiudizi e le calunnie di cui è vittima questa tradizione di minoranza. Una storia che parte dai delitti eccellenti del fascismo, da Gobetti e Amendola, fino alla ricostruzione, che passa per Einaudi, Pacciardi e Parri fino a Spadolini, Pannella e Malagodi, raccontando una altra Italia, Risorgimentale e eterodossa, liberale e libertina, che agognava la modernità e anelava una società libera dai dogmatismi delle due grandi chiese dell’Italia repubblicana, quella comunista e quella clericale. Una storia fatta di protagonisti che hanno segnato per sempre la storia nazionale nonostante il peso minoritario della loro tradizione, dalle prediche inutili di Einaudi alla Nota aggiuntiva di Ugo La Malfa, fino alla contemporaneità, mostrando come costante la volontà di costruire un’Italia diversa, fondata sull’individuo e sulle sfide della modernità. Tramite le pagine di Panebianco si scoprono le dinamiche di una Italia che esita e traspare oltre le risse del cattocomunismo e che sogna un avvenire diverso ispirato ai principi della democrazia liberale, fatta di grandi occasioni perse e straordinari esempi di uomini che hanno fondato e cambiato per sempre le nostre istituzioni. Per parlare di questa controstoria italiana abbiamo intervistato il Professor Panebianco tra gli editorialisti più acuti e pungenti del Corriere della sera che attraverso il suo lavoro accademico ha diffuso e analizzato i grandi temi del pensiero liberale.

La cultura laica e liberale in Italia nonostante l’influenza e i successi ottenuti è un progetto minoritario e ancora incompiuto da cui si potrebbe trarre molto?
È stata soprattutto una tradizione di minoranza che ha contato di più nella storia del nostro paese di quanto fosse la sua consistenza elettorale reale. Ciò è dovuto a varie ragioni, soprattutto internazionali, poiché dopo l’ottocento la cultura liberale diventò una cultura politica minoritaria e divissima nel paese, che nonostante queste problematiche svolse un peso culturale nella storia italiana, dall’unità d’Italia al presente, fondamentale.

Che giudizio trae della figura sciamanica e libertariana di Marco Pannella? Il suo Partito Radicale nonostante le numerosi battaglie modernizzatrici ha rappresentato una rivoluzione incompiuta per il liberalismo?
Quella di Marco Pannella fu certamente una rivoluzione incompiuta, causata da due fattori che spiego ampiamente nel libro. Il primo fattore è dato dalle circostanze, poiché Pannella attraverso il Partito Radicale voleva “conquistare” il Partito Socialista per trasformarlo in un “Partito liberale di massa” a cui avrebbe attribuito una tendenza profondamente radicale che avrebbe sconvolto i quadri politici del paese. Un tentativo che purtroppo nel 1979 non gli riuscì, soprattutto perché in quegli anni si insediò nel Psi la leadership di Bettino Craxi che ne sconvolse il destino. L’altro fattore è dato dai limiti caratteriali di Pannella, che non è mai riuscito ad essere un aggregatore ed un mediatore e per questo è stato incapace di conciliare e mediare posizioni diverse che gli avrebbero permesso di realizzare il suo progetto. La sua era una operazione molto a la Mitterand che non poteva essere svolta da una personalità come Pannella, che aveva certamente portato delle notevoli innovazioni modernizzatrici nella politica italiana col suo Partito Radicale, ma che allo stesso tempo non riuscì a compiere un salto di qualità capace di compiere il suo progetto e soprattutto di realizzare una rivoluzione liberale nel paese.


-Durante la stagione del centrismo degasperiano che ruolo hanno giocato figure come Pacciardi, Einaudi, Croce, La Malfa, nonostante il peso elettorale minoritario, nella ricostruzione del paese?
Basta solo ricordare i nomi di questi statisti per vedere quanto le personalità abbiano un peso enorme in politica. Infatti nonostante essi appartengano a culture politiche con un peso elettorale minoritario, sono riusciti a rappresentare questa tradizione attraverso ruoli decisivi nella storia del nostro paese che superano la consistenza elettorale del Pri, del Pli e del Partito d’azione, riuscendo a essere alternativi tra un mondo massimalista e comunista da una parte e una tradizione cattolica democristiana dall’altra. Una componente minoritaria che permane nella storia politica italiana insieme alla spaccatura tra tradizione massimalista e gradualista all’interno della sinistra politica.

Il mito patriottico costituzionale ha impedito una modernizzazione del paese, chiudendo aprioristicamente a qualsiasi revisione?
Secondo me si, poiché la costituzione, figlia di un determinato momento storico, garantisce certamente ampi e diffusi poteri di veto rispetto gli esecutivi che non aiutano i governi durante la loro azione, ma rendono più complessa la gestione dei governanti. Queste criticità sono emerse sempre di più durante la fine della prima Repubblica, ai tempi della prima commissione bicamerale, presieduta dall’on. Bozzi, ma non vennero affrontate dalla classe politica, dimostrando che la proposta della modifica della costituzione resta ancora oggi un tabù che non abbiamo minimamente superato. Nel nostro paese per ragioni culturali da una parte, per interessi personali dall’altra, permane la volontà di non permettere all’esecutivo di avere gli stessi poteri che hanno, per esempio, i primi ministri in Gran Bretagna ed in altri paesi occidentali.

Oggi molti cronisti parlano di restaurazione liberale, che ne pensa?
Io quando sento parlare di Restaurazione Liberale non riesco a rimanere serio, sono solo parole in libertà. Non vedo restaurazione di nessun tipo.

Da tangentopoli ai 5 stelle lo spirito giustizialista non solo non si è mai sopito ma sta facendo nuovi anticorpi contro i tentativi di riforma garantisti, come quelli della Cartabia?
Certamente ci sono forti interessi che vogliono impedire una riforma dell’ordinamento giudiziario e che non si sono mai sopiti. Il problema è che con la fine del vecchio sistema dei partiti si è creato un vuoto di potere in Italia che è stato riempito non dalla politica ma da altri, ovvero dalla burocrazia e dal potere giudiziario.

Berlusconi, padre della rivoluzione liberale nostrana a distanza di anni è stato più un Crono o uno Zeus nella storia del nostro paese?
Certamente c’erano in Berlusconi, o almeno nel primo ingresso di Berlusconi in politica, elementi liberali, che hanno attirato intellettuali vicini al pensiero liberale, come Marcello Pera e Lucio Colletti, ma successivamente questa componente si è rapidamente esaurita. Per questo motivo non riesco a mettere Berlusconi sullo stesso piano di Pannella.

Chi sono i suoi riferimenti culturali?
Da un lato i grandi autori del pensiero sociologico e politico e dall’altro gli autori esponenti del pensiero laico e liberale Italiano. Certamente Einaudi è uno dei miei punti di riferimento.

Come è diventato un liberale?
Credo che questa adesione sia nata in reazione al sessantotto, cercando riferimenti alternativi a quelli della stagione sessantottina, quando ero una matricola universitaria. Sicuramente mi formarono molto la lettura dei testi dell’illuminismo e la vicinanza al mio maestro, Nicola Matteucci. Matteucci, fortemente liberale, è stato il mio punto di riferimento per la mia formazione personale e a lui devo moltissimo.

“Con Meloni l’Italia avrà una nuova centralità strategica e commerciale” parla Fabrizio Luciolli

Di Francesco Subiaco

Il mondo non è un palcoscenico, dove gli individui e i popoli inscenano il gioco delle parti, nella pantomima della storia e dei destini umani, ma è un campo di battaglia. Uno scontro aspro in cui le comunità e le nazioni duellano, sui terreni dell’economia, della strategia, della sopravvivenza. Un duello che oggi si può riassumere nella sfida tra le democrazie occidentali e le autocrazie. Una sfida che inizia dall’indomani della guerra fredda, che si è evoluta, nel contrasto per il predominio sul Mediterraneo e sull’Indo Pacifico. Oggi il braccio di ferro tra autocrazie e democrazie euroatlantiche, passa su tre scenari, tre diversi campi di battaglia, il confine orientale, teatro del conflitto tra Russia e Ucraina, il Mediterraneo, e l’Indo Pacifico, dove sull’indipendenza e la libertà di Taiwan passa il destino degli equilibri della scacchiera internazionale. Scenari e campi di battaglia che rappresentano i nuovi confini tra mondo occidentale e suoi partner etico-ideologici e le autocrazie e gli altri Rogue States. Per meglio comprendere le regole del campo di battaglia abbiamo intervistato Fabrizio Luciolli, Presidente del Comitato Atlantico Italiano e dell’Atlantic Treaty Association (2014-2020), è una delle voce più importanti dell’alleanza euroatlantica in Italia.

In questa fase del conflitto tra Russia Ucraina quali possono essere le strategie e le soluzioni dell’Occidente per contenere le ripercussioni del caro energia?
La strategia più efficace è quella di rimanere coesi, perché le ripercussioni economiche e sociali del conflitto, che non sono diretta conseguenza delle sanzioni come una certa narrazione russa è riuscita a veicolare in Occidente, possono essere superate solo attraverso un’azione solidale delle democrazie occidentali. Ciò è particolarmente vero con riferimento al tema energetico, dove esiste una asimmetria nei prezzi dell’energia all’interno dei diversi paesi dell’Unione Europea. Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, questa situazione trova origine nell’insipienza con cui sono state operate le scelte del passato, come la volontà di dire no al nucleare in controtendenza con gli altri paesi europei e la più recente politica di assoggettamento solo ad alcuni fornitori nel settore energetico, nello specifico la Federazione Russa, che hanno portato il nostro paese a scontare, più di altri, il ricatto energetico di Putin. Per tali ragioni le uniche misure che possono mitigare le conseguenze di questo conflitto, prima della cessazione dello stesso, è avere come bussola questo binomio: coesione e solidarietà tra i paesi dell’UE. In tale prospettiva, l’Unione Europea ha attivato numerosi strumenti, ma è necessario organizzarli in maniera ben più coordinata ed efficiente al fine di pervenire a una diversificazione delle fonti, a una integrazione del mercato energetico e un abbattimento dei costi del gas.

Quanto un ritorno al nucleare potrebbe agevolare una politica nazionale energetica autonoma da altri paesi come è stato con la Russia e la Libia in passato?
La via del nucleare è un percorso da perseguire ma che permetterà di beneficiare dei suoi risultati solo tra dieci, quindici anni, secondo le più recenti previsioni. Nell’immediatezza l’Italia ha già intrapreso la strada della diversificazione delle fonti energetiche e dei relativi fornitori, e si stanno testando in prospettiva anche le potenzialità che possono scaturire dall’utilizzo dell’idrogeno, per esempio ricavato dai rifiuti. Tuttavia, nell’attuale criticità di approvvigionamenti energetici appare ineludibile rafforzare la cooperazione europea, anche creando reti volte alla interconnessione e scambio di flussi energetici in situazioni di emergenza così come già avviene nei paesi scandinavi.

-Come si evolverà il conflitto ucraino con il finire dell’autunno?
L’arrivo dell’inverno e delle rigidità dettate dalle condizioni meteorologiche, condizioneranno le dinamiche del conflitto e potrebbero schiudere delle opportunità per un’azione diplomatica che è auspicabile vengano colte. Ad una fase in cui si vanno ridefinendo i rapporti di forza e nella quale Kyiv sta guadagnando terreno, potrebbe far seguito un rallentamento dei combattimenti che nei prossimi mesi avverranno su terreni fangosi, con frequenti piogge e che impediranno un agevole spostamento di mezzi corazzati. Una condizione che penalizzerà le manovre offensive da parte russa e che sarà aggravata dai congelamenti dei mesi invernali. Da parte russa, inoltre, la cosidetta “mobilitazione parziale” richiederà tempo, non solo per il reclutamento forzato di personale militare ma anche per dotarlo di un addestramento basico e successivo dispiegamento al fronte. Giovani riluttanti che, dalle immagini pervenute, appaiono equipaggiati con materiali obsoleti se non talora anacronistici e che si troveranno ad operare su terreni ghiacciati, in cui l’addestramento ricevuto in questi anni dalle forze armate ucraine farà la differenza.
Come valuta la strategia della Russia durante questi mesi?
Putin ha fallito su tutti i fronti: sia sul piano strategico e militare, che su quello politico, diplomatico, economico e sociale. Fino al 23 febbraio scorso, Putin era riconosciuto dalla comunità internazionale come un leader affermato e un politico scaltro. Con il lancio della criminale “operazione speciale” d’invasione non provocata dell’Ucraina, Putin ha dimostrato di non saper capitalizzare il proprio prestigio internazionale sotto il profilo politico, diplomatico e negoziale, perseguendo una strategia fallimentare che in pochi mesi ha devastato oltre l’Ucraina, il suo stesso paese, che è stato impoverito da decine e decine di migliaia di morti. Una strategia che dalla “denazificazione” dell’Ucraina si è oggi palesata come una guerra all’Occidente condotta con una campagna militare criminale, che si va caratterizzando sempre più con azioni di carattere pressoché terroristico, quali il lancio indiscriminato di droni kamikaze sulle popolazioni civili delle città, piuttosto che volte a evocare il terrore dell’uso dell’arma nucleare. Una strategia che ha compattato l’Occidente, non più solo geograficamente ma valorialmente inteso, e che ha avuto come più evidente conseguenza la storica richiesta di adesione alla NATO di Finlandia e Svezia.
Una strategia a cui fa riscontro il fallimento della campagna militare di aggressione all’Ucraina, testimoniata dai diversi cambi di guida e condotta delle operazioni russe sul terreno. A ciò ha fatto riscontro la compattezza dell’Occidente nel sostenere le richieste di aiuti militari e non di Kyiv secondo un principio di cooperazione internazionale in linea con quanto sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite per la legittima difesa del proprio Paese e dei suoi cittadini. Un principio che in queste settimane paesi come Spagna, Francia ed Olanda stanno inverando con l’invio di mezzi volti a dare una maggiore protezione dello spazio aereo dalla minaccia dei droni di produzione iraniana lanciati da Mosca.
Sotto il profilo economico, l’impatto dell’azione di Putin sulla fragile e modesta economia russa appare altrettanto disastroso. Le riserve che prima del conflitto ammontavano a circa 600 miliardi di dollari già pochi mesi dopo il lancio dell’”operazione speciale” erano ridotte a 22 miliardi e sono attualmente stimate pari a 2,2 miliardi. Ciò nonostante, l’aumento spropositato del prezzo con il quale per tutto il 2022 i paesi occidentali hanno continuato ad acquistare il gas russo, anche in quantità superiori al fine di salvaguardare gli stoccaggi. Pertanto, considerato che dal 2023 ci sarà un generale affrancamento occidentale dalle risorse energetiche russe e non avendo la Federazione Russa un’economia diversificata, è verosimile prevederne il collasso economico. Sta all’Occidente e a paesi come Italia e Germania, mantenere un atteggiamento fermo e coerente, senza tentennamenti, per accelerare la presa di consapevolezza e la necessità da parte russa di cessare le ostilità belliche e sedersi a un tavolo negoziale. Una seria e credibile iniziativa che, soprattutto da parte europea, dovrebbe riflettere in prospettiva sul futuro della Federazione Russa.
Sotto il profilo sociale, la campagna militare e la recente “mobilitazione parziale” non solo ha distrutto le prospettive delle nuove generazioni russe ma ha comportato la fuga dal paese di circa un milione delle migliori menti del paese.
Putin ha quindi commesso l’errore di portare nel conflitto anche la società civile russa?
All’inizio dell’aggressione all’Ucraina lo stato maggiore russo era riuscito a tenere fuori dalle conseguenze del conflitto la società civile e, in particolare, le élites di Mosca e San Pietroburgo. L’attuale “mobilitazione” ha rivelato alla società civile russa il carattere di “guerra” all’Occidente e non più di “operazione speciale” regionale, minando quella compattezza nazionale russa che aveva caratterizzato le prime fasi del conflitto. Le ripercussioni economiche della guerra e delle sanzioni, il reclutamento forzato dei giovani hanno fatto venir meno l’unità del fronte interno a più livelli. Le minacce del possibile utilizzo di armi nucleari tattiche e le rappresaglie russe condotte all’indomani del crollo del ponte di Kerch con il lancio indiscriminato di 84 missili su obiettivi ucraini civili, non sono state accolte favorevolmente dallo stato maggiore russo, anche in ragione della scarsità di materiale militare che non è più in grado di riassortire. Si stima che alla Federazione Russa occorrerebbero circa 5 anni per ricostituire la forza terrestre dei tank e gli altri materiali militari andati distrutti in questi mesi di guerra.
Evocare la minaccia nucleare così come il lancio terroristico da parte russa di missili e droni su obiettivi civili ucraini rappresentano un evidente segnale d’impotenza da parte russa, che cela, tuttavia, un indice di pericolosità, piuttosto che delle opportunità che non vanno entrambe sottovalutate.

Una strategia del terrore che si scontra contro la cooperazione internazionale dei paesi occidentali che grazie ad una compattezza ed unità comune forse riusciranno a trascinare Putin sul tavolo delle trattative per mettere fine a questa guerra. Per fortuna in questi giorni si vede qualche spiraglio …

Può spiegarsi meglio?
La strategia del terrore, evocata con la minaccia nucleare piuttosto che con il lancio di missili e droni, a fronte di una compattezza occidentale e resistenza ucraina, dischiude altresì degli spiragli di dialogo che potrebbero far presagire ad un rilancio di un tavolo negoziale. Recenti dichiarazioni da parte russa affermano, per la prima volta, che una soluzione diplomatica è possibile a patto che sia salvaguardata la sicurezza della Federazione Russa.
L’Occidente secondo lei saprà rispondere di fronte a questi segnali?
Confido che l’Occidente sappia prefigurare uno scenario post-bellico non solo per ciò che attiene la necessaria ricostruzione dell’Ucraina, politica economica, sociale e di sicurezza, ma anche per ciò che riguarda il futuro delle relazioni con la Federazione Russa. Prospettiva, quest’ultima, che attualmente manca e che è quanto mai necessario sviluppare e favorire, anche per evitare a Mosca derive ancor più oltranziste. Se analizziamo le ultimi dichiarazioni di Putin e ascoltiamo attentamente le parole del suo discorso postreferendario, emerge quanto a Mosca stia assumendo maggior peso la componente nazionalistica che durante le più recenti fasi del conflitto ha attaccato le istituzioni militari russe, salvo la presidenza, reclamando una maggiore uso della violenza militare e con ciò acquisendo un crescente credito popolare e presso lo stesso Putin. Nell’attuale critica fase del conflitto, con una Federazione Russa in crisi e un inverno che potrebbe mitigare le crudeltà del conflitto, l’Occidente diversamente in difficoltà sarà in grado di mantenere una posizione coesa ed esprimere una leadership in grado di confrontarsi con Mosca e interdire i rischi di una potenziale deriva oltranzista?
Come giudica il ruolo di Erdogan nella scacchiera globale?
L’analisi dell’azione della Turchia in questi e nei prossimi mesi non può essere disgiunta dalle preoccupazioni di Erdogan per le elezioni presidenziali del 2023. È verosimile attendersi una politica a carattere intermittente, così come sta avvenendo sul processo di ratifica dell’adesione di Svezia e Finlandia alla NATO e sugli ultimi dossier, ricercando soprattutto il sostegno degli Stati Uniti per risollevare la lira turca vittima di una pesante inflazione e vedere garantita la solidità del confine orientale, in chiave anti PKK. E’, pertanto, nella chiave elettorale che andranno ponderate le azioni, anche di negoziato e visibilità internazionale, che verranno adottate da Erdogan nei prossimi mesi.
Sta nascendo una nuova guerra fredda tra Autocrazie e democrazie occidentali?
Non credo si vada cementando un fronte delle autocrazie in quanto oggi più che mai il ruolo della Cina è preponderante e a lungo termine assorbirà nella sua orbita le altre, prima fra tutte la Russia che uscirà dissanguata dal conflitto con l’Ucraina. La vera sfida globale dell’Occidente è e rimane la Cina. Tuttavia, la sfida con Pechino oggi passa per Kyiv. Mi spiego meglio, in queste ore sta circolando un documento chiamato Kyiv Security Compact, dell’ex segretario generale della Nato Rasmussen e da alcuni paesi Nato, che vorrebbero un agreement, per rafforzare in maniera codificata il rapporto stabilito con l’Ucraina. Una relazione che sia più forte del memorandum di Bucarest del 1994, che annunciava delle garanzie di sicurezza da parte della Russia all’Ucraina in cambio della cessione delle armi nucleari dislocate sul suo territorio (uno di quei tredici trattati e accordi internazionali, violati da Putin con l’aggressione del 24 febbraio), e che possa garantire la stabilità del confine orientale attraverso un accordo più solido e più forte, che non rappresentanti la membership Nato dell’Ucraina, ma ne garantisca la propria sicurezza e capacità di difendersi. La strutturazione del rapporto con l’Ucraina ed una sua futura stabilità, permetterebbe alla comunità euro-atlantica di dedicare maggiore attenzione e risorse alla regione indo-pacifica ed alla sfida rappresentata dalla Cina, rafforzando i partenariati con paesi like-minded dell’area. In tale prospettiva, può prefigurarsi una polarizzazione del mondo ma non più delimitata da confini territoriali o geografici, ma da valori di libertà e del rispetto delle regole del diritto. Valori che hanno condotto paesi della regione dell’Indo-Pacifico a partecipare, lo scorso giugno, al vertice NATO di Madrid.

Di fronte a questa polarizzazione quanto la partita tra queste diverse potenze si gioca su Taiwan?
Taiwan costituisce un faro di democrazia nella regione dell’Indo-Pacifico e ha per l’Occidente una valenza strategica di estrema rilevanza allorquando si consideri che Taipei detiene il 66% della produzione tecnologica del mercato mondiale dei microchip e che quel piccolo stretto vede transitare annualmente il 50% dei container che arrivano in Europa e negli Stati Uniti.

Quale dovrebbe essere la bussola del futuro governo Meloni?
Quale presidente del Comitato Atlantico Italiano ho particolarmente apprezzato le dichiarazioni dell’On. Meloni laddove ha inequivocabilmente collocato l’Italia nel solco europeo ed atlantico tracciato dai padri fondatori della Repubblica, i quali ritennero che l’Italia potesse perseguire più efficacemente i propri interessi nazionali attraverso una partecipazione attiva in seno alle organizzazioni euro-atlantiche. Oggi, in particolare, è attraverso un rinnovato rapporto transatlantico e un ancor più incisivo ruolo nella NATO che l’Italia potrà bilanciare talune velleità carolingie di una Europa post-Brexit. Nell’attuale fase di ricerca di una nuova stabilità del sistema internazionale, l’Italia può costituire il perno insostituibile di una rinnovata comunità euro-atlantica che affronti le sfide del futuro, Cina in primis, con un approccio globale bilanciato anche sulla regione del Mediterraneo allargato, ove l’Italia si proietta con 8.000 chilometri di coste, da sviluppare per intercettare i traffici commerciali destinati all’Europa. Una centralità strategica e commerciale dell’Italia che confido il prossimo governo saprà perseguire.

MASSIMO FRANCO RACCONTA “IL MONASTERO”

– Francesco Subiaco

“Essere ammessi nel Monastero significa entrare in una sorta di area protetta, rarefatta e vagamente inquietante. È un impasto di spiritualità, di mistero, di segreti inconfessabili, che alla fine parlano il linguaggio impalpabile ma onnipresente di un potere antico, insieme sacro e spietato”. Così Massimo Franco descrive la sua entrata nella residenza vaticana del papa emerito nel suo ultimo straordinario saggio sugli ultimi 9 anni di “papato ombra” di Benedetto XVI: “Il monastero” (SOLFERINO). Un saggio che indaga e scruta le ombre, le atmosfere e le storie che hanno accompagnato il pontificato ratzingeriano, i suoi protagonisti ed i silenti abitanti del monastero. Un luogo diventato il paradigma di una chiesa in tumulto, di fronte ai cambiamenti rivoluzionari della curia, alle sfide della contemporaneità alle opposte tendenze delle corti dei due papi, che si muovono nell’atmosfera rarefatta delle mura vaticane come dei fantasmi di un’epoca lontana ed anacronistica. Massimo Franco, vaticanista, tra i massimi interpreti del giornalismo italiano, dopo avere reso immortali le ombre del divo, l’esilio di Craxi e gli enigmi del papato bergogliano traccia con il suo ultimo saggio su Benedetto XVI una fenomenologia delle anomalie che sta vivendo la chiesa, in uno scritto che unisce il rigore del giornalista con lo stile dello scrittore, immergendo il lettore in un castello kafkiano, una residenza landolfiana che diventa il subconscio di pietra dei tormenti del cattolicesimo contemporaneo.

Che cos’è il monastero e cosa ci racconta del suo illustre inquilino? E come esso diventa il paradigma di un papato anomalo?

Il Monastero è l’emblema dell’anomalia di questa fase della Chiesa cattolica e del Vaticano. Siamo abituati a pensare che sia Casa Santa Marta, l’albergo dentro le mura vaticane dove abita Francesco. In realtà, quella scelta è figlia delle “dimissioni” di Ratzinger. E l’intero papato è condizionato da quello strappo epocale. Lo stesso uomo del Monastero, Benedetto XVI, oggi papa emerito, simboleggia quell’anomalia. Ha mantenuto il nome che aveva da papa, si definisce “papa emerito”, veste con l’abito bianco e vive dentro il Vaticano. In cima a giardini curati, punteggiati da roseti, altari e cactus e garitte della Gendarmeria. Probabilmente, temeva di ammalarsi come Giovanni Paolo II e di essere condizionato dalla sua cerchia curiale, a cominciare dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone, figura controversa. E dunque ha anticipato i tempi. Ma credo che credesse di sopravvivere poco, mentre ormai è stato per più tempo papa emerito che papa: 9 anni contro 8.

Tra i personaggi che abitano la galassia di questo monastero landolfiano, quale la ha colpita di più e perché?

 Senz’altro il prefetto della Casa pontificia, monsignor Georg Gaenswein. E’ stato per anni il punto di raccordo, e il simbolo della continuità tra i due pontificati. E alla fine è stato schiacciato da questo doppio ruolo, strategico e insieme oggettivamente ambiguo, per dinamiche di potere che alla lunga non potevano non scaricarsi anche su di lui, al di là della sua volontà e di quella dei cosiddetti “due papi”. Il fatto che oggi rimanga Prefetto ma gli sia impedito di fatto di svolgere il suo lavoro è l’emblema dello scontro sotterraneo tra le “corti parallele” del Monastero e di Casa Santa Marta.

L’emerito del monastero e il regnante di Santa Marta sono due figure archetipiche della chiesa di oggi. Che rapporto intercorre tra i due papi e che differenza c’è con le narrazioni degli opposti schieramenti riguardo i due inquilini pontifici?

Sono due persone molto diverse, consapevoli entrambe del trauma vissuto dalla Chiesa con la rinuncia di Benedetto, e dunque intenzionati a salvaguardare l’unità della Chiesa. Per questo all’inizio Francesco ha chiesto a Benedetto di non essere troppo in disparte, di partecipare alle cerimonie pubbliche, di intervenire. Si disegnava una sorta di “copapato”, con Francesco prosecutore delle riforme che Benedetto non aveva potuto portare a termine. Ma col passare del tempo, quando le riforme sono entrate in affanno, il Monastero è stato percepito dalla cerchia di Bergoglio come un ingombro, e gli interventi di Benedetto come inopportuni. E alla fine tra gli uomini di Bergoglio il Monastero è stato percepito come una sorta di luogo-simbolo di una sorta di contro-potere: quasi un polo antagonista, dietro il quale si muove una potente filiera tradizionalista. E Casa Santa Marta è stata vista da molti dai ratzingeriani come una sorta di enclave che dietro lo schermo della continuità cambiava non solo gli equilibri di potere ma l’approccio dottrinale e riferimenti diplomatici tradizionali della Santa Sede. E questo a dispetto, va ribadito, dell’impegno dei <due papi> (tra virgolette perché di papa ce n’é uno solo) a evitare fratture e scontri interni.

Dalla coesistenza alla rottura apparente, nonostante la popolarità di Bergoglio, Ratzinger in questi anni ha assunto un fascino per alcuni ambienti della cristianità forse superiore a quello che aveva quando era in carica. Come si spiega il successo “postumo” di questo papa di “cristallo”?

Si spiega con un’ostilità sempre più aperta e pregiudiziale dei cattolici tradizionalisti nei confronti di Francesco e delle sue riforme visionarie, profetiche ma anche caotiche; e con un rigore dottrinale e una finezza teologica di Benedetto che oggi, a torto o a ragione, vengono considerati carenti nel pontificato di Bergoglio. In più, l’essersi defilato e appartato nel Monastero ha fatto dimenticare gli scandali e le tensioni che hanno accompagnato la fine del pontificato di Ratzinger.

Il monastero è il peacemaker del potere Vaticano che riesce a garantire una unità forzata tra il progressismo dei bergogliani e il tradizionalismo dei loro oppositori?

Certamente lo è stato. Il Monastero è stato a lungo l’argine con il quale Benedetto ha frenato e assorbito le spinte contro Francesco provenienti dagli ambienti iper-ortodossi del cattolicesimo. Ha, di fatto, “coperto” questo versante della Chiesa, diffidente e poi ostile nei confronti di Francesco. Nel libro il cardinale Gerhard Muller arriva a sostenere che il Monastero è il luogo “dove vengono curate le persone ferite da Francesco. E sono molte…”: una frase che lascia indovinare le tensioni e gli scontri di questi anni, per quanto diplomatizzati o addirittura rimossi.

Perché nel libro lei definisce, in realtà, più rivoluzionario Benedetto di Francesco?

Perché la rinuncia, o “le dimissioni”, sono state uno strappo ben più epocale e inedito dei presunti strappi di Francesco. Il Monastero è l’emblema di quello che rimane tuttora un tabù: tanto che dopo nove anni non è stata ancora regolata da nessuna norma la rinuncia di un pontefice. E tuttora si parla di “due papi”, con frange minoritarie ma agguerrite che o non riconoscono come valide le dimissioni di Benedetto, o lo accusano di avere lasciato troppo spazio a Francesco e alla sua “rivoluzione”. In realtà, in modo diverso entrambi hanno desacralizzato l’istituzione papale.

Le anomalie portate dal rinuncio di Benedetto XVI e dall’insolita diarchia di questi anni come stanno cambiando per sempre la figura del papa e la condotta della chiesa?

L ’hanno cambiata nel senso di “umanizzare” il papa, con conseguenze molto controverse e ancora oggetto di dibattito e di imbarazzo. Il tema di fondo, mai affrontato pubblicamente, è se la rinuncia di Ratzinger sia un unicum, o un precedente che aprirà la strada ad altre dimissioni papali. La mia impressione, tuttavia, è che nei prossimi anni il tentativo sarà quello di ricostruire una figura papale su presupposti diversi; di rafforzare il governo vaticano; e di riaffermare il ruolo fondamentale di Roma, rispetto alle spinte centrifughe e alla narrativa anti-Curia e anti-italiana che hanno profondamente condizionato l’ultimo Conclave: sebbene gli scandali intorno a Benedetto avessero giustificato certi pregiudizi…

In più occasioni lei ha potuto conoscere ed intervistare il papa emerito, che immagine si è fatto di questo personaggio così particolare, freddo e distaccato durante il pontificato, ma allo stesso tempo umano e cordiale come nel suo incontro con il vignettista Giannelli? Può raccontarci un aneddoto?

In effetti sono rimasto sorpreso dalla sua semplicità, dalla sua fragilità fisica, dall’aura di autorevolezza e di mistero che trasmette, e insieme dalla sua rapidità intellettuale. Non riesce quasi più a articolare le parole, eppure in certo momenti, sforzandosi, si fa capire eccome. L’ha dimostrato quando, nel colloquio che abbiamo avuto con lui insieme col direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, ha voluto dire con chiarezza che il papa è uno solo, disarmando i critici di Francesco. E quando ha visto il nostro vignettista Emilio Giannelli, che gli spiegava di non essere affatto religioso, al contrario di un fratello che era mancato in tempi recenti, Benedetto ha replicato, pronto: “Ha tempo per rimediare”. E’ un aneddoto riportato nel mio libro.

Il terzomondismo bergogliano ha mostrato forse la più grande frattura tra i due papi: l’Europa. Cosa divide i “diarchi” sul tema delle sorti del vecchio mondo e come ciò influenzerà la linea futura della chiesa?

Il Vaticano tende a percepirsi e a presentarsi come un’istituzione che garantisce continuità. E questo avviene anche quando la continuità in realtà si adatta ai nuovi tempi. La mia impressione è che Benedetto sia stato un papa europeo e <italiano>, che voleva cercare di rianimare il cattolicesimo in Occidente; e che credeva e crede nei valori dell’Occidente. Ma l’operazione non è riuscita. Francesco è un americano, flglio di un’America latina che da terra di missione è diventata o ritiene di essere diventata terra missionaria, chiamata a rievangelizzare un’Europa e un Occidente ritenuti scristianizzati e senza futuro. Per questo Bergoglio è stato visto come un papa post-occidentale, che ha puntato molto sul Terzo Mondo; e, in parallelo, sui rapporti con la Russia, per sanare la frattura con la religione ortodossa; e con la Cina, per concordare la nomina dei vescovi e proiettare il cattolicesimo in Asia, dove fatica a penetrare. Ma l’aggressione militare russa all’Ucraina, di fatto assecondata dalla Cina,  ha mostrato i limiti e le contraddizioni di questa strategia, impedendo almeno fino all’inizio di maggio al papa di esercitare la sua azione per la pace, nella quale il Vaticano è storicamente maestro. Le sue parole a favore dell’Ucraina sono state chiare e forti. E il fatto che durante due mesi e più di guerra Benedetto non abbia mai parlato dimostra come, se anche esistono delle differenze di giudizio, al Monastero  ha prevalso una linea di unità e di ubbidienza a Francesco, per evitare fraintendimenti e speculazioni in una Chiesa cattolica percorsa da  tensioni profonde e irrisolte.  

Oltre la Giudea: Maurizio Grossi tra racconti del mare, pinse napoletane, tradizioni e amor di patria

– Francesco Latilla, Francesco Subiaco

“La cucina è amore, passione verso cui bisogna dedicare sé stessi fino alla fine, utilizzando delle ottime materie prime e studiando moltissimo. Poi, quando i clienti arrivano in una serata addirittura a divorare più di tre pizze capisci che questo mestiere, se fatto bene, è qualcosa di magico. È un’arte a tutti gli effetti. Una volta addirittura un mio amico americano che lavora come produttore televisivo mi ha soprannominato: dottore di cucina. Quest’ultimo ogni anno passa tutto il tempo a sognare il nostro tiramisù per venirselo poi a gustare durante l’estate.”

Su Maurizio Grossi non c’è che dire. È un fuoriclasse della pizza. Napoletano doc, fondano acquisito, l’artista Maurizio porta avanti la propria attività “La Giudea” da oltre vent’anni nel celebre quartiere ebraico all’interno del centro storico di Fondi. Sull’originalità e il buon gusto che lo caratterizzano non vi sono dubbi, come non sorge alcun dubbio quando presenta sé stesso e l’arte culinaria italica in questo modo: “Mi ritengo un tradizionalista, un nazionalista. Sono convinto che sul cibo non ci supera nessuno in tutto il mondo.” Conosciuto ormai da tempo per i piatti e soprattutto per le leggendarie pizze che lo hanno portato a grandi trionfi nazionali, egli è anche e soprattutto un esperto di vino tant’è vero che possiede un’enoteca proprio di fronte al ristorante. Un’enoteca in cui una volta entrati ci si immerge in una moltitudine di vini provenienti da tutta Italia. “La passione per il vino mi ha spinto a creare un’enoteca proprio qui di fronte in cui conserviamo vini e bollicine esclusivamente italiani. Poi mi sono interessato anche al mondo della birra, sempre italiana, prodotta da ragazzi italiani che in diverse zone della penisola producono dei prodotti davvero molto buoni. Devo ammettere che i bordeaux, i vini rossi francesi, possiedono una marcia in più ai nostri ma riguardo alle bollicine siamo noi italiani a dare le sberle ai francesi a suon di Franciacorta e non solo.” Per l’intervista ci ospita di pomeriggio, quando nel vicolo non si ode alcun rumore e le pietre delle antiche case lì accanto donano un senso arcaico e di pace. Appena entrati veniamo accolti da Maurizio che brandisce del pane caldo appena sfornato, del prosciutto crudo e dell’ottimo vino. Ci sediamo a tavola e comincia la sua immersione nei ricordi, partendo dagli albori e facendoci innamorare delle immagini che la nostra mente delinea grazie al minuzioso e articolato racconto.

“La passione l’ho avuta sin da bambino per via di alcuni parenti che lavoravano già nel campo, uno zio a Latina e un altro in Liguria e ricordo che l’estate partivo con la mia famiglia e andavo ad aiutarli e così credo sia nata l’infarinatura di quel che poi si è rivelato il mio percorso, il mio mestiere. Una volta conclusi gli studi nelle scuole medie decisi di intraprendere l’Istituto Alberghiero in quel di Napoli, ad Ottaviano per essere esatti. Così scelsi il corso di sala bar e dato che avevo la passione per la pizza venni fortunatamente richiesto come pizzaiolo presso il lago di Bolsena, avevo quindici anni, era il mio primo lavoro e il fatto che a differenza dei miei compagni io gudagnavo un milione era una cosa bella perché si trattava di un bel budget per un ragazzo dell’epoca e sicuramente potevi usufruirne durante l’inverno. L’anno successivo, il proprietario mi richiamò aggiungendo altri soldi alla mia paga facendo maturare in me la gioia nel tornare a lavorare. Qualche tempo dopo vennero a scuola gli ispettori del famoso Club Méditerranée   per selezionare dei ragazzi da far lavorare in uno dei loro villaggi sparsi in tutto il mondo. Io fui scelto e andai a Corfù, in Grecia, dovendomi abbassare un po’ lo stipendio ma tanto ero affascinato dall’esperienza all’estero che non mi importava molto di guadagnare di meno e poi era magnifico il fatto di poter incontrare culture diverse e parlare lingue che non mi appartenevano. Fu un’esperienza strepitosa, ebbi la fortuna di confrontarmi con persone provenienti da tutta Europa. Voglio precisare che a pranzo mi occupavo di cucinare la pasta italiana da servire ai tavoli, un piatto molto semplice ma efficace per la bontà, e la sera ero nominato responsabile dell’angolo ristorante dove servivamo carpaccio, spaghetti al pomodoro e pizza. Il quarto anno invece capitai a Roccaraso, ero già maggiorenne, poi fece un’esperienza al centro di Parma adiacente il Teatro Regio e poi tra la fine dell’89 e l’inizio del ’90 mi trovai a Fondi per via di situazioni sentimentali e decisi di restare in questa splendida cittadina. Dopo qualche esperienza da dipendente, nel giro di pochissimo riuscii ad aprire con alcuni amici un American Bar. Creammo questo locale con il forno a legna e io lo gestii fino al 1997 ed infine, dopo alcuni anni di pausa, ebbi un’illuminazione. Ero tra i vicoli del centro storico fondano e capii che avrei potuto aprire un ristorante proprio tra questi scorci e donando così anche qualcosa di buono alla città. Adesso sono passati tanti anni dall’apertura avvenuta nel novembre 2001, pochi mesi prima che entrasse l’euro, e adesso siamo nella bella stagione del 2022 e nonostante i due anni sofferti per la pandemia siamo ancora qui e credo proprio di aver vinto la scommessa che assieme alla mia compagna mi ero preposto sin dall’inizio. Poi sono sempre aperto a nuove sfide, frequento diverse manifestazioni e gare legate al mio ambito proprio perché mi permettono conoscere gente nuova e di proporre i miei prodotti artigianali. Sottolineo l’artigianalità verso cui siamo estremamente legati in virtù del fatto che secondo il mio pensiero acqua, farina, sale e lievito sono la base per creare qualcosa di buono, come la semplicità della pasta aglio olio e peperoncino. Semplicità, ricerche delle materie prime sempre accurata, attenzione metodica ad ogni impasto sono fondamentali per questo mestiere. Non sono interessato a produrre delle pizze “commerciali” legate solo al guadagno ma voglio invece pensare alla salute dei miei clienti e quindi cerco di stare al passo coi tempi trovando il modo di poter accontentarli nonostante le diverse problematiche alimentari di molti.” L’arte di Maurizio è frammentata dai sapori della terra italiana, la storia locale e il desiderio di portare in alto il nome di questa città che ha dato i natali a grandi figure della cultura del ‘900 come il poeta Libero De Libero, il pittore Domenico Purificato, il produttore cinematografico Giovanni Addessi e i fratelli Giuseppe e Pasqualino De Santis, rispettivamente regista e autore della fotografia. Frequentata da turisti provenienti da ogni parte del mondo, “La Giudea” è un luogo caratteristico perfetto se si ha voglia di provare una pizza che abbia le caratteristiche a metà tra Napoli e Roma, proprio come la città stessa, che prende il nome di “Pinsa napoletana”. Inoltre, questo per il nostro pizzaiolo è un periodo importante grazie alle sue apparizioni in importanti manifestazioni come quella organizzata sulla nave da crociera MSC dal titolo “Navigando con gusto” attraverso cui ha girato il Mediterraneo partendo da Napoli e passando per Genova, Marsiglia e così via. Maurizio in quell’ occasione   ha seguito dei corsi sulla pizza assieme a degli altri concorrenti e poi, a Genova, ognuno di loro ha presentato una propria pizza con i condimenti che erano stati messi a disposizione per l’evento e si è classificato quarto su 59 partecipanti. Poi ha partecipato ad un format televisivo dal titolo “Piazza talent show” dove è stato selezionato tra le 10 pizzerie migliori del centro Italia, così come vi erano 10 del sud e 10 del nord, un programma ad eliminazione in cui si è posizionato sesto in classifica. Infine, un’ulteriore prova dell’ormai irrefrenabile successo che sta ottenendo la troviamo grazie a “Mistery box pizza” un format che si tiene in Campania e che è molto seguito. 

Maurizio, alla domanda: Cosa pensi dell’idea di alcuni paesi dell’UE riguardo ai prodotti alimentari da controllare mediante un semaforo che possa rilevare il grado di nocività alla salute? Risponde da buon intenditore che più di qualunque cosa ama il proprio mestiere e le proprie pietanze che tratta come opere sacre.

“Su queste dinamiche mi incazzo tantissimo. Come dicevo, io sono per il made in Italy totale e quindi per me queste assurdità non hanno senso, soprattutto perché non hanno fondamenta. Il mio motto è: Mangia italiano, bevi italiano, ama l’Italia. Sono più che nazionalista e sul cibo non ammetto che venga imposta qualcosa che non combacia con la nostra cultura, tradizione solo per accordi. Penso che ogni paese debba occuparsi del proprio cibo valorizzandolo al massimo, così come qualunque altro aspetto della propria identità nazionale. Ad esempio, in Olanda sono bravi a coltivare i fiori e continuino a fare questo senza provare a distruggere la mozzarella, i prosciutti o il pomodoro. Stessa cosa vale per altri paesi come la Cina. L’eccellenza del cibo l’abbiamo noi e che ci lasciassero produrre il nostro cibo come vogliamo, alla nostra maniera.”

Insomma, la chiacchierata con lui sembra essere più un’intervista un racconto narrato come nell’antichità da figure chiavi dei borghi e probabilmente, in questo maledetto tempo in cui stiamo percorrendo quel viaggio chiamato vita, le parole di quest’artista della cucina suonano come un esempio per riprendere confidenza con la semplicità e con la bellezza del quotidiano. “Nulla è più importante di vivere una bella vita tranquilla e gustando i piatti di una sana cucina accompagnati con del buon vino e un dolce a fine pasto condito di risate, chiacchiere tra amici e nulla più.”

L’educazione senti/mentale di Bianca Bellova

– Francesco Subiaco

La letteratura ceca non è solo il fantasma asburgico e cupo del genio di Franz Kafka, che peraltro scriveva in tedesco. È il languore, la banalità del male che avvolge il protagonista de Il bruciacadaveri, il genio faustiano e proibito dello scienziato alchimista Prokop nato dalla penna del Dostoevskij della fantascienza Karel Capek, sono i dolciumi raminghi che si scambiano famiglie separate prima di riscoprire la propria lontananza ne “I tedeschi”. Un’idea di letteratura visionaria capace di fondere umorismo nero e dolore autentico, gli abissi dell’animo umano ed un gusto grottesco e surreale che seduce il lettore e gli dà l’incanto di aver trovato un continente di sogni, pane per secoli di letteratura ancora da consumare. È la genialità che accompagna i testi che compongono la collana Novalna della Miraggi edizioni di Fabio Mendolicchio. Una collana nata per raccontare i maestri segreti della letteratura ceca, che prende il nome da quella Nouvelle vague permanente che fu la “nuova onda” che colpì la cultura del blocco orientale dopo la primavera di Praga, e che vuole mostrare i migliori frutti di quelle innovazioni, visioni e suggestioni che accompagnano le opere dei vari Capek, Katalpa e soprattutto dei testi di una grande scrittrice contemporanea come Bianca Bellova. Bianca Bellova non è una scrittrice convenzionale, che si nutre di storie banali e stereotipate, che consolano e lusingano il lettore con uno stile standard, insignificante e pavido, come molti altri scrittori nati negli anni 70. La Bellova è un’autrice che ha una voce, un groviglio di simboli, parole, descrizioni che rendono ogni sua pagina unica, autentica, personale e che riesce a realizzare anche in una descrizione comune ciò che tanti scrittori cercano di straordinario in anni di lavoro e carriera. Per questo lode a Miraggi per aver presentato al lettore italiano tre perle della produzione di questa scrittrice ceca: “Il lago”, “Mona” e soprattutto “Romanzo senti/mentale”. Tre testi che indagano la durezza dell’esistenza, la solitudine, gli abissi inesplorati dell’animo umano con l’ intensità di chi sa trasformare un minuto estremamente intenso in una fugace eternità. Romanzi sospesi, di deserti sentimentali e storie grottesche. Tra questi Romanzo senti/mentale si presenta come un testo profondamente diverso dai successivi, un esordio che già mantiene le aspettative che garantiranno il successo dei testi successivi della Bellova, nonostante alcune divergenze ed originalità. Questa storia, che non ha nulla di melenso e sentimentale nel senso spicciolo, è la storia di due ragazzi cechi Eda e Nina, che vivono in un mondo che si è risvegliato durante la rivoluzione di velluto che ha portato la fine del regime comunista, rappresentato dalla figura sciagurata del padre di Eda. Eda e Nina non sono però innamorati, sono uniti da un legame diverso segnato e consolidato dall’assenza di quella che può essere definita la vera protagonista di questo romanzo:Elitska. Elitska è una di quelle donne che non sembrano persone, bensì atmosfere, la cui assenza ingombrante contamina le vite di questi personaggi, come uno spettro infesta una casa stregata. Sorella di Nina e amata di Eda, la sua morte, comunicata fin dalle prime pagine del romanzo, sarà il motore di questo lungo racconto a due voci dove la sorella e l’amato la ricorderanno, alluderanno e mostreranno in quelle splendide ventiquattro ore che copriranno l’arco della narrazione. Dalla casa mausoleo in cui le tazze e i cimeli della defunta vengono tenuti come oggetti sacri, un po villa stregata un po reliquiario, al difficile rapporto tra Eda ed il padre, stupratore perverso e insensibile, fino al ritrovamento del diario perduto ma centrale nelle vicende dei protagonisti, della defunta Elitska, Bianca Bellova ricostruisce un abisso luminoso in cui anche le dense centotrenta pagine del suo romanzo sembrano fughe letterarie da migliaia di pagine, come sottolinea la traduttrice Laura Angeloni, formando un testo straordinario che permette di iniziare un viaggio verso il mondo della sua autrice, da cui non si vorrebbe tornare mai più.

Perché l’interventismo Usa, anche se imperfetto, è preferibile al disimpegno

Il precipitoso ritiro dall’Afghanistan e l’invasione dell’Ucraina ci mostrano cosa può significare per il mondo un totale disimpegno Usa

– Tommaso Alessandro De Filippo, ripreso da “Atlantico Quotidiano”

Ayn Rand definì gli Stati Uniti d’America la prima società morale della storia, un posto dove l’individuo potesse giovarsi di libertà personale ed economica, mezzo necessario per essere realmente indipendente e capace di perseguire il raggiungimento dei propri obiettivi di vita, ricercando il benessere e la felicità terrena.

Il rispetto della libertà è ciò che gli Usa hanno il merito di aver provato ad esportare ed espandere. La tutela dei diritti umani ha rappresentato a tratti uno degli obiettivi della politica estera americana, capace a volte di liberare altri popoli da dittature e regimi totalitari.

Le critiche di ingerenza

Una politica estera però alla quale non sono state risparmiate critiche feroci e accuse di “ingerenza” negli affari interni di altri stati. Critiche e accuse sempre più frequenti nelle opinioni pubbliche occidentali, pronte a scaricare la colpa di qualsiasi guerra, ultima quella in Ucraina, su Washington, colpevole di un presunto eccesso di interventismo.

Meglio il disimpegno?

Tuttavia, occorrerebbe chiedersi cosa significherebbe un definitivo disimpegno americano dai teatri strategici globali. Prima di tutto, un notevole rafforzamento della minaccia terroristica e degli appetiti imperialistici di potenze come Cina e Russia, che mirano a scardinare la leadership Usa non per beneficenza, ma per rimpiazzarla con la loro.

L’esempio afghano

L’esempio più recente (e doloroso) di disimpegno Usa è il ritiro da Kabul dell’agosto 2021, seguito agli Accordi di Doha del febbraio 2020, che resterà nella memoria come una immagine di fallimento e impotenza paragonabile al ritiro dal Vietnam.

La scelta di abbandonare l’Afghanistan totalmente, e le modalità del ritiro, la frettolosa fuga del presidente della Repubblica afghana Ashraf Ghani e la pessima gestione delle ultime settimane, hanno rivitalizzato il fronte delle autocrazie, giocando probabilmente un ruolo sia nella scelta di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina, sia nel portare Pechino a credere di poter facilmente prendere Taiwan nel prossimo futuro.

L’abbandono degli afghani, illusi dopo vent’anni di miglioramenti socio-economici e maggiore libertà, ha inferto una ferita difficilmente rimarginabile alla credibilità Usa.

Il sostegno all’Ucraina

Questo dovrebbe aiutare a comprendere la necessità di poter contare sugli Stati Uniti, per quanto imperfetti e criticabili, e su un Occidente compatto per difendere i nostri interessi e i nostri valori.

Il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa è quindi importante per un duplice motivo: perché conferma l’impegno Usa per la sicurezza europea (e non solo), lanciando un chiaro messaggio alle autocrazie che pensano di poter facilmente mettere in atto i loro piani.

E perché ci ricorda che la difesa della democrazia e della libertà non è solo un’opzione morale, ma anche lo strumento attraverso il quale garantire stabilità e pace.

EDWARD LUTTWAK E LA LOGICA PARADOSSALE DELLA GUERRA

– Francesco Subiaco

La guerra non è un pranzo di gala o un sistema matematico, razionale e coerente, ma è il regno del paradosso, dell’imprevisto, dell’irrazionale. Per questo l’unica logica lungimirante e capace di concepire una visione strategica coerente e concreta è quella paradossale, quella che nell’assurdo che infesta i campi di battaglia è capace di cogliere le regole contraddittorie della guerra. È la visione portata avanti da Edward Luttwak, consigliere strategico per la politica estera della Casa Bianca ed economista di fama mondiale, che nei suoi saggi sulla strategia, sulle logiche delle grandi potenze della storia ha esposto una visione della geopolitica unica capace di spiegare ed interpretare il cambiamento degli equilibri dopo la fine della guerra fredda, la crisi e le sfide degli stati nazionali, l’analisi geoeconomica di un mondo complesso che dalla ritirata della globalizzazione alle tensioni tra Occidente ed autocrazie sta facendo saltare tutte le categorie “corrette” della scienza strategica. Una visione che non smette di ricordarci che la politica non è altro che una sublimazione della guerra con altri mezzi.

Professor Luttwak, l’Europa in questi anni si è dimostrata un continente ” erbivoro” e gli Stati Uniti ancora riescono nel loro tentativo di rimanere la “Republique imperiale” descritta da Aron?

Raymond Aron scrisse la Republique imperiale ai tempi della prima guerra fredda, di fronte alla crisi degli Stati europei dopo la seconda guerra mondiale, in un contesto in cui gli Stati Uniti svolgevano una funzione di sostegno e aiuto ad essi, massimizzando lo sviluppo economico di questi paesi assicurando delle possibilità di sviluppo, come l’accesso al petrolio a prezzi favorevoli, per garantire la ricostruzione dell’Europa. Permettendo agli europei di passare da essere sudditi delle autocrazie a alleati delle democrazie e dell’Occidente. Un processo che l’Italia, a differenza di alcuni Stati europei come la Francia, ha faticato ad intraprendere, per una certa vicinanza ad ideologie totalitarie presenti al suo interno, e che ha difficoltà ad intraprendere tuttora, come mostra la vicinanza e il sostegno di alcune frange del paese alla Russia di Putin. La visione statunitense però non è una visione colonialr poiché ha sempre favorito il passaggio dalla sudditanza delle autocrazie alla visione di libertà dell’alleanza atlantica, che è il contrario dell’imperialismo e che ha visto sempre nell’ottica imperiale una debolezza, mentre gli americani hanno una vocazione verso l’autonomia e la libertà dei popoli che è poi lo spirito della Nato

La guerra in Ucraina sta facendo riscoprire all’occidente i suoi valori e come valuta la gestione degli Stati europei di questa crisi internazionale?

La guerra in Ucraina ha mostrato la profonda differenza tra la guerra in paesi del terzo mondo, sottosviluppati e divisi in tribù, e quella verso un paese europeo, armato e difeso da patrioti che vogliono combattere per la propria nazione, una differenza che ha caratterizzato le profonde difficoltà dei russi durante l’invasione dell’Ucraina. Oggi l’Ucraina sta ricordando agli ufficiali russi, che forse se lo sono dimenticato, che le nazioni europee di fronte ad una guerra reagiscono in maniera opposta di stati come l’Afghanistan, combattendo e reagendo unitariamente ad un conflitto, come è sempre accaduto nella storia europea.

La guerra è secondo lei una costante della storia dei popoli?

Certamente, infatti, l’Europa, per restare in tema, è sempre stata caratterizzata dalla guerra nella sua storia, ed il ciclo di distruzione creatrice che la accompagna è insita nello sviluppo dei popoli. Gli UOMINI  “amano” la guerra COME LE DONNE AMANO I GUERRIERI , non è un caso che tutte LE GUERRE DELLA STORIA , escluse le due guerre mondiali FENOMENI DI STATALISMO, , siano state fatte da volontari, che hanno aderito ad esse, che hanno spontaneamente deciso di partecipare ad esse. La distruzione portata dai campi di battaglia ha sempre portato ad una risposta  demografica su cui si è articolata la ricostruzione accelerata delle nazioni coinvolte nei conflitti bellici. Dal 1945 in poi questa dinamica di guerra e ricostruzione, è stata interrotta per varie ragioni. Il nucleare, ad esempio, ha cambiato per sempre il volto della guerra convenzionale e la presenza di questo stravolgimento è un fenomeno fondamentale anche nella guerra in Ucraina. Il nucleare in Ucraina pregiudica profondamente le possibilità degli eserciti in gioco limitando profondamente le opzioni dei paesi belligeranti. Oltre al nucleare un altro elemento di cambiamento introdotto dopo il 45 è l’emersione di una cultura post bellica che è insostenibile. Tutti i gruppi sociali ed individuali orientati al pacifismo sono demograficamente deboli e culturalmente stanno scomparendo, come possono mostrare le statistiche sulla fertilità nei paesi più orientati al conflitto e non. Dobbiamo capire che la civiltà occidentale è stata orientata alla guerra come fenomeno incidentale, in cui piccoli stati tra loro rivali hanno generato un fenomeno di concorrenza e conflitti che ha segnato lo sviluppo dei popoli europei, mentre nei paesi orientali, dominati da grandi spazi caratterizzati da imperi secolari si è sviluppato un fenomeno di “grande letargia”. Gli Stati europei invece erano più bellicosi ed energicamente più fertili, affinati dallo scontro e dalla concorrenza hanno invece creato un dominio planetario nell’ottocento derivato dal loro spirito concorrenziale e belligerante, opposto all’immobilismo ottomano o cinese, che ne ha garantito la potenza e lo sviluppo. Quelle energie possono essere orientare solo dalla libertà e non dall’immobilismo di un dittatore.

La crisi internazionale portata dalla guerra in Ucraina segna la fine della globalizzazione e della mondialità occidentale ?

È sicuro che anche nel momento in cui stiamo registrando questa intervista tutti i paesi, di fronte alla crisi del modello di commercio globale, gli agenti economici e statali stanno cercando di ridurre la loro interdipendenza, causando una ritirata della globalizzazione. Come sta accadendo con la Russia e con la Cina, dove sta avvenendo una evacuazione delle grandi aziende dalle loro economie, poiché si è capito che è irresponsabile proiettare grandi investimenti in paesi autocratici guidati da amministrazioni arbitrarie che un giorno parlano, pensiamo alla Cina ad esempio, di una MEGA AZIENDA  del calibro di Alibaba, come una minaccia ed il giorno seguente come una risorsa

Secondo lei la Cina lancia una sfida, molto più sottile di quella dell’URSS all’occidente, l’egemonia invisibile di Pechino e il suo neoimperialismo come stanno cambiando il volto dei rapporti di forza nell’occidente?

No no la Cina lancia all’occidente una sfida molto naif, provincialissima ed antiquata, pregiudicata da una ideologia storica che li illude di essere una grande potenza strategica, quando invece sono una nazione che nonostante l’ampia mitografia nazionale, ha subito sempre le conseguenze delle proprie scelte sbagliate in politica estera e che se non ci fossero stati gli americani oggi sarebbe ancora sotto la dittatura militare giapponese. Essi sono capacissimi in ogni settore meno che la guerra, infatti con l’Ucraina, hanno mostrato la loro totale dipendenza commerciale dalle altre nazioni. Mentre i russi e gli americani sono autosufficienti sia dal punto di vista energetico sia dal punto di vista alimentare, infatti dopo il G7, hanno smesso di parlare di invadere Taiwan.

In questo scenario la Turchia che ruolo chiave sta svolgendo?

I turchi sono un popolo che è in parte europeo ed in parte imperialista, che sta subendo con Erdogan una lunga fase di arretratezza fatta di chiusure e proclami assurdi, come quando hanno provato ad intimidire Israele e poi sono dovuti andare a Canossa per le loro pessime scelte. Credo che invece i turchi con una guida diversa, determinata da una amministrazione più “europea” potranno invece riscattare anni di errori strategici e strutturali, tornando protagonisti, dopo le farse degli esperimenti diplomatici di Erdogan di questi mesi.

Che libro consiglierebbe per comprendere il presente?

Consiglio il mio libro sulla logica della strategia poiché la vera logica della guerra è la logica paradossale. La guerra è implicitamente paradosso. Pensiamo al presente: la Nato è debole e per questo le autocrazie la attaccano, ma questo attacco non fa altro che consolidarne le fondamenta. Uno dei tanti paradossi tipici della guerra.