Citazioni

Mishima, storia di uno scrittore trafitto da una rosa

Mishima, storia di uno scrittore trafitto da una rosa

Di Francesco Subiaco


«Conosci il poeta che venne assassinato da una rosa?»


Yukio Mishima, non è solo il grigio dell’acciaio delle katane dei samurai, il rosso del sangue versato durante il seppuku quel lontano 25 novembre del 1970, o il candido dei crisantemi diafani dell’imperatore e del Giappone dei kami. È anche il giallo aureo del Padiglione d’oro, il nero delle uniformi conformi e tradizionali degli studenti Giapponesi, dietro cui si nascondeva il protagonista delicato e imperdonabile delle Confessioni di una maschera, il viola dei kimoni del teatro Nō e soprattutto è il cremisi fatale e sensuale della rosa e della maledizione che lo lega a questo autore straordinario e dannato delle lettere nipponiche. Tinte che mostrano come Mishima sia un autore ricco di imperdonabili e inconfessabili sfaccettature, che va letto e conosciuto alla luce di tutti i suoi colori proibiti. Yukio Mishima, infatti, vive nella sua figura l’equivoco di essere non solo un grande autore, ma soprattutto di essere un simbolo e una leggenda per gran parte della cultura controcorrente, definizione limitante per un autore di questo spessore. Mishima, infatti, non fu soltanto l’icona mitica e sacrale di una “destra divina” e ribelle, che trovava nel suo seppuku, compiuto il 25 novembre del 1970, il sacrificio di un Che Guevara conservatore e identitario oppure nella sua nostalgica battaglia per un mondo antico e panico la protesta antimoderna di un Pasolini patriottico e guerriero, ma fu anche tanto altro. Fu l’ultimo testimone di una kulturkamph tra identità nipponica e mondo moderno, tra le tentazioni della civiltà di massa e le estasi delle ierofanie dei kami, l’esteta armato che di fronte ad un plotone di soldati e di curiosi il 25 novembre offrì la propria vita in nome di una resurrezione spirituale e morale dell’uomo di fronte alla decadenza del Giappone contemporaneo, pregno di nostalgia degli dei e coraggio titanista. Un arcangelo guerriero del numinoso e dell’identità sciamanica e rituale di un sogno perduto e lontano che riflette l’idea per cui “se Dio non esistesse più bisognerebbe farlo rinascere”. Nella produzione di Yukio Mishima però non esistono solo “Sole e acciaio” e “Lezioni spirituali per giovani samurai”, ma c’è molto di più, c’è l’esteta decadente sacerdote della bellezza e martire dell’assoluto, c’è il cantore della desolazione spirituale del mondo che nel Mare della fertilità rese eterni i temi di sconforto e disperazione presenti nella sua sensibilità, c’è soprattutto l’autore puro e incorruttibile trafitto da una rosa che conservava fiori imperituri contro l’inverno dell’oblio e della perdita. C’è il protagonista controverso e innominabile delle lettere nipponiche che con il suo sacrificio volle mettere una firma, un finale su un’opera d’arte complessa e celestiale fatta di romanzi unici come la tetralogia de “Il mare della fertilità” e le “Confessioni di una maschera”. Per scoprire tutte queste sfumature di Yukio Mishima è fondamentale leggere e rileggere “Trafitto da una rosa” di Atsushi Tanigawa, editi dalla Gog edizioni di Lorenzo Vitelli. Tanigawa estetologo ed acuto conoscitore di Mishima traccia una cartografia dell’autore dei Colori Proibiti innescandosi proprio dal ricordo personale di quel 25 novembre del 1970, il giorno del seppuku, il suicidio rituale dei samurai, quello in cui Mishima si trafigge il ventre, come ultimo, estremo gesto. Da quel ricordo fatale nasce l’immersione totale di Tanigawa nell’opera di Mishima approfondendone le opere e i temi principali: la musica, la flora, il culto del corpo, le contaminazioni elleniche, quelle poetiche, da Rilke a Valéry, l’influenza dannunziana, la cultura liberty e l’identità profonda, tra D’Annunzio e Kawabata. Un viaggio in un mondo fatto di bellezza e morte, di sublime e vitalismo, in cui il lettore troverà un autore straordinario capace di sprofondare negli abissi dell’interiorità e di risorgere nella maestosità di un capolavoro nel richiamo dei passati perduti. Un viaggio tra delicatezza e sensualità, estetismo e ribellione, in cui la rosa, come una maledizione letteraria, incontra il destino di Mishima e dei personaggi, diventando la metafora del rapporto tra l’artista e l’assoluto, l’uomo e la bellezza, il corpo e lo spirito. Come il Rilke di un suo racconto, che si avvicina ad una rosa spinosa, seppur malato e vulnerabile, e ne viene trafitto mortalmente anche Mishima è trafitto dalla bellezza, dal numinoso, dalla potenza, che lo colpiscono, dissanguano e prosciugano fino a trasformare la sua vita in un esile vetro e la sua opera in un miracolo fragile e straordinario. Scoprire quindi l’opera di Tanigawa è scoprire e vivere il rapporto conflittuale e fatale con quella rosa ricca di echi e di misteri. È rivelare che l’opera di Mishima non è solo quella di un santino di una parte, ma il travaglio spirituale di una delle anime più profonde e malinconiche del novecento. Un autore che scrisse romanzi in cui i temi dell’omosessualità, del mito, del rapporto controverso con l’identità, con la cultura toccano, diventano scenari per mostrare con lucida disperazione i luoghi oscuri dell’animo umano, il vento divino e travolgente del sacro che attraversa le vite dei protagonisti rompendone tutte le certezze e conferme poiché “Le emozioni non hanno simpatia per l’ordine fisso”. La delicatezza piena di tatto e profondità che permeerà le atmosfere del capolavori di Nagisa Oshima, “Merry Christmas mr. Lawrence”, ricco di echi mishimiani (la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto infatti si chiamerà Forbidden colours). Rileggere oggi il proclama conclusivo dell’esistenza di Yukio Mishima, con la consapevolezza che ci viene dalla lettura di “Trafitto da una rosa”, ci porta a guardarlo come l’ultima speranza, il finale inaspettato che si cela nel Mare della fertilità, un’ultima ribellione romantica dopo l’ammissione finale della Decomposizione dell’angelo (ultimo tomo del Mare della fertilità):”Sono venuto” pensò Honda “nel luogo del nulla, dove ogni ricordo è cancellato”. Un finale che Mishima col suo gesto voleva riscattare far risorgere con un gesto romantico e rituale poiché “la vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre”.

L’Italia vista da un liberale. Intervista a Angelo Panebianco

L’Italia vista da un liberale. Intervista a Angelo Panebianco

Di Francesco Subiaco


È una controstoria dell’Italia vista da una prospettiva laica e radicale quella scritta dal professor Angelo Panebianco e da Massimo Teodori, che nel loro ultimo saggio, “La parabola della Repubblica. Ascesa e declino dell’Italia liberale”(Solferino). In questo testo Panebianco e Teodori raccontano controcorrente la storia del nostro paese vista dal un punto di vista repubblicano, libertario, liberale e radicale, oltre i pregiudizi e le calunnie di cui è vittima questa tradizione di minoranza. Una storia che parte dai delitti eccellenti del fascismo, da Gobetti e Amendola, fino alla ricostruzione, che passa per Einaudi, Pacciardi e Parri fino a Spadolini, Pannella e Malagodi, raccontando una altra Italia, Risorgimentale e eterodossa, liberale e libertina, che agognava la modernità e anelava una società libera dai dogmatismi delle due grandi chiese dell’Italia repubblicana, quella comunista e quella clericale. Una storia fatta di protagonisti che hanno segnato per sempre la storia nazionale nonostante il peso minoritario della loro tradizione, dalle prediche inutili di Einaudi alla Nota aggiuntiva di Ugo La Malfa, fino alla contemporaneità, mostrando come costante la volontà di costruire un’Italia diversa, fondata sull’individuo e sulle sfide della modernità. Tramite le pagine di Panebianco si scoprono le dinamiche di una Italia che esita e traspare oltre le risse del cattocomunismo e che sogna un avvenire diverso ispirato ai principi della democrazia liberale, fatta di grandi occasioni perse e straordinari esempi di uomini che hanno fondato e cambiato per sempre le nostre istituzioni. Per parlare di questa controstoria italiana abbiamo intervistato il Professor Panebianco tra gli editorialisti più acuti e pungenti del Corriere della sera che attraverso il suo lavoro accademico ha diffuso e analizzato i grandi temi del pensiero liberale.

La cultura laica e liberale in Italia nonostante l’influenza e i successi ottenuti è un progetto minoritario e ancora incompiuto da cui si potrebbe trarre molto?
È stata soprattutto una tradizione di minoranza che ha contato di più nella storia del nostro paese di quanto fosse la sua consistenza elettorale reale. Ciò è dovuto a varie ragioni, soprattutto internazionali, poiché dopo l’ottocento la cultura liberale diventò una cultura politica minoritaria e divissima nel paese, che nonostante queste problematiche svolse un peso culturale nella storia italiana, dall’unità d’Italia al presente, fondamentale.

Che giudizio trae della figura sciamanica e libertariana di Marco Pannella? Il suo Partito Radicale nonostante le numerosi battaglie modernizzatrici ha rappresentato una rivoluzione incompiuta per il liberalismo?
Quella di Marco Pannella fu certamente una rivoluzione incompiuta, causata da due fattori che spiego ampiamente nel libro. Il primo fattore è dato dalle circostanze, poiché Pannella attraverso il Partito Radicale voleva “conquistare” il Partito Socialista per trasformarlo in un “Partito liberale di massa” a cui avrebbe attribuito una tendenza profondamente radicale che avrebbe sconvolto i quadri politici del paese. Un tentativo che purtroppo nel 1979 non gli riuscì, soprattutto perché in quegli anni si insediò nel Psi la leadership di Bettino Craxi che ne sconvolse il destino. L’altro fattore è dato dai limiti caratteriali di Pannella, che non è mai riuscito ad essere un aggregatore ed un mediatore e per questo è stato incapace di conciliare e mediare posizioni diverse che gli avrebbero permesso di realizzare il suo progetto. La sua era una operazione molto a la Mitterand che non poteva essere svolta da una personalità come Pannella, che aveva certamente portato delle notevoli innovazioni modernizzatrici nella politica italiana col suo Partito Radicale, ma che allo stesso tempo non riuscì a compiere un salto di qualità capace di compiere il suo progetto e soprattutto di realizzare una rivoluzione liberale nel paese.


-Durante la stagione del centrismo degasperiano che ruolo hanno giocato figure come Pacciardi, Einaudi, Croce, La Malfa, nonostante il peso elettorale minoritario, nella ricostruzione del paese?
Basta solo ricordare i nomi di questi statisti per vedere quanto le personalità abbiano un peso enorme in politica. Infatti nonostante essi appartengano a culture politiche con un peso elettorale minoritario, sono riusciti a rappresentare questa tradizione attraverso ruoli decisivi nella storia del nostro paese che superano la consistenza elettorale del Pri, del Pli e del Partito d’azione, riuscendo a essere alternativi tra un mondo massimalista e comunista da una parte e una tradizione cattolica democristiana dall’altra. Una componente minoritaria che permane nella storia politica italiana insieme alla spaccatura tra tradizione massimalista e gradualista all’interno della sinistra politica.

Il mito patriottico costituzionale ha impedito una modernizzazione del paese, chiudendo aprioristicamente a qualsiasi revisione?
Secondo me si, poiché la costituzione, figlia di un determinato momento storico, garantisce certamente ampi e diffusi poteri di veto rispetto gli esecutivi che non aiutano i governi durante la loro azione, ma rendono più complessa la gestione dei governanti. Queste criticità sono emerse sempre di più durante la fine della prima Repubblica, ai tempi della prima commissione bicamerale, presieduta dall’on. Bozzi, ma non vennero affrontate dalla classe politica, dimostrando che la proposta della modifica della costituzione resta ancora oggi un tabù che non abbiamo minimamente superato. Nel nostro paese per ragioni culturali da una parte, per interessi personali dall’altra, permane la volontà di non permettere all’esecutivo di avere gli stessi poteri che hanno, per esempio, i primi ministri in Gran Bretagna ed in altri paesi occidentali.

Oggi molti cronisti parlano di restaurazione liberale, che ne pensa?
Io quando sento parlare di Restaurazione Liberale non riesco a rimanere serio, sono solo parole in libertà. Non vedo restaurazione di nessun tipo.

Da tangentopoli ai 5 stelle lo spirito giustizialista non solo non si è mai sopito ma sta facendo nuovi anticorpi contro i tentativi di riforma garantisti, come quelli della Cartabia?
Certamente ci sono forti interessi che vogliono impedire una riforma dell’ordinamento giudiziario e che non si sono mai sopiti. Il problema è che con la fine del vecchio sistema dei partiti si è creato un vuoto di potere in Italia che è stato riempito non dalla politica ma da altri, ovvero dalla burocrazia e dal potere giudiziario.

Berlusconi, padre della rivoluzione liberale nostrana a distanza di anni è stato più un Crono o uno Zeus nella storia del nostro paese?
Certamente c’erano in Berlusconi, o almeno nel primo ingresso di Berlusconi in politica, elementi liberali, che hanno attirato intellettuali vicini al pensiero liberale, come Marcello Pera e Lucio Colletti, ma successivamente questa componente si è rapidamente esaurita. Per questo motivo non riesco a mettere Berlusconi sullo stesso piano di Pannella.

Chi sono i suoi riferimenti culturali?
Da un lato i grandi autori del pensiero sociologico e politico e dall’altro gli autori esponenti del pensiero laico e liberale Italiano. Certamente Einaudi è uno dei miei punti di riferimento.

Come è diventato un liberale?
Credo che questa adesione sia nata in reazione al sessantotto, cercando riferimenti alternativi a quelli della stagione sessantottina, quando ero una matricola universitaria. Sicuramente mi formarono molto la lettura dei testi dell’illuminismo e la vicinanza al mio maestro, Nicola Matteucci. Matteucci, fortemente liberale, è stato il mio punto di riferimento per la mia formazione personale e a lui devo moltissimo.

“Difendi, conserva, prega”. L’Italia interiore di Pasolini

Di Lorenzo Lombardi

Bisogna essere molto forti per amare profondamente Pier Paolo Pasolini. Non si devono temere le sue profezie sul mondo post-storico a cui egli assiste per privilegio d’anagrafe, il suo amore che solo è nella tradizione ed il suo smarrimento nella ricerca di fratelli che non sono più. Ricostruendo l’opera di Pasolini come giustamente riconosce Vincenzo Cerami, si assiste alla storia d’Italia dalla decadenza del fascismo sino al boom economico.La storia che un poeta narra è sempre una storia interiore poiché il poeta svela i codici, rivela l’anima del tempo dinanzi al divenire quotidiano, sottopone al dubbio perpetuo le verità che sembrano intramontabili e dispera di quei valori eterni tramontati nell’illusione che non potessero più ’servire’, i valori che il poeta riconosce alla luce della loro vitalità come i doveri a cui sottoporsi per rendere la vita degna del suo valore.In questi trent’anni di storia interiore improvvisamente si cade in un abisso, in cui non è più possibile riconoscere realtà particolari, il mondo contadino paleo-capitalista ed il dialetto inventato ogni mattina dai poveri, per non farsi capire, per non condividere con nessuno la loro allegria. Ci si inabissa nel baratro interclassista in cui la mutazione antropologica degli italiani si è compiuta in nome ‘’della libertà, dell’uguaglianza e dell’umanità’’o almeno così sostiene il potere ma gli occhi del poeta rivelano che questa ‘’rivoluzione’’ si è compiuta in nome della schiavitù, dell’omologazione e della postumanità.’’In Italia ognuno sente l’ansia degradante di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero.Mai la diversità è stata una colpa come in questo periodo di tolleranza.’’:così Pasolini condanna chi ‘’è diverso essendo egli comune’’, l’edonismo di massa, la sregolatezza non del genio ma dello stolto che a tutti i costi deve palesare le sue catene invisibili, la sua incosciente coscienza d’infelice.Nell’epoca del tramonto del passato Pier Paolo non può più neanche ammirare assieme al fanciullo Dillio ‘’sui nostri corpi la fresca rugiada del tempo perduto’’poiché il ‘’nuovo potere è un potere che manipola i corpi trasformandone la coscienza’’, il Dopo-storia albeggia e non lascia alle spalle alcun tramonto, calpesta le carcasse del passato e le incide di un’eterna colpevolezza per giustificare la morte di cui si nutre, al poeta vecchio-ragazzo come si legge nella ri-scrittura di ‘’Dilli’’ del 74’ non resta che essere ‘’il sogno di un corpo’’, ’’conchiglia contro il male, di cui nessuno sa’’, non gli resta che ‘’rimanere fedele al proprio scopo’’ in un mondo privo di destinazione.Notiamo dunque come la componente idealistica dell’autore vinca sulla morte dell’deale, espressa magistralmente in quello che secondo C.B è l’unico film a possedere qualcosa che non appartiene al cinema, ovvero il Salò-Sade del 75’,dove quest’ultima si abbandona al senso esteriore e dunque tangibilmente reale rovesciando i canoni estetici dell’etica e rivelando nel sado-masochismo il peccato originale:l’anarchia del Potere. Nonostante il poeta, in quanto parte attiva della massa, subisca i valori falsi e alienanti dell’ideologia consumistica, egli non li interiorizza, ne è schiavo su un piano prettamente formale, esteriore ma questa volta irreale ,egli è salvato dalla stessa cultura che gli permette di contestare l’ideologia dominante. Assistiamo ad una contraddizione pulsante:la crisi della modernità abita il mondo ed il suo senso esteriore e questa volta reale ma nel poeta risiedono con nostalgia e disperata vitalità i valori del vecchio mondo a cui la realtà non lascia spazio ma divengono interiori e solo apparentemente irreali.Il poeta dunque non abbandonerà il suo rapporto col sacro intriso di contemplazione pittorica e pur ‘’girando per la Tuscolana come un pazzo, come un cane senza padrone’’ conserverà dentro di sé l’ingenuità della miseria, la veracità del sottoproletariato romano, dei ragazzi di vita che non imitavano i ragazzi della borghesia ma rimanevano fedeli a sè stessi ,alla loro cosciente incoscienza del mondo esterno, segregati fra la fame ,l’abbandono e la gaiezza di una vita violenta.A dispetto del Neorealismo, contraddistinto da un forte carattere prospettivistico-marxista ,la produzione letteraria e cinematografica che riguarda le borgate romane nasce dal disincanto e dall’accettazione di una realtà istintuale e immorale ma non per questo priva di codici etici e tradizioni proprie.Pasolini considera questa realtà come l’ultima sponda in cui il naufragio del consumismo non ha contaminato le rive ma anche il rimpianto di un mondo contadino ,un mondo che non esiste più e che egli rivive attraverso l’amore dannato e apollineo per sua madre, vertiginoso e imprescindibile ,quell’amore che gli impediva di innamorarsi di tutte le altre donne.Nota brillantemente Marcello Veneziani nel suo atlante ‘Imperdonabili’ come Pasolini sia in realtà un conservatore nel nome della madre, ’’all’amor patrio preferì l’amor matrio, più che le radici amava le matrici:la madre terra, la madre Chiesa e la madre lingua.’’Risiede in questa tensione l’eresia dell’intelettuale corsaro e come ogni eretico P.P.P morirà ucciso, il suo omicidio ancor oggi è avvolto nel mistero, sospeso fra le plurime e contradittorie dichiarazioni del ragazzo di vita Pino Pelosi e gli ipotetici indizi dell’assassino di Enrico Mattei nel romanzo rimasto incompiuto ‘’Petrolio’’.Noi non conosciamo le cause, i dettagli e le motivazioni ma di certo non può stupirci che in una società come la nostra un poeta venga ucciso.Ammazzare un poeta è il gesto fondativo ,l’atto che redime la coscienza dalla realtà, nell’illusione che la coscienza sia una prigione da cui evadere, una statua da abbattere, una libro al rogo, una memoria da abolire. La morte ‘’santa’’ di Pasolini tuttavia conferisce ad egli un valore ancora più alto ed ad oggi il suo spirito è la bussola che ci conuduce nella notte del mondo alla luci dell’eterno ,Pier Paolo ha accolto la lezione di Cristo che è venuto a portare la spada e non la pace, ovvero a rovesciare gli ordini pre-costituiti piuttosto che conformarsi passivamente ad essi.La sua anima aleggiando fra le vette del mondo ci sussurra il comandamento a cui prestare fedeltà per farci scudo fra la breccia della modernità: “Ama, prega, conserva!”.

I fratelli Latilla trionfano all’Aces International Video Awards 2022

All’Aces International Video Awards 2022 i fratelli Latilla hanno trionfato con “Il guerriero”

Con “Il guerriero”, cortometraggio ideato, scritto e diretto dai fratelli Francesco e Gianmarco Latilla, il Comune di Fondi si è aggiudicato il premio “Migliore idea progettuale” nell’ambito dell’Aces International Video Awards 2022. La competizione a colpi di immagini, riprese, frasi emozionali, scelte di regia e narrazioni, ha coinvolto decine di città, comunità territoriali e regioni dell’intero pianeta. Dalla Colombia, alla Slovenia, dal Messico alla Spagna, passando per decine di meravigliosi comuni italiani. A ritirare il premio, conferito nell’ambito dell’ Overtime festival di Macerata, il sindaco di Fondi Beniamino Maschietto che ha illustrato ad una platea internazionale le bellezze territoriali della città e i valori sportivi che la animano. Parole di apprezzamento sono state espresse dal primo cittadino all’Aces, per l’accoglienza e per i valori del contest e, naturalmente, agli autori del video che, rompendo gli schemi, hanno portato a casa un prestigioso riconoscimento. “Il guerriero” sarà proiettato e mostrato alla città nell”ambito di un evento ad hoc. Un’opera di alto spessore culturale che racconta il mondo sportivo in un’ottica nuova, tra sogno e rituale, opera sacra ed epica. Un piccolo capolavoro del nostro cinema tra le suggestioni del cinema sorrentiniano e riscrivendo i topoi che hanno segnato i capolavori del pugilato come Toro scatenato.

Luciano Fontana: “Siamo un paese con dei leader effimeri”

-Di Francesco Subiaco



Luciano Fontana è uno dei protagonisti del giornalismo italiano, che attraverso interviste, incontri, saggi ed editoriali ha raccontato la mutazione antropologica che dal 2018 ci ha portato ad essere non più un paese senza leader, bensì una nazione di guest star, istantanee ed effimere. Dalle interviste a Putin agli appelli del Papa, passando per il celebre confronto Letta-Meloni, la nascita del tecnopopulismo e la fine dell’ostpolitik europea, Fontana ha visto da dietro le quinte un mondo nuovo che va dalla fine del sogno antisistema alla rinascita del mito euroatlantico. Una mutazione antropologica e politica che aveva già raccontato nel 2018 nel suo saggio “Un paese senza Leader”(Longanesi) e che in questi ultimi anni ha subito cambiamenti e redenzioni inaspettate che lui ha potuto vedere come cronista, prima, e direttore, poi, tramite i numerosi incontri e confronti. Incontri che hanno accompagnato il percorso di un protagonista del giornalismo italiano, che da giovane corrispondente dell’ANSA di Frosinone è diventato il direttore del primo quotidiano italiano e che nonostante la crisi della carta stampata raggiunge livelli di consenso e vendite come non mai nella sua storia. Fontana nato in provincia di Frosinone, laureato in filosofia con una tesi su Karl Popper, autore cardine del suo pensiero, dal 1986 al 1997 ha lavorato per l’Unità, dove si è occupato di politica e cronaca giudiziaria. Nel 1997 è entrato al Corriere della Sera, dove nel 2003 è diventato vicedirettore, nel 2009 condirettore e nel 2015 direttore. È uno dei principi del giornalismo italiano, un uomo cortese, cauto, meticoloso, dalla voce calma e i lineamenti rassicuranti, sa essere equilibrato e aguzzo, quando parla arriva al succo del discorso, da Montanelli ha ripreso lo stile limpido e scarno, da De Bortoli il gusto del pluralismo, ha una visione britannica del giornalismo e forse per questo, in un panorama segnato da umori e istinti molto latini, è riuscito ha far convergere i consensi di schieramenti opposti, attorno alla sua figura. Abbiamo deciso di intervistarlo per capire se siamo ancora un paese senza leader e se saremo anche, data la crisi della carta stampata, senza giornalisti.

Direttore Fontana, l’Italia in preda ai personalismi vive il paradosso di non riuscire ad esprimere una leadership definita, come nel 2018, siamo ancora “un paese senza leader”?
Siamo un paese con leader effimeri, soprattutto. Leader che diventano astri nascenti, prima, e poi rapidamente precipitano perché non hanno dietro di loro una piattaforma politica seria e fondata sui bisogni del paese, in quanto questi personaggi non hanno una prospettiva su dove portare l’Italia, non presentano programmi concreti, capaci di essere attuati nella realtà, e soprattutto non hanno una classe dirigente capace di applicare e realizzare nei territori queste loro proposte, quando esse dovrebbero essere, invece, il sostegno dei capi nella loro azione politica. Siamo di fronte ad una politica dell’istantaneità che corrode i rapporti politici, brucia personalità che inizialmente sembrano avere un successo ecumenico e che poco dopo scompaiono. Questo scenario continuerà finché non cambierà radicalmente la natura del rapporto tra politica e società, ricostruendo un tessuto politico che parta dal basso, dalle associazioni al territorio, fino a crescere con consapevolezza dei problemi del paese. Senza questa ricostruzione credo sia impossibile la nascita di un leader che come in passato possa dare una prospettiva al paese e guidarlo nei prossimi anni.


Dalla nascita del governo gialloverde alla fine dell’esecutivo Draghi, come è cambiata la classe politica italiana di fronte alla crisi del populismo?
Le considerazioni su questi cambiamenti possono essere fatte in chiaroscuro e presentano delle connotazioni sia positive sia negative su queste metamorfosi. Il 2018, infatti, anno dell’esplosione del populismo, si è aperto con due temi: la tendenza antieuropea della maggioranza delle forze politiche da una parte e una visione isolazionista secondo cui l’Italia poteva fare da sé, profondamente in contraddizione con tutto quello che il nostro paese è ed è stato dal punto di vista economico e politico (dato che l’Italia vive perché è aperto al mondo), dall’altra. Possiamo oggi notare, invece, che queste due questioni siano cadute ormai in secondo piano, e che la maturazione di una parte degli esponenti del Movimento 5 stelle e della Lega, insieme a quello che sta dicendo Giorgia Meloni sulla collocazione euroatlantica dell’Italia, siano due fenomeni positivi, che segnalano una maturazione delle forze politiche. Dal punto di vista delle considerazioni negative su quel periodo dobbiamo, invece, guardare quel che è rimasto del populismo, ovvero quella pulsione immediata che porta a considerare la politica come una risposta ai problemi della pancia del paese senza una progettualità a lungo termine, tramite una fiera delle illusioni che si sta manifestando nelle promesse dei programmi politici e che i partiti stessi che le propongono non potranno mantenere. Permane purtroppo di quella fase la caratteristica di portare avanti nel dibattito pubblico soluzioni semplicistiche ed istantanee di fronte a problemi complessi e seri che è un elemento ancora molto presente e preoccupante.


Da direttore del principale quotidiano italiano, come sta evolvendo il giornalismo di fronte alla società dell’informazione perpetua e digitale e che ruolo resterà alla stampa di fronte a questi cambiamenti epocali?
Io penso che quando ragioniamo del destino dei giornali non dobbiamo mai valutarlo come l’avvenire della carta stampata. La carta sarà un pezzo di un sistema mediatico che avrà in larghissima parte la sua funzione sul digitale, ed esso dovrà mantenere la stessa qualità, accuratezza ed indipendenza che aveva sul formato cartaceo. Se invece vogliamo parlare delle sorti del sistema dell’informazione ho una visione molto positiva, perché se metto insieme i lettori di tutte le piattaforme del Corriere della sera esso è letto oggi come non mai. È chiaro che in un sistema in cui l’informazione arriva da moltissimi punti diversi, dai social al web in maniera poco accurata o falsa, per propagandare interessi politici ed economici, è importante che il sistema dell’informazione faccia conoscere la propria qualità di aderenza ai fatti, la competenza e la libertà d’opinione dei propri agenti, e sappia essere una bussola per il lettore; un ruolo che è ancora più importante oggi durante il bombardamento delle informazioni approssimative a cui siamo soggetti. Se sapremo fare questo, distinguendoci dalla palude della falsificazione e dell’approssimazione, potremmo continuare il nostro mestiere sennò rischiamo di cadere nel mare magnum della mala informazione.


Dall’Unità al Corriere della sera la sua carriera è costellata di incontri e interviste ai protagonisti della nostra storia recente. Quali personaggi la hanno più segnata e a quali incontri è più legato?
Dal punto di vista della mia attività professionale ci sono due incontri che considero molto rilevanti, uno più lontano ed uno più recente. Il più lontano è quello che ho avuto con Vladimir Putin nel 2015, che ritengo importante perché in quella occasione avevo già avuto la sensazione netta che fosse un uomo molto lucido e determinato nel suo disegno di ricostruzione imperiale della Russia, ma pensavo anche che fosse dotato di un certo pragmatismo che gli facesse avere la cognizione che esiste un limite nei rapporti internazionali che non va superato per garantire gli equilibri internazionali. Una constatazione che nel 2015 mi sembrava molto valida, soprattutto alla luce delle aperture che faceva al mondo occidentale dopo la prima crisi di Crimea, ma che oggi considerando ciò è accaduto in questi anni mi ha fatto molto rivedere la mia opinione passata su Putin. Il secondo incontro invece, quello più recente è stato quello con il Papa durante il colloquio che il Corriere della sera ha avuto con il pontefice in piena crisi ucraina e che mostra un Francesco molto deciso ed esplicito nel suo ruolo, critico verso le azioni e le scelte della Nato, ma con una presa di posizione nei confronti della Russia e contro la chiesa russa molto netta. Soprattutto per alcune sue dichiarazioni verso il capo della Chiesa Ortodossa russa Kyrill a cui il pontefice diceva che il patriarca non doveva essere “il chierichetto di Putin”. Una frase che a mio avviso resterà sui libri di storia.
Cosa la ha più colpita di questi personaggi?
Putin più che colpirmi mi ha impressionato, poiché è un uomo capace di attraversarti con lo sguardo, in grado di incutere un forte senso di timore e potenza. Durante il nostro incontro aveva dimostrato di sapere tutto dell’Italia, in quanto fin dalle prime domande mi citò una serie di dati, di statistiche, molto specifiche che dimostravano una conoscenza approfondita del nostro paese, mostrandosi come un uomo dalla memoria portentosa, abituato a leggere molti dossier e a immagazzinare con estrema facilità tante informazioni, fatto probabilmente derivante dal suo passato di spia in Germania. Del Papa, invece, mi ha colpito la sofferenza e il coinvolgimento con cui affrontava queste vicende che si sommavano ad una chiarezza esplicita senza riserve nelle sue affermazioni che sono una forte novità rispetto al passato.
Papa Francesco poi è un uomo molto ironico e spiritoso nelle sue conversazioni private rispetto a come può apparire in pubblico, tutto l’opposto del ricordo che mi ha lasciato Vladimir Putin.
Per lei che cosa è il mestiere del giornalista e come ha iniziato questa sua vocazione?
Mi è sempre piaciuto fare il giornalista e questo mestiere è stato il sogno della mia vita fin da giovane. Un sogno che in alcuni momenti mi è parso difficile se non irrealizzabile, dato che sono nato in una piccola famiglia in provincia di Frosinone, in un contesto che non presentava molte opportunità. Già dal liceo avevo una forte curiosità e passione nei confronti del mondo e fin da quegli anni leggevo e scrivevo molto. Sono stato spinto dai professori e da alcuni amici a inseguire questo sogno e da alcune possibilità che mi hanno dato alcuni giornalisti, permettendomi di crescere.
In questo percorso chi sono stati i suoi maestri?
All’Unità sicuramente Walter Veltroni che mi ha dato molte opportunità e fiducia, facendomi crescere in una esperienza che si voleva affrancare dalla vecchia tradizione del giornale, cercando di trasformarlo in una testata moderna capace di indagare una società nuova con uno sguardo oggettivo sul mondo che non è usuale per un giornale di partito. L’esperienza a l’Unità è stata per una scuola di formazione fondamentale per il mio percorso. Il Corriere della sera è invece, un mondo completamente diverso e la persona a cui devo sicuramente tutto riguardo a questa esperienza è Paolo Mieli. Mieli mi ha fatto assumere al Corriere, permettendomi di iniziare un percorso nuovo e fondamentale per la mia carriera. Ho imparato, sicuramente, molto da Indro Montanelli che inviava i suoi pezzi in redazione sempre brevi, chiari, espliciti e diretti, sviluppando con lui un rapporto di stima e rispetto. Ma la persona a cui devo di più professionalmente è sicuramente Ferruccio De Bortoli che mi ha insegnato il gusto per l’approfondimento, il rispetto del pluralismo, la serietà nel trattare i fatti, senza perdere però l’attenzione nell’andare a fondo nelle notizie senza avere paura di dire cose scomode o fare autocensura per paura di scontentare qualcuno.
Quali sono i suoi riferimenti culturali? Chi c’è nel Pantheon di Luciano Fontana?
Dal punto di vista giornalistico direi Indro Montanelli, come riferimento filosofico invece Karl Popper, su cui ho fatto la mia tesi di laurea, soprattutto per la sua idea di società aperta, un atteggiamento mentale che è maturato con me nel tempo. Dal punto di vista politico penso soprattutto a Luigi Einaudi ed Alcide De Gasperi per le loro idee e per la forza etica che hanno trasmesso al loro agire politico nel ricostruire il paese nel dopoguerra, emtrambi sono stati due personaggi a cui tutti noi italiani dobbiamo moltissimo. Letterariamente parlando leggo moltissimi libri di saggistica, mi piace molto la narrativa americana, Philip Roth, Franzen, “Pastorale americana” e “Le correzioni” sono tra i miei libri preferiti.