Intervista a MAURO CASCIO

MAURO CASCIO: “LA MASSONERIA È UNA RAPPRESENTAZIONE DI CONCETTI FILOSOFICI. LA SUA BRUTTA REPUTAZIONE È DOVUTA ALLA FALSA NARRAZIONE DI ESSA, DA PARTE DEI GIORNALISTI”

Mauro Cascio, editorialista de La Voce Repubblicana, curatore dell’Almanacco Repubblicano, è un filosofo che ha all’attivo decine di curatele e tanti libri come autore. Il suo “Piazza Dalmazia” ha conosciuto anche una riduzione teatrale qualche anno fa al Tertulliano di Milano con Margò Volo. Anche “Dove sei?” è stato bene accolto dalla stampa, un dialogo a due voci con il rabbino capo della comunità ebraica di Trieste. Infine, “Davanti alla fine del mondo” ha ispirato l’omonimo disco di Roberto Kunstler, lo storico autore di Sergio Cammariere, pubblicato da Sony. Noi di Generazione Liberale abbiamo avuto il piacere di dialogare con lui, al fine di scoprire i suoi punti di vista, le sue radici ideologiche e culturali ed i suoi progetti futuri.

La sua formazione culturale è certo collegata anche ai suoi studi filosofici. Quali sono i suoi principali riferimenti in materia?

«L’idealismo. Hegel su tutti, preparato da Kant, da Fichte, da Schelling. E poi gli italiani: Vera, Gentile, Croce. Interessante una lettura hegeliana del pensiero più profondo della contemporaneità, quello di Emanuele Severino, per come è stato proposto dall’Abbagnano o da alcuni allievi dello stesso Severino, come Massimo Donà».

Spesso i filosofi vengono tacciati di eccessiva distanza dai canoni della società. Come invertire questa tendenza ideologica?

«Perché invertirla? Si è creduto forse a torto che la filosofia dovesse cambiare il mondo, non pensarlo. Forse è giusto che ognuno faccia il suo mestiere. La filosofia deve arrivare alla comprensione del tutto, al Sapere Assoluto, qualsiasi cosa questo voglia dire oggi. Non possiamo immaginare di usare la filosofia per andare a fare gli opinionisti televisivi. Per questo bastano i virologi. È tempo che si torni a fare filosofia sul serio, senza clamori, senza riflettori, senza claque. La filosofia non è mondana, o almeno non necessariamente. Non consiste in un parco autori per farsi belli nei salotti o negli editoriali dei giornali più alla moda. La filosofia è studio, disperato, appassionato. Ed è condivisione con chi si fa carico dello stesso travaglio. Non è spettacolo, non è intrattenimento. Certo, un dibattito qualificato, o la produzione di significativi contributi, utili alla crescita della società, possono servire per far maturare lo Spirito di un popolo, cioè la sua cultura. Ci farebbe bene. Ma non possiamo immaginare che la filosofia adesso si metta a far politica»

All’interno dei suoi lavori saggistici e giornalistici compare con frequenta l’argomento Massoneria. Può spiegarci i valori ed i concetti principali che rappresenta questo mondo? Ci sono delle diffidenze, come le spiega?

«Il giornalismo fa il suo mestiere. Che è quello di raccontarci un mondo che non c’è. È per via di quel mattone fondamentale per chi si occupa di comunicazione che il Lepri, uno dei manuali storici, chiamava ‘notiziabilità del dato di informazione’. Banalmente: se un cane mi morde, non c’è notizia. Se io mordo un cane, allora sì. Cosa succede? Che finiamo per dar retta allo stra-ordinario, non all’ordinario. E descriviamo e raccontiamo un mondo paradossale, dove gli uomini mordono i cani. La Massoneria è finita in questa lente deformata. Per cui non viene raccontata per quello che è. Viene raccontata per quello che certo appetito o certa curiosità vuole che sia. La si adatta a un gusto, per così dire. La Massoneria cos’è? Una chiesa, laica, della filosofia. Definizione troppo essenziale e in sé lacunosa, ma ci accontentiamo per ora. Hegel diceva che i concetti hanno bisogno di ‘rappresentazioni’, così la Massoneria è una ‘rappresentazione’ di concetti filosofici. Funziona così anche con le religioni a dire il vero e più in generale, con tutte le produzioni della nostra cultura. I nostri valori, per dire così, si oggettivizzano, si danno una dimensione plastica. La Massoneria oggettivizza un certo modo di vedere il mondo. Non ha una verità assoluta, ma la cerca. Si pone in posizione speculare opposta alla religioni rivelate. La religione ritiene di avere un accesso privilegiato all’Assoluto. La Massoneria no. Ritiene che l’uomo possa tendere verso, ma non possedere. Una mentalità che in alcuni momenti del divenire della storia (l’unico palcoscenico dello Spirito) ha dato origine all’Illuminismo, alla modernità. Ma c’è un particolare. Che a sentire parlare della Massoneria per quello che è stata o è, incluso il suo ruolo nei risorgimenti nazionali o nelle Rivoluzioni Francesi e Americana, uno si annoia. Ti stai annoiando persino tu. E in questo momento siamo in due. Io che parlo e tu che ascolti. Quindi? Quindi il giornalismo si occupa di quello che non annoia, di quello che crea interesse. Del pepe. E quando non c’è glielo si mette. La Massoneria si presta particolarmente, essendo la progenitrice stessa delle teorie del complotto, già dai tempi dei Protocolli dei Savi dei Sion. Gli altri oggi sono dilettanti. Ed ecco che nei giornali leggiamo ogni sorta di patologia, vera o presunta. Poco importa se è una patologia che riguarda lo zero virgola qualcosa. La trovi ogni giorno sui giornali. Non serve a nulla fare osservare che sono fenomeni marginali. Poi, ovvio la Massoneria ha dei difetti, ci mancherebbe. Si tratta anche di vedere se oggi sia all’altezza del suo ruolo storico. Ma non essere all’altezza vuol dire essere mediocri, al peggio, non delinquenti».

Di che interventi sociali avrebbe bisogno la nazione italiana dal suo punto di vista?

«Non saremmo repubblicani se non avessimo interesse nel sociale. Ma vanno superate, e in questo dobbiamo recuperare le nostre radici mazziniane, le contrapposizioni. Questa legge elettorale ci ha inguaiato. Ha esaltato il tifo da stadio. Non ce la possiamo permettere. Riusciamo a dividerci in opposte fazioni e ideologizzare la qualunque. Non mi piace pensare a una classe sociale o a una parte qualsiasi, ma alla totalità degli italiani. Un’armonica composizione delle differenze. Non una guerra partigiana, ma una compiuta sintesi tra le diverse istanze. Lo Stato non è una maggioranza rancorosa che governa a dispetto di una minoranza che studia il modo per diventare a sua volta maggioranza. Siamo ridotti a questo. Dobbiamo educare alla responsabilità comune. Dobbiamo educare ad un grande centro e a un progetto condiviso che non insegua emergenze, ma pianifichi strategie. Invece siamo schiavi di un contingente che non ci fa respirare, ma che alimenta i nostri litigi, che esaspera le differenze, che inquina i toni. Oggi fa politica chi ha l’offesa più intelligente o la battuta più arguta. Perché, di fatto, basta demonizzare l’avversario. Educare al centro vuol dire questo. Costruire insieme la nostra ipotesi di futuro».

Valuta positivamente la battaglia per i 6 referendum sulla giustizia?  Crede possa servire per scardinare il marcio presente in parte della magistratura?

«Assolutamente sì. La giustizia è tra l’altro uno dei temi in cui i repubblicani si sono impegnati in Programma per l’Italia con il prof. Cottarelli, assieme alle altre forze lib-dem (radicali, Azione di Calenda, Ali e Oscar Giannino, liberali)».

Quali sono i suoi progetti lavorativi e letterari per il futuro?

«Ho fatto tanti di quei libri che mi auguro i lettori nuovi, intanto, scoprano o riscoprano. Sta per uscire, per Mimesis, “Introduzione alla filosofia di Hegel” di Augusto Vera. Un grande classico a mia cura in prima edizione italiana»

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