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Il sonno della ragione genera mostri riflessioni a posteriori sulle politiche vaccinali

Articolo di Andrea La Veglia

I dati che leggiamo in questi giorni ci rassicurano sempre di più circa l’efficacia delle vaccinazioni. Aumentano di conseguenza le strette del governo per arginare l’incombente minaccia dei nostri nemici n. 1: i no-vax.
Premettendo che considero il vaccino l’unica strada percorribile e considero da condannare tutte le proteste non autorizzate e violente, che portano solo disordine pubblico, vorrei proporre alcune riflessioni.
I grafici che circolano circa il rapporto tra vaccinati e non vaccinati in terapia intensiva non ci specificano cosa si intenda per “non vaccinati”. Nell’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità ci viene spiegato che “non vaccinati” sono considerati anche coloro che “abbiano contratto l’infezione prima del tempo necessario per sviluppare una risposta immunitaria almeno parziale al vaccino “.
Perché ciò non viene divulgato? Forse che ognuno reclamerebbe il suo diritto a verificare la risposta anticorpale al vaccino? Forse che il governo dovrebbe imporre un calmiere anche sui sierologici?
Dunque, i “non vaccinati” non sono i “no-vax”.
Ci conferma questo dato il primario del reparto malattie infettive del Covid Hospital Scafati che davanti alle telecamere spiega che in terapia intensiva non ci sono solo i no-vax convinti, ma che, anzi la maggior parte non si è vaccinata per “pigrizia” ed ha annoverato tra essi anche gli anziani e i fragili, non specificando (volutamente?) se a questi ultimi fosse stato somministrato o meno il vaccino e se avesse generato una risposta anticorpale. Non l’ha specificato, ma l’esperienza mi suggerisce che molti anziani pur non avendo nulla contro il vaccino non l’hanno fatto per l’impossibilità a recarsi a un ASL o centro vaccinale.
Mi chiedo dunque: perché invece di prendercela con i “no-vax” agiamo sulle criticità di una campagna vaccinale che ha permesso che alcuni anziani non siano stati ancora vaccinati perché per “pigrizia” (leggasi: “disabilità”) non si sono potuti recare agli Hubs? Perché non ci assicura che i vaccinati “convinti” abbiano sviluppato una risposta anticorpale, prima di gettare odio su chi ancora non si è convinto? E perché, per rendere più sicure le nostre strade e non tagliare nessuno fuori dalla vita sociale, non si incentivano le iniziative che somministrano il vaccino anche ai senza fissa dimora? Forse loro sono immuni al virus?
A questa operazione chiaramente va aggiunta una campagna di seria divulgazione scientifica, a mio parere mai iniziata, a meno che non vogliamo definire “divulgazione scientifica” le canzoncine, criptici spots pubblicitari e le chiacchiere da salotto di prima serata alla quale prendono parte anche grandi luminari, senza però mai illuminarci. Questa campagna di divulgazione dovrebbe spiegare con chiarezza e senza coinvolgimenti politico-economici i pro e i contro del vaccino dal punto di vista medico e le responsabilità giuridiche che ne derivano, perché poi è questo che firmiamo nel modulo di consenso (dis)informato.
In ultima analisi, vorrei portare alla luce un altro dato: se sono stati così tanti i dissidenti e l’Italia (secondo quanto a tutta forza vogliono far intendere i media) avrebbe potuto contare molti più vaccinati, se non fosse stato per i no-vax, dove sono finite tutte queste dosi inutilizzate? Come mai i dati riportano una media del 99 percentile di dosi utilizzate? Sono dati falsi? Se ci fosse stata più affluenza si sarebbero ordinate più dosi? (ironia della sorte: nella Val d’Aosta si è addirittura superato il 100% delle dosi somministrate…)
Se (forse) il Green-pass è servito a spingere coloro che non si vaccinavano per insolenza e non per convinzione, ora che abbiamo raggiunto i numeri, a cosa serve lasciarlo? Prima teoricamente e poi, purtroppo, empiricamente ci è stato spiegato che anche i vaccinati possono veicolare il virus, ragion per cui il sapere che in una stanza in cui sono presente ci sono solo vaccinati mi dovrebbe essere indifferente, poiché il rischio, purtroppo, è il medesimo. Dunque, attenzione alla (dis)informazione. E ancora una volta i fatti ci insegnano che l’arroganza non è la medicina per l’ignoranza.

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL ‘700 MUSICALE NAPOLETANO

Quindici appuntamenti imperdibili con un solo filo conduttore: la valorizzazione della Settecentesca Scuola Musicale Napoletana.

Quest’anno la XXI edizione del Festival Internazionale del ‘700 Musicale Napoletano si presenta con molte novità: il riconoscimento del Ministero alla Cultura tra i Festival di interessa Nazionale e l’ammissione all’ European Festivals Association dopo essere stato valutato da esperti internazionali nel mondo dei festival ed omaggerà due grandi musicisti epigoni della Scuola musicale Napoletana, Saverio Mercadante e Ferdinando Carulli che non é stato possibile celebrare l’anno scorso a causa del lockdown e i Settecento anni della morte del Sommo Poeta Dante Alighieri.

Il Festival Internazionale del ‘700 Musicale Napoletano, si articolerà in 15 appuntamenti che si svolgeranno nella seconda metà di dicembre 2021 e presenta un programma variegato in grado di interessare larghe fasce di pubblico. Chi segue il Festival conosce il carattere divulgativo dello stesso che pur proponendo esecuzioni storicamente informate, non trascura altri generi musicali senza perdere l’unicità del filo conduttore: la valorizzazione della Settecentesca Scuola Musicale Napoletana.

Il Cartellone ricco di eventi  proporrà Opera Comica con La Finta Tedesca di Hasse per la regia di Riccardo Canessa e Raffaella Ambrosino nel ruolo di Carlotta  e Carmine Monaco D’Ambrosia nel ruolo di PantaleoneMusica Sacra con il Requiem di Niccolò Jommelli, Musica da Camera con le Sonate Trio interpretate da Nunzia e Raffaele Sorrentino e al clavicembalo Angelo Trancone, Solisti con Enza Caiazzo che al clavicembalo eseguirà musiche di autori di Scuola  napoletana, Francesco Pareti in SHB 1685, concerto dedicato a Domenico Scarlatti, Haendel e Bach e ancora, Danza con Le Ombre Segrete per la coreografie e regia di Antonello Tudisco con  musiche e testi di Max Fuschetto, Cosimo Morleo e Pasquale Capobianco ed Enzo Oliva al Pianoforte, Teatro musicale con la Cantata dei Pastori del Perrucci elaborata e diretta da Carlo Faiello con il mitico Giovanni Mauriello e un inedito lavoro di Antonio Mocciola Voce dal sen fuggita. Dai castrati ai soprani, la rivoluzione di un’epoca, con Il mezzosoprano Gabriella Colecchia nel ruolo di Giuditta Pasta e l’attore Antonio D’Avino nel ruolo di Giovan Battista VellutiGianni Gambardella al pianoforte, la partecipazione di Andrea Cancelliere e Diego Sommaripa alla regiaStraordinario evento dove sarà eseguito un inedito di Saverio Mercadante, quello dedicato a Dante con il Concerto Italica Famosa tra Dante e Mercadante che vede protagonista il mezzosoprano Manuela Custer accompagnata dal pianista Raffaele Cortesi e il quartetto Dafne, evento promosso dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni Dantesche. Musica Barocca con strumenti d’epoca con I Solisti dell’Orchestra Barocca di Cremona diretti da Giovan Battista Columbro e La Burrasca ensemble di strumenti storici diretto da Pierfrancesco Borrelli con il sopranoCarmela Osato.Jazz con Daniele Sepe che con il pianista Bruno Persico improvviserà su temi di Saverio Mercadante, e a favorire il ricambio generazionale due eccezionali giovani interpreti, Francesco Bakiu che eseguirà delle Sonate di Domenico Cimarosa e Cristina Galietto con il Concerto in Mi minore di Ferdinando Carulli per Chitarra e Orchestra. Protagonista in ben quattro dei concerti l’Orchestra da Camera di Napoli diretta da Enzo Amato che è l’ideatore del Festival e ne cura la direzione artistica.Tutti gli eventi si svolgeranno in luoghi storici e suggestivi come il Centro di Cultura Domus Ars, La Sala Comencini della Fondazione Circolo Artistico Politecnico, la Basilica di San Giovanni Maggiore, la Sala del Capitolo di San Domenico Maggiore e la Chiesa di Santa aria dell’Aiuto.

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(Per vivere in sicurezza questa meravigliosa esperienza è obbligatorio prenotarsi acquistando i biglietti o l’abbonamento on line con Azzurro Service o al punto informazione Domus Ars Centro di Cultura in Via Santa Chiara 10 Napoli tel. 081.34.25.603 – infoeventi@domusars.it, ed essere in possesso di green pass)

IL NATALE D’EUROPA 

A cura di Edoardo Baccarini (Forza Italia Giovani) 

La macchina europea ha partorito un’altra insensata, folle, inutile, ridicola, grottesca, stupida, sciocca, vergognosa battaglia. Che poi, perché chiamarla battaglia? Meglio dire boutade, stronzata involontaria, brutta uscita, figuraccia, insomma, tutto questo per dire che a Bruxelles l’hanno fatta davvero grossa. Quando si tratta di spropositi, di narrazioni straordinarie, l’Europa c’entra sempre, e ciò già a partire dalla mitologia greca, quando fanciulla, prima  ammirata e sedotta da Zeus con sembianze di toro, fu poi violentata dallo stesso con l’aspetto di un’aquila. Quanto è passato dal “tempo de li dei falsi e bugiardi”!, eppure c’è chi Europa non smette mai di violentarla, neppure per un secondo. E, badate, queste sevizie, reiterate e spregevoli, non trovano più uomini, donne decisi a combatterle, ma tiepidi adulatori del pensiero unico, veloce, laico e del “meglio farmi i fatti miei”, che non sanno nemmeno cosa indossare la mattina. Il conformismo: la nuova ignavia; la banalità del pensiero: la nuova facondia… tutto spregevolmente si propaga e si dilata nel continente grazie alla lingua, alla parola, intese come strumento tecnico, astratto, insensibile. D’altronde, è bene ricordarlo, c’è chi con la lingua ha giustificato i gulag, c’è chi con la parola ha convinto una nazione che la stella di David fosse un bersaglio. E tutto alla luce del sole, con il plauso di uomini e donne europei, uomini e donne civili e civilizzati, che portano bombe e carri armati per insegnare la democrazia agli altri, quando loro stessi non sono affatto democratici, ma nazisti, comunisti, fascisti, intolleranti, persecutori, iracondi ecc… alla penombra di questo imbarazzo, d’accordo con la storia burocratica degli ultimi anni, dopo le battaglie al Crocifisso ed all’identità Cristiana della maggioranza dei Paesi che siedono nel suo Parlamento, l’Europa chiede di cancellare i nomi cristiani dei bambini, di trovarne altri, magari da altre realtà del mondo. La tecnocrazia europea ci chiede di eradicare le tradizioni, di uccidere l’arte, la cultura e la storia in nome di un più ampio spirito di accoglienza inoltrato via fax, ignorando totalmente (come tutti quelli che portano avanti le idiozie) che la Chiesa Cattolica ed il Natale del nostro Salvatore Gesù Cristo sono il fondamento primario di quel valore così tanto bistrattato e atteso. L’Europa si occupi dei veri problemi che la affliggono, tra cui la sua incapacità di fare la differenza, la mancanza di un esercito e di una coesione politica sincera tra le nazioni che ne fanno parte. Lasci perdere la religione, che forse, al contrario di quel che fa, dovrebbe salvaguardare come bene più prezioso, preziosissimo, poiché è l’unico vero collante ideologico che ne alimenta l’esistenza. Cara Ursula, noi festeggeremo il Santo Natale, come gli Spagnoli, i Tedeschi, i Portoghesi, i Croati, i Francesi e tutti quelli che amano pensare che il mondo abbia bisogno di quelle festività per rigenerarsi ogni anno. Continueremo a scegliere nomi cristiani, perché hanno un valore profondo e testimoniano un passato di cui essere orgogliosi. A te lasciamo gli auguri più sinceri di buone vacanze, con la speranza però che nei giorni del 24, 25, 26 dicembre, non avendo tu nulla da festeggiare, con coerenza ti recherai in ufficio e mostrerai ai tuoi colleghi europei che, se non si crede, anche le vacanze non hanno senso di esistere.

Francesco Latilla trionfa al Festival Dantesco per la migliore interpretazione

Ieri, mercoledì 26 ottobre 2021, si è svolta al Teatro Palladium Università Roma Tre la cerimonia di premiazione del Festival Dantesco, un importante concorso legato al Sommo Poeta. La giuria, costituita da numerosi esperti di fama nazionale, ha premiato il giovane Francesco Latilla come miglior interprete per la lettura del  XXVI Canto dell’Inferno della Divina Commedia, un filmato dal titolo Ad ammirar… le stelle con la regia dei fratelli Latilla, girato mesi addietro per l’iniziativa Il maggio dei libri. I Latilla hanno sempre descritto la loro iniziativa come un totale viaggio nella propria (in)coscienza, un’immersione catartica per il pubblico grazie soprattutto all’atmosfera data da un connubio di luce e musica. Inoltre, la profondità del microfono che eleva la voce a suono, secondo Francesco, corrisponde al mistero della parola, della voce di Dio. La lettura si avvale di importantissimi brani d’opera dei prestigiosi compositori che hanno segnato la storia della musica, brani dirompenti ed inquietanti come il Requiem di W. A. Mozart, proprio per risuonare nello spettatore come una tempesta infernale. “Voglio ringraziare mio fratello Gianmarco per aver curato assieme a me l’adattamento e la regia di questo importante canto” queste sono state le affermazioni di Francesco non appena salito sul placo, concludendo poi con i ringraziamenti: “Vorrei anche ringraziare il nostro mentore, il Maestro Lino Capolicchio, una figura per noi fondamentale che si è palesata dal giorno zero, quando non c’era nessun altro e questo va sempre detto perché quando si è giovani si fa fatica ad emergere. Questo mondo, lo spettacolo, è molto duro e quando si ha un’ importante guida, come Virgilio per Dante, sicuramente viene fornita una luce per il cuore e l’anima. Grazie a tutti.

Intervista a Davide Giacalone

Direttore de La Ragione

INTERVISTA GIACALONE

Nella nostra società così acciecata dai fantasmi dei totalitarismi, dalle prospettive annientanti di un mondo che vede tutto in una ottica binaria, in un aut aut tra il tifo da stadio e lo snobismo dogmatico è necessario riuscire a guardare con uno sguardo oggettivo, razionale, mite, ma allo stesso tempo deciso ai fatti e alle loro interpretazioni. Privilegiando quello che dovrebbe essere il primo valore di ogni intellettuale: la lucidità. Una lucidità concreta, nel senso britannico di commontouch, ma anche basata sugli strumenti inalienabili della virtù umana, prima fra tutte la ragione. La Ragione che è anche il nome della testata di cui è direttore Davide Giacalone, campione di una visione di lucidità di analisi e razionalità dei giudizi. Fondendo la tradizione liberale con i riferimenti del mondo repubblicano, in cui ha militato giovanilmente. Dalle teorie einaudiane del ruolo della politica e delle istituzioni nel mercato e nella società alla concezione della politica come professione e vocazione, senza sfociare in derive parassitarie, ma nemmeno in un ingenuo dilettantismo. Facendosi testimone acuto dei grandi cambiamenti sociali e delle mistificazioni che cercano di mistificare i piccoli cambiamenti come solenni rivoluzioni. Giacalone con un lavoro fatto di articoli e saggi, riesce a disinnescare le menzogne della demagogia politica e mediatica, mostrandone le parole vuote, gli interessi, i raggiri. 

Cosa ne pensa della polemica sulla mancata espulsione del fascismo e del comunismo, come ideologie, da parte di alcuni partiti della scena politica?

Fascismo e Comunismo sono le due pestilenze del secolo scorso. Due pestilenze che si equivalgono per la loro portata nociva, sarebbe assurdo fare una gara a quale sia migliore dell’altra, e che hanno una matrice comune. Nonostante l’enorme differenza, storica, che il fascismo è nato in Italia al contrario del comunismo. Anche se guardandoli dal punto di vista morale di cittadini europei, dobbiamo constatare che coloro i quali furono fascisti e comunisti nel dopoguerra hanno una comune tendenza a non voler dimenticare, né analizzare. E lo fanno sia perché se ne vergognano, e fanno bene a vergognarsene, sia perché i nostalgici sono un serbatoio elettorale. Un serbatoio con cui questi partiti si riforniscono. Ciò non è da condannare quando lo si fa per proposte o idee, ma lo è quando si strizza l’occhio a queste pestilenze, tramite giudizi storici ed ambiguità con esse.

Che giudizio trae dal risultato delle elezioni amministrative? Chi sono i vincitori e chi i vinti?

La cosa singolare è che, riducendo la vicenda allo scontro tra centro destra e centro sinistra, da una parte ciascuna coalizione aveva come principale avversario un partito interno alla propria coalizione. È evidente che c’è una gara tra Fratelli d’Italia e Lega e tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Dall’altro, per mascherare tale dissidio interno, si è provato ad alzare il livello dello scontro, proiettando la sfida tra coalizioni. Dimenticando che l’avversario in questione è l’alleato sia interno alla propria coalizione sia al governo. Dimostrando che da una parte c’è la politica delle cose concrete fatta dal governo e dall’altra la conflittualità virtuale e propagandistica dei partiti. 

Cosa ne pensa dei referendum sulla giustizia e sull’eutanasia?

I referendum hanno un senso pulito quando a raccogliere le firme sono forze che non hanno una rappresentanza politica in parlamento. Quando, invece, sono forze che compongono la maggioranza, avviene un raggiro dell’elettore. Se poi analizziamo il contenuto di essi io credo che sarebbe preferibile ampliare la Riforma Cartabia piuttosto che lacerarne parti tramite l’azione referendaria, che sicuramente porterebbero ottime cose, ma non risolutive. Sul referendum della giustizia poi, bisogna analizzare il comportamento della Lega che con questa campagna pone una visione garantista. Una visione che è in antitesi con il voto per la cancellazione della prescrizione che ha fatto ai tempi del Conte 1. Mostrandosi ad inizio legislatura giustizialista e a fine garantista, un atteggiamento che forse è un po’ troppo pure per un paese trasformista come il nostro. Anche sull’eutanasia credo sarebbe più opportuno fare una legge per regolare l’eutanasia piuttosto che tagliare parti di legge che lascerebbero scoperti buona parte del regolamento.

Lei è attualmente il presidente della Fondazione Einaudi, secondo lei quale pensa debba essere il ruolo del pensiero liberale in un contesto caotico come quello post pandemico? E quanto nello specifico quello di Einaudi?

L’attualità del pensiero di Einaudi è sicuramente nell’insegnamento del “conoscere per deliberare”. Ovvero non ha importanza il prendere posizione su un tema in quanto tale, per schierarsi e mostrare una scelta di campo, ma è necessaria la reale conoscenza dell’oggetto delle proprie scelte. Per questo le forze liberali, di diversa estrazione, devono conoscere il reale argomento delle proprie tesi. Per esempio una riforma fiscale che abbassa il carico fiscale, facendo alzare il peso verso quelle parti che non pagano il fisco. Il tema della regolazione del mercato  e della concorrenza. Perché si vogliono più assunti deve essere reso più facile fare più licenziamenti, ma d’altro canto se vuoi più profitto devi rendere più facili i fallimenti. Non si possono salvare tutti. Tali temi sono la base del metodo del mondo liberale

Per lei quindi il governo deve prediligere il lavoro come professione?

La politica necessita di una alta specializzazione, ma non deve essere un mestiere. Perché chi dipende, per reddito e professione, dalla politica non può essere libero. Aveva ragione Visentini dicendo che per fare politica in maniera libera bisogna avere un mestiere, contro ogni visione parassitaria della politica. È una attività che al tempo stesso necessita di una specializzazione talmente alta da essere inevitabilmente una vocazione per la vita, nonostante lo stesso Ugo la Malfa, che vedeva la politica come militanza totale, abbia avuto un mestiere aldilà da essa.

Come si pone nei confronti della raccolta firme per la legalizzazione delle droghe e la lotta per sottrare le droghe leggere dai mercati sommersi della malavita?

Nel primo caso posso dire che, come detto in precedenza, essa non elimina il problema semmai elimina il reato, in parte. Poi per quanto riguarda l’argomentazione, sempre evocata da chi è a favore della legalizzazione, è che la legalizzazione delle cosiddette droghe leggere, che poi non sono leggere nemmeno per niente, elimini lo spazio dei mercati illegali della malavita. Considerando che il mercato è principalmente fatto da anfetamine, quindi essa non ridurrebbe il mercato delle droghe principali, dovremmo quindi legalizzare allora tutte le droghe pesanti come le anfetamine? Parlando poi nello specifico della cannabis, la si distribuisce in qualsiasi quantità o anche ai minorenni? Allora si ricostruisce il mercato nero e clandestino. 

Quali sono i suoi principali riferimenti culturali?

La cultura è tutto. Noi siamo per il rispetto umano, la libertà, la tolleranza. Includendo nella nostra biblioteca anche Celine, e come potrebbe non esserci, anche i filosofi e scrittori che hanno avuto rapporti con i totalitarismi. Ma se parliamo della visione politica e del tipo di società che si vuole realizzare certamente direi: Ugo La Malfa.

INTERVISTA FRANCESCO PEIRCE

Abbiamo intervistato Francesco Peirce, giovane intellettuale napoletano, esperto di tematiche occidentali, in particolar modo americane. L’ascolto delle sue prospettive ed analisi rappresenta opportunità di notevole valore, data la convinzione con cui riteniamo fondamentale la conoscenza delle nuove generazioni per la rinascita nazionale.

Quali sono i tuoi principali riferimenti culturali e ideologici? 

Non è facile delineare una precisa cornice ideologica nella quale identificarsi, specie in un’epoca come la nostra caratterizzata da uno stravolgimento delle ideologie tradizionali. Dal punto di vista filosofico ho sempre creduto nella validità del liberalismo, i cui ideali – a parer mio – non si identificano esclusivamente con il liberismo economico, ma anche con la presa di consapevolezza delle potenzialità dell’essere umano all’interno della comunità nella quale agisce. Per intenderci, la rivendicazione della libertà di pensiero, di stampa, l’autodeterminazione dell’individuo, la facoltà da parte del cittadino di contestare l’autorità, quando questa diventa illegittima, sono tutti aspetti che caratterizzano lo sviluppo del pensiero europeo e americano (anche se con diverse discontinuità cronologiche) e che quindi hanno radici profonde nella storia dell’Occidente. 

Per quanto riguarda i riferimenti culturali ho avuto modo, nel corso degli anni, di approfondire varie correnti di pensiero: dall’empirismo inglese all’idealismo tedesco, dall’umanesimo italiano al romanticismo fino ad approdare al trascendentalismo americano, oggetto quest’ultimo delle mie attuali ricerche. Aldilà dei movimenti culturali, due sono le figure intellettuali a cui mi sento particolarmente legato; la prima è quella di Giordano Bruno, il cui panteismo e naturalismo costituiscono l’impianto della sua visione metapolitica dell’uomo, improntata non alla negazione della spiritualità, bensì alla lotta contro i dogmatismi del suo tempo. La seconda è Maximilian Weber, filosofo della razionalizzazione (in ted. Rationalisierung) del quale condivido l’analisi sociologica del capitalismo (che permise di correggere alcuni degli errori compiuti da Marx), nonché il suo realismo politico che riflette il riformismo tipico degli anni della Repubblica di Weimar.

Come valuti l’attuale scenario politico nazionale italiano? 

In Italia attualmente viviamo una situazione politica disastrosa, basti pensare che alcuni dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni non sono stati eletti democraticamente dal popolo. Si potrebbero fare numerose considerazioni in merito, ma ciò richiederebbe una riflessione troppo ampia del ruolo politico dell’Italia sia sul piano nazionale che internazionale. 

A differenza degli altri paesi occidentali, l’Italia vanta una ricca cultura politica e tuttavia ci troviamo in una situazione paradossale, in cui assistiamo allo scollamento integrale di ogni legittima rappresentanza politica: da un lato ci sono quei governanti che non rispondono ai reali bisogni dei cittadini, dall’altro abbiamo una popolazione sempre più restia alla partecipazione attiva della vita politica. Diciamo che quest’ ultimo aspetto è una diretta conseguenza del primo, ma non credo sia sempre così. Spesso è anche l’indifferenza e il pressapochismo della gente che incidono gravemente sulla resa effettiva della classe politica. Ad ogni modo, ciò che è accaduto ultimamente con le elezioni amministrative, dove si è registrato uno tra i più bassi livelli di affluenza alle urne degli ultimi anni, è particolarmente significativo; i cittadini hanno capito per l’ennesima volta di non essere rappresentati dalle istituzioni e hanno preferito l’astensione. Allo stesso tempo, buona parte di questi hanno iniziato a organizzarsi autonomamente per dare vita a numerosi movimenti di protesta. È la naturale conseguenza che scaturisce da un disagio sociale preesistente (aggravato ulteriormente dalla crisi pandemica), un esempio che testimonia come in Italia sia necessario recuperare una cultura del civismo e del coraggio civile. D’ora in poi i politici dovranno tener conto di queste problematiche, se intendono riacquistare la credibilità dei loro elettori. 

Detto questo, bisogna però fare i conti con quello che ritengo essere uno dei punti deboli della politica italiana, ovvero il multipartitismo. Sicuramente si tratta di un’impostazione consolidata (ereditata dalla Prima Repubblica), che aveva le sue logiche e meccanismi di funzionamento, e che garantiva un certo pluralismo democratico. Su questo non c’è dubbio. Ma a lungo andare questo sistema ha innescato tutta una serie di fenomeni politici incontrollati, generando crisi di governo, coalizioni instabili e larghe intese, ed è così che poi il paese diventa ingovernabile.  Quando i partiti di una stessa coalizione entrano in competizione tra loro, a venir meno è il sistema politico nel suo complesso, perché l’unione si indebolisce e di rimando anche l’elettorato finisce col sgretolarsi.  

Quali sono le tue considerazioni sull’Occidente attuale? Come agire per difendere i valori dall’avanzata dell’integralismo islamico e del regime comunista cinese?

L’attuale crisi dell’Occidente, che abbiamo visto acuirsi negli ultimi vent’anni in maniera piuttosto preoccupante, è il frutto di processi economici, culturali e politici negativi che si inseriscono all’interno di fasi ricorrenti, e la cui natura sintomatica riflettono i tratti tipici del parossismo. Non è un caso che lo storico inglese John Burrow parlava di una “crisi della ragione”, riferendosi a quel periodo di transizione della storia europea segnato da tumulti ed eventi drammatici, a cavallo tra i secoli XIX e XX. Di lì a poco, intellettuali come Heidegger e Spengler avrebbero profetizzato il decadimento progressivo dell’uomo occidentale, a causa del materialismo, dell’alienazione e del dominio della tecnica. 

Oggigiorno, l’Occidente è afflitto dal nichilismo tipico della postmodernità; è da po’ di tempo oramai che assistiamo a un vero e proprio ribaltamento culturale. C’è questa malsana idea che i valori tradizionali siano retrogradi e obsoleti, che siano connessi a molti degli aspetti negativi nella nostra società e che vadano rimossi del tutto. Si pensi ad esempio alla cancel culture, il wokeism o il movimento disrupttexts (per citarne solo alcuni), fenomeni provenienti dagli Stati Uniti che hanno già interessato diversi paesi del mondo industrializzato. A tal proposito, bisogna recuperare il senso della storia e dell’identità, e capire che il vero progresso consiste non nel rifiuto dei propri valori, ma nel saper conciliare innovazione e tradizione, in piena antitesi con l’ideologia globalista. Un discorso che abbraccia non solo l’ambito culturale, ma anche quello economico, nel quale bisogna insistere soprattutto per arrestare l’espansione dell’egemonia cinese. In questo senso occorrerebbero interventi volti alla ricostruzione delle economie nazionali, contro le delocalizzazioni e la deregolamentazione delle imprese.    

Infine, quella dell’integralismo islamico è una questione davvero complessa che può essere esaminata sotto diversi aspetti. Anche qui, dal punto di vista dei conflitti ideologici e culturali, le potenze occidentali pagano lo scotto degli errori commessi nella destabilizzazione del Medioriente. In particolare, si è preferito perseguire obiettivi economici e strategici, piuttosto che optare per una concertazione politica degli stati nella lotta al terrorismo. È ovvio che tale fattore non può che causare un inasprimento del rapporto tra il mondo cristiano e quello arabo. 

Di cosa ti occupi e che materie studi e approfondisci nella tua vita privata? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho conseguito la laurea in studi linguistici, specializzandomi nelle letterature anglo-americane e ora mi occupo dell’insegnamento della lingua inglese. Inoltre, mi dedico allo studio della storia e della filosofia, che ritengo i due pilastri fondamentali nel panorama delle discipline umanistiche. Ho intenzione di ampliare il mio percorso di formazione come docente e spero in futuro di portare a termine i miei progetti di ricerca nel campo filosofico e letterario.

SURREALISMO CAPITALISTA

di Francesco Subiaco

Come nei Figli degli uomini di Cuaron, per Mark Fisher, gli uomini del mondo post 1989 sono imprigionati in una realtà indifferente ed abulica, dove il thatceriano there is no alternative, è diventata una certezza indissolubile, ideologica, culturale, spirituale. Extra Kapitalismo nulla salus. Una visione che sconfitto il comunismo sovietico ha diffuso il pensiero disturbante che non solo non sono più necessarie le ideologie, ma che esse, esauritesi, non trionferanno più. Che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. In uno sviluppo inarrestabile che non solo non può essere fermato, ma che, nonostante i suoi limiti e le sue aberrazioni, è l’unica idea possibile di vita. Non c’è società possibile oltre alla società di mercato, non esistono più cittadini, ma solo consumatori. La lotta di classe è finita, ma la ha vinta il capitale, che vedendo la metamorfosi della Cina post maoista, può liberarsi di tutto ciò che impedisce la sua evoluzione inarrestabile. Una evoluzione che la porta a calpestare le nazioni, la borghesia, le tradizioni, gli stati, per rendersi globale. Sconfinando in un villaggio global, in cui gli uomini, con l’illusione del politicamente corretto e del multiculturalismo, si illudono di fondare una civiltà quando stanno solo costruendo un supermercato multiuso, multietnico, impersonale e macchinico, con gli slogan rosei e ottimisti della pubblicità green-rainbow-post tutto, pronta per il niente. Questo è il mondo accennato dal visionario filosofo britannico Mark Fisher nel suo “Realismo Capitalista”(NERO). Testo in cui il guru dell’accellerazionismo di sinistra, erede ribelle di Nick Land e del CCRU, fonde cinema, cybernetica, filosofia, storia, cultura pop, per regalare una guida perversa all’ideologia capitalista, tra Zizek, Marx, Guattari e Nietzsche. Pensatore profetico che nelle sue analisi della società scorge l’anima del neocapitalismo, nonostante le soluzioni di una tata neocomunista per sanarlo alquanto discutibili. Fisher è infatti un bravo medico ottimo e acuto nelle diagnosi quanto molto confuso nei rimedi, nella medicina. Il capitalismo è infatti, “quel che resta quando ogni idea è collassata a livello rituale e simbolico, diventando il leitmotiv del consumatore-spettatore che arranca tra i ruderi e le rovine”. Considerato come il male necessario, la catastrofe minore rispetto alle pestilenze della storia, con le sue illusioni di controllo e le libertà confezionate. Attraverso la religioni delle libertà, delle lacrime e la lotta per i diritti civili, che come sottolinea Pasolini, diventano i diritti degli altri. Una ideologia che smantella ogni visione spirituale e comunitaria, ogni forma di unione e aggregazione al di fuori di quella dello shareolder, che come in watchmen non ha tradito il sogno americano, ma lo ha avverato. Che ha come suo mito fondativo il 68, visto come una lotta di liberazione non contro il capitale, ma del capitale contro la borghesia, contro la religione. In virtù di uno spirito solitario e di un desiderio meccanico e irrefrenabile. Che sostituisce l’eros alla pornografia, i diritti ai capricci, le nazioni alle community. Che ha creato una società totalitaria, ma non autoritaria, in cui la prigione, il palazzo, il manicomio vengono interiorizzati. Dove come ai tempi dell’Urss, l’arte diventa il mezzo dell’ortodossia popular. Un realismo capitalista in cui l’uomo è prigioniero di un mondo senza via d’uscita e desolato. Un mondo che era ancora in nuce ai tempi dell’uscita del saggio. Poiché ora si potrebbe parlare di Surrealismo capitalista. Di una trasposizione della realtà in cui il sogno o l’insonnia della ragione deforma e contrae la realtà, in un delirio macchinico, sfondando la finestra di overton attraverso il superamento delle identità personali, l’alienazione e lo smarrimento del mondo sociale, la nevrosi della tolleranza e dell’inclusione, che diventa l’ultima forma di disperazione. Poiché la modernità distrugge più quando costruisce che quando demolisce. Instaurando una morale permissiva e intollerante, bigotta e puritana che sogna un mondo transumano e artificiale, che diventa la sovrastruttura di una struttura selvaggia e anarchica di un mercato che diventa sempre di più l’estensione del dominio della lotta. In cui i lavoratori e i produttori sono solo servi e i consumatori dei dissociati, che vivono l’allucinazione collettiva del Grande altro, di una opinione pubblica polarizzata e benpensante, scientista e settaria, liberal e liberticida. Che si incarna nei suoi idoli radical chic, “comunisti liberali” che creano un individuo smart, monouso, rinchiudono il cittadino nella bolla della open society. Una società mortifera, ma non aperta, illusa di bieco ottimismo e di slogan benpensanti. Un mondo che si avvicina sempre di più al collasso man mano che svuota gli individui dei loro legami essi rendono forti i vecchi sogni, più la società avanza più essa stessa si avvicina verso la sua fine. Accelerando verso il suo strapiombo, disinnescandosi nel suo nichilismo. Poiché nella lunga “ e tenebrosa notte della fine della storia, dove nulla sembra più accadere tutto torna possibile”. Nel finale di realismo capitalista Fisher sembra riscoprire l’epilogo del film “L’odio” che oggi più che mai ci sembra attuale: “È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, ma il problema non è la caduta ma l’atterraggio”. Quanto ancora manca all’atterraggio?

ROOSVELT, O IL SOGNO EUROPEO DI UN TOTALITARISMO AMERICANO

Illiberale, mitomane, demagogo, populista, protofascista, manipolatore, spietato. È il Franklin D. Roosvelt ritratto da John T. Flynn ne “Il Mito di Roosvelt”(OAKS EDITORE). Un Roosvelt atipico e calunniato ritratto spietatamente da uno dei più intransigenti giornalisti della Old Right del Gop, che in un inclemente trattato di oltre 600 pagine smonta il mito della sinistra liberal dem, il santo patrono della liberaldemocrazia, il Cristo dell’interventismo statale. Amato, idolatrato, innalzato insieme a Lincoln, Kennedy, Teddy Roosvelt tra i padri della democrazia americana. Ritratto come un pacifista umanitario, un amico del popolo e dell’uguaglianza, nemico del fascismo, delle derive autoritarie del vecchio mondo, della corruzione e della miseria in cui versavano gli states dopo la crisi del 29. Ma come dietro ad ogni idolo si nasconde un sacerdote, dietro ad ogni mito si nasconde una mistificazione. Perché per il giornalista ex membro della corrente socialista del Partito Democratico, Roosvelt è un idolo del crepuscolo, il grande fondatore di un totalitarismo americano, nemico delle imprese e dei mercati, fiancheggiatore, ideologicamente, dei fascismi, e protettore di quel mondo chiuso, arcaico e rurale che i liberal, che lo hanno trasformato in santino, cercano di abbattere con il martello del wokismo e del politically correct. 

Il saggio di Flynn è l’autobiografia oscura dello statista americano, descritto come un personaggio conformista e postideologico, un pragmatico e un opportunista, che si è iscritto al partito democratico con la stessa convinzione con cui si fa il battesimo da infanti, o si leggono le note informative dei cookies. Un personaggio artificiale creato in provetta dalla stampa e dalla propaganda del suo governo, il cui culto della personalità è pari soltanto a quella delle dittature del primo novecento. Nel libro di Flynn è infatti centrale la tesi per cui il fenomeno Roosvelt non è stato una alternativa ai criptofascismi,  ma ne è stato la versione americana. Dal culto della personalità e dell’uomo forte e decisionista artefatto dalla propaganda(il fatto che fosse poliomelitico e costretto all’uso delle stampelle o di una sedia a rotelle fu dalla stampa completamente estromesso e mascherato), alle frequentazioni dell’ambiente fascista italo americano. Passando per la promozione di documentari su cui si faceva il paragone tra “il miracolo italiano” di Mussolini e quello del New Deal, dall’utilizzo di politiche stataliste alla presa dei pieni poteri con conseguente sospensione dell’attività parlamentare. Utilizzando un forte sovranismo economico, una vicinanza strategica all’Italia corporativa, promuovendo la traversata oceanica di Balbo, ribadendo l’idea di una nation selfautosuffiency molto simile all’Autarchia degli trenta. Utilizzando una politica invasiva e demagogica capace di catturare l’elettorato dei numerosi disoccupati americani, attraverso manovre assistenziali. Mostrandosi non come un rivoluzionatore del sistema politico americano, ma come un suo ostacolo, bloccando il ruolo del parlamento, intromettendosi nelle attività dei governi federali, ridotti a satelliti del comitato elettorale, in cui figuravano personaggi vicini al mondo fascista italiano ed europeo come Generoso Pope, a Huey Pierce Lang, che cercò di sfidarlo alle primarie democratiche del 35, considerato uno degli “ultimi dittatori americani”. Venendo sostenuto, come del resto tutti i candidati dem fino agli anni 80 dai Dixiecraft, il lato segregazionista e vicino al kkk del partito democratico, che sotto la sua presidenza elesse numerosi governatori. Una collusione col sistema totalitario attenuata dalla sua vicinanza al mondo britannico con cui si riconciliò dopo le sanzioni italiane. Mostrando attraverso il mito di Roosvelt, un lato controverso, sporco, autoritario, artificiale dello statista alfiere della liberaldemocrazia. Riuscendo a mostrare il cambiamento profondo nella società americana che dopo Wilson si è nutrita di personaggi carismatici capace di incarnare lo spirito e le paure dell’elettorato. Populista, demagogo, illiberale, crepuscolo di FDR di Flynn è la testimonianza controcorrente della vita e delle idee del leader dem più amato degli USA.

Colloqui con il dottor Celine

di Francesco Subiaco

Nel 1955 un insoddisfatto e borbottante Louis Ferdinand Celine, dopo il deludente risultato del suo “Normance” arriva all’unica considerazione possibile. Il fiasco del suo ritorno sulle scene letterarie non è dovuto alla fama nefasta che si è fatto dopo il collaborazionismo, né alla cupola ideologica prevenuta contro l’opera di questo domenicano nichilista. È colpa del suo editore pavido e avaro, che incapace di difenderlo lo ha buttato nella fossa leonina dell’oblio e dell’odio della critica. Ma Gaston Gallimard non solo non lo aveva difeso contro i suoi avversari, ma mentre, autori “da compitino” come Mauriac e Gide hanno fiorfiore di testi critici, di monografie  e studi fatti da pedanti e lacchè, con i loro Goncourt sul comodino, lui un genio in un mondo dove sono immortali anche i venditori di aspirine, langue indifeso e incompreso. Alla luce di queste considerazioni più o meno deliranti, Celine decide di scrivere i “Colloqui con il professor Y”(QUODLIBET). I colloqui si presentano come una bizzarra e tragicomica intervista autiogestita in cui l’autore del Voyage viene intervistato dal sedicente colonnello professor Y. Un fantozziano mestierante delle lettere che si è avvicinato all’artigiano delle parole solo per compiacere l’editore Gallimard per poi proporgli un suo romanzetto. Un personaggio inventato da Celine, che riassume tutti i limiti del mondo editoriale. Pavido, scontato, banale, ombra di personaggi vacui come Bourget e Gide, col suo stile impersonale e insignificante è il ritratto di una letteratura sterile e incapace. Una letteratura di compitini, di filosofie, di buone idee, di buoni pensieri. Un personaggio che non regge il confronto con il rivoltoso Dottor Destouches, che prende subito le redini dell’intervista, schernendo ed umiliando il professore(finzione letteraria dell’autore stesso), utilizzandolo come una grande occasione per autorecensirsi. Per spiegarsi per mostrare i sintomi delle sue rivoluzioni letterarie, per far capire ai posteri e ai contemporanei le ragioni del suo stile, delle sue rivolte. Attraverso dialoghi tragicomici, ma serissimi, lundiniani nei suoi grotteschi silenzi, scontrandosi contro il cinema, la letteratura impegnata, i premi, l’editoria. Mostrandosi come uno dei più grandi innovatori stilistici del novecento, grazie all’argot e ai suoi famigerati tre puntini. Celine innanzitutto si presenta come un modesto inventore di due rivoluzioni letterarie epocali. Rivoluzioni che in modi diversi vogliono restituire la naturalezza della parola, che da Stendhal in poi era rimasta orfana, e l’emozione della lingua scritta. Restituendo alla parola una emozione che sta nella voce, nel suono, nel senso della frase, l’emozione del linguaggio parlante nello scritto. Una petite musique che si esprime attraverso l’uso dell’argot, il gergo parigino dei bassi fondi, degradato e iperattivo, espressionista e macabro, e attraverso la seconda rivoluzione dei tre puntini. In cui la punteggiatura e la frase vengono saccheggiati e divorati da essi, i quali rappresentano i binari emotivi su cui viene condotta l’anima( o le viscere) del lettore. Uno stile che nasce nel metrò, nella vivacità anarchica e folle, degradata e volgare della parola viva, l’unica concreta, vera, emozionante. Tramite uno stile che dopo la nascita del cinema, e la degradazione della letteratura in sceneggiatura o peggio giornalismo, crea la sfida contro di essa. Con i suoi tre puntini Celine crea uno stile che sta al cinema come l’impressionismo sta alla fotografia. Di fronte ad una tecnica che rende obsoleta l’arte, lo stile di Celine si prende la sua rivincita contro il cinema facendo parlare una lingua così vivida e concreta, crudele e tattile che nessuna immagine e piano sequenza possono ostacolare. Captando le onde emotive che né i maggiori registi né lo stream of consciousness possono raggiungere. Prendendosi una rivincita contro l’arte contemporanea, la cupola impegnata, il cinema hollywoodiano. Mostrando tutti i rumori che si nascondono nell’uomo, tutte le viscere e gli umori di questo cadavere in animazione sospesa. Facendo suonare quella piccola musica che dal ponte di Londa a Rigodon, iniziata con il Voyage e i pamphlet non solo non ha smesso di ammaliare il lettore, ma non lo ha ancora liberato dal suo sortilegio di parole vive che Un’eternità di silenzio non basterà a consolarli!..