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La Svizzera, il teatro, il covid: Simone Ganser e la sua satira tagliente

– Francesco Latilla

Simone Ganser è un giovane attore svizzero di origini italo-tedesche. Diplomatosi all’accademia Teatro Dimitri, il nostro Ganser ha intrapreso la via della recitazione come atto fisico associata al movimento clownesco e alla danza  e così è cominciato il suo interessante percorso nel nuovo teatro di matrice svizzera coronato già da importanti traguardi. Egli però deve la sua notorietà alla serie di video a sfondo satirico sulle contraddizioni della gestione dell’emergenza covid nel mondo ed in particolar modo in Italia, riprendendo così le sue radici tricolori.

Cos’ha rappresentato il teatro nella tua vita?

Bella domanda. Il teatro nella mia vita ha rappresentato inizialmente una valvola di sfogo ed ho cominciato a studiare recitazione piuttosto tardi. Il mio sogno sin da bambino era fare il pilota di aerei, ho sempre voluto fare quello, poi per un problema alla vista ho dovuto abbandonare l’idea di poter continuare a livello professionale. Sicuramente diventerò pilota ma più di brevetti privati, tra poco inizierò il corso di brevetto di volo a vela. Il teatro invece mi accompagna da quando ho quattordici anni, quando mi iscrissi  a dei corsi serali più che altro per divertirmi e lavorare su me stesso. Intanto facevo la maturità artistica come pittore di scenari in cui ho studiato quattro anni per dipingere scenografie teatrali e quindi lavorare già sul palcoscenico, anche se dietro le quinte, mi aveva già fatto capire come funzionava quel mondo ma la cosa che più mi affascinava era il rapporto dell’attore col personaggio. Così ho capito che questo era ciò che volevo davvero fare nella vita e non appena ho finito gli studi scolastici ho progettato una lista di accademie di teatro con i relativi esami d’ammissione e la prima all’appello, per una questione di date, era l’Accademia Teatro Dimitri che inizialmente avevo addirittura snobbato per la sua natura di teatralità corporea, diciamo molto legata al clownesco e alla danza. Sono stato scelto ed una volta entrato me ne sono perdutamente innamorato, sono rimasto folgorato da quella concezione di teatro basato sulla fisicità, sul corpo. Così ho preferito continuare a studiare teatro attraverso questa visione così anti-realistica e lavorare sulla recitazione meno enfatica e alla ricerca della naturalezza e del realismo attraverso la macchina da presa e avendo così due poli totalmente diversi e che non si incontrano per niente. Sono stati i tre anni più belli della mia vita e mi hanno permesso di innamorarmi totalmente del mio lavoro, grazie anche al fatto che ho partecipato per due anni di fila ad un concorso internazionale di teatro a Zurigo ed ho vinto in entrambi i casi dove mi sono state date delle borse di studio ed è stato un bel riconoscimento per tutto il percorso che ho fatto. Ho concluso il mio percorso formativo col massimo dei voti e ne sono uscito nel migliore dei modi. Poi è arrivato il covid…

Comunque, voglio precisare una cosa. Sono  sempre stato empaticamente vicino alla figura di Fabrizio De André, tant’è vero che la mia tesi di fine accademia la feci proprio su di lui dato che bisognava scegliere un personaggio a piacere. Però non ho rappresentato sue canzoni ma ho preso invece ispirazione su ciò che di lui più mi affascinava di più, il suo avvicinamento all’emarginato, al mal visto. Quello che amo di lui è il contrasto che si crea tra il ritmo apparentemente allegro delle sue ballate e il dramma del testo che portava su carta, spostando così  il punto di vista e mostrando coloro che meno vengono rappresentati attraverso la musica. Allora ho agito come lui, ho preso un fatto di cronaca di una donna che era stata sgozzata incinta di gemelli ed ho basato tutto il mio atto unico teatrale sul punto di vista dei gemelli nella pancia, raccontando  come hanno vissuto questo passaggio dalla non-vita, ma che cos’è poi la vita?, alla morte assoluta. Quindi i gemelli sono passati direttamente ad un altro mondo senza accedere per l’intervallo della cosiddetta vita vissuta.

Attraverso l’arte è possibile raccontare i dilemmi dell’uomo nella società. A tal proposito, quando hai avvertito l’esigenza di dedicarti alla satira?

In realtà nasce per caso. Ero arrivato al limite e avevo voglia di denunciare la situazione sull’emergenza covid facendo dei video nel mio piccolo, poi però mi sono chiesto: “Come posso utilizzare le mie capacità attoriali per fornire un piccolo contributo agli altri, per far ragionare le persone?” e così ho cominciato ed il mio profilo instagram improvvisamente è cambiato e dai pochi più di mille follower che avevo sono arrivato oltre i diecimila. Il mio scopo, se così lo posso definire, è semplicemente quello di far fare delle domande agli altri, dare un punto su cui porsi un quesito senza cercare di dare risposte precise anche perché non sono un medico e non ho competenze scientifiche, voglio soltanto che le persone si chiedano cosa stia succedendo. Non ho mai aderito alla campagna d’odio verso cui ci hanno portato, con questo disgusto per il prossimo in base alle sue scelte mediche, creando cittadini di serie A e cittadini di serie B. Direi che dopo due anni di martellamento mediatico continuo, sia arrivato il momento che qualcuno si esponga e ci metta la faccia, e siccome io ho la faccia come il culo mi sono detto che non mi interessa il giudizio negativo che sicuramente arriverà da qualcuno, non m’importa delle critiche, e se le mie tesi dovessero risultare sbagliate sarò il primo a constatarlo ma finora il mio pensiero mi ha condotto alla conclusione che vi sia un problema di fondo ed è il seguire ciò che ci viene detto senza farci due domande prima. Il fatto che questi miei semplici video mi abbiamo portato a fare quest’intervista con te, come altre che sto facendo, sta a significare che non sono l’unico a porsi queste domande ma semplicemente sono uno di quei qualcuno che hanno coraggio a mostrarsi.

Da giovane lavoratore dello spettacolo come valuti la situazione culturale che sta trapassando, negli ultimi anni, la tanto amata penisola?

È una tragedia greca. Chiaramente è tra i settori più colpiti e poi il teatro vive di pubblico e senza di esso è difficile andare in scena. Qui in Svizzera i teatri hanno riaperto già alcuni mesi fa però nell’aria c’è un’ostinata paura del contagio che fa in modo che il pubblico vada a vedere soltanto i grandi nomi, dove improvvisamente il covid cessa di esistere, e invece coloro che ci rimettono sono sempre le piccole produzioni di nicchia. Poi io parlo soprattutto per quanto riguarda la mia esperienza svizzera, per l’Italia non saprei dire cose certe.