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Perché l’interventismo Usa, anche se imperfetto, è preferibile al disimpegno

Il precipitoso ritiro dall’Afghanistan e l’invasione dell’Ucraina ci mostrano cosa può significare per il mondo un totale disimpegno Usa

– Tommaso Alessandro De Filippo, ripreso da “Atlantico Quotidiano”

Ayn Rand definì gli Stati Uniti d’America la prima società morale della storia, un posto dove l’individuo potesse giovarsi di libertà personale ed economica, mezzo necessario per essere realmente indipendente e capace di perseguire il raggiungimento dei propri obiettivi di vita, ricercando il benessere e la felicità terrena.

Il rispetto della libertà è ciò che gli Usa hanno il merito di aver provato ad esportare ed espandere. La tutela dei diritti umani ha rappresentato a tratti uno degli obiettivi della politica estera americana, capace a volte di liberare altri popoli da dittature e regimi totalitari.

Le critiche di ingerenza

Una politica estera però alla quale non sono state risparmiate critiche feroci e accuse di “ingerenza” negli affari interni di altri stati. Critiche e accuse sempre più frequenti nelle opinioni pubbliche occidentali, pronte a scaricare la colpa di qualsiasi guerra, ultima quella in Ucraina, su Washington, colpevole di un presunto eccesso di interventismo.

Meglio il disimpegno?

Tuttavia, occorrerebbe chiedersi cosa significherebbe un definitivo disimpegno americano dai teatri strategici globali. Prima di tutto, un notevole rafforzamento della minaccia terroristica e degli appetiti imperialistici di potenze come Cina e Russia, che mirano a scardinare la leadership Usa non per beneficenza, ma per rimpiazzarla con la loro.

L’esempio afghano

L’esempio più recente (e doloroso) di disimpegno Usa è il ritiro da Kabul dell’agosto 2021, seguito agli Accordi di Doha del febbraio 2020, che resterà nella memoria come una immagine di fallimento e impotenza paragonabile al ritiro dal Vietnam.

La scelta di abbandonare l’Afghanistan totalmente, e le modalità del ritiro, la frettolosa fuga del presidente della Repubblica afghana Ashraf Ghani e la pessima gestione delle ultime settimane, hanno rivitalizzato il fronte delle autocrazie, giocando probabilmente un ruolo sia nella scelta di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina, sia nel portare Pechino a credere di poter facilmente prendere Taiwan nel prossimo futuro.

L’abbandono degli afghani, illusi dopo vent’anni di miglioramenti socio-economici e maggiore libertà, ha inferto una ferita difficilmente rimarginabile alla credibilità Usa.

Il sostegno all’Ucraina

Questo dovrebbe aiutare a comprendere la necessità di poter contare sugli Stati Uniti, per quanto imperfetti e criticabili, e su un Occidente compatto per difendere i nostri interessi e i nostri valori.

Il sostegno all’Ucraina contro l’aggressione russa è quindi importante per un duplice motivo: perché conferma l’impegno Usa per la sicurezza europea (e non solo), lanciando un chiaro messaggio alle autocrazie che pensano di poter facilmente mettere in atto i loro piani.

E perché ci ricorda che la difesa della democrazia e della libertà non è solo un’opzione morale, ma anche lo strumento attraverso il quale garantire stabilità e pace.

GIUSEPPE BENEDETTO TRA LIBERALISMO E DEMOCRAZIA

-Francesco Subiaco

Luigi Einaudi è stato uno dei più importanti protagonisti del dibattito politico ed economico italiano. Un pensatore capace di coniugare libertà e responsabilità, iniziativa privata ed armonia della gestione pubblica. Una concezione della politica e della società che fanno di Einaudi un alfiere della libertà, un paladino di una visione politica oggi dimenticata che alla demagogia dell’antipolitica, improvvisata e pauperistica, ha opposto l’idea di una militanza che non può essere avulsa dalla competenza, dalla conoscenza, riassunta nello splendido motto: “conoscere per deliberare”. Fustigando i peccati della nostra malapolitica attraverso le sue “Prediche inutili”, sognando l’Europa unita e libera in un momento in cui essa era divisa e oppressa dall’egida sovietica. Einaudi, presidente della Repubblica tra i più lungimiranti e competenti, prestò come sottolineò Giovanni Leone, la sua estrema competenza e conoscenza alla Repubblica Italiana, lasciando con il suo mandato un esempio e una professionalità che ne fanno uno dei maggiori capi di stato italiani. Ma il pensiero einaudiano non è un cimelio bello e perduto nella storia delle idee, ma è una concezione della vita che si fonda sulla libertà, sul senso delle istituzioni, sulla difesa dell’individuo contro le prevaricazioni del potere. Istanze garantiste e liberali che sono state raccolte dalla Fondazione Luigi Einaudi che si sta impegnando per diffonderne il pensiero e le idee. Per parlare dell’attività svolta dalla FE abbiamo intervistato il presidente Giuseppe Benedetto, che attraverso il suo percorso politico-culturale e le sue attività in ambito intellettuale, si prodiga per la diffusione dei valori liberali, garantisti ed europeisti. Abbiamo incontrato il presidente Benedetto, che si rispecchia in quella tradizione che va da Einaudi a Malagodi, da Bozzi a Mill, per parlare di temi etici e politici e per capire l’attualità di quelle fondamentali prediche inutili di cui abbiamo ancora bisogno.

Quanto è attuale il pensiero Einaudi, europeista e liberale, in questo periodo di disgregazione e conformismo? E perché?

Il pensiero di Luigi Einaudi è straordinariamente attuale. Le sue riflessioni di acuto economista e intransigente difensore delle Istituzioni illuminano il panorama politico italiano ed europeo e sono la guida dell’attività della Fondazione che prende il suo nome. Tra i molteplici profili di attualità credo che due siano cruciali: la sua radicata fiducia nel processo di integrazione europea e l’attenzione ad una prudente gestione delle risorse pubbliche. Abbiamo vissuto negli ultimi anni e continuiamo ad assistere a movimenti sovranisti, dichiaratamente antieuropei e contrari ai valori dell’integrazione. La pandemia ha però mostrato tutti i limiti dell’isolazionismo e l’Unione Europea ha saputo essere presente davanti alla storia. Mi auguro che il sovranismo prima imperante sia oggi sempre più declinante, anche grazie alla presenza di Mario Draghi. Con riferimento al secondo grande insegnamento di Einaudi, avverto oggi un pericolo: la noncuranza del debito pubblico. Il PNRR rappresenta un momento storico e tutti gli Stati occidentali hanno aumentato la spesa pubblica. Tuttavia, prima o poi si presenterà il conto e solo se gli investimenti saranno stati fruttiferi l’Italia avrà una situazione economico-finanziaria stabile.

Che opinione ha delle campagne referendarie sulla giustizia e sull’eutanasia?

Condivido i quesiti referendari sulla giustizia e li voterò, però non gli si attribuisca eccessiva rilevanza. Molti dei temi affrontati, quali separazione delle carriere, riforma del CSM e valutazione dei magistrati andrebbero affrontati con riforme costituzionali. Abbiamo assistito negli anni ad una pluralità di interventi che non hanno fatto altro che moltiplicare il numero delle leggi ed anche la loro oscurità. Vi sono squilibri significativi nella relazione tra poteri dello Stato che devono essere affrontati a livello costituzionale, con coerenza e sistematicità. La Fondazione Einaudi ha proposto l’istituzione di una Assemblea Costituente, eletta direttamente dai cittadini, che riformi la II parte della Costituzione, così da modificare in modo organico il nostro sistema costituzionale.

Il referendum sull’eutanasia dimostra l’incapacità del Legislatore di affrontare importanti temi etici. L’introduzione del suicidio assistito è avvenuta grazie alla Corte costituzionale e ora intervengono i cittadini. Sono aperto a discutere di eutanasia, perché il corpo dell’individuo non è al servizio di nessuno. Però si presti attenzione, perché l’abolizione dell’omicidio del consenziente apre una voragine. A quali condizioni si potrà richiedere l’eutanasia? Una persona che soffre di depressione ha diritto a che un medico la aiuti a morire? Come viene disciplinata l’obiezione di coscienza? Un’eutanasia accessibile sempre sarebbe in contrasto con i moniti della Corte costituzionale dati nel caso Cappato. La Consulta ha ricordato che non sussiste un obbligo generalizzato nell’aiutare qualcuno a morire. Io sono in linea con quella posizione.

Di fronte alla crisi dei movimenti di protesta, e la crisi delle principali coalizioni, vede possibile la nascita di un movimento capace di diventare la grande casa dei liberali italiani?

La nascita di un partito politico autenticamente liberale è quanto auspico fin dalla dissoluzione del Partito Liberale Italiano. In una fase storica in cui i popolari decidono di accodarsi ai sovranisti e i socialisti ai populisti sicuramente si apre un importante spazio politico al centro. Però il vero tema è: quale centro? Un centro con tutti dentro, pseudo liberali, democristiani, ex popolari ed ex socialisti non è quello di cui il Paese ha bisogno. È necessaria una casa autenticamente liberale, che si rifaccia ai valori di ALDE e del gruppo al parlamento europeo Renew Europe. Poste queste condizioni, si intraprenda la strada dell’inclusione. I partiti costruiti sulla persona sono destinati al fallimento, se non sono sorretti da una radicata ideologia. È giunto il momento che nasca un partito fondato sui principi liberali, quelli di Einaudi, Croce e Malagodi.

 

Dal RDC alla prescrizione, questa legislatura, complice il caos pandemico, ha segnato una terribile regressione delle libertà nel nostro paese a vantaggio di una ingerenza statale sempre più pressante. Quali riforme potrebbero segnare il passaggio verso una “rivoluzione liberale” nel nostro paese?

Molteplici riforme sono necessarie per ripristinare la libertà, in campo economico e sociale. Non vi è però alcun dubbio che la più grave crisi che il Paese stia affrontando riguardi l’ordine giudiziario. Il CSM da organo di governo autonomo della magistratura è divenuto organo politico ed autoreferenziale. Il vulnus che ne deriva è all’indipendenza del giudice, che la Costituzione definisce terzo ed imparziale, soggiogato dalla cultura d’accusa della Procure. È per questo che la prima riforma sulla giustizia, prioritaria a tutte le altre, deve essere la separazione delle carriere. Come ho già accennato, il referendum promosso dai Radicali e dalla Lega tenta di disciplinare la materia, ma non è sufficiente. Il vero problema non è il passaggio dalla carriera requirente a quella giudicante, ma la presenza di un unico CSM col potere di decidere sui progressi di carriera e sulle sanzioni disciplinari. A nulla varrebbe impedire i passaggi da un lato all’altro se la cultura d’accusa continuasse a governare l’ordine giudiziario. Il danno che ne deriva non è agli avvocati, ma ai cittadini, imputati di fronte ad un giudice non pienamente terzo ed imparziale rispetto a colui che esercita le funzioni di Pubblico Ministero. Ad essere in pericolo è l’habeas corpus, la madre di tutte le libertà.

Come giudica la gestione securitaria della pandemia in questo periodo da parte del governo, vedendo i provvedimenti e le metodologie utilizzate da paesi come Israele, UK e Spagna?

Il Governo Draghi rappresenta una rivoluzione copernicana rispetto al Governo Conte. L’incertezza e la stravaganza delle primule di Arcuri è stata sostituita dall’autorevolezza e l’efficienza della campagna vaccinale di Figliulo. Oggi grazie ai vaccini i cittadini possono esercitare le proprie libertà, che lo Stato deve limitarsi a riconoscere. Non le concede, né le attribuisce, come disse l’attuale leader del Movimento 5 Stelle.

Il dibattito sul green pass non mi appassiona. Il Governo deve agire al fine di ridurre al minimo le limitazioni delle libertà fondamentali, che si giustificano nella stretta misura in cui la pandemia rappresenta un’emergenza. Posto questo principio, è evidente che il green pass non possa durare in eterno. In ogni democrazia liberale si deve accettare che una frazione dei cittadini, seppur minima, non aderisca alle decisioni delle Istituzioni. È dunque opportuno che il Governo programmi una data di scadenza del green pass che coincida col terminare dello stato di emergenza relativo alla pandemia. Susciterebbe perplessità la proroga dello stato di emergenza oltre il 31 marzo 2022, se la situazione pandemica dovesse rimanere quella attuale.

 La fondazione Einaudi promuove da anni studi, approfondimenti per la diffusione del pensiero liberale. Può consigliarci tre testi per uscire dalla cappa del presente?

Le “Prediche inutili” di Luigi Einaudi, come qualunque altro testo da lui scritto. Quelli non possono mai mancare. “Sulla libertà” di John Stuart Mill, caposaldo del pensiero liberale. Infine, un romanzo: “I Fratelli Karamazov” di Dostoevskij.

Quali sono i riferimenti culturali del presidente Giuseppe Benedetto?

Il mio riferimento culturale non può che essere il Partito Liberale Italiano, unico partito autenticamente liberale nella storia italiana. Come dico a mia moglie, sono vedovo del partito. Uomini straordinari, ancor prima che grandi politici, come Giovanni Malagodi e Aldo Bozzi, hanno ispirato la mia attività politica. Attività politica, fatta non nel palazzo, ma tra i cittadini per diffondere il pensiero liberale.

DIALOGO CON GABRIELE CHECCHIA: L’OCCIDENTE SALVAGUARDI LA DEMOCRAZIA NEL MONDO

– Francesco Subiaco, Francesco Latilla, Gianmarco Latilla

Non ignoriamo il bene e il male, gli opposti schieramenti, le lotte mondiali tra autocrazie e democrazie occidentali. Esse sono chiare ed evidenti, come i duellanti che si sfidano su un campo di battaglia. No gli europei ignorano il loro futuro, che vedono come uno spettacolo mortale che non li riguarda, una pantomima oltreoceano da cui arrivano sparute notizie. Sovrastanti, gli europei assistono alla questione ucraina, all’evacuazione afgana, al neocolonialismo cinese, come gli spettatori di una storia di cui al limite possono essere solo il pubblico. Ma Kiev, Kabul, Sinferopoli, Taipei, non sono città invisibili, meravigliosi fondali di battaglie lontane. In queste città passa il grande gioco, passa lo scontro, il duello sul campo di battaglia degli equilibri mondiali. Da una parte gli Stati Uniti e le democrazie occidentali, dall’altra le autocrazie, i nuovi imperialismi, i Rogue State, che si sfidano in un braccio di ferro il cui esito mira a capovolgere gli equilibri mondiali. Un presente complesso i cui meccanismi sono opachi e le cui sfumature si tingono delle ambigue tinte dei capricci della storia. Dal neocolonialismo cinese, alle persecuzioni dei cristiani d’oriente, il mondo è un groviglio complesso, un puzzle scombinato dalla difficile conclusione. Per risolvere le difficoltà che impediscono la nostra cognizione del presente su questi temi abbiamo intervistato Gabriele Checchia, intellettuale, esperto di geopolitica, ambasciatore presso il Libano dal 2006 al 2010, che attraverso la sua attività di analisi degli scenari internazionali, tramite la Fondazione Fare Futuro e il Comitato Atlantico, collabora alla creazione di un pensatoio culturale dell’area moderata ed atlantista, capace di giudicare e studiare lucidamente il nostro presente, per poter capire i processi che sconvolgeranno il nostro futuro. Checchia liberale che ha nel suo pantheon Aron e Croce, il Generale De Gaulle e il repubblicanesimo americano, è una voce libera dai pregiudizi del potere, capace di osservare il presente alla luce di una etica della libertà e la lunga esperienza diplomatica.

Può parlarci della sua attività con la fondazione Fare futuro?

Fare Futuro è una fondazione, presieduta dal sen. Urso, che intende rappresentare il pensatoio di punta dell’area moderata e di centrodestra per quanto riguarda le analisi e le questioni geopolitiche, tramite un atteggiamento obiettivo e bipartisan, come sottolineano i nostri eventi, organizzati con il Comitato Atlantico e l’International Republican Institute, a cui hanno partecipato anche esponenti di alto profilo del Partito Democratico, poiché il nostro obiettivo è innescare una riflessione capace di indagare seriamente la realtà senza essere partigiani nelle nostre analisi. La nostra fondazione raccoglie prevalentemente pensatori di area liberale, popolare e conservatrice, ma non esclude il dialogo con professionisti di altre visioni o estrazioni. In questi mesi abbiamo organizzato due eventi molto importanti. Il primo un evento per parlare della drammatica situazione afgana e sulle prospettive occidentali, a cui hanno partecipato esponenti del parlamento italiano, giovani parlamentari europei e l’International Republican Institute. L’altro evento che abbiamo organizzato aveva come tema, invece, il contenimento dell’influenza della Repubblica Popolare cinese in Europa e nelle nazioni in via di sviluppo. Per parlare della sfida decisiva che pone Pechino e il partito comunista cinese all’occidente, sottolineando sia la totale impossibilità di separare imprese private e pubbliche nel mercato cinese, sia per promuovere la difesa dei valori liberali e democratici marcatamente occidentali che si incarnano in quel faro di libertà e democrazia che è la repubblica di Taiwan, che da anni subisce pesanti segnali di intimidazione dal continente. In questo periodo stiamo preparando un evento sul Mediterraneo e l’importanza della vicinanza dei paesi europei all’alleanza atlantica.

Di fronte alla pervasività delle autocrazie sul Mediterraneo e sul mercato italiano quanto sono importanti i valori liberali della concorrenza e della difesa della democrazia?

Io credo che tali valori siano fondamentali poiché ci danno la cifra di tutto quello che l’occidente è stato, è  e dovrà essere. La solidarietà europea e la collaborazione con gli alleati atlantici sono fondamentali per la realizzazione dell’orientamento strategico dell’alleanza con il vertice di Madrid, Nato 20-30. Soprattutto in vista di una realizzazione di una difesa europea comune, che sia complementare e non a antagonista alla difesa Nato.

Come valuta lo sviluppo del movimento talebano dalla fine del Novecento a questa rinnovata ascesa con i drammatici fatti afgani?

I talebani di oggi non sono molti diversi dai disastrosi amministratori dell’Afganistan prima dell’intervento statunitense. Ora la comunità internazionale è in una situazione difficilissima perché si trova di fronte alla necessità di aiutare la popolazione in stato di estrema povertà generalizzata, senza però riconoscere l’attuale governo di Kabul, che esprime l’antitesi dei nostri valori. È un esercizio complesso poiché le nostre diplomazie in concerto con il governo statunitense sta cercando un modo per trovare un equilibrio. Però è importante sottolineare che parlare di un ritorno dei talebani è giusto e sbagliato al tempo stesso. Poiché è vero che tutti i talebani sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono talebani, ed anzi dietro ad una maschera di unità si nascondono diverse correnti e diversi gruppi tra loro antagonisti.

Cosa ne pensa del silenzio che sta avvolgendo la situazione dei cristiani d’oriente?

La situazione delle comunità cristiane orientali è certamente molto delicata, basti pensare che essi sono ormai dimezzati negli ultimi 50 anni, complice soprattutto la diaspora verso Stati occidentali e America del sud. Occorre sottolineare che ciò è un fatto drammatico, poiché non solo è in quelle terre che il cristianesimo si è affermato, ma soprattutto perché essi si trovano lì da ormai venti secoli. I Cristiani d’oriente non si sono stanziati sulla scia delle crociate, come molti erroneamente affermano, ma sono arabi che da sempre, professano il cristianesimo e sono comunità antichissime che fanno parte indissolubilmente del tessuto sociale di quei paesi. In realtà i cristiani devono evitare di sentirsi una minoranza avulsa ed assediata dalla società, ma una parte di essa, fondamentale, che deve dialogare con le altre confessioni, a patto che venga rispettata e possa vivere in armonia con le altre comunità religiose. Nella mia esperienza da ambasciatore in Libano esistono dei paesi in cui esiste una convivenza felice in cui i cristiani sono una parte costitutiva. Nonostante ci siano purtroppo paesi in cui i gruppi islamici, penso all’Iraq e alle difficoltà dei copti in Egitto, rendono molto difficoltosa la convivenza nonostante la scommessa sulla convivenza sia una sfida importante su cui dobbiamo puntare.

Quali sono i riferimenti culturali di Gabriele Checchia?

Io da liberale mi ritrovo profondamente in due pensatori: Benedetto Croce e Raymond Aron. Soprattutto ad Aron devo la definizione de la Republique imperial, che rappresenta la visione di un polo occidentale che svolga il ruolo di salvaguardare la democrazia nel mondo.