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Il Risorgimento rivoluzionario di Valerio Evangelisti

– Francesco Subiaco

Il risorgimento non fu la parata trionfale della retorica nazionalistica, né la rapina feroce e crudele che descrivono alcuni. Esso fu una Rivoluzione ed una Riconquista, una guerra di liberazione ed una guerra civile, un evento duro, crudele e magnifico come sono tutte le grandi lotte che muovono i popoli. Perché la rivoluzione non è un pranzo di gala nemmeno se fatto per la più santa delle cause, e non va raccontato con la retorica falsa che ne fa una “glorious revolution” all’italiana. Essa fu principalmente una guerra popolare, una lotta diplomatica, uno scontro indimenticabile in cui i patrioti mazziniani cercarono di rovesciare i troni di un ordine antico e fatiscente che cercò con ogni mezzo di opporsi a quel vento di cambiamento. Non fu solo l’esperienza dei mille, fu il risultato di anni di guerriglia, di cacce, di rappresaglie in cui i poliziotti austriaci e papalini venivano definiti dei servi del tiranno, mentre i patrioti dei terroristi e dei demoni. Una storia che non può essere raccontata come il trionfo senza sangue delle truppe sabaude, ma va descritto come uno slancio rivoluzionario di una gioventù italiana votata al martirio, al sacrificio, all’inizio di una nuova rivoluzione italiana, stroncata sul nascere. Una riconquista fatta di guerriglie e rese dei conti, tra i Demoni di Dostoevskij e le battaglie dei film di Sergio Leone, con lo scenario della guerra civile americana, che sono lo scenario dell’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti: “Gli anni del coltello” (Mondadori). Evangelisti, da poco scomparso, riesce nel suo romanzo a scrivere una epica del risorgimento, che ne fa una saga popolare del movimento mazziniano dopo la caduta della repubblica romana, che sbandato e perseguitato sui luoghi oscuri e rivoluzionari del nostro risorgimento, aldilà di un giudizio storico, trasformando la storia del popolano e rivoluzionario Gabariol in una grande avventura fatta di sangue e lotta, patria e libertà.

DIALOGO CON ALFONSO PISCITELLI: L’ITALIA DEL FUTURO, TRA I VALORI RISORGIMENTALI E L’IMPORTANZA DELLA CULTURA.

– Francesco Subiaco

I valori risorgimentali sono l’essenza di una civiltà fondata su Patria e libertà, su un senso del dovere che non sconfina nella servitù, in una visione della libertà che non recide i suoi rapporti con la comunità, alfieri di una visione capace non di superare il passato e la tradizione, ma di compierlo e avverarlo. Per parlare della grandezza del pensiero mazziniano e dei valori risorgimentali attualissimi in questi giorni di crisi e tensioni internazionali abbiamo intervistato Alfonso Piscitelli, docente di Storia e Filosofia, cultore del pensiero umanistico e studioso del Risorgimento. Già autore di Rai Radio Uno, collabora al mensile Cultura Identità” diretto da Edoardo Sylos Labini.

Professor Piscitelli, quanto sono attuali i valori mazziniani che hanno plasmato il Risorgimento?

 Sono più attuali oggi di quanto non fossero ieri, dal momento che Mazzini – sconfitto nel suo tempo – ha indicato all’Italia (e il mondo intero) traguardi di lungo corso: l’unità nazionale sotto forma repubblicana, la necessità di una pedagogia nazionale, la concezione sana della precedenza dei doveri rispetto ai diritti, l’idea di una confederazione di libere nazioni europee che a sua volta si inserisce in una Alleanza universale, l’aspirazione a una “religione laica” che si esprima nell’ impegno nella vita quotidiana per il bene della comunità.

Idolatrato e condannato, padre dell’Italia repubblicana ed eterno incompreso dai suoi connazionali. Che giudizio trae della figura dell’apostolo?

 Replicò nella sua esistenza il destino di esule di Dante Alighieri. E tuttavia il mondo ha riconosciuto il suo valore. Nella lontana India, coloro che si battevano per l’indipendenza di quella antichissima terra di civiltà lo hanno venerato addirittura come un “Mahatma”.

Di recente ha pubblicato su Cultura Identità un articolo su Mazzini, può parlarcene?

Ho dedicato più di uno scritto a Mazzini sostenendo che ovunque si combatta una battaglia di nazionalità e libertà il messaggio di Mazzini è amato. Pensiamo all’Irlanda, la cui bandiera attuale deriva dalle insegne della Young Ireland di ispirazione mazziniana. Noi oggi dobbiamo concepire una moderna forma di patriottismo che nell’epoca dei grandi spazi non si configuri come chiusura micro-nazionalistica, ma si leghi alla capacità di innovazione tecnico-scientifica, alla promozione della cultura alla capacità di trovare equilibri sociali più avanzati. Oggi l’idea mazziniana di “Terza Roma” si concilia con l’idea dell’Italia come “superpotenza culturale”.

 Amato da Gandhi, Bianciardi e Gentile come riesce il pensiero mazziniano ad avvicinare figure così diverse?

Riesce perché come tutti i grandi pensatori è stato capace di pensare la “totalità”, al di là dei punti di vista di parte. Questo lo differenzia da Marx, la cui ideologia Mazzini considerava inumana e destinata al fallimento. Fu profeta.

 E se dovessi posizionare Mazzini in una scuola filosofica dove lo inseriresti?

 Nella galleria dei grandi italiani, Mazzini si inserisce in una tradizione di pensiero che passa attraverso Dante, i Rinascimentali, Galileo, Vico fino ad arrivare appunto ai “profeti del Risorgimento”. Nel panorama europeo può essere avvicinato ai teorici del distributismo inglese, del cooperativismo appunto come valida alternativa alla lotta di classe marxista. Per certi aspetti ricorda un po’ Tolstoj, ma con una più chiara coscienza delle questioni sociali ed etiche del nostro tempo.

 Il concetto di patria e di Europa sono i veri malati d’Europa, come può il pensiero mazziniano dargli nuova vita?

La patria rinasce nel concetto mazziniano di dovere, qualcosa che corrisponde al romano “officium” e all’induistico “dharma”: ogni uomo deve avere la percezione di esser nato con un compito, con una missione concreta da compiere per il bene della comunità. A sua volta bisogna comprendere che le nazioni non sono semplici aggregati contrattuali ma hanno per così dire “un’anima”, una identità sia pur dinamica, aperta. L’Europa rinasce se smette di essere un freddo organismo burocratico e diventa il punto di incontro delle culture nazionali europee, che oggi devono affrontare le contraddizioni interne alla più ampia civiltà occidentale.

 Cosa ne pensa delle rimozioni della cultura russa che il politicamente corretto sta promuovendo? Il problema è la guerra o il moralismo occidentale?

Ritengo una grave violazione del diritto internazionale l’invasione russa dell’Ucraina, proprio per questo leggo con rinnovato interesse Dostoevskij, Tolstoj, Florenskj e invito a riscoprire figure un po’ dimenticate della storia russa come i Decabristi, il conte Stolypin, Kerenskij. Proprio per andare oltre gli errori e gli orrori del presente e capire come si possa ristabilire una rinnovata “coesistenza pacifica”.

Quali sono i riferimenti culturali di Alfonso Piscitelli?

 Tanti sono gli autori, prediletti sono quelli capaci di conciliare amore per la tradizione e amore per la modernizzazione (perché i due concetti sono complementari), quelli che affermano il valore dell’individuo. Oggi si parla di quote, politiche di genere, ma il fondamento della nostra civiltà è la valorizzazione del merito individuale, facendo in modo che chi parte da un contesto sociale svantaggiato, ma ha doti da mettere a disposizione della comunità possa essere aiutato ad emergere. Infine – e qui ci si ricollega alla parte spirituale di Mazzini – coloro che sono capaci di cogliere il Divino nello stupore per le meraviglie dell’universo, per i retti pensieri e le rette azioni degli uomini.

ATTUALIZZARE MAZZINI DOPO 150 ANNI: IL PATRIOTTISMO COME EREDITÀ INCANCELLABILE

– Tommaso Alessandro De Filippo

Cosa resta di Giuseppe Mazzini 150 anni dopo la sua morte? Ce lo si chiede in un’epoca avversata dall’ostinata voglia di cancellare e modificare la storia ed il pensiero delle figure che essa ci ha donato, con le loro battaglie ideologiche e politiche che sembrano stonare rispetto all’attualità torbida che affligge il nostro tempo. L’importanza del sacrificio, compiuto nell’ottica della convinzione delle proprie idee e nella necessità di rivoluzionare delle società sbagliate non appare più una convinzione maggioritaria. Anche in ragione di ciò, ricordare adeguatamente i volti eroici del nostro passato appare difficilmente perseguibile senza sfociare nella banalità e nel giudizio negativo che i cultori della cancellazione di radici ed ideali potrebbero emettere. Eppure, in questo ambiente sociale ostile resta fondamentale non arrendersi dinanzi ad una deriva pur prevalente, certi dell’importanza di attualizzare gli aspetti fondamentali che caratterizzano il valore del sacrificio e del patriottismo mazziniano. In primis, con il ricordo di Giuseppe Mazzini rilanciamo una testimonianza di sacrificio, impegno e determinazione compiuto per l’utopia realizzata dell’Italia unita. Quel desiderio di fratellanza di un popolo bisognoso del superamento delle divisioni si è tramutato in realtà grazie alla perseveranza degli eroi e dei martiri risorgimentali. Tuttavia, in questo momento storico, dove tensioni geopolitiche e scontro tra potenze determineranno i nuovi equilibri mondiali, poter usufruire dell’unità nazionale e del sentimento patriottico è l’ancora a cui aggrapparsi. Questo condiziona positivamente il nostro pur complesso cammino nell’attualità: essere consapevoli del passato dovrà motivarci per costruire adeguatamente il futuro. L’amore per la verità, la libertà ed i doveri sociali, condizioni necessarie per l’avvento di una vera democrazia, sono oggi il baluardo da difendere contro l’avanzata di autocrazie e regimi che annullerebbero la nostra eredità storica. Conoscere e ricordare le radici mazziniane impiantate al tempo sono il miglior gesto di riconoscenza verso le sue idee. Ritenere che siano mero inchiostro dei libri di storia non meritevoli di attualizzazione sarebbe il primo passo per vanificare il futuro.