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Luciano Fontana: “Siamo un paese con dei leader effimeri”

-Di Francesco Subiaco



Luciano Fontana è uno dei protagonisti del giornalismo italiano, che attraverso interviste, incontri, saggi ed editoriali ha raccontato la mutazione antropologica che dal 2018 ci ha portato ad essere non più un paese senza leader, bensì una nazione di guest star, istantanee ed effimere. Dalle interviste a Putin agli appelli del Papa, passando per il celebre confronto Letta-Meloni, la nascita del tecnopopulismo e la fine dell’ostpolitik europea, Fontana ha visto da dietro le quinte un mondo nuovo che va dalla fine del sogno antisistema alla rinascita del mito euroatlantico. Una mutazione antropologica e politica che aveva già raccontato nel 2018 nel suo saggio “Un paese senza Leader”(Longanesi) e che in questi ultimi anni ha subito cambiamenti e redenzioni inaspettate che lui ha potuto vedere come cronista, prima, e direttore, poi, tramite i numerosi incontri e confronti. Incontri che hanno accompagnato il percorso di un protagonista del giornalismo italiano, che da giovane corrispondente dell’ANSA di Frosinone è diventato il direttore del primo quotidiano italiano e che nonostante la crisi della carta stampata raggiunge livelli di consenso e vendite come non mai nella sua storia. Fontana nato in provincia di Frosinone, laureato in filosofia con una tesi su Karl Popper, autore cardine del suo pensiero, dal 1986 al 1997 ha lavorato per l’Unità, dove si è occupato di politica e cronaca giudiziaria. Nel 1997 è entrato al Corriere della Sera, dove nel 2003 è diventato vicedirettore, nel 2009 condirettore e nel 2015 direttore. È uno dei principi del giornalismo italiano, un uomo cortese, cauto, meticoloso, dalla voce calma e i lineamenti rassicuranti, sa essere equilibrato e aguzzo, quando parla arriva al succo del discorso, da Montanelli ha ripreso lo stile limpido e scarno, da De Bortoli il gusto del pluralismo, ha una visione britannica del giornalismo e forse per questo, in un panorama segnato da umori e istinti molto latini, è riuscito ha far convergere i consensi di schieramenti opposti, attorno alla sua figura. Abbiamo deciso di intervistarlo per capire se siamo ancora un paese senza leader e se saremo anche, data la crisi della carta stampata, senza giornalisti.

Direttore Fontana, l’Italia in preda ai personalismi vive il paradosso di non riuscire ad esprimere una leadership definita, come nel 2018, siamo ancora “un paese senza leader”?
Siamo un paese con leader effimeri, soprattutto. Leader che diventano astri nascenti, prima, e poi rapidamente precipitano perché non hanno dietro di loro una piattaforma politica seria e fondata sui bisogni del paese, in quanto questi personaggi non hanno una prospettiva su dove portare l’Italia, non presentano programmi concreti, capaci di essere attuati nella realtà, e soprattutto non hanno una classe dirigente capace di applicare e realizzare nei territori queste loro proposte, quando esse dovrebbero essere, invece, il sostegno dei capi nella loro azione politica. Siamo di fronte ad una politica dell’istantaneità che corrode i rapporti politici, brucia personalità che inizialmente sembrano avere un successo ecumenico e che poco dopo scompaiono. Questo scenario continuerà finché non cambierà radicalmente la natura del rapporto tra politica e società, ricostruendo un tessuto politico che parta dal basso, dalle associazioni al territorio, fino a crescere con consapevolezza dei problemi del paese. Senza questa ricostruzione credo sia impossibile la nascita di un leader che come in passato possa dare una prospettiva al paese e guidarlo nei prossimi anni.


Dalla nascita del governo gialloverde alla fine dell’esecutivo Draghi, come è cambiata la classe politica italiana di fronte alla crisi del populismo?
Le considerazioni su questi cambiamenti possono essere fatte in chiaroscuro e presentano delle connotazioni sia positive sia negative su queste metamorfosi. Il 2018, infatti, anno dell’esplosione del populismo, si è aperto con due temi: la tendenza antieuropea della maggioranza delle forze politiche da una parte e una visione isolazionista secondo cui l’Italia poteva fare da sé, profondamente in contraddizione con tutto quello che il nostro paese è ed è stato dal punto di vista economico e politico (dato che l’Italia vive perché è aperto al mondo), dall’altra. Possiamo oggi notare, invece, che queste due questioni siano cadute ormai in secondo piano, e che la maturazione di una parte degli esponenti del Movimento 5 stelle e della Lega, insieme a quello che sta dicendo Giorgia Meloni sulla collocazione euroatlantica dell’Italia, siano due fenomeni positivi, che segnalano una maturazione delle forze politiche. Dal punto di vista delle considerazioni negative su quel periodo dobbiamo, invece, guardare quel che è rimasto del populismo, ovvero quella pulsione immediata che porta a considerare la politica come una risposta ai problemi della pancia del paese senza una progettualità a lungo termine, tramite una fiera delle illusioni che si sta manifestando nelle promesse dei programmi politici e che i partiti stessi che le propongono non potranno mantenere. Permane purtroppo di quella fase la caratteristica di portare avanti nel dibattito pubblico soluzioni semplicistiche ed istantanee di fronte a problemi complessi e seri che è un elemento ancora molto presente e preoccupante.


Da direttore del principale quotidiano italiano, come sta evolvendo il giornalismo di fronte alla società dell’informazione perpetua e digitale e che ruolo resterà alla stampa di fronte a questi cambiamenti epocali?
Io penso che quando ragioniamo del destino dei giornali non dobbiamo mai valutarlo come l’avvenire della carta stampata. La carta sarà un pezzo di un sistema mediatico che avrà in larghissima parte la sua funzione sul digitale, ed esso dovrà mantenere la stessa qualità, accuratezza ed indipendenza che aveva sul formato cartaceo. Se invece vogliamo parlare delle sorti del sistema dell’informazione ho una visione molto positiva, perché se metto insieme i lettori di tutte le piattaforme del Corriere della sera esso è letto oggi come non mai. È chiaro che in un sistema in cui l’informazione arriva da moltissimi punti diversi, dai social al web in maniera poco accurata o falsa, per propagandare interessi politici ed economici, è importante che il sistema dell’informazione faccia conoscere la propria qualità di aderenza ai fatti, la competenza e la libertà d’opinione dei propri agenti, e sappia essere una bussola per il lettore; un ruolo che è ancora più importante oggi durante il bombardamento delle informazioni approssimative a cui siamo soggetti. Se sapremo fare questo, distinguendoci dalla palude della falsificazione e dell’approssimazione, potremmo continuare il nostro mestiere sennò rischiamo di cadere nel mare magnum della mala informazione.


Dall’Unità al Corriere della sera la sua carriera è costellata di incontri e interviste ai protagonisti della nostra storia recente. Quali personaggi la hanno più segnata e a quali incontri è più legato?
Dal punto di vista della mia attività professionale ci sono due incontri che considero molto rilevanti, uno più lontano ed uno più recente. Il più lontano è quello che ho avuto con Vladimir Putin nel 2015, che ritengo importante perché in quella occasione avevo già avuto la sensazione netta che fosse un uomo molto lucido e determinato nel suo disegno di ricostruzione imperiale della Russia, ma pensavo anche che fosse dotato di un certo pragmatismo che gli facesse avere la cognizione che esiste un limite nei rapporti internazionali che non va superato per garantire gli equilibri internazionali. Una constatazione che nel 2015 mi sembrava molto valida, soprattutto alla luce delle aperture che faceva al mondo occidentale dopo la prima crisi di Crimea, ma che oggi considerando ciò è accaduto in questi anni mi ha fatto molto rivedere la mia opinione passata su Putin. Il secondo incontro invece, quello più recente è stato quello con il Papa durante il colloquio che il Corriere della sera ha avuto con il pontefice in piena crisi ucraina e che mostra un Francesco molto deciso ed esplicito nel suo ruolo, critico verso le azioni e le scelte della Nato, ma con una presa di posizione nei confronti della Russia e contro la chiesa russa molto netta. Soprattutto per alcune sue dichiarazioni verso il capo della Chiesa Ortodossa russa Kyrill a cui il pontefice diceva che il patriarca non doveva essere “il chierichetto di Putin”. Una frase che a mio avviso resterà sui libri di storia.
Cosa la ha più colpita di questi personaggi?
Putin più che colpirmi mi ha impressionato, poiché è un uomo capace di attraversarti con lo sguardo, in grado di incutere un forte senso di timore e potenza. Durante il nostro incontro aveva dimostrato di sapere tutto dell’Italia, in quanto fin dalle prime domande mi citò una serie di dati, di statistiche, molto specifiche che dimostravano una conoscenza approfondita del nostro paese, mostrandosi come un uomo dalla memoria portentosa, abituato a leggere molti dossier e a immagazzinare con estrema facilità tante informazioni, fatto probabilmente derivante dal suo passato di spia in Germania. Del Papa, invece, mi ha colpito la sofferenza e il coinvolgimento con cui affrontava queste vicende che si sommavano ad una chiarezza esplicita senza riserve nelle sue affermazioni che sono una forte novità rispetto al passato.
Papa Francesco poi è un uomo molto ironico e spiritoso nelle sue conversazioni private rispetto a come può apparire in pubblico, tutto l’opposto del ricordo che mi ha lasciato Vladimir Putin.
Per lei che cosa è il mestiere del giornalista e come ha iniziato questa sua vocazione?
Mi è sempre piaciuto fare il giornalista e questo mestiere è stato il sogno della mia vita fin da giovane. Un sogno che in alcuni momenti mi è parso difficile se non irrealizzabile, dato che sono nato in una piccola famiglia in provincia di Frosinone, in un contesto che non presentava molte opportunità. Già dal liceo avevo una forte curiosità e passione nei confronti del mondo e fin da quegli anni leggevo e scrivevo molto. Sono stato spinto dai professori e da alcuni amici a inseguire questo sogno e da alcune possibilità che mi hanno dato alcuni giornalisti, permettendomi di crescere.
In questo percorso chi sono stati i suoi maestri?
All’Unità sicuramente Walter Veltroni che mi ha dato molte opportunità e fiducia, facendomi crescere in una esperienza che si voleva affrancare dalla vecchia tradizione del giornale, cercando di trasformarlo in una testata moderna capace di indagare una società nuova con uno sguardo oggettivo sul mondo che non è usuale per un giornale di partito. L’esperienza a l’Unità è stata per una scuola di formazione fondamentale per il mio percorso. Il Corriere della sera è invece, un mondo completamente diverso e la persona a cui devo sicuramente tutto riguardo a questa esperienza è Paolo Mieli. Mieli mi ha fatto assumere al Corriere, permettendomi di iniziare un percorso nuovo e fondamentale per la mia carriera. Ho imparato, sicuramente, molto da Indro Montanelli che inviava i suoi pezzi in redazione sempre brevi, chiari, espliciti e diretti, sviluppando con lui un rapporto di stima e rispetto. Ma la persona a cui devo di più professionalmente è sicuramente Ferruccio De Bortoli che mi ha insegnato il gusto per l’approfondimento, il rispetto del pluralismo, la serietà nel trattare i fatti, senza perdere però l’attenzione nell’andare a fondo nelle notizie senza avere paura di dire cose scomode o fare autocensura per paura di scontentare qualcuno.
Quali sono i suoi riferimenti culturali? Chi c’è nel Pantheon di Luciano Fontana?
Dal punto di vista giornalistico direi Indro Montanelli, come riferimento filosofico invece Karl Popper, su cui ho fatto la mia tesi di laurea, soprattutto per la sua idea di società aperta, un atteggiamento mentale che è maturato con me nel tempo. Dal punto di vista politico penso soprattutto a Luigi Einaudi ed Alcide De Gasperi per le loro idee e per la forza etica che hanno trasmesso al loro agire politico nel ricostruire il paese nel dopoguerra, emtrambi sono stati due personaggi a cui tutti noi italiani dobbiamo moltissimo. Letterariamente parlando leggo moltissimi libri di saggistica, mi piace molto la narrativa americana, Philip Roth, Franzen, “Pastorale americana” e “Le correzioni” sono tra i miei libri preferiti.

Wall Street Journal durissimo su Draghi e l’Italia: “Esita sulle sanzioni nel momento sbagliato”

– Tommaso Alessandro De Filippo

 

“Cracks in Western Resolve on Russia”. Titolo che tradotto significa crepe nella determinazione occidentale sulla Russia, con accanto la foto del premier Mario Draghi. La firma è quella dell’Editorial Board del Wall Street Journal, che aggiunge: “L’Italia esita sulle pesanti sanzioni esattamente nel momento sbagliato”. Gli alleati occidentali sono convinti che Putin attacchi il loro sistema, e quindi fermarlo necessiti di tutti gli strumenti a disposizione, o pensano che l’annessione del Donbass sia una vicenda locale e non valga il rischio di perdere le forniture di gas a buon prezzo? Dalla risposta può dipendere il futuro della democrazia in cui viviamo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il commento del Wall Street Journal inizia così: «Il presidente francese Emmanuel Macron si è affrettato domenica a cercare di fermare un’invasione russa dell’Ucraina, organizzando un possibile vertice tra il presidente Biden e Vladimir Putin. È difficile capire cosa accetterebbe la Russia, se non concessioni che comprometterebbero la sicurezza della NATO, e nel frattempo l’Italia sta già esitando sulle sanzioni». L’articolo cita le dichiarazioni di venerdì della guida di Palazzo Chigi: «Stiamo discutendo le sanzioni con la UE, e nel corso di queste discussioni abbiamo reso nota la nostra posizione, quella per cui dovrebbero concentrarsi su settori ristretti senza includere l’energia”. Tale resa preventiva è esattamente il motivo per cui Putin ritiene che il prezzo di un’invasione sarebbe inferiore a quanto pubblicizzato». Il WST aggiunge: «L’Italia importa circa il 90% del proprio gas ed è uno dei maggiori clienti di Mosca nel continente. Il leader italiano non vuole che la sua eredità di Primo Ministro di unità nazionale sia offuscata da una crisi energetica, ma favorire l’imperialismo russo sarebbe una macchia molto più grande. L’energia non è l’unica preoccupazione, e Roma non è l’unica capitale europea che potrebbe vacillare sulle sanzioni. La riluttanza della Germania è consolidata e l’Ungheria ha paura. Bandire la Russia dal sistema di compensazione finanziaria Swift è già stato escluso, in quanto potrebbe mettere in pericolo decine di miliardi di dollari in pagamenti a creditori russi in Austria, Francia e Paesi Bassi». In chiusura, un drammatico ammonimento: «Se il massacro si svolgerà, le elites americane ed europee dovrebbero riflettere su come si sono rese nuovamente ostaggi di un dittatore». Le preoccupazioni di Draghi per il gas italiano, così come quelle del cancelliere tedesco e degli altri leader europei e americani, sono tutte legittime e comprensibili, ma è indispensabile pesarle coraggiosamente sulla bilancia della posta in gioco. Se Putin attaccando l’Ucraina punta all’architettura di sicurezza creata dopo la caduta dell’Urss, vuole demolire la Nato ed il sistema democratico, è venuto il momento di compiere ogni sacrificio necessario per fermarlo.

STEFANO MAGNI: “IN ITALIA TROPPI SONO AFFASCINATI DA PUTIN. LA GERMANIA HA TRADITO LA NATO”

– Tommaso Alessandro De Filippo

Stefano Magni è uno dei massimi esperti di politica estera, attento alle dinamiche geopolitiche che il mainstream non racconta. Si occupa principalmente delle vicende ucraine, argomento cardine del nostro dialogo insieme alla fascinazione verso Putin che troppi in Italia subiscono e manifestano. Attualmente, Magni è costante collaboratore de La Nuova Bussola Quotidiana, Il Giornale.it ed Atlantico Quotidiano. L’ascolto delle sue analisi e prospettive rappresenta per noi una preziosa fonte di ascolto e formazione.

Può esprimerci una sua considerazione sui venti di guerra attuali tra Ucraina e Russia?

La Russia non ha mai digerito la separazione ucraina, ieri dall’URSS ed oggi dalla Russia stessa. Ha tollerato la distanza fino al 2014, perchè poteva permettersi di controllare per motivazioni economiche e politiche il governo ucraino, attraverso l’utilizzo di presidenti fantoccio, ultimo in ordine cronologico Viktor Fedorovyč Janukovyč. Tuttavia, con la ribellione popolare del 2014 la Russia ha compreso di dover iniziare ad utilizzare le maniere dure nel territorio. In primis, ha occupato la Crimea a mano militare, per poi manovrare ad hoc il referendum nella zona, vinto non a caso con il 95%. Inoltre, ha alimentato la guerriglia nel Donbass, dove ci sarà pure una popolazione russofona affine a Mosca, che non avrebbe potuto però innescare una guerriglia senza l’appoggio di forze speciali del Cremlino, che hanno addestrato l’esercito locale. Ciò a cui stiamo assistendo ora è un semplice proseguo ed aggiornamento di un conflitto già esistente da 8 anni, che ha già causato oltre 16mila morti ed un milione di sfollati e profughi interni. Tuttavia, le motivazioni del conflitto attuale sono solo nella mente di Putin: non è cambiato il governo ucraino rispetto agli anni scorsi, il presidente Volodymyr Zelens’kyj è stato eletto dai 2/3 del popolo (compresi i russofoni). Pertanto, ciò lo rende uno dei presidenti maggiormente ben disposti al dialogo con Mosca. Dal novembre del 2021 Putin ha iniziato a schierare al confine 150mila uomini armati senza alcuna ragione plausibile, che rappresentano una chiara intimidazione. Dal mio punto di vista l’autocrate sta provando a mettere a dura prova l’Ucraina ed il livello di reattività dell’Occidente, in un momento in cui esso è diviso e debole.

Crede che USA e NATO non stiano attuando una strategia efficace nella trattativa con Mosca e si stiano rilevando deboli?

La NATO sta dimostrando di essere disunita, dato che due nazioni chiave come Germania e Francia stanno conducendo una diplomazia autonoma. I tedeschi dimostrano la veridicità di quanto denunciato qualche anno fa da Donald Trump, cioè la propria dipendenza dal gas russo. La politica tedesca è dettata primariamente dai propri interessi economici, che attraverso i due nuovi gasdotti NordStream la legano a Mosca. Tutto questo la rende anello debole della NATO e finta alleata dell’Ucraina: non invia armi a Kiev ed ha impedito ad altri paesi come la Lettonia l’invio di armi di fabbricazione tedesca, volto a sostenere il governo e l’esercito ucraino. Una politica di sabotaggio interna all’alleanza a cui si aggiunge la Francia che sotto traccia cerca di condurre trattative a nome della UE, senza alcun fine chiaro ed annunciato pubblicamente. La politica francese ha sempre dimostrato il proprio egoismo e disinteresse verso la NATO. A tali problematiche si aggiungono quelle comportate da paesi minori come l’Ungheria, stato nazionalista indipendente che ha più vicinanza alla Russia piuttosto che all’Ucraina, con cui ha uno storico contenzioso territoriale in atto. Infatti, alcune regioni all’estremo occidente ucraino sono rivendicate da Bupadest. Tuttavia, anche la nostra nazione dimostra la propria vicinanza ideologica al Cremlino, dato che soluzioni alternative al rifornimento del gas proveniente da Mosca non si stanno trovando in fretta, la vicenda TAP ne è un esempio.

Sarà possibile contrastare l’ambiguità di alcune nazioni UE nei riguardi di Russia e Cina? Se si, come?

Cina e Russia sono di fatto alleate e rappresentano una problematica comune da affrontare a viso aperto. Come si riusciranno a contrastare le ambiguità europee dipende dagli USA: dovrebbero giocare a carte scoperte come avvenuto con Trump, che ha denunciato il doppio gioco della Germania. Anche in ragione di ciò, non dovrebbero permettere che la UE si difenda da Cina e Russia grazie alla NATO ed agli Stati Uniti stessi e poi vada a fare accordi commerciali non necessari con Mosca e Pechino.

A cosa è dovuta la fascinazione di alcuni occidentali verso Vladimir Putin?

In Italia soprattutto la si vede tanto. Pur non avendo affinità storiche o culturali con la Russia assistiamo ad una grande fascinazione di intellettuali ed opinionisti verso il Cremlino e la sua propaganda. In passato avevamo il PCI che era alle dipendenze dell’URSS. Oggi non c’è più ma abbiamo ancora esponenti che credono il male sia l’Occidente, sia a sinistra che a destra. Questa cultura antiamericana ha visto aggiungersi una campagna di successo di Soft Power russo, che affonda le proprie origini nel 2004, in seguito alle rivoluzioni colorate della Georgia e dell’Ucraina, che hanno fatto temere a Putin che una rivoluzione potesse scoppiare anche con l’appoggio dell’Occidente. Pertanto, da lì ha iniziato ad incrementare la propaganda televisiva e creare strutture che finanziassero e contattassero Think Thank italiani, università, redazioni dei quotidiani e grandi aziende, in particolar modo del settore bancario ed energetico. Anche all’interno della Chiesa cattolica si è strutturata una influenza dovuta ai rapporti con il mondo ortodosso. Questo lavoro ha proseguito il progetto dell’URSS, creando un senso comune filo-russo a cui assistiamo ogni volta che la Russia affronta problematiche geopolitiche.

Come valuta le attuali restrizioni della libertà personale decise dall’esecutivo italiano?

Purtroppo siamo un caso quasi unico nel mondo. La pandemia sta finendo ma nonostante ciò si persiste nelle chiusure e nelle limitazioni delle libertà individuali. Ultimo oggetto di propaganda sono stati i non vaccinati, a cui è stata attribuita la colpa del proseguo dell’emergenza sanitaria. È questa una politica superflua ed antiscientifica che opprime chi vorrebbe esercitare dei semplici diritti costituzionali, come quello di andare a lavorare e percepire poi uno stipendio. Una violazione dei diritti che richiederebbe una vera opposizione politica, sociale e nazionale che al momento però non si vede.

In chiusura, le chiedo se ritiene che i referendum sulla giustizia previsti in primavera possano dare realmente il via ad una riforma di tipo garantista in Italia.

Sono scettico perchè tutti i referendum del passato o quasi sono stati poi facilmente aggirati dal Parlamento italiano. Ad esempio, quello sulla privatizzazione RAI del 1995 che non ha visto alcun seguito politico ed istituzionale. Inoltre, bocciando le proposte referendarie su Cannabis ed Eutanasia legale si è di fatto ridotta e di parecchio la fetta di cittadini che si recheranno alle urne. Molti non capiranno le ragioni e le proposte reali di questi 5 quesiti da votare e resteranno a casa. Infine, ritengo che la magistratura sia ormai un potere troppo forte per essere trasformato attraverso un semplice referendum popolare. Servirebbe anche una lotta di sistema interna ai palazzi del potere, con la reale volontà della politica di rischiare per imprimere una svolta garantista ed il proprio primato.

BARATRO UCRAINA: IL NUOVO DOSSIER GEOPOLITICO DI NAZIONE FUTURA


La tensione in Europa Orientale è altissima e il rischio di un conflitto armato tra Russia e NATO non è mai stato così tangibile. Il caos in Ucraina, tuttavia, ha origini molto antiche, sia caratterizzate dalla composizione etnica del Paese dopo il controllo dell’Unione Sovietica, sia dopo il colpo di Stato del 2014 noto come EuroMaidan. Nella partita, tuttavia, si intrecciano gli interessi talvolta conflittuali di Stati Uniti e Unione Europea, specie sul campo delle politiche di approvvigionamento energetico. Decisiva, in questo senso, la mancanza di un’azione politica comune da parte dell’Ue.
DANIELE DELL’ORCO, giornalista pubblicista, è laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Ha conseguito il Master in giornalismo Eidos e ha perfezionato gli studi presso la Cuny University di New York. Dirige la rivista trimestrale cartacea Nazione Futura. È stato editorialista de La Voce di Romagna ed è collaboratore del quotidiano Libero e del Giornale.it. Per il portale InsideOver ha realizzato reportage da dieci paesi del mondo. Nel 2015 ha fondato la casa editrice Idrovolante. Ha scritto 7 libri.
Con il contributo di: Vittorio Nicola Rangeloni
Dossier n. 7 / 2022
Baratro Ucraina
© Nazione Futura / Fondazione Tatarella

LA GENESI DEL CONFLITTO

di Vittorio Nicola Rangeloni
La storia recente dell’Ucraina è la storia di una rivoluzione che si è trasformata in un colpo di Stato e di una contro-rivoluzione. Eventi che hanno inevitabilmente trascinato il Paese in una guerra civile.
Una guerra alle porte dell’Europa che, seppure taciuta da tutti i principali canali d’informazione, si protrae tutt’oggi.
Le aspirazioni e le violenze dell’EuroMaidan, l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, l’autoproclamazione delle Repubbliche indipendenti del Donbass e il conflitto fratricida in uno Stato ormai irrimediabilmente diviso tra Est e Ovest sono le inevitabili conseguenze delle contraddizioni interne che l’Ucraina covava in sé fin dal giorno della sua indipendenza1.
All’interno degli odierni confini ucraini non è mai esistita un’identità nazionale condivisa. Le diverse anime si differenziano per lingua, etnia, religione, storia e cultura. Una sommatoria di fattori d’instabilità che attendevano solo l’occasione di esplodere.
Ma queste ragioni sono già state abbondantemente analizzate in altri libri. Il mio non vuole essere un saggio storico, quindi ne accennerò solamente quanto indispensabile, per contestualizzare le storie e gli eventi.
Nel mio libro2 vorrei invece riuscire a trasmettere, almeno in parte, questa più recente ed intensa storia del Paese, avendola vissuta in prima persona; raccontarne i suoi protagonisti da vicino, dando voce alle loro emozioni ed esperienze, descrivendo quelle sensazioni che non si potrebbero nemmeno immaginare senza essere stati nell’epicentro di quegli avvenimenti.
Per consentire a chiunque di comprendere a fondo il contesto, è quindi necessario fare dapprima una sintesi dei fatti svoltisi in Ucraina a partire dall’autunno del 2013, che hanno portato al colpo di Stato noto come EuroMaidan, fino allo scoppio della guerra e le sue fasi più intense.
***
L’EuroMaidan ha avuto inizio nella tarda serata del 21 novembre del 2013. Un’apparentemente innocua manifestazione contro l’allora Presidente Viktor Yanukovich, reo di non aver ratificato un trattato economico con l’Unione Europea, raccolse in piazza un centinaio di giovani ucraini filo-europeisti.
Quel sit-in nel centro di Kiev proseguì per una decina di giorni, fino all’intervento delle forze dell’ordine, che dispersero i manifestanti e liberarono la piazza. Le immagini di questa repressione servirono l’assist ai media e ai partiti d’opposizione per accusare i metodi poco
1  L’Ucraina è uno Stato indipendente dal 1991, cioè da quando l’Unione Sovietica collassò su se stessa. Prima di allora il territorio della Repubblica Socialista d’Ucraina e i suoi confini con la Repubblica Socialista di Russia erano considerati delle mere formalità amministrative all’interno dell’URSS, tanto che, nel 1954, per festeggiare i 300 anni di convivenza tra la Russia e la Crimea, l’allora Presidente Chruščev donò simbolicamente la penisola alla Repubblica Socialista d’Ucraina, convinto dell’intangibilità dei confini esterni ed interni dell’Unione Sovietica.
2.       V.N. Rangeloni, Donbass – Le mie cronache di guerra, Idrovolante Edizioni, Roma 2021.


democratici di Yanukovich, chiedendo le dimissioni delle massime cariche dello Stato.
I presidi di protesta divennero così permanenti, forti anche del sostegno esplicito da parte di rappresentanti ufficiali dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, e in pochi giorni vennero rafforzati dalla presenza di gruppi organizzati come fazioni ultras e strutture paramilitari di partiti ultranazionalisti.
Le rivendicazioni prettamente europeiste vennero presto abbandonate, per abbracciare le ben più generiche accuse contro il sistema oligarchico che governava l’Ucraina, apparentemente l’unico vero comune denominatore delle diverse anime che componevano la protesta. Anche l’obiettivo era cambiato: non più le dimissioni del governo in carica, ma il colpo di Stato. E così fu.
Verso la fine del febbraio del 2014, in seguito a numerose battaglie in cui la polizia dovette fare i conti con i manifestanti armati di molotov e armi da fuoco, Yanukovich fu costretto a fuggire dalla capitale, lasciando i palazzi del potere in mano agli insorti. Nonostante il presidente ucraino non avesse rassegnato le dimissioni, il Parlamento ucraino nominò un nuovo governo ad interim, portando al potere gli esponenti di quei partiti che avevano guidato le proteste.
Il nuovo governo ricevette fin da subito la benedizione di Washington e Bruxelles e, per rimarcare ulteriormente il cambio di fronte geopolitico, venne proposta la messa al bando della lingua russa, andando a minacciare i diritti di una grossa parte della popolazione ucraina.
Tutte le cariche istituzionali riconducibili al partito di Yanukovich, o comunque non esplicitamente alleate con l’EuroMaidan, dai Ministri ai sindaci delle piccole città, vennero rimpiazzate con nuovi volti leali al governo golpista. Per milioni di persone tutto ciò era inammissibile, nonché antidemocratico.
Nel marzo del 2014, poche settimane dopo il colpo di Stato a Kiev, la Repubblica autonoma di Crimea si rifiutò di riconoscere l’autorità del nuovo governo ucraino, tornando ad essere parte della Federazione Russa attraverso un referendum3.
Il cambio di bandiera avvenne senza che venisse sparato un solo colpo. Questo anche grazie alla presenza di basi militari russe in quel territorio.
Contemporaneamente, in diverse regioni ucraine, da Kharkov a Lugansk, da Dnepropetrovsk fino a Donetsk, presero vita le manifestazioni del cosiddetto AntiMaidan.
Le persone che vi presero parte non sostenevano le posizioni del nuovo governo e si rivolgevano a Kiev chiedendo quanto meno nuove elezioni e la federalizzazione del Paese.
Ma queste proteste portarono solo repressione e i manifestanti filorussi iniziarono ad occupare i palazzi del potere delle regioni orientali.
Verso l’inizio di aprile l’Ucraina perse totalmente il controllo su decine di città, anche a causa della timidissima resistenza opposta da parte dei reparti delle forze dell’ordine locali.
Il 13 aprile, Alexandr Turchinov, eletto Presidente ad interim post-Maidan, anziché trattare con i rappresentanti della nuova opposizione, decise di mettere a tacere ogni forma di dissenso annunciando l’Operazione Anti-Terrorismo (ATO).
Coloro che fino ad allora erano stati considerati semplicemente come “filorussi”, iniziarono ad
3  Il 16 marzo si recò alle urne l’84% degli aventi diritto. Il 97% dei voti fu favorevole all’indipendenza dall’Ucraina e all’annessione alla Federazione Russa.
essere definiti “terroristi” e “separatisti”. Questa etichetta ricadde indistintamente su milioni di cittadini ucraini, colpevoli solamente di essere in disaccordo con il nuovo governo. Non potendo fare affidamento sull’esercito regolare, che aveva ampiamente disertato in Crimea e dimostrato poca intenzione di combattere contro i propri cittadini a Slaviansk e Kramatorsk, il governo di Kiev introdusse i “battaglioni punitivi”, ossia formazioni paramilitari costituite dai volontari nazionalisti che già avevano avuto un ruolo di primo piano nel golpe di febbraio.
L’approccio di Turchinov e del suo governo ebbe un effetto inaspettato: più la repressione si fece violenta, più le manifestazioni dell’AntiMaidan si diffusero, mettendo a nudo le fratture ideologiche e culturali presenti nel Paese.
Le misure di Kiev causarono da subito centinaia di vittime, ma la popolazione non rinunciò alle proprie rivendicazioni e reagì passando dal manifestare pacificamente all’imbracciare le armi per difendere la propria libertà e il sacrosanto diritto di decidere in prima persona il proprio destino. Armi in risposta alle armi.
Per tutti fu chiaro che in queste regioni non si sarebbe ripetuto lo scenario avvenuto in Crimea, dove l’Ucraina si era ritirata silenziosamente. Senza la presenza russa a fare da garante, l’unica strada percorribile dai manifestanti intenzionati a non rinunciare alla propria causa fu quella dell’emancipazione da Kiev.
L’11 e il 12 maggio a Donetsk e Lugansk, in un clima di estrema tensione dovuto alla repressione ucraina, venne promosso un referendum in sostegno delle autoproclamate (e omonime) Repubbliche Popolari.
Con un plebiscito venne chiaramente e democraticamente espresso il desiderio di autonomia dall’Ucraina.
A ridosso di quel referendum il governo ucraino si era indirettamente reso responsabile della strage di Odessa, quando, il 2 maggio, il presidio dell’AntiMaidan presente di fronte al Palazzo dei Sindacati venne barbaramente assaltato. Gli aggrediti vi si barricarono all’interno cercando riparo dalla furia degli ultranazionalisti giunti in città con il pretesto di una partita di calcio. Il palazzo venne dato alle fiamme e una cinquantina di persone morirono al suo interno. Questo non fu che l’ennesimo avvertimento a chi fosse intenzionato a mettere in dubbio l’autorità di Kiev.
In quelle prime fasi del conflitto molte città vennero duramente contese. L’esercito ucraino tentò di ottenere nuovamente il controllo delle zone di frontiera con la Federazione Russa, isolando così Donetsk e Lugansk. Nell’estate del 2014 Lugansk venne accerchiata dalle truppe ucraine, che però dovettero fare i conti con poche centinaia di miliziani per nulla intenzionati ad arrendersi.
La forza delle idee diede ragione a questi ultimi e l’accerchiamento venne spezzato.
Al termine del mese di agosto, nella zona di Illovaisk, si ebbe un nuovo accerchiamento.
Questa volta, però, a finire nella sacca furono i soldati ucraini. Traditi ed abbandonati dai loro ufficiali, almeno un migliaio di loro vennero uccisi, alcune centinaia vennero fatti prigionieri.
Grazie a questa brillante operazione le milizie delle neo-Repubbliche conquistarono enormi quantitativi di armi, munizioni e mezzi. Fu la battaglia più grande e pesante tenutasi fino ad allora.
Gli esiti di questo scontro portarono le parti a confrontarsi per la prima volta senza combattere, con i rispettivi rappresentanti seduti attorno ad un tavolo a Minsk nel settembre del 2014.
Vennero stipulati accordi per risolvere il conflitto in modo pacifico. Kiev avrebbe dovuto riottenere il controllo dei territori delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk in cambio della concessione di ampie autonomie alle regioni.
La tregua però durò poco. Giusto il tempo necessario alle parti di riorganizzare gli eserciti, riparare i mezzi e pianificare le manovre successive. In autunno si succedettero diverse battaglie minori lungo tutta la linea del fronte. Solamente con il sopraggiungere dell’inverno aumentarono le tensioni nei pressi dell’aeroporto di Donetsk, simbolo della resistenza dell’esercito ucraino. A gennaio 2015 i miliziani issarono la bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk su entrambi i terminal, liberando definitivamente tutto il territorio dell’infrastruttura dalla presenza ucraina.
Il mese successivo si risolse un’altra delle più grandi manovre in questo conflitto: l’accerchiamento di Debaltsevo da parte delle milizie. Questa battaglia andò di pari passo con gli incontri tra le parti a Minsk, volti a trovare un nuovo accordo. Il documento d’intesa venne raggiunto con il contributo delle massime cariche istituzionali di Germania, Francia, Russia e OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
Con l’entrata in vigore di Minsk-2, tra le Repubbliche Popolari e l’Ucraina non si verificarono più grandi battaglie e sensibili modifiche della linea del fronte, ma solo il proseguimento di una logorante guerra di posizione. Sporadicamente e ciclicamente, dal 2015 ad oggi, periodi di relativa tregua sono stati alternati a fasi di allerta e pesanti cannoneggiamenti con morti e feriti tra la popolazione civile.
Ad oggi rimane difficile fare una stima precisa dei morti di questa guerra. Le principali organizzazioni internazionali stimano al ribasso 25 mila feriti e almeno 13 mila morti. 3 milioni di persone continuano a vivere in condizioni di estrema povertà, spesso lontano dalle proprie case, delle quali non rimangono che macerie. Tutti questi numeri, periodicamente, continuano a venire aggiornati.

L’EPICENTRO DEL CAOS: IL MAR NERO

Negli ultimi giorni una nuova escalation in Ucraina Orientale ha spinto di nuovo le potenze occidentali a manifestare apertamente il sostegno al governo di Kiev minacciando la Russia di gravi ritorsioni (sanzioni, o peggio) in caso di invasione delle regioni separatiste dell’Ucraina, quelle di Donetsk e di Lugansk, che ormai da 7 anni si sono proclamate indipendenti (e sono filorusse).
Nel corso degli anni la Russia non ha mai davvero manifestato la volontà di annetterle (cosa fattibile a livello militare in un battito di ciglia), perché avrebbe poco senso scatenare un vespaio per estendere la sovranità su realtà che sono già fattivamente controllate da Mosca ma de jure territorio ucraino. 
Una situazione ben differente rispetto a quanto accadde alla Crimea, la penisola nel Mar Nero contesa tra Russia e Ucraina che i russi hanno annesso nel 2014. Perché in quel caso sussistono ragioni geostrategiche importanti dovute al controllo di quella sorta di “lago” incastonato tra Russia, Ucraina e Crimea che risponde al nome di Mare di Azov (e al Mar Nero in generale).
La Russia, infatti, non ha mai accettato il fatto che quella che era la seconda più importante repubblica socialista di tutta l’Unione Sovietica sia finita ormai sotto il controllo occidentale, e anche per questo ha annesso la Crimea per il timore che con l’aiuto dell’Occidente l’Ucraina potesse trasformare quello che era principalmente un luogo di villeggiatura in una spina nel fianco militare. Dopo quell’annessione, infatti, le parti si sono invertite e l’unico punto d’accesso marittimo al Mare di Azov, lo stretto di Kerch, in Crimea, è controllato interamente dai russi che possono controllare il traffico navale in entrata e in uscita da città portuali ucraine come Mariupol e Berdyansk.
Ecco, Berdyansk.
Qui, a pochi chilometri dalla Repubblica separatista di Donetsk, l’Ucraina finanziata dalla Gran Bretagna sta costruendo una base navale (e un’altra a Ochakiv) per potenziare la propria flotta.
E l’intelligence russa sostiene che pure i dollari americani stiano finanziando altre basi navali. Movimenti praticamente nel proprio giardino di casa che non piacciono per niente al Cremlino.
Le 90mila truppe schierate al confine con l’Ucraina, allora, rappresentano un messaggio molto chiaro rivolto all’Occidente: attenti a quello che fate.
E il Donbass, che da anni ormai è diviso tra l’incudine e il martello e in cui non si è mai smesso di sparare, rischia nuovamente di essere l’epicentro (magari anche involontario) di congiunture che vanno dagli approvvigionamenti di gas del North Stream 2 (con le sue beghe burocratiche), alle tensioni migratorie tra Bielorussia e Polonia, alla minaccia di nuove sanzioni dall’Europa alla Russia, e infine alle contese marittime sul Mar Nero.
Tutti scenari di una guerra ibrida sempre più palese ancorché non dichiarata tra Occidente e Oriente.


LE RICHIESTE DELLA RUSSIA

Il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa ha pubblicato, venerdì 17 dicembre, le bozze dell’accordo sulle garanzie di sicurezza presentate agli Stati Uniti e alla NATO. Tra i punti salienti, vi è l’interruzione di qualsiasi attività militare euroatlantica nell’Est Europa. Washington e l’Alleanza, però, hanno respinto le richieste russe.
A riportare la notizia, il medesimo venerdì, è stata l’agenzia di stampa statale RIA Novosti. Inoltre, il viceministro degli Esteri del Paese, Sergey Ryabkov, citato da un’altra agenzia, Interfax, ha spiegato che gli Stati Uniti e la NATO, finora, hanno respinto l’accordo. “La loro risposta non è stata incoraggiante”, ha affermato il rappresentante russo. “Nelle nostre proposte abbiamo presentato in modo esaustivo una serie di questioni che richiedono soluzioni urgenti”, ha dichiarato Ryabkov, in riferimento alla bozza, consegnata il 15 dicembre. Il viceministro degli Esteri ha sottolineato che le proposte della Russia “non rappresentano un ultimatum all’Occidente”, ma ha ribadito che la “gravità” degli ultimi sviluppi non deve essere sottovalutata. Inoltre, Ryabkov ha affermato che, di recente, la sicurezza in Europa e nell’area Euro-atlantica ha subito un “notevole” deterioramento. Uno dei punti salienti delle “garanzie di sicurezza” riguarda la richiesta di Mosca di ritirare la decisione presa dai leader dell’Alleanza Atlantica in occasione del vertice di Bucarest, svoltosi il 2 aprile 2008. In tale data, si decise che la NATO avrebbe riconosciuto il “principio della porta aperta” sia per l’Ucraina sia per la Georgia, affermando di voler integrare i due Paesi nella comunità euro-atlantica.
RIA ha riassunto i punti chiave del primo documento, che è stato redatto in russo, inglese e francese.
La Russia richiede di:
–             Escludere un’ulteriore espansione della NATO, nonché l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza;
–             Non schierare truppe e armi aggiuntive rispetto a quelle collocate nei Paesi membri prima del maggio 1997, tranne in casi eccezionali e con il consenso della Russia e dei membri della NATO. [In tale quadro, è importante sottolineare che, prima del 1997, l’Alleanza non includeva i Paesi dell’Europa Orientale].
–             Abbandonare qualsiasi attività militare della NATO in Ucraina, in Europa Orientale, nel Caucaso e in Asia centrale;
-Non schierare missili a medio e corto raggio in aree da cui possono essere colpiti altri territori;
–             Non condurre esercitazioni e altre azioni con più di una brigata nella zona di confine concordata. Scambiare informazioni sulle manovre militari su base regolare;
–             Confermare che le parti non si considerano avversarie, consolidare l’accordo per risolvere pacificamente tutte le controversie e astenersi dall’uso della forza;
–             Impegnarsi a non creare condizioni che possano essere percepite come una minaccia dall’altra parte;
–             Creare hotline per i contatti di emergenza;
Se più della metà degli Stati firmatari accetterà le disposizioni, ha spiegato la testata russa, l’accordo entrerà in vigore. Si precisa, inoltre, che ogni Paese può recedere dal contratto, dandone comunicazione al depositario. In questo caso, l’intesa terminerà su base individuale 30 giorni dopo il ritiro.
A seguire, i punti salienti riassunti da RIA delle “garanzie” contenute nel secondo documento:
–             Non schierare truppe né dispiegare armi nelle aree che saranno percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale;
–             Astenersi dal far volare bombardieri pesanti, nucleari e non, al di fuori dei propri cieli, da dove possono colpire bersagli sul territorio dell’altra parte;
–             Non dispiegare navi da guerra in aree al di fuori delle acque nazionali, da dove possono colpire obiettivi sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare missili a medio e corto raggio all’estero e in aree da cui possono colpire bersagli sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare armi nucleari all’estero e ritirare quelle precedentemente schierate, nonché eliminare le infrastrutture create per il dispiegamento di armi nucleari al di fuori del proprio territorio;
–             Non condurre esercitazioni militari con lo sviluppo di scenari per l’uso di armi nucleari e non preparare Paesi non nucleari all’uso di armi nucleari;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a escludere un’ulteriore espansione della NATO verso Est e a rifiutare di ammettere Paesi post-sovietici all’Alleanza;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a non creare basi militari nei Paesi post-sovietici, a non utilizzare le loro infrastrutture militari e a non sviluppare con loro una cooperazione militare. Mosca ha consegnato le proposte dell’accordo agli Stati Uniti, tra le crescenti tensioni, acuitesi a seguito dell’accumulo di truppe russe vicino all’Ucraina Orientale. I Paesi Occidentali temono che la Russia possa lanciare una nuova offensiva contro lo Stato Est-Europeo, sebbene Mosca neghi qualsiasi intenzione bellicosa. Al contrario, il Cremlino ribadisce di rispondere a ciò che percepisce come minacce alla propria sicurezza: dalle relazioni sempre più strette dell’Ucraina con la NATO, alle sue aspirazioni euroatlantiche e all’incremento della presenza dell’Alleanza nel Mar Nero.
Il fatto che la NATO abbia respinto in toto le richieste russe non è granché degno di nota, poiché la posizione russa è molto sbilanciata rispetto a quelli che sono i piani dell’Alleanza. Ma, come in tutte le trattative, si parte da uno sbilanciamento per provare a cercare un punto di incontro. E il punto di incontro in questa partita sarebbe quello di garantire alla Russia che gli stati cuscinetto che attualmente la separano dall’Europa, Bielorussia e Ucraina, restino tali.
Il paradosso è che a Washington non sentono di voler garantire a Mosca qualcosa che in fondo nemmeno vogliono. L’Ucraina, infatti, al momento non è una candidata ad aderire all’Alleanza Atlantica. Ma siccome non è escluso che possa esserlo in futuro (remoto), gli Stati Uniti che già sono massicciamente presenti nell’area insieme alle forze del Regno Unito, non hanno intenzione di “abbandonare” l’Ucraina all’influenza russa specie dopo l’EuroMaidan del 2014.
I colloqui dal punto di vista diplomatico sono arenati, e nelle scorse ore l’amministrazione dem guidata da Joe Biden ha richiamato il personale non necessario dall’Ucraina ed esortato tutti i cittadini americani a lasciare il Paese. La ritirata suonata dalla Casa Bianca ore ha scatenato un fuggi fuggi generale. D’ora in ora, gli altri Paesi si sono accodati: dopo il Canada, ecco Gran Bretagna e Olanda, Giappone e Montenegro, Corea del Sud, Israele etc. Infine è arrivata anche la comunicazione da parte dell’Italia (in Ucraina ci sono oltre 2mila italiani).
La tragicommedia è che anche i russi hanno evacuato, per ragioni opposte: Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri, è stupito dal fuggi-fuggi e richiama in patria il suo personale non diplomatico, perché si domanda se non siano semmai “loro” (gli americani) a preparare qualcosa.
Un dubbio legittimo in questo infinito scambio di accuse, nel quale di anomalie ce ne sono davvero tantissime, a partire dal fatto che la Cia è stranamente servizievole e imbeccata dal Pentagono, è fornisce infiniti dettagli ai media sui piani russi d’invasione.
Il Pentagono, al contrario, blocca tutto e tutti. Anche i giornalisti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Difesa americana ha vietato l’accesso stampa ai contingenti militari dislocati sul confine ucraino. Nessuno, quindi, da quel lato del fronte può vedere con i suoi occhi.
Tra l’incudine e il martello, l’Ucraina, bullizzata dall’Alleanza Atlantica.
Il presidente ucraino Zelensky è attonito per il panico che stanno creando americani e britannici, e dice: “Credo che siano circolate troppe informazioni su una guerra di vasta scala da parte della Federazione Russa. Comprendiamo tutti i rischi. Se avete informazioni aggiuntive che un’invasione dell’Ucraina da parte della Russia avverrà al 100 per cento il 16 febbraio, condividetele con noi”.
Tradotto: state giocando alla guerra in Ucraina ma senza interpellare l’Ucraina.

LA SITUAZIONE ATTUALE

“Insomma, scoppia o non scoppia [la guerra]?” La domanda è ricorrente ancorché legittima, come pure la voglia delle persone di ricevere risposte dirette.
La verità però è un’altra: la guerra c’è già. Si combatte in altri modi. Soprattutto, si combatte senza che i cittadini se ne accorgano. Perché una bomba sganciata da un B-52 la vedono tutti, un’offensiva di cyberwar no.
Negli ultimi giorni, però, i movimenti militari sono diventati palesi e visibili a tutti. Quindi vanno riportati.
Novità:
–             L’aviazione statunitense ha piazzato un numero imprecisato di jet da combattimento F-16C Viper in Romania, partiti dalle basi americane in Germania, oltre a un contingente di sistemi di difesa aerea a corto raggio Avenger;
–             Contestualmente, altri jet da combattimento F-15C e F-15D Eagle americani sono arrivati in Polonia, ufficialmente per prendere parte a una missione progettata per “migliorare difesa collettiva della NATO” e sostenere la missione permanente nel Baltico. Ufficiosamente, per rispondere allo spiegamento di forze russe in Bielorussia impegnate in manovre su larga scala. La Russia, come anticipato largamente, più che sul Donbass si sta concentrando nel Mar Nero, precisamente nel Mare di Azov e intorno alla Crimea. L’obiettivo del Cremlino potrebbe essere quello di un blocco navale per i porti ucraini, e sarebbe una mezza azione di guerra.
Il governo russo ha emesso avvisi che indicano ai marinai e gli aviatori di evitare porzioni significative dell’estremità settentrionale del Mar Nero e del Mar d’Azov (quelle in rosso in figura) e che sono effettivi da oggi al 19 febbraio, ufficialmente a causa delle prossime esercitazioni navali a fuoco vivo pianificate da tempo. L’ovvia preoccupazione è che questo potrebbe equivalere a un blocco di fatto delle coste meridionali dell’Ucraina, che a sua volta potrebbe essere parte dei preparativi per il famoso intervento militare russo.

La mappa mostra bene che qualsiasi accesso al Mar d’Azov, che è già in gran parte sotto il controllo russo, nonostante gli accordi formali sull’uso condiviso dello specchio d’acqua tra Mosca e Kiev, dovrebbe passare attraverso una di queste aree di allarme da quando i NOTAM (l’acronimo che indica gli avvisi agli effettivi) diventano ufficiali. Anche l’accesso a gran parte della costa ucraina del Mar Nero ne è interessato. Solo uno stretto canale a ovest, che riflette il confine largo 12 miglia delle acque territoriali dell’Ucraina, offre un’apertura illimitata per il traffico marittimo verso i principali porti ucraini. Gli avvisi dicono che un’altra grande sezione del Mar Nero a sud-ovest della Crimea, che la Russia ha preso dall’Ucraina nel 2014, sarà anche in uso per le esercitazioni di fuoco vivo, ostacolando ulteriormente la libertà di movimento marittimo nella regione.
Una sezione più piccola lungo le coste occidentali della Crimea è a sua volta coperta da NOTAM. Anche se non è chiaro esattamente ciò che la Russia ha pianificato per le sue esercitazioni in una di queste aree, quella zona a ovest della Crimea sembrerebbe adatta a ospitare un’esercitazione di sbarco anfibio. Tre navi da sbarco della marina russa sono entrate tre giorni fa nel Mar Nero, a differenza di quelle che fecero tanto scalpore qualche giorni fa che avevano lasciato il Baltico ed erano entrate nel Mediterraneo.
La Flotta del Mar Nero della Marina russa dispone già, infatti, di un numero significativo di navi e piccoli mezzi da sbarco, insieme ad altre navi da guerra e sottomarini.
È chiaro che in questo momento di tensione così alta ogni movimento degli uni e degli altri potrebbe essere una miccia esplosiva, ma bisogna dire che nel Mar Nero la Russia puntella le acque con esercitazioni militari molti stesso, anche l’anno scorso, compresi NOTAM anche più ampi che avevano riscosso, come sempre, critiche internazionali.
I NOTAM sono programmati per essere revocati proprio intorno alla fine delle Olimpiadi Invernali di Pechino, il periodo che secondo gli americani comprenderà il D-Day dell’invasione.
In generale, i NOTAM servono alla Russia come esercizio di potere nel Mar Nero, un potere che non è affatto in favore di Kiev e che le sterline britanniche vorrebbero da anni provare a riequilibrare finanziando la costruzione di basi navali ucraine, una delle quali letteralmente a un tiro di schioppo dal Donbass.
Chiaramente, come succede per i botta e risposta tra fanteria russa e aviazione NATO, anche i membri dell’Alleanza Atlantica stanno schierando forze navali e di altro tipo nella regione.
Come deterrente, dicono, ma è evidente che sia impossibile trovare un “punto di inizio” nel processo di rafforzamento dei contingenti militari. 

IL FATTORE ENERGETICO

Questi i fatti. Le letture, invece, sono altra cosa. L’Ucraina non vuole fare la guerra.
La Russia non ha il minimo interesse ad invadere l’Ucraina Orientale, men che meno ad arrivare fino a Kiev. Al fronte, in Donbass, si spara meno oggi che un anno fa.
Ben diversa invece la situazione nel Mar Nero, e semmai dovessero esserci delle cause scatenanti, queste afferirebbero proprio il Mar Nero.
È probabilmente la prima volta nella storia in cui un nemico apparecchia in modo così palese e con un sostegno mediatico del genere un attacco ad un altro Paese, come dimostra non solo la ritirata del personale diplomatico dei vari Alleati ma pure il sostanziale, ma non formale, blocco aereo da parte delle compagnie commerciali sui cieli ucraini mentre il Paese è circondato dai russi. È come dire: “Dai, invadete”.
La campagna mediatica è a tratti grottesca, come lo è la comunicazione della data, il 16 febbraio, individuata dai russi per un’invasione. In pratica un’azione di guerra del genere si troverebbe in prima pagina sul New York Times una settimana prima. Come se Putin non fosse un ex-KGB.
Lo sforzo di Emmanuel Macron nel dialogo, da leader europeo più che francese, è encomiabile anche se i frutti sono relativi (o quasi nulli), mentre eloquente è l’ombra che circonda la Germania, Paese che come sappiamo quando si parla di guerra ci va sempre cauta per ovvie ragioni storiche, ma che in questo caso è la realtà più coinvolta nella crisi. Brama l’apertura del North Stream 2 più della Russia ma è anche costretta a dover fare i conti con le pretese USA di invadere l’Europa di GNL (il gas Naturale Liquido), lo stesso che è stato spedito in fretta e furia nelle scorse settimane su delle gigantesche navi cisterna attraverso l’atlantico per fermare l’aumento dei prezzi, e che dall’altra parte dell’Atlantico vorrebbero esportare in misura sempre maggiore in Europa, anche se al momento non è ben chiaro con quale tipo di infrastruttura.
Ecco una delle chiavi della crisi: la contesa energetica.
Tutta l’Europa dipende dal gas naturale russo (per oltre il 40%) e la crisi sta pensando da settimane sulle bollette delle famiglie e delle aziende europee ed italiane. La pipeline North Stream 2 che dal Baltico dovrebbe portare gas direttamente alla Germania raddoppiando di fatto la corsa del gasdotto già attivo, North Stream 1, è un’infrastruttura che non piace agli Stati Uniti, molto interessati a “staccare” più possibile la spina che collega a livello energetico Russia ed Europa (le altre infrastrutture principali, peraltro, passano proprio per il territorio ucraino). Lo stallo di carattere energetico nonostante i provvedimenti emergenziali promessi dall’Unione Europea e dai singoli governi, potrebbe addirittura peggiorare. Le riserve di gas in Germania crollano a un livello “preoccupante”, meno della metà rispetto a due anni fa.
Non a caso la parola “dialogo” (con il Cremlino) è stata quella più ricorrente nei commenti di diversi esponenti europei dopo la missione di Macron a Mosca e Kiev.
Il primo a mostrarsi ottimista, parlando di un “progresso” nelle iniziative diplomatiche, è stato proprio il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Da Kiev gli ha fatto eco il ministro degli esteri spagnolo José Manuel Albarez Bueno, il quale ha annunciato che la Spagna, sulle orme della Germania, non fornirà armi all’Ucraina (al contrario di quello che sembrerebbe voler fare l’Italia), sostenendo che è ancora troppo presto anche per parlare di sanzioni, perché un’invasione russa rimane tra gli “scenari ipotetici che, forse, non corrispondono affatto alla realtà”.
Per ora, dunque, la questione delle sanzioni è un argomento di contesa più all’interno dello schieramento occidentale che non con Mosca. A dimostrarlo è proprio la tormentata vicenda del North Stream 2. Joe Biden è stato chiaro: se la Russia invade, il gasdotto va a monte. Durante una visita a Washington, Scholz però non ha voluto appoggiare esplicitamente l’idea di Biden. I dati del Gas Infrastructure Europe confermano l’allarme che viene da Berlino. L’Europa sta dando fondo alle scorte, e quelle tedesche, la locomotiva del Continente, sono già crollate a circa il 35% della capacità totale rispetto all’83% di due anni fa. Più contenuta la riduzione per l’Italia (45% attuale rispetto al 57% del febbraio 2020).
La partita energetica è di carattere economico, ma anche politico. L’Europa sta da tempo cercando vie di approvvigionamento alternative a quelle che portano alla Russia, come il gasdotto TAP che dal Mar Caspio sfocia in Puglia e che nelle prossime settimane potrebbe vedere la sua portata aumentata, quasi raddoppiata. Ma non basta. Così, gli Stati Uniti temono molto l’apertura del North Stream 2 che concederebbe ancor più potere contrattuale alla Russia che sarebbe in grado di stabilire il prezzo della materia prima in base a ragioni politiche e tenere sotto scacco il Vecchio Continente.
Alternative però al momento, non ce ne sono. Su una cosa però sono tutti d’accordo: altre sanzioni contro la Russia peggiorerebbero la situazione. E una guerra sarebbe disastrosa per tutti.
Insomma, la tensione è altissima ma l’escalation non dovrebbe andare oltre questo livello di allerta, perché più in alto c’è solo una cosa: bombe. Grandi bombe.
La domanda è: chi cederà? E come spiegare ai propri cittadini (e alleati) che alla fine il braccio di ferro lo si è vinto?
Dopo uno spiegamento di forze simile, e dopo il fallimento della diplomazia, visto che nei colloqui le rispettive posizioni sono ferme a mesi fa, sarà difficile “uscirne bene”. La fine delle manovre militari russe, anziché un allarme, potrebbe invece paradossalmente essere il pretesto giusto per rientrare nei ranghi. Putin ha già fatto sapere che le forze militari russe si ritireranno dalla Bielorussia al termine delle esercitazioni. La stessa cosa potrebbe accadere nel Mar Nero e al confine con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. La NATO però, qualche apertura diplomatica dovrà farla.
Non è pensabile che dopo i Paesi Baltici, la Polonia, la Bulgaria, la Romania, quasi tutta la Penisola Balcanica sottratte all’influenza militare russa, dopo i ripetuti tentativi di rovesciare Lukashenko in Bielorussia, dopo il processo di avvicinamento della Georgia, dopo l’EuroMaidan in Ucraina nel 2014, possa continuare a chiudere tutti i dialoghi con Mosca.
Anche perché, oltre a mezzo continente asiatico, la Russia ha l’appoggio di una piccola realtà di provincia che di nome fa Cina.
Girarsi di spalle senza starli a sentire non è saggio, e non si tratta di un approccio antiatlantista alla questione. Gli anni ’70 sono molto lontani, ragionare in politica estera con gli stessi schemi mentali della Guerra Fredda non è salutare specie per una potenza che non riesce proprio a consolidarsi in modo autonomo come l’Unione Europea.
Le crociate adottate negli ultimi anni specie dalle amministrazioni democratiche, guidate prima dal duo Obama-Clinton e ora da Joe Biden con un establishment che ricalca piuttosto fedelmente quello dei predecessori, si sono rivelate spesso dannose per l’Europa, e stante l’importanza di essere parte di un’Alleanza militare come la NATO, l’Unione Europea non può essere come al solito frammentata.
Anche perché, com’è ovvio, i singoli Stati inizieranno a fare ognuno di testa loro. Come sta già facendo ad esempio l’Ungheria, lo stato europeo che dipende maggiormente dal gas russo.
Il 2 febbraio il premier Viktor Orban è volato a Mosca. Un viaggio preceduto dalle dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, Peter Szijiarto, che ha definito “isteria” l’agitazione dell’Occidente intorno alla nuova crisi ucraina. Orban ha cercato un accordo con Putin su un consistente aumento delle forniture di gas russo, sulla produzione del vaccino anti-Covid Sputnik in Ungheria, sulla centrale nucleare che il colosso pubblico russo Rosatom sta costruendo nel Paese e persino di comuni progetti di esplorazioni nello spazio.
Il dossier Ucraina, sul tavolo della discussione, nemmeno c’era. Il paradosso allora è servito: Orban è sì premier di un Paese membro dell’Ue e della NATO ma questo non gli impedisce di cercare da anni la “vicinanza” con la Russia di Putin. Anzi. Da anni, com’è noto, lancia strali contro le sanzioni dell’Unione europea contro Mosca e ripete, almeno sin dal 2017, che la politica anti-russa è ormai “una moda”.
Posizioni opposte, ad esempio,rispetto a quelle dei Paesi Baltici o di realtà dell’Est come Romania (uno dei più importanti riferimenti degli Stati Uniti dal punto di vista della presenza militare) e Slovacchia a chiedere un rafforzamento della Nato nella Regione.

L’ITALIA COME PRIMA LINEA DEL FRONTE

Con le settimane dedicate all’elezione del Presidente della Repubblica, l’Italia è rimasta silente circa la contesa in Europa Orientale. Dopo aver disertato diverse riunioni con i Ministri degli Esteri internazionali, Luigi Di Maio si sta attivando con colpevole ritardo. Ha indetto una riunione dell’unità di crisi del ministero degli Affari Esteri circa la crisi in Ucraina e, come anticipato, ha invitato in via precauzionale tutti i cittadini italiani in Ucraina a rientrare nel nostro Paese con mezzi commerciali. Sulla crisi in sé, però, è stato cauto: “Lavoriamo tutti al fine di evitare un’escalation in Ucraina. Riconosciamo l’integrità territoriale dell’Ucraina ma manteniamo aperto il dialogo con Mosca”. Insomma, una posizione ben più conciliante rispetto al braccio di ferro imposto da Biden. Anche perché, oltre ad avere davvero poco da guadagnare in un eventuale scenario di conflitto, l’Italia avrebbe, come spesso accade, solo da perdere.
Il nostro Paese, secondo i calcoli dell’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, sarebbe coinvolto al 100%, con spese da capogiro. “Nell’infausta eventualità di un conflitto armato in Ucraina l’Italia si ritroverebbe in prima linea con le sue forze armate (terrestri ma soprattutto aeree e navali) che partecipano a missioni NATO a presidio dei confini orientali dell’alleanza atlantica a un costo complessivo di circa 78 milioni di euro”, ha affermato l’Osservatorio.
“L’Aeronautica Militare – specifica Milex – schiera una squadriglia di quattro caccia Typhoon (la ‘Black Storm’) e 140 uomini in una base aera rumena nei pressi di Costanza, a due passi dal confine ucraino, che fino ad aprile svolgerà missioni quotidiane di pattugliamento sui turbolenti e affollati cieli del Mar Nero. La missione di ‘polizia aerea rafforzata’ (che segue quella analoga condotta nei mesi scorsi nei Paesi Baltici) è stata finanziata nel 2021 con oltre 33 milioni di euro e può essere incrementata fino a 12 aerei e 260 uomini”.
L’Osservatorio Milex restituisce un quadro ancora più preciso che si estende dal mar Nero al Mediterraneo orientale: “Il Mar Nero, insieme al Mediterraneo Orientale, è il teatro operativo anche della missione della forza navale permanente della NATO cui la Marina Militare partecipa attualmente con la fregata Fremm Carlo Margottini e con il cacciamine Viareggio, per un totale di oltre 200 marinai e un costo (finanziamento 2021) di oltre 17 milioni di euro. Nel quadrante mediterraneo orientale, dove Mosca sta concentrando una flotta senza precedenti, incrocerà nelle prossime settimane anche la portaerei Cavour con F-35 imbarcati, partecipando a un’esercitazione NATO insieme alla portaerei americana Truman e alla francese Clemenceau. Nelle foreste innevate della Lettonia, altro potenziale fronte caldo in caso di confronto militare con la Russia, nell’ambito della missione NATO ‘Baltic Guardian’ l’Esercito Italiano schiera infine più di 200 alpini della Brigata Taurinense con decine di carri armati ruotati Centauro e cingolati da neve. Fanno parte di un Battle Group di oltre 1.200 soldati a comando Canadese con base a nord di Riga. La missione ha ricevuto oltre 27 milioni di finanziamento nel 2021″.
Con l’uscita dall’Unione da parte del Regno Unito, acceso sostenitore della politica di potenza occidentale nell’area, all’interno dell’Ue nessuno, ma davvero nessuno dei principali Paesi sembra voler sostenere a spada tratta l’approccio di Biden.
Ma anziché concentrarsi in una azione compatta, una volta ancora vengono fuori tutte le lacune di un’istituzione sovranazionale che fuori dai propri confini continua ad avere potere decisionale quasi nullo.