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CI LASCIA L’ON. FRANCESCO NUCARA. UN RICORDO INDELEBILE, COME LA SUA PASSIONE

– Francesco Subiaco

Con l’On. Francesco Nucara se ne va uno degli ultimi grandi maestri della politica italiana, una personalità unica che con la sua esperienza ha lasciato un apprendistato di valori, di idee, educazione sentimentale alla libertà, alla solidarietà, al senso della patria e delle istituzioni. Una vocazione che ha sempre impersonificato nella sua attività politica durata oltre mezzo secolo, sia come parlamentare sia come viceministro e membro delle istituzioni, portando avanti il simbolo dell’edera e gli ideali mazziniani che sin dalla giovinezza lo hanno avvicinato al Partito Repubblicano Italiano, di cui è stato per quasi vent’anni il protagonista indiscusso come segretario e presidente. Un galantuomo calabrese, tenace e colto, di umanità struggente, che lo ha reso uno dei maestri di molti giovani repubblicani per il suo senso pratico, capace di immedesimarsi nella realtà e nei territori, e per la sua immensa cultura, che comprendeva quella visione umanistica e repubblicana dei Mazzini, dei Bovio e dei Pacciardi, di cui lui fu l’ultimo testimone. Conoscendo l’onorevole Nucara ho scoperto cosa significa veramente essere mazziniani. Essere mazziniani vuol dire credere nel popolo ed appartenervi sentimentalmente, senza cedere ai pregiudizi delle masse, è pensare la scuola, l’educazione e la cultura come il pane dell’anima e l’ossigeno della coscienza, è appartenere alla propria terra, come lui apparteneva alla sua Calabria, e in virtù di questo legame vivere la Patria, non come oggetto, ma come sentimento. È pensare alla comunità e in nome di essa lottare perché le sue parti più popolari possano sognare e realizzare un futuro migliore. Una visione che ha insegnato attraverso la sua azione politica, i suoi saggi, che mostrano qual è il carattere principale di un repubblicano: la fede nell’avvenire. Una fede che ha dimostrato ogni giorno, sostenendo e supportando le nuove generazioni repubblicane, i sogni di chi tramite lui imparava che Dio e Popolo, Libertà e associazione non sono solo slogan, ma le più sincere verità della vita. Idee che riusciva a caricare del loro massimo significato, mostrandosi più vivo e più spontaneo di tanti personaggi torvi e grigi, molto più giovani di lui, ma solo anagraficamente. Di lui conservo gelosamente due ricordi indelebili. Il primo di un incontro in un ristorante romano con alcuni amici della giovanile, in cui ci raccontò i dettagli di 50 anni di battaglie e lotte, ed il secondo relativo alla nostra ultima intervista, in occasione dell’anniversario dell’apostolo. In quell’occasione parlammo di Mazzini, del futuro, degli autori repubblicani, soprattutto Giovanni Bovio, che mi aveva fatto scoprire lui, peraltro, e mi regalò un testo, curato dal nipote, Alessandro Massimo Nucara, col titolo “I repubblicani all’Assemblea costituente”, per scoprire che cosa volesse dire “essere Mazziniani con la M maiuscola”. Oggi posso dire, ripensando all’On. Nucara, che cosa voglia dire esserlo.

La redazione di Generazione Liberale, l’autore Francesco Subiaco ed i giovani repubblicani Tommaso Alessandro De Filippo, Francesco Peirce e Francesco Corona inviano la massima vicinanza alla famiglia Nucara per la loro perdita.

ANTONIO DE MARTINI RACCONTA L’APOSTOLO DELL’UMANITÀ

La Repubblica Romana, sorta il 9 febbraio del 1849, non segna soltanto l’apice dei moti quarantotteschi, ma l’inizio una una rivoluzione italiana, guidata dai principi di Dio e popolo, Libertà e associazione. Un esperimento politico che segnò un capolavoro ideologico in cui i valori mazziniani e democratici hanno trovato il loro massimo compimento. Poiché la Repubblica guidata dai triumviri Armellini Mazzini e Saffi ha anticipato le massime ambizioni del movimento repubblicano del tempo. Uno stato che non si prometteva soltanto di sostituire la forma istituzionale dello stato Pontificio, ma compiere quella rivoluzione italiana, nazionale e laica, popolare e democratica, che doveva compiere la grande riforma morale del costume nazionale, la trasformazione da mera espressione geografica alla costruzione di un popolo, di uno stato unitario, di un avvenire. Un avvenire che si espresse attraverso la tutela del cittadino, libero dalle catene degli assolutismi, l’abolizione di istituti disumani e liberticidi come la pena di morte e la censura. Fondando non sistemi sovrastanti che parassitariamente dominano un pubblico informe, ma istituzioni che affondando le proprie radici nel popolo, preferendo il dovere ai privilegi, un governo di tribuni ed apostoli ad una casta di chierici e scarti di araldiche vetuste. Iniziando con questo evento l’inizio di un nuovo evo, che permise a Mazzini di inserirsi tra i grandi fondatori e riformatori dell’umanità, insieme a Cristo e Socrate, come ha sottolineato Bovio nel suo “Mazzini”. Per ricordare la memoria di Mazzini e dell’esperienza della Repubblica Romana abbiamo intervistato Antonio De Martini, che con la Nuova Repubblica Edizioni, ha ripubblicato l’antologia pacciardiana “Giuseppe Mazzini. L’uomo e le idee” . Un testo che permette un ritratto ricco di sfaccettature, di visioni e di frammenti che permettono di fare sprofondare il lettore nel vangelo del Grande Apostolo dell’umanità.

De Martini, Mazzini è un personaggio complesso e straordinario, la cui figura è stata tratteggiata in maniera diversa da discepoli, avversari ed adepti che non ne hanno potuto subire il fascino o l’influenza. Può anticiparci alcuni frammenti/giudizi tratti dal testo in ristampa?

Volevo citare i giudizi di Castelar, Thomas Carlyle, Ernesto Nathan. Emilio Castelar: “Mazzini ha l’intuizione del genio che vede lontano, e la pazienza del martire che preferisce veder scorrere il proprio sane al veder scomparire il proprio ideale. Come tutti gli uomini di pensiero, precorre i tempi e gusta anticipatamente il frutto delle sue idee, la vita dell’avvenire, quel piacere in cambio de’ suoi dolori infiniti, riservato al genio”. Ernesto Nathan:”Nella coscienza nazionale e, ancor più, forse internazionale, dall’Europa alle lontane Americhe, la vera figura di Giuseppe Mazzini appare e grandeggia nei suoi massimi attributi, al di sopra delle mediocrità che si urtano e contendono nell’arena politica-sociale quotidiana”. Ed ultimo il filosofo Thomas Carlyle: “Mazzini è un uomo di genio e di virtù, un uomo di veracità genuina, di umanità di mente, uno di quegli uomini sventuratamente rari, anzi unici in terra, che siano degni di essere chiamati anime martiri; uno degli uomini che in silenzio e nella vita di ogni giorno sanno e praticano quello che si intende per martirio”.

Di recente è stata pubblicata Intervista ad un uomo che ha lasciato questo mondo. Che immagine emerge di Pacciardi, può parlarci di questo opuscolo ?

Qualche tempo fa, su suggerimento di Massimo Teodori, ho versato – in una con il nipote Franco Pacciardi – il carteggio di Pacciardi all’archivio storico della Camera dei Deputati. La Camera pubblicò un libro contenente i suoi discorsi parlamentari e io ne approfittai per regalar alcune copie in occasione della presentazione a Montecitorio nella “ sala della Regina”. Il giornalista Marco Nese che ne ebbe una, meravigliato che nei lunghi anni da inviato di un grande giornale non ne avesse mai avuto notizia, ha scritto – traendo liberamente dagli atti parlamentari- le risposte alle sue domande. Ne è venuto un ritratto di un Parlamento che fu informato del decadere delle istituzioni. Ne nacquero sia la “commissione Bozzi”, settemila pagine inutili,  che, più recentemente, la Bicamerale che rimase lettera morta. Il ritratto di Pacciardi che ne esce, è quello di un uomo che non molla l’osso. Dal 1964 al 1991 – data della morte- ha continuato  appassionatamente a spiegare che la Costituzione era in qualche punto – certo non nei fondamentali- obsoleta e in altri incompiuta. Noi continuiamo la sua opera.

Come mai ripubblicare il Mazzini di Pacciardi?

I mazziniani sono molto numerosi e le defezioni sono sconosciute. Per aver scritto su facebook che ripubblicavamo l’antologia mazziniana, ho raccolto trentotto prenotazioni di sconosciuti. Una prevendita record.

Che rapporto aveva con Pacciardi e come si è avvicinato all’Udnr?

Non ci piacenmo al primo istante, ci siamo apprezzati nel tempo. Aderii alla Unione Democratica Nuova Repubblica dopo essere stato , in una squattrinata mattina di agosto, a un convegno dei giovani di NR attratto dalla curiosità e per sfuggire alla calura. Lo sentii parlare, chiesi la parola, me la diedero e a fine dibattito decisi di partecipare. Lo sto ancora facendo. Periodicamente pubblichiamo, anche sui social, i nostri argomenti. Dopo la morte di Pacciardi, assunsi la direzione del movimento trasformandolo in “una lobby per l’Italia”.

Che progetti avete per il futuro?

I nostri piani consistono nell’occupare gli spazi abbandonati dal disfacimento dei partiti : educazione popolare, offerte di assistenza a giovani studiosi per le tesi di Laurea o studi. Incontri vonoscitivi con parlamentari ecc. Le classiche attività di influenza. La recente crisi dei partiti dovuta al rinnovo della presidenza della repubblica è valsa più di una battaglia vinta. Facciamo campagna per l’astensione dalle elezioni politiche. Quando cominciammo, gli astenuti erano il 14%. Ora siamo al 50. I nostri maggiori alleati sono la partitocrazia  e il desiderio degli italiani di partecipare alla vita pubblica. Sembra una contraddizione, ma non lo è.  Una assottiglia le loro file e l’altra, ingrossa le nostre. Siamo vicini all’affermazione dell’esigenza di rafforzare l’esecutivo. Ora ci concentreremo sulla legittimazione democratica di questo rafforzamento che si dimostra carente.

 

 

 

NÉ LIBERISTI, NÈ SOCIALISTI: REPUBBLICANI. ARCANGELO GHISLERI E L’ECONOMIA VISTA DA UN MAZZINIANO

– Francesco Subiaco

L’agire umano non ha simpatia per l’ordine fisso. Cercare di racchiudere in schemi, protocolli, algoritmi il complesso groviglio di bisogni e desideri umani è uno sforzo interessante, ma vano. Ne parla bene Simon affermando l’insufficienza di ogni visione dogmatica, geometrica, per lo studio delle scienze sociali, dato che gli uomini possono avere certamente intenzioni razionali, ma non possono compiere azioni razionali. Il dramma dell’economia contemporanea si riassume in questa difficoltà, quella di avere un metodo assoluto per situazioni contingenti. Tale affermazione vale per tutte le scienze sociali, l’economia soprattutto. L’economia non è , da Petty a Caffè, passando per La Malfa e Keynes, una scienza naturale, essa muta col cambiare dei bisogni umani, dei compimenti delle sorti “magnifiche e progressive” della Storia. Non è un caso che di fronte ai cambiamenti della società veterocapitalista americana, i dogmatismi del sinedrio liberista del GOP, non siano riusciti a salvare gli States dalla Grande Depressione. Una visione antidogmatica è la cifra dell’attualità del pensiero economico di Arcangelo Ghisleri, tra i fondatori del Partito Repubblicano Italiano. Ghisleri, mazziniano, positivista e massone, è uno dei grandi ideologi della Questione economica del PRI. Visione che il pensatore repubblicano scandisce negli scritti ed articoli che compongono: “La questione economica e il Partito Repubblicano”(Bonanno), curata da Mauro Cascio, con prefazione di Corrado De Rinaldis Saponaro.

Il testo è una raccolta di articoli in cui il pensatore repubblicano illustra ed espone le premesse e l’originalità del programma economico del Pri alle porte del novecento. Una visione antidogmatica, egualmente distante sia dal liberismo sia dal socialismo turatiano e massimalista. Il pensiero ghisleriano affonda le sue radici nelle visioni di Melchiorre Gioja, dei Romagnosi, dei Cattaneo, di Mazzini soprattutto. Perché il centro del progetto sociale dei Repubblicani è nel motto mazziniano di Libertà ed Associazione. L’associazione che diventa il mezzo, per la distribuzione della proprietà, per il progresso politico e morale dei ceti produttivi, che non può essere scissa dalla volontà di libertà, di affermazione del singolo, di autodeterminazione della persona. Attraverso un’idea della Libertas, che affonda nella comunità, nelle relazioni organiche e solidaristiche tra i cittadini, molto simile a quella libertà oltre il liberalismo, tipica dei movimenti democratici e del pensiero hegeliano. Nei suoi scritti Ghisleri prende le distanze dalle principali scuole politiche del tempo. Il socialismo marxista e marxiano è l’antitesi di una visione interclassista, capace di conciliare gli agenti economici, diventando una Chiesa di classe, che non dice nulla di nuovo rispetto alla visione sociologica dei vati del repubblicanesimo, ma al contrario la fraintende, la storpia, incasellandola in un materialismo spicciolo e monodimensionale, deterministico e impersonale, che non è altro che il rovescio inefficiente del capitalismo dei monopoli. Il liberismo di Smith non è di estrazione dissimile, sia per la sua incapacità di produrre una società frantumata e atomistica, sia per la sua idea di mercato dogmatica di libertà come estensione del dominio della lotta. A queste due scuole opposte, Ghisleri propone una visione popolare e democratica, partecipativa e solidaristica, che si basa sull’azione e la cooperazione delle classi, non sulla lotta o “l’anarchia consuetudinaria delle leggi del mercato”, mostrando che la questione sociale è la più importante per la democrazia e per lo sviluppo di una società veramente repubblicana. Una idea di progresso economico che risolvendo la questione sociale compie il processo democratico, mostrando la vocazione profondamente popolare di quel pensiero mazziniano che poi verrà organizzato da Giovanni Conti. Un pensiero che in questo periodo in cui le democrazie sono nella morsa tra il Big State cinese e l’anarchia delle Big Tech globaliste, segna quella terza via laica e popolare che tanto è necessaria ai popoli europei

RENATO TRAQUANDI RACCONTA IL DE GAULLE ITALIANO

Pacciardi fu uno dei personaggi più interessanti della politica italiana del Novecento. Segretario storico del Partito Repubblicano, promotore di una riforma presidenzialista della Repubblica italiana, combattente durante la guerra civile spagnola contro le truppe franchiste, tra i principali personaggi della resistenza e della ricostruzione dell’Italia post bellica. Antifascista e anticomunista, mazziniano e presidenzialista. Tra De Gaulle e Garibaldi, il PRI e L’Udnr. Segretario in esilio del partito repubblicano durante il ventennio fino a diventarne un eretico a seguito della segreteria La Malfa, che portò all’uscita di Pacciardi dal pri. Per ricordare una figura così complessa e straordinaria abbiamo intervistato Renato Traquandi, aretino che ha seguito il “De Gaulle italiano” sia nell’esperienza presidenzialista dopo la storica rottura col centro sinistra e i lamalfiani fino al suo reinserimento nel pri. Attualmente Traquandi, repubblicano e pacciardiano, è un fiero sostenitore del movimento dell’edera e attraverso biografie e l’attività del sito di “Sentieri repubblicani” ne tiene viva la memoria e i riferimenti culturali.

 Come si è avvicinato alla figura di Randolfo Pacciardi?

 Fin da ragazzo avevo sentito parlare di lui, grazie a mio padre e a suo cugino Nello Traquandi, attivista fiorentino di Giustizia e Libertà. Addirittura in una occasione fui presente ad un suo comizio. Una domenica di maggio del 1954 mio padre mi portò con se a Roma, in visita al fratello di mia madre, che a Roma viveva e lavorava. Usciti dalla stazione ferroviaria ci dirigemmo verso Via Nazionale. Accanto al porticato della Piazza c’era un palco, dove l’oratore stava intrattenendo una folla numerosa, molte persone portavano bandiere tricolore e dell’edera. L’oratore era Pacciardi e l’argomento era Trieste, ancora occupata e divisa. Ci trattenemmo per circa un quarto d’ora poi mi padre si incamminò verso Via Taranto, dove abitava mio zio, e mi trascinò via. Conobbi De Martini, Accame, Scioscioli, Mita e Vitangeli. La prima volta che strinsi la mano di Pacciardi la ricorderò per sempre. Era un uomo alto e grosso, fumava una sigaretta dopo l’altra. Quando parlava, chi lo ascoltava pendeva dalle sue labbra. Imparai cosa significava possedere carisma e trasmettere fiducia, frequentando lui e tutti gli altri. Mi venne chiesto di dare loro una mano ad organizzare convegni, conferenze e comizi, cosa che feci con entusiasmo. Cominciò la mia esperienza nell’UDNR.

 L’UDNR è stato uno dei partiti che più ha impersonato una volontà di riforma del nostro paese in senso presidenzialista. Che ricordo ha di questa esperienza? Ci può raccontare qualche aneddoto?

 Nel suo discorso alla Camera del 1963, nel quale dichiarava la sua contrarietà al centro sinistra, come forma di governo di questo paese (la qual cosa gli costò la carriera politica), Pacciardi ebbe a dire che il socialismo italiano, capeggiato da Pietro Nenni, non era ancora pronto, per entrare “nella stanza dei bottoni” e  ribadì il concetto, caro al costituzionalista fiorentino Maranini, dei guasti prodotti dalla “partitocrazia”. All’inizio non era solo, con lui c’era un gruppo di deputati della democrazia cristiana e un altro di socialdemocratici. La regola della “disciplina di partito” prevalse e Pacciardi si ritrovò da solo. Restò parlamentare fino al 1968, nel gruppo misto. Quando venne applicata la norma costituzionale che prevedeva le Regioni, l’U.D.N.R. ebbe la fortuna di eleggere qualche consigliere, dalla Lombardia alla Sicilia. Eravamo molto attivi in Romagna, in Toscana ( Carrara), nelle Marche, nel Lazio ed in Sicilia. Organizzavamo convegni, dibattiti, conferenze, che erano molto seguite, discutendo con professori universitari le nostre teorie presidenzialistiche. Nel 1974 anche l’ambasciatore Edgardo Sogno, romantica figura di partigiano liberale, iniziò a partecipare alle nostre iniziative, portando nuova linfa. Uno dei principi propugnati da Giuseppe Mazzini era: “ Capitale e lavoro nelle stesse mani”. Pacciardi diceva anche: “ Potere di rappresentanza istituzionale – Presidente della Repubblica – e Potere esecutivo – Presidente del Consiglio -…. nelle stesse mani”. Dalla famosa stanza dei bottoni, i potentati partitici al governo e il P.C.I. cominciarono a preoccuparsi, nel timore di essere sbalzati di sella. Il  “ mandato di comparizione” per Sogno e Pacciardi, nel 1974 in realtà si concluse in un buco nell’acqua che di fatto disgregò il consenso creato attorno all’UDNR. Sogno si recò da quel giudice che lo fece ammanettare. Trascorse alcuni mesi in galera, prima di essere rilasciato. Racconta Pacciardi che quel mandato di comparizione a lui non venne mai ratificato, e si dichiarò pronto a subirne le conseguenze. Quella mossa fece evaporare i consensi ottenuti nel giro di pochi mesi. Tuttavia Nuova Repubblica operava ancora, ma non con la forza di prima. Solo nel 1978 il fascicolo venne archiviato: “ Non luogo a procedere perché il reato non sussiste” scrisse quel giudice nel faldone. Nel contempo alcune personalità del P.R.I., in Romagna e nel Lazio, si erano attivate per ricucire il vecchio strappo del 1963. Nel 1979 muore Ugo La Malfa. Il romagnolo Stelio De Carolis va a trovare Pacciardi che si trovava a Castrocaro, in vacanza e gli chiede la disponibilità di tornare nel P.R.I. Ad ottobre del 1979 si tenne l’ultimo congresso dell’UDNR che sancì lo scioglimento di questa formazione politica e il ritorno di Pacciardi nel suo partito. Io mi iscrissi, di conseguenza, alla sezione aretina del Partito Repubblicano. 

 Quali sono i valori e i personaggi che la hanno formata, chi sono i riferimenti culturali di Renato Traquandi?

 I valori che fanno parte del mio patrimonio genetico sono il repubblicanesimo mazziniano per primo, poiché ritengo Mazzini l’artefice della democrazia italiana. Poi la figura e l’azione di Garibaldi, che è il più significativo esempio di attaccamento patriottico italiano. Un icona è quella appartenente al mio albero genealogico, il cugino di mio padre Nello Traquandi ( Roma 1898 – Firenze 1968), braccio operativo antifascista di Giustizia e Libertà dei Fratelli Rosselli. Un’altra figura a cui sono legato e il prof. Giovanni Spadolini, giornalista, insegnante, politico e democratico di alto rango. Chiudo ricordando Melchiorre Gioia, l’autore della dissertazione “ Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità degli italiani”, del 1797, che è per me la radice del repubblicanesimo mazziniano.

 Qualche anno fa ha scritto una biografia su Pacciardi. Cosa rende così attuale, il pensiero ed i progetti dell’avvocato grossetano?

 Ho scritto la biografia di Pacciardi nel 2011. Ricorreva il ventesimo anniversario della sua morte. L’Associazione degli Ex Parlamentari organizzò, nella Sala della Lupa a Montecitorio, la commemorazione. Nell’occasione i nipoti di un fratello ed una sorella ( Pacciardi non aveva figli), suoi eredi naturali, donarono all’Archivio della Camera dei Deputati tutto il suo archivio, ricco di documenti, lettere, stampe e fotografie. Per ricordarlo nel modo migliore ho raccolto i suoi scritti, i suoi articoli, i suoi discorsi, selezionandoli in quella biografia, dove riportavo logicamente gli episodi significativi della sua lunga vita, da Giuncarico alla Spagna, a Roma. Oggi sono molti gli studiosi di Storia e di Scienze Politiche che, dotati di senso del dovere e avulsi dalle convulsioni partitocratiche, sentono il bisogno di ristudiare questo periodo di storia recente.

Cosa ne pensa delle critiche al presidenzialismo?

Io ritengo coloro che affermano essere il sistema presidenziale la porta d’accesso alla dittatura siano dei poveri ignoranti, se non in cattiva fede. Non ho la presunzione di affermare che il presidenzialismo sia la panacea risolutiva dei mali italiani, tuttavia so che questa metodologia istituzionale è la più adatta a far funzionare al meglio le regole e le prassi del nostro Paese.

 

 

STORIA E VALORI DELLA MASSONERIA: MICHELE POLINI PRESENTA IL NUOVO ALMANACCO REPUBBLICANO

Abbiamo intervistato Michele Polini, Presidente dell’Unione Romana del PRI, editore con Mauro Cascio dell’Almanacco Repubblicano, che dal 2019 è tornato ad essere fonte di dibattito nel panorama culturale nazionale. La capacità di innovarsi ed adattare in chiave moderna temi e valori storici ha permesso alla rivista di accrescere la propria fama, rivelandosi contenitore di visioni politiche, ideologiche e culturali spesso differenti tra loro. Siamo certi che il nuovo numero, prossimamente in uscita ed interamente dedicato alla Massoneria, si rivelerà opera interessante e formativa per i lettori.

Da quanti anni esiste L’Almanacco Repubblicano e come è nata l’idea di fondarlo?

L’Almanacco Repubblicano è la nuova riedizione, a cura mia e Mauro Cascio, nata nel 2019. Infatti, pensammo di rieditare la pubblicazione storica con le sue forme ed evoluzioni avute nel corso del tempo. L’idea originale fu di Giovanni Conti ed averla attualizzata ai giorni nostri riteniamo sia occasione di dibattito e confronto anche tra sensibilità differenti.

La rivista rappresenta e si basa su di una realtà storica come quella Repubblicana. Tuttavia, ha da subito dimostrato notevole capacità d’innovazione grafica e comunicativa. Quanto è importante saper adattare un contesto ai gusti attuali della popolazione, pur non smarrendo i principi ideologici di fondo?

È importante essere attuali, sapendo cogliere ed alcune volte anche anticipare le esigenze della popolazione. Pensammo alla prima edizione dell’Almanacco Repubblicano in un momento in cui si parlava di Europa, senza però che venisse trattato il tema con la dovuta attenzione. Pertanto, con l’emergenza pandemica l’argomento si è rivelato cardine per l’opinione pubblica, grazie anche agli interventi di sostegno messi in campo dalla UE. Anche in ragione di ciò, rispondere alle esigenze significa saper cogliere le sensazioni dell’economia, della socialità e del paese, attraverso una chiave di lettura che può essere di matrice repubblicana o meno, come dimostra la presenza di numerose firme provenienti da differenti fazioni ideologiche.

In che modo è nata l’idea di dedicare il numero del 2021 alla Massoneria?

È nata per dare un valore storico, culturale e politico al contributo che la Massoneria ha saputo dare alla nostra repubblica, in particolare al Partito Repubblicano. Infatti, molti degli appartenenti all’istituzione massonica erano repubblicani e molti esponenti del PRI erano massoni. Ricollocare nel giusto alveo culturale, valoriale e storico quello che è stato l’apporto massonico è stato da noi ritenuto passaggio importante. Attualmente i valori della repubblica sono molto sentiti, come dimostrano i riferimenti del premier Mario Draghi all’Italia Repubblicana. È dunque doveroso ricordare quello che è stato l’apporto massonico per ottenere l’unità dell’Italia ed ampliare i valori di uguaglianza che noi riteniamo fondamentali.

Come è possibile far trasparire la bontà di idee ed intenzioni della Massoneria al resto della popolazione, ben differenti da quelle riportate dall’opinione pubblica?

Sicuramente questo è un passaggio focale. Abbiamo dato parola a tanti esponenti, presenti nel nuovo numero, che non appartengono alla Massoneria. Pertanto, ne viene riconosciuto il contributo valoriale dato alla democrazia anche da chi non ne fa parte. Tuttavia, il racconto negativo di essa, incentrato su cospirazioni e manipolazioni è cosa da lasciare alle cronache.

Quali sono i principi cardine e storici della Massoneria italiana?

I principi cardine non possono che essere quelli della centralità dell’uomo e dell’individuo all’interno delle scelte politiche e democratiche. L’uguaglianza tra popoli e culture differenti, che superi discriminazioni e distinzioni tra sessi e ceto sociale è quello su cui si basa la Massoneria, attraverso universalità che si riconosca nella fraternità universale. Tali principi riversati nella politica li troviamo come parte predominante del pensiero repubblicano.

In chiusura, quali sono i futuri progetti editoriali dell’Almanacco Repubblicano?

Stiamo già ragionando sulla tematica che riguarderà l’edizione del 2022 della rivista. Trattasi di un tema di grande attualità, che richiede riflessione. Tuttavia, ancora non posso annunciare ufficialmente l’argomento, ma sono certo che si rivelerà fonte di dibattito e contenitore di spunti differenti, uniti dall’obiettivo comune di riportare al centro della riflessione politica e sociale la figura dell’essere umano.