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BARATRO UCRAINA: IL NUOVO DOSSIER GEOPOLITICO DI NAZIONE FUTURA


La tensione in Europa Orientale è altissima e il rischio di un conflitto armato tra Russia e NATO non è mai stato così tangibile. Il caos in Ucraina, tuttavia, ha origini molto antiche, sia caratterizzate dalla composizione etnica del Paese dopo il controllo dell’Unione Sovietica, sia dopo il colpo di Stato del 2014 noto come EuroMaidan. Nella partita, tuttavia, si intrecciano gli interessi talvolta conflittuali di Stati Uniti e Unione Europea, specie sul campo delle politiche di approvvigionamento energetico. Decisiva, in questo senso, la mancanza di un’azione politica comune da parte dell’Ue.
DANIELE DELL’ORCO, giornalista pubblicista, è laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Ha conseguito il Master in giornalismo Eidos e ha perfezionato gli studi presso la Cuny University di New York. Dirige la rivista trimestrale cartacea Nazione Futura. È stato editorialista de La Voce di Romagna ed è collaboratore del quotidiano Libero e del Giornale.it. Per il portale InsideOver ha realizzato reportage da dieci paesi del mondo. Nel 2015 ha fondato la casa editrice Idrovolante. Ha scritto 7 libri.
Con il contributo di: Vittorio Nicola Rangeloni
Dossier n. 7 / 2022
Baratro Ucraina
© Nazione Futura / Fondazione Tatarella

LA GENESI DEL CONFLITTO

di Vittorio Nicola Rangeloni
La storia recente dell’Ucraina è la storia di una rivoluzione che si è trasformata in un colpo di Stato e di una contro-rivoluzione. Eventi che hanno inevitabilmente trascinato il Paese in una guerra civile.
Una guerra alle porte dell’Europa che, seppure taciuta da tutti i principali canali d’informazione, si protrae tutt’oggi.
Le aspirazioni e le violenze dell’EuroMaidan, l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, l’autoproclamazione delle Repubbliche indipendenti del Donbass e il conflitto fratricida in uno Stato ormai irrimediabilmente diviso tra Est e Ovest sono le inevitabili conseguenze delle contraddizioni interne che l’Ucraina covava in sé fin dal giorno della sua indipendenza1.
All’interno degli odierni confini ucraini non è mai esistita un’identità nazionale condivisa. Le diverse anime si differenziano per lingua, etnia, religione, storia e cultura. Una sommatoria di fattori d’instabilità che attendevano solo l’occasione di esplodere.
Ma queste ragioni sono già state abbondantemente analizzate in altri libri. Il mio non vuole essere un saggio storico, quindi ne accennerò solamente quanto indispensabile, per contestualizzare le storie e gli eventi.
Nel mio libro2 vorrei invece riuscire a trasmettere, almeno in parte, questa più recente ed intensa storia del Paese, avendola vissuta in prima persona; raccontarne i suoi protagonisti da vicino, dando voce alle loro emozioni ed esperienze, descrivendo quelle sensazioni che non si potrebbero nemmeno immaginare senza essere stati nell’epicentro di quegli avvenimenti.
Per consentire a chiunque di comprendere a fondo il contesto, è quindi necessario fare dapprima una sintesi dei fatti svoltisi in Ucraina a partire dall’autunno del 2013, che hanno portato al colpo di Stato noto come EuroMaidan, fino allo scoppio della guerra e le sue fasi più intense.
***
L’EuroMaidan ha avuto inizio nella tarda serata del 21 novembre del 2013. Un’apparentemente innocua manifestazione contro l’allora Presidente Viktor Yanukovich, reo di non aver ratificato un trattato economico con l’Unione Europea, raccolse in piazza un centinaio di giovani ucraini filo-europeisti.
Quel sit-in nel centro di Kiev proseguì per una decina di giorni, fino all’intervento delle forze dell’ordine, che dispersero i manifestanti e liberarono la piazza. Le immagini di questa repressione servirono l’assist ai media e ai partiti d’opposizione per accusare i metodi poco
1  L’Ucraina è uno Stato indipendente dal 1991, cioè da quando l’Unione Sovietica collassò su se stessa. Prima di allora il territorio della Repubblica Socialista d’Ucraina e i suoi confini con la Repubblica Socialista di Russia erano considerati delle mere formalità amministrative all’interno dell’URSS, tanto che, nel 1954, per festeggiare i 300 anni di convivenza tra la Russia e la Crimea, l’allora Presidente Chruščev donò simbolicamente la penisola alla Repubblica Socialista d’Ucraina, convinto dell’intangibilità dei confini esterni ed interni dell’Unione Sovietica.
2.       V.N. Rangeloni, Donbass – Le mie cronache di guerra, Idrovolante Edizioni, Roma 2021.


democratici di Yanukovich, chiedendo le dimissioni delle massime cariche dello Stato.
I presidi di protesta divennero così permanenti, forti anche del sostegno esplicito da parte di rappresentanti ufficiali dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, e in pochi giorni vennero rafforzati dalla presenza di gruppi organizzati come fazioni ultras e strutture paramilitari di partiti ultranazionalisti.
Le rivendicazioni prettamente europeiste vennero presto abbandonate, per abbracciare le ben più generiche accuse contro il sistema oligarchico che governava l’Ucraina, apparentemente l’unico vero comune denominatore delle diverse anime che componevano la protesta. Anche l’obiettivo era cambiato: non più le dimissioni del governo in carica, ma il colpo di Stato. E così fu.
Verso la fine del febbraio del 2014, in seguito a numerose battaglie in cui la polizia dovette fare i conti con i manifestanti armati di molotov e armi da fuoco, Yanukovich fu costretto a fuggire dalla capitale, lasciando i palazzi del potere in mano agli insorti. Nonostante il presidente ucraino non avesse rassegnato le dimissioni, il Parlamento ucraino nominò un nuovo governo ad interim, portando al potere gli esponenti di quei partiti che avevano guidato le proteste.
Il nuovo governo ricevette fin da subito la benedizione di Washington e Bruxelles e, per rimarcare ulteriormente il cambio di fronte geopolitico, venne proposta la messa al bando della lingua russa, andando a minacciare i diritti di una grossa parte della popolazione ucraina.
Tutte le cariche istituzionali riconducibili al partito di Yanukovich, o comunque non esplicitamente alleate con l’EuroMaidan, dai Ministri ai sindaci delle piccole città, vennero rimpiazzate con nuovi volti leali al governo golpista. Per milioni di persone tutto ciò era inammissibile, nonché antidemocratico.
Nel marzo del 2014, poche settimane dopo il colpo di Stato a Kiev, la Repubblica autonoma di Crimea si rifiutò di riconoscere l’autorità del nuovo governo ucraino, tornando ad essere parte della Federazione Russa attraverso un referendum3.
Il cambio di bandiera avvenne senza che venisse sparato un solo colpo. Questo anche grazie alla presenza di basi militari russe in quel territorio.
Contemporaneamente, in diverse regioni ucraine, da Kharkov a Lugansk, da Dnepropetrovsk fino a Donetsk, presero vita le manifestazioni del cosiddetto AntiMaidan.
Le persone che vi presero parte non sostenevano le posizioni del nuovo governo e si rivolgevano a Kiev chiedendo quanto meno nuove elezioni e la federalizzazione del Paese.
Ma queste proteste portarono solo repressione e i manifestanti filorussi iniziarono ad occupare i palazzi del potere delle regioni orientali.
Verso l’inizio di aprile l’Ucraina perse totalmente il controllo su decine di città, anche a causa della timidissima resistenza opposta da parte dei reparti delle forze dell’ordine locali.
Il 13 aprile, Alexandr Turchinov, eletto Presidente ad interim post-Maidan, anziché trattare con i rappresentanti della nuova opposizione, decise di mettere a tacere ogni forma di dissenso annunciando l’Operazione Anti-Terrorismo (ATO).
Coloro che fino ad allora erano stati considerati semplicemente come “filorussi”, iniziarono ad
3  Il 16 marzo si recò alle urne l’84% degli aventi diritto. Il 97% dei voti fu favorevole all’indipendenza dall’Ucraina e all’annessione alla Federazione Russa.
essere definiti “terroristi” e “separatisti”. Questa etichetta ricadde indistintamente su milioni di cittadini ucraini, colpevoli solamente di essere in disaccordo con il nuovo governo. Non potendo fare affidamento sull’esercito regolare, che aveva ampiamente disertato in Crimea e dimostrato poca intenzione di combattere contro i propri cittadini a Slaviansk e Kramatorsk, il governo di Kiev introdusse i “battaglioni punitivi”, ossia formazioni paramilitari costituite dai volontari nazionalisti che già avevano avuto un ruolo di primo piano nel golpe di febbraio.
L’approccio di Turchinov e del suo governo ebbe un effetto inaspettato: più la repressione si fece violenta, più le manifestazioni dell’AntiMaidan si diffusero, mettendo a nudo le fratture ideologiche e culturali presenti nel Paese.
Le misure di Kiev causarono da subito centinaia di vittime, ma la popolazione non rinunciò alle proprie rivendicazioni e reagì passando dal manifestare pacificamente all’imbracciare le armi per difendere la propria libertà e il sacrosanto diritto di decidere in prima persona il proprio destino. Armi in risposta alle armi.
Per tutti fu chiaro che in queste regioni non si sarebbe ripetuto lo scenario avvenuto in Crimea, dove l’Ucraina si era ritirata silenziosamente. Senza la presenza russa a fare da garante, l’unica strada percorribile dai manifestanti intenzionati a non rinunciare alla propria causa fu quella dell’emancipazione da Kiev.
L’11 e il 12 maggio a Donetsk e Lugansk, in un clima di estrema tensione dovuto alla repressione ucraina, venne promosso un referendum in sostegno delle autoproclamate (e omonime) Repubbliche Popolari.
Con un plebiscito venne chiaramente e democraticamente espresso il desiderio di autonomia dall’Ucraina.
A ridosso di quel referendum il governo ucraino si era indirettamente reso responsabile della strage di Odessa, quando, il 2 maggio, il presidio dell’AntiMaidan presente di fronte al Palazzo dei Sindacati venne barbaramente assaltato. Gli aggrediti vi si barricarono all’interno cercando riparo dalla furia degli ultranazionalisti giunti in città con il pretesto di una partita di calcio. Il palazzo venne dato alle fiamme e una cinquantina di persone morirono al suo interno. Questo non fu che l’ennesimo avvertimento a chi fosse intenzionato a mettere in dubbio l’autorità di Kiev.
In quelle prime fasi del conflitto molte città vennero duramente contese. L’esercito ucraino tentò di ottenere nuovamente il controllo delle zone di frontiera con la Federazione Russa, isolando così Donetsk e Lugansk. Nell’estate del 2014 Lugansk venne accerchiata dalle truppe ucraine, che però dovettero fare i conti con poche centinaia di miliziani per nulla intenzionati ad arrendersi.
La forza delle idee diede ragione a questi ultimi e l’accerchiamento venne spezzato.
Al termine del mese di agosto, nella zona di Illovaisk, si ebbe un nuovo accerchiamento.
Questa volta, però, a finire nella sacca furono i soldati ucraini. Traditi ed abbandonati dai loro ufficiali, almeno un migliaio di loro vennero uccisi, alcune centinaia vennero fatti prigionieri.
Grazie a questa brillante operazione le milizie delle neo-Repubbliche conquistarono enormi quantitativi di armi, munizioni e mezzi. Fu la battaglia più grande e pesante tenutasi fino ad allora.
Gli esiti di questo scontro portarono le parti a confrontarsi per la prima volta senza combattere, con i rispettivi rappresentanti seduti attorno ad un tavolo a Minsk nel settembre del 2014.
Vennero stipulati accordi per risolvere il conflitto in modo pacifico. Kiev avrebbe dovuto riottenere il controllo dei territori delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk in cambio della concessione di ampie autonomie alle regioni.
La tregua però durò poco. Giusto il tempo necessario alle parti di riorganizzare gli eserciti, riparare i mezzi e pianificare le manovre successive. In autunno si succedettero diverse battaglie minori lungo tutta la linea del fronte. Solamente con il sopraggiungere dell’inverno aumentarono le tensioni nei pressi dell’aeroporto di Donetsk, simbolo della resistenza dell’esercito ucraino. A gennaio 2015 i miliziani issarono la bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk su entrambi i terminal, liberando definitivamente tutto il territorio dell’infrastruttura dalla presenza ucraina.
Il mese successivo si risolse un’altra delle più grandi manovre in questo conflitto: l’accerchiamento di Debaltsevo da parte delle milizie. Questa battaglia andò di pari passo con gli incontri tra le parti a Minsk, volti a trovare un nuovo accordo. Il documento d’intesa venne raggiunto con il contributo delle massime cariche istituzionali di Germania, Francia, Russia e OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
Con l’entrata in vigore di Minsk-2, tra le Repubbliche Popolari e l’Ucraina non si verificarono più grandi battaglie e sensibili modifiche della linea del fronte, ma solo il proseguimento di una logorante guerra di posizione. Sporadicamente e ciclicamente, dal 2015 ad oggi, periodi di relativa tregua sono stati alternati a fasi di allerta e pesanti cannoneggiamenti con morti e feriti tra la popolazione civile.
Ad oggi rimane difficile fare una stima precisa dei morti di questa guerra. Le principali organizzazioni internazionali stimano al ribasso 25 mila feriti e almeno 13 mila morti. 3 milioni di persone continuano a vivere in condizioni di estrema povertà, spesso lontano dalle proprie case, delle quali non rimangono che macerie. Tutti questi numeri, periodicamente, continuano a venire aggiornati.

L’EPICENTRO DEL CAOS: IL MAR NERO

Negli ultimi giorni una nuova escalation in Ucraina Orientale ha spinto di nuovo le potenze occidentali a manifestare apertamente il sostegno al governo di Kiev minacciando la Russia di gravi ritorsioni (sanzioni, o peggio) in caso di invasione delle regioni separatiste dell’Ucraina, quelle di Donetsk e di Lugansk, che ormai da 7 anni si sono proclamate indipendenti (e sono filorusse).
Nel corso degli anni la Russia non ha mai davvero manifestato la volontà di annetterle (cosa fattibile a livello militare in un battito di ciglia), perché avrebbe poco senso scatenare un vespaio per estendere la sovranità su realtà che sono già fattivamente controllate da Mosca ma de jure territorio ucraino. 
Una situazione ben differente rispetto a quanto accadde alla Crimea, la penisola nel Mar Nero contesa tra Russia e Ucraina che i russi hanno annesso nel 2014. Perché in quel caso sussistono ragioni geostrategiche importanti dovute al controllo di quella sorta di “lago” incastonato tra Russia, Ucraina e Crimea che risponde al nome di Mare di Azov (e al Mar Nero in generale).
La Russia, infatti, non ha mai accettato il fatto che quella che era la seconda più importante repubblica socialista di tutta l’Unione Sovietica sia finita ormai sotto il controllo occidentale, e anche per questo ha annesso la Crimea per il timore che con l’aiuto dell’Occidente l’Ucraina potesse trasformare quello che era principalmente un luogo di villeggiatura in una spina nel fianco militare. Dopo quell’annessione, infatti, le parti si sono invertite e l’unico punto d’accesso marittimo al Mare di Azov, lo stretto di Kerch, in Crimea, è controllato interamente dai russi che possono controllare il traffico navale in entrata e in uscita da città portuali ucraine come Mariupol e Berdyansk.
Ecco, Berdyansk.
Qui, a pochi chilometri dalla Repubblica separatista di Donetsk, l’Ucraina finanziata dalla Gran Bretagna sta costruendo una base navale (e un’altra a Ochakiv) per potenziare la propria flotta.
E l’intelligence russa sostiene che pure i dollari americani stiano finanziando altre basi navali. Movimenti praticamente nel proprio giardino di casa che non piacciono per niente al Cremlino.
Le 90mila truppe schierate al confine con l’Ucraina, allora, rappresentano un messaggio molto chiaro rivolto all’Occidente: attenti a quello che fate.
E il Donbass, che da anni ormai è diviso tra l’incudine e il martello e in cui non si è mai smesso di sparare, rischia nuovamente di essere l’epicentro (magari anche involontario) di congiunture che vanno dagli approvvigionamenti di gas del North Stream 2 (con le sue beghe burocratiche), alle tensioni migratorie tra Bielorussia e Polonia, alla minaccia di nuove sanzioni dall’Europa alla Russia, e infine alle contese marittime sul Mar Nero.
Tutti scenari di una guerra ibrida sempre più palese ancorché non dichiarata tra Occidente e Oriente.


LE RICHIESTE DELLA RUSSIA

Il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa ha pubblicato, venerdì 17 dicembre, le bozze dell’accordo sulle garanzie di sicurezza presentate agli Stati Uniti e alla NATO. Tra i punti salienti, vi è l’interruzione di qualsiasi attività militare euroatlantica nell’Est Europa. Washington e l’Alleanza, però, hanno respinto le richieste russe.
A riportare la notizia, il medesimo venerdì, è stata l’agenzia di stampa statale RIA Novosti. Inoltre, il viceministro degli Esteri del Paese, Sergey Ryabkov, citato da un’altra agenzia, Interfax, ha spiegato che gli Stati Uniti e la NATO, finora, hanno respinto l’accordo. “La loro risposta non è stata incoraggiante”, ha affermato il rappresentante russo. “Nelle nostre proposte abbiamo presentato in modo esaustivo una serie di questioni che richiedono soluzioni urgenti”, ha dichiarato Ryabkov, in riferimento alla bozza, consegnata il 15 dicembre. Il viceministro degli Esteri ha sottolineato che le proposte della Russia “non rappresentano un ultimatum all’Occidente”, ma ha ribadito che la “gravità” degli ultimi sviluppi non deve essere sottovalutata. Inoltre, Ryabkov ha affermato che, di recente, la sicurezza in Europa e nell’area Euro-atlantica ha subito un “notevole” deterioramento. Uno dei punti salienti delle “garanzie di sicurezza” riguarda la richiesta di Mosca di ritirare la decisione presa dai leader dell’Alleanza Atlantica in occasione del vertice di Bucarest, svoltosi il 2 aprile 2008. In tale data, si decise che la NATO avrebbe riconosciuto il “principio della porta aperta” sia per l’Ucraina sia per la Georgia, affermando di voler integrare i due Paesi nella comunità euro-atlantica.
RIA ha riassunto i punti chiave del primo documento, che è stato redatto in russo, inglese e francese.
La Russia richiede di:
–             Escludere un’ulteriore espansione della NATO, nonché l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza;
–             Non schierare truppe e armi aggiuntive rispetto a quelle collocate nei Paesi membri prima del maggio 1997, tranne in casi eccezionali e con il consenso della Russia e dei membri della NATO. [In tale quadro, è importante sottolineare che, prima del 1997, l’Alleanza non includeva i Paesi dell’Europa Orientale].
–             Abbandonare qualsiasi attività militare della NATO in Ucraina, in Europa Orientale, nel Caucaso e in Asia centrale;
-Non schierare missili a medio e corto raggio in aree da cui possono essere colpiti altri territori;
–             Non condurre esercitazioni e altre azioni con più di una brigata nella zona di confine concordata. Scambiare informazioni sulle manovre militari su base regolare;
–             Confermare che le parti non si considerano avversarie, consolidare l’accordo per risolvere pacificamente tutte le controversie e astenersi dall’uso della forza;
–             Impegnarsi a non creare condizioni che possano essere percepite come una minaccia dall’altra parte;
–             Creare hotline per i contatti di emergenza;
Se più della metà degli Stati firmatari accetterà le disposizioni, ha spiegato la testata russa, l’accordo entrerà in vigore. Si precisa, inoltre, che ogni Paese può recedere dal contratto, dandone comunicazione al depositario. In questo caso, l’intesa terminerà su base individuale 30 giorni dopo il ritiro.
A seguire, i punti salienti riassunti da RIA delle “garanzie” contenute nel secondo documento:
–             Non schierare truppe né dispiegare armi nelle aree che saranno percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale;
–             Astenersi dal far volare bombardieri pesanti, nucleari e non, al di fuori dei propri cieli, da dove possono colpire bersagli sul territorio dell’altra parte;
–             Non dispiegare navi da guerra in aree al di fuori delle acque nazionali, da dove possono colpire obiettivi sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare missili a medio e corto raggio all’estero e in aree da cui possono colpire bersagli sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare armi nucleari all’estero e ritirare quelle precedentemente schierate, nonché eliminare le infrastrutture create per il dispiegamento di armi nucleari al di fuori del proprio territorio;
–             Non condurre esercitazioni militari con lo sviluppo di scenari per l’uso di armi nucleari e non preparare Paesi non nucleari all’uso di armi nucleari;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a escludere un’ulteriore espansione della NATO verso Est e a rifiutare di ammettere Paesi post-sovietici all’Alleanza;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a non creare basi militari nei Paesi post-sovietici, a non utilizzare le loro infrastrutture militari e a non sviluppare con loro una cooperazione militare. Mosca ha consegnato le proposte dell’accordo agli Stati Uniti, tra le crescenti tensioni, acuitesi a seguito dell’accumulo di truppe russe vicino all’Ucraina Orientale. I Paesi Occidentali temono che la Russia possa lanciare una nuova offensiva contro lo Stato Est-Europeo, sebbene Mosca neghi qualsiasi intenzione bellicosa. Al contrario, il Cremlino ribadisce di rispondere a ciò che percepisce come minacce alla propria sicurezza: dalle relazioni sempre più strette dell’Ucraina con la NATO, alle sue aspirazioni euroatlantiche e all’incremento della presenza dell’Alleanza nel Mar Nero.
Il fatto che la NATO abbia respinto in toto le richieste russe non è granché degno di nota, poiché la posizione russa è molto sbilanciata rispetto a quelli che sono i piani dell’Alleanza. Ma, come in tutte le trattative, si parte da uno sbilanciamento per provare a cercare un punto di incontro. E il punto di incontro in questa partita sarebbe quello di garantire alla Russia che gli stati cuscinetto che attualmente la separano dall’Europa, Bielorussia e Ucraina, restino tali.
Il paradosso è che a Washington non sentono di voler garantire a Mosca qualcosa che in fondo nemmeno vogliono. L’Ucraina, infatti, al momento non è una candidata ad aderire all’Alleanza Atlantica. Ma siccome non è escluso che possa esserlo in futuro (remoto), gli Stati Uniti che già sono massicciamente presenti nell’area insieme alle forze del Regno Unito, non hanno intenzione di “abbandonare” l’Ucraina all’influenza russa specie dopo l’EuroMaidan del 2014.
I colloqui dal punto di vista diplomatico sono arenati, e nelle scorse ore l’amministrazione dem guidata da Joe Biden ha richiamato il personale non necessario dall’Ucraina ed esortato tutti i cittadini americani a lasciare il Paese. La ritirata suonata dalla Casa Bianca ore ha scatenato un fuggi fuggi generale. D’ora in ora, gli altri Paesi si sono accodati: dopo il Canada, ecco Gran Bretagna e Olanda, Giappone e Montenegro, Corea del Sud, Israele etc. Infine è arrivata anche la comunicazione da parte dell’Italia (in Ucraina ci sono oltre 2mila italiani).
La tragicommedia è che anche i russi hanno evacuato, per ragioni opposte: Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri, è stupito dal fuggi-fuggi e richiama in patria il suo personale non diplomatico, perché si domanda se non siano semmai “loro” (gli americani) a preparare qualcosa.
Un dubbio legittimo in questo infinito scambio di accuse, nel quale di anomalie ce ne sono davvero tantissime, a partire dal fatto che la Cia è stranamente servizievole e imbeccata dal Pentagono, è fornisce infiniti dettagli ai media sui piani russi d’invasione.
Il Pentagono, al contrario, blocca tutto e tutti. Anche i giornalisti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Difesa americana ha vietato l’accesso stampa ai contingenti militari dislocati sul confine ucraino. Nessuno, quindi, da quel lato del fronte può vedere con i suoi occhi.
Tra l’incudine e il martello, l’Ucraina, bullizzata dall’Alleanza Atlantica.
Il presidente ucraino Zelensky è attonito per il panico che stanno creando americani e britannici, e dice: “Credo che siano circolate troppe informazioni su una guerra di vasta scala da parte della Federazione Russa. Comprendiamo tutti i rischi. Se avete informazioni aggiuntive che un’invasione dell’Ucraina da parte della Russia avverrà al 100 per cento il 16 febbraio, condividetele con noi”.
Tradotto: state giocando alla guerra in Ucraina ma senza interpellare l’Ucraina.

LA SITUAZIONE ATTUALE

“Insomma, scoppia o non scoppia [la guerra]?” La domanda è ricorrente ancorché legittima, come pure la voglia delle persone di ricevere risposte dirette.
La verità però è un’altra: la guerra c’è già. Si combatte in altri modi. Soprattutto, si combatte senza che i cittadini se ne accorgano. Perché una bomba sganciata da un B-52 la vedono tutti, un’offensiva di cyberwar no.
Negli ultimi giorni, però, i movimenti militari sono diventati palesi e visibili a tutti. Quindi vanno riportati.
Novità:
–             L’aviazione statunitense ha piazzato un numero imprecisato di jet da combattimento F-16C Viper in Romania, partiti dalle basi americane in Germania, oltre a un contingente di sistemi di difesa aerea a corto raggio Avenger;
–             Contestualmente, altri jet da combattimento F-15C e F-15D Eagle americani sono arrivati in Polonia, ufficialmente per prendere parte a una missione progettata per “migliorare difesa collettiva della NATO” e sostenere la missione permanente nel Baltico. Ufficiosamente, per rispondere allo spiegamento di forze russe in Bielorussia impegnate in manovre su larga scala. La Russia, come anticipato largamente, più che sul Donbass si sta concentrando nel Mar Nero, precisamente nel Mare di Azov e intorno alla Crimea. L’obiettivo del Cremlino potrebbe essere quello di un blocco navale per i porti ucraini, e sarebbe una mezza azione di guerra.
Il governo russo ha emesso avvisi che indicano ai marinai e gli aviatori di evitare porzioni significative dell’estremità settentrionale del Mar Nero e del Mar d’Azov (quelle in rosso in figura) e che sono effettivi da oggi al 19 febbraio, ufficialmente a causa delle prossime esercitazioni navali a fuoco vivo pianificate da tempo. L’ovvia preoccupazione è che questo potrebbe equivalere a un blocco di fatto delle coste meridionali dell’Ucraina, che a sua volta potrebbe essere parte dei preparativi per il famoso intervento militare russo.

La mappa mostra bene che qualsiasi accesso al Mar d’Azov, che è già in gran parte sotto il controllo russo, nonostante gli accordi formali sull’uso condiviso dello specchio d’acqua tra Mosca e Kiev, dovrebbe passare attraverso una di queste aree di allarme da quando i NOTAM (l’acronimo che indica gli avvisi agli effettivi) diventano ufficiali. Anche l’accesso a gran parte della costa ucraina del Mar Nero ne è interessato. Solo uno stretto canale a ovest, che riflette il confine largo 12 miglia delle acque territoriali dell’Ucraina, offre un’apertura illimitata per il traffico marittimo verso i principali porti ucraini. Gli avvisi dicono che un’altra grande sezione del Mar Nero a sud-ovest della Crimea, che la Russia ha preso dall’Ucraina nel 2014, sarà anche in uso per le esercitazioni di fuoco vivo, ostacolando ulteriormente la libertà di movimento marittimo nella regione.
Una sezione più piccola lungo le coste occidentali della Crimea è a sua volta coperta da NOTAM. Anche se non è chiaro esattamente ciò che la Russia ha pianificato per le sue esercitazioni in una di queste aree, quella zona a ovest della Crimea sembrerebbe adatta a ospitare un’esercitazione di sbarco anfibio. Tre navi da sbarco della marina russa sono entrate tre giorni fa nel Mar Nero, a differenza di quelle che fecero tanto scalpore qualche giorni fa che avevano lasciato il Baltico ed erano entrate nel Mediterraneo.
La Flotta del Mar Nero della Marina russa dispone già, infatti, di un numero significativo di navi e piccoli mezzi da sbarco, insieme ad altre navi da guerra e sottomarini.
È chiaro che in questo momento di tensione così alta ogni movimento degli uni e degli altri potrebbe essere una miccia esplosiva, ma bisogna dire che nel Mar Nero la Russia puntella le acque con esercitazioni militari molti stesso, anche l’anno scorso, compresi NOTAM anche più ampi che avevano riscosso, come sempre, critiche internazionali.
I NOTAM sono programmati per essere revocati proprio intorno alla fine delle Olimpiadi Invernali di Pechino, il periodo che secondo gli americani comprenderà il D-Day dell’invasione.
In generale, i NOTAM servono alla Russia come esercizio di potere nel Mar Nero, un potere che non è affatto in favore di Kiev e che le sterline britanniche vorrebbero da anni provare a riequilibrare finanziando la costruzione di basi navali ucraine, una delle quali letteralmente a un tiro di schioppo dal Donbass.
Chiaramente, come succede per i botta e risposta tra fanteria russa e aviazione NATO, anche i membri dell’Alleanza Atlantica stanno schierando forze navali e di altro tipo nella regione.
Come deterrente, dicono, ma è evidente che sia impossibile trovare un “punto di inizio” nel processo di rafforzamento dei contingenti militari. 

IL FATTORE ENERGETICO

Questi i fatti. Le letture, invece, sono altra cosa. L’Ucraina non vuole fare la guerra.
La Russia non ha il minimo interesse ad invadere l’Ucraina Orientale, men che meno ad arrivare fino a Kiev. Al fronte, in Donbass, si spara meno oggi che un anno fa.
Ben diversa invece la situazione nel Mar Nero, e semmai dovessero esserci delle cause scatenanti, queste afferirebbero proprio il Mar Nero.
È probabilmente la prima volta nella storia in cui un nemico apparecchia in modo così palese e con un sostegno mediatico del genere un attacco ad un altro Paese, come dimostra non solo la ritirata del personale diplomatico dei vari Alleati ma pure il sostanziale, ma non formale, blocco aereo da parte delle compagnie commerciali sui cieli ucraini mentre il Paese è circondato dai russi. È come dire: “Dai, invadete”.
La campagna mediatica è a tratti grottesca, come lo è la comunicazione della data, il 16 febbraio, individuata dai russi per un’invasione. In pratica un’azione di guerra del genere si troverebbe in prima pagina sul New York Times una settimana prima. Come se Putin non fosse un ex-KGB.
Lo sforzo di Emmanuel Macron nel dialogo, da leader europeo più che francese, è encomiabile anche se i frutti sono relativi (o quasi nulli), mentre eloquente è l’ombra che circonda la Germania, Paese che come sappiamo quando si parla di guerra ci va sempre cauta per ovvie ragioni storiche, ma che in questo caso è la realtà più coinvolta nella crisi. Brama l’apertura del North Stream 2 più della Russia ma è anche costretta a dover fare i conti con le pretese USA di invadere l’Europa di GNL (il gas Naturale Liquido), lo stesso che è stato spedito in fretta e furia nelle scorse settimane su delle gigantesche navi cisterna attraverso l’atlantico per fermare l’aumento dei prezzi, e che dall’altra parte dell’Atlantico vorrebbero esportare in misura sempre maggiore in Europa, anche se al momento non è ben chiaro con quale tipo di infrastruttura.
Ecco una delle chiavi della crisi: la contesa energetica.
Tutta l’Europa dipende dal gas naturale russo (per oltre il 40%) e la crisi sta pensando da settimane sulle bollette delle famiglie e delle aziende europee ed italiane. La pipeline North Stream 2 che dal Baltico dovrebbe portare gas direttamente alla Germania raddoppiando di fatto la corsa del gasdotto già attivo, North Stream 1, è un’infrastruttura che non piace agli Stati Uniti, molto interessati a “staccare” più possibile la spina che collega a livello energetico Russia ed Europa (le altre infrastrutture principali, peraltro, passano proprio per il territorio ucraino). Lo stallo di carattere energetico nonostante i provvedimenti emergenziali promessi dall’Unione Europea e dai singoli governi, potrebbe addirittura peggiorare. Le riserve di gas in Germania crollano a un livello “preoccupante”, meno della metà rispetto a due anni fa.
Non a caso la parola “dialogo” (con il Cremlino) è stata quella più ricorrente nei commenti di diversi esponenti europei dopo la missione di Macron a Mosca e Kiev.
Il primo a mostrarsi ottimista, parlando di un “progresso” nelle iniziative diplomatiche, è stato proprio il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Da Kiev gli ha fatto eco il ministro degli esteri spagnolo José Manuel Albarez Bueno, il quale ha annunciato che la Spagna, sulle orme della Germania, non fornirà armi all’Ucraina (al contrario di quello che sembrerebbe voler fare l’Italia), sostenendo che è ancora troppo presto anche per parlare di sanzioni, perché un’invasione russa rimane tra gli “scenari ipotetici che, forse, non corrispondono affatto alla realtà”.
Per ora, dunque, la questione delle sanzioni è un argomento di contesa più all’interno dello schieramento occidentale che non con Mosca. A dimostrarlo è proprio la tormentata vicenda del North Stream 2. Joe Biden è stato chiaro: se la Russia invade, il gasdotto va a monte. Durante una visita a Washington, Scholz però non ha voluto appoggiare esplicitamente l’idea di Biden. I dati del Gas Infrastructure Europe confermano l’allarme che viene da Berlino. L’Europa sta dando fondo alle scorte, e quelle tedesche, la locomotiva del Continente, sono già crollate a circa il 35% della capacità totale rispetto all’83% di due anni fa. Più contenuta la riduzione per l’Italia (45% attuale rispetto al 57% del febbraio 2020).
La partita energetica è di carattere economico, ma anche politico. L’Europa sta da tempo cercando vie di approvvigionamento alternative a quelle che portano alla Russia, come il gasdotto TAP che dal Mar Caspio sfocia in Puglia e che nelle prossime settimane potrebbe vedere la sua portata aumentata, quasi raddoppiata. Ma non basta. Così, gli Stati Uniti temono molto l’apertura del North Stream 2 che concederebbe ancor più potere contrattuale alla Russia che sarebbe in grado di stabilire il prezzo della materia prima in base a ragioni politiche e tenere sotto scacco il Vecchio Continente.
Alternative però al momento, non ce ne sono. Su una cosa però sono tutti d’accordo: altre sanzioni contro la Russia peggiorerebbero la situazione. E una guerra sarebbe disastrosa per tutti.
Insomma, la tensione è altissima ma l’escalation non dovrebbe andare oltre questo livello di allerta, perché più in alto c’è solo una cosa: bombe. Grandi bombe.
La domanda è: chi cederà? E come spiegare ai propri cittadini (e alleati) che alla fine il braccio di ferro lo si è vinto?
Dopo uno spiegamento di forze simile, e dopo il fallimento della diplomazia, visto che nei colloqui le rispettive posizioni sono ferme a mesi fa, sarà difficile “uscirne bene”. La fine delle manovre militari russe, anziché un allarme, potrebbe invece paradossalmente essere il pretesto giusto per rientrare nei ranghi. Putin ha già fatto sapere che le forze militari russe si ritireranno dalla Bielorussia al termine delle esercitazioni. La stessa cosa potrebbe accadere nel Mar Nero e al confine con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. La NATO però, qualche apertura diplomatica dovrà farla.
Non è pensabile che dopo i Paesi Baltici, la Polonia, la Bulgaria, la Romania, quasi tutta la Penisola Balcanica sottratte all’influenza militare russa, dopo i ripetuti tentativi di rovesciare Lukashenko in Bielorussia, dopo il processo di avvicinamento della Georgia, dopo l’EuroMaidan in Ucraina nel 2014, possa continuare a chiudere tutti i dialoghi con Mosca.
Anche perché, oltre a mezzo continente asiatico, la Russia ha l’appoggio di una piccola realtà di provincia che di nome fa Cina.
Girarsi di spalle senza starli a sentire non è saggio, e non si tratta di un approccio antiatlantista alla questione. Gli anni ’70 sono molto lontani, ragionare in politica estera con gli stessi schemi mentali della Guerra Fredda non è salutare specie per una potenza che non riesce proprio a consolidarsi in modo autonomo come l’Unione Europea.
Le crociate adottate negli ultimi anni specie dalle amministrazioni democratiche, guidate prima dal duo Obama-Clinton e ora da Joe Biden con un establishment che ricalca piuttosto fedelmente quello dei predecessori, si sono rivelate spesso dannose per l’Europa, e stante l’importanza di essere parte di un’Alleanza militare come la NATO, l’Unione Europea non può essere come al solito frammentata.
Anche perché, com’è ovvio, i singoli Stati inizieranno a fare ognuno di testa loro. Come sta già facendo ad esempio l’Ungheria, lo stato europeo che dipende maggiormente dal gas russo.
Il 2 febbraio il premier Viktor Orban è volato a Mosca. Un viaggio preceduto dalle dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, Peter Szijiarto, che ha definito “isteria” l’agitazione dell’Occidente intorno alla nuova crisi ucraina. Orban ha cercato un accordo con Putin su un consistente aumento delle forniture di gas russo, sulla produzione del vaccino anti-Covid Sputnik in Ungheria, sulla centrale nucleare che il colosso pubblico russo Rosatom sta costruendo nel Paese e persino di comuni progetti di esplorazioni nello spazio.
Il dossier Ucraina, sul tavolo della discussione, nemmeno c’era. Il paradosso allora è servito: Orban è sì premier di un Paese membro dell’Ue e della NATO ma questo non gli impedisce di cercare da anni la “vicinanza” con la Russia di Putin. Anzi. Da anni, com’è noto, lancia strali contro le sanzioni dell’Unione europea contro Mosca e ripete, almeno sin dal 2017, che la politica anti-russa è ormai “una moda”.
Posizioni opposte, ad esempio,rispetto a quelle dei Paesi Baltici o di realtà dell’Est come Romania (uno dei più importanti riferimenti degli Stati Uniti dal punto di vista della presenza militare) e Slovacchia a chiedere un rafforzamento della Nato nella Regione.

L’ITALIA COME PRIMA LINEA DEL FRONTE

Con le settimane dedicate all’elezione del Presidente della Repubblica, l’Italia è rimasta silente circa la contesa in Europa Orientale. Dopo aver disertato diverse riunioni con i Ministri degli Esteri internazionali, Luigi Di Maio si sta attivando con colpevole ritardo. Ha indetto una riunione dell’unità di crisi del ministero degli Affari Esteri circa la crisi in Ucraina e, come anticipato, ha invitato in via precauzionale tutti i cittadini italiani in Ucraina a rientrare nel nostro Paese con mezzi commerciali. Sulla crisi in sé, però, è stato cauto: “Lavoriamo tutti al fine di evitare un’escalation in Ucraina. Riconosciamo l’integrità territoriale dell’Ucraina ma manteniamo aperto il dialogo con Mosca”. Insomma, una posizione ben più conciliante rispetto al braccio di ferro imposto da Biden. Anche perché, oltre ad avere davvero poco da guadagnare in un eventuale scenario di conflitto, l’Italia avrebbe, come spesso accade, solo da perdere.
Il nostro Paese, secondo i calcoli dell’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, sarebbe coinvolto al 100%, con spese da capogiro. “Nell’infausta eventualità di un conflitto armato in Ucraina l’Italia si ritroverebbe in prima linea con le sue forze armate (terrestri ma soprattutto aeree e navali) che partecipano a missioni NATO a presidio dei confini orientali dell’alleanza atlantica a un costo complessivo di circa 78 milioni di euro”, ha affermato l’Osservatorio.
“L’Aeronautica Militare – specifica Milex – schiera una squadriglia di quattro caccia Typhoon (la ‘Black Storm’) e 140 uomini in una base aera rumena nei pressi di Costanza, a due passi dal confine ucraino, che fino ad aprile svolgerà missioni quotidiane di pattugliamento sui turbolenti e affollati cieli del Mar Nero. La missione di ‘polizia aerea rafforzata’ (che segue quella analoga condotta nei mesi scorsi nei Paesi Baltici) è stata finanziata nel 2021 con oltre 33 milioni di euro e può essere incrementata fino a 12 aerei e 260 uomini”.
L’Osservatorio Milex restituisce un quadro ancora più preciso che si estende dal mar Nero al Mediterraneo orientale: “Il Mar Nero, insieme al Mediterraneo Orientale, è il teatro operativo anche della missione della forza navale permanente della NATO cui la Marina Militare partecipa attualmente con la fregata Fremm Carlo Margottini e con il cacciamine Viareggio, per un totale di oltre 200 marinai e un costo (finanziamento 2021) di oltre 17 milioni di euro. Nel quadrante mediterraneo orientale, dove Mosca sta concentrando una flotta senza precedenti, incrocerà nelle prossime settimane anche la portaerei Cavour con F-35 imbarcati, partecipando a un’esercitazione NATO insieme alla portaerei americana Truman e alla francese Clemenceau. Nelle foreste innevate della Lettonia, altro potenziale fronte caldo in caso di confronto militare con la Russia, nell’ambito della missione NATO ‘Baltic Guardian’ l’Esercito Italiano schiera infine più di 200 alpini della Brigata Taurinense con decine di carri armati ruotati Centauro e cingolati da neve. Fanno parte di un Battle Group di oltre 1.200 soldati a comando Canadese con base a nord di Riga. La missione ha ricevuto oltre 27 milioni di finanziamento nel 2021″.
Con l’uscita dall’Unione da parte del Regno Unito, acceso sostenitore della politica di potenza occidentale nell’area, all’interno dell’Ue nessuno, ma davvero nessuno dei principali Paesi sembra voler sostenere a spada tratta l’approccio di Biden.
Ma anziché concentrarsi in una azione compatta, una volta ancora vengono fuori tutte le lacune di un’istituzione sovranazionale che fuori dai propri confini continua ad avere potere decisionale quasi nullo.


Al via la Scuola di formazione politica di Nazione Futura Torino

 

MINI MASTER DI FORMAZIONE POLITICA
Pensare per costruire il futuro

Il Corso comprende 20 lezioni orarie e si svolgerà nei mesi di febbraio, marzo, aprile e maggio 2022. Esso è rivolto alla formazione delle classi dirigenti in genere, e in particolare dei futuri amministratori delle istituzioni locali. Il programma del Corso si estende in quattro aree dipartimentali: Rapporto fra economia e politica (A), Ambiente (B), Intelligenza Artificiale (C), Enti locali (D).

MODALITA’ DI ISCRIZIONE

Per iscriversi al corso e per informazioni: info@nazionefutura.it

Costo iscrizione under 30 100,0 € (cento euro), Studenti 50 € (cinquanta euro), over 30 150 € (centocinquanta euro)

È possibile seguire il corso anche da remoto in digitale

PROGRAMMA

Le lezioni, due per ogni giornata, si svolgono dalle 9.30 alle 12 presso il Centro Studi San Carlo, Via Monte di Pietà, 1. Esse comprendono un intervallo di 10 minuti. Ogni lezione è di 50 minuti seguita da un dibattito di 20 minuti.

– Sabato 19 febbraio 2022, Introduzione

Avv. Ennio Galasso, l’importanza della formazione in politica

Avv. Stefano Commodo, Uno sguardo rivolto al futuro.

Prof. Mauro Ronco, Torino ieri e oggi.

– Sabato 26 febbraio 2022, Area Dip. A,  lezioni 1 – 2

Prof. Marcello Croce, La Politica di Aristotele.

Ing. Ferrante De Benedictis, La globalizzazione.

– Sabato 5 marzo 2022, Area Dip. A, lezioni 3 – 4

Prof. Aldo Rizza, Il processo politico-culturale italiano fino alla Seconda guerra mondiale.

Prof. Marcello Croce, L’Italia unitaria dalla Seconda guerra mondiale alla fine del XX secolo.

– Sabato 12 marzo 2022, Area Dip. A, lezioni 5 – 6

Ing. Ferrante De Benedictis, Rapporto tra Uomo e Natura e le nuove frontiere della scienza

Prof. Marcello Croce, La svolta epocale: Galileo e Cartesio.

– Sabato 19 marzo 2022, Area Dip. B, lezioni 7 – 8

Dott. Daniele Dell’orco – I confini della nuova guerra fredda tra Nato e Russia

Dott.ssa Michela Mercuri – Gli interessi italiani nel Mediterraneo

– Sabato 26 marzo 2022, Area Dip. B, lezioni 9 – 10

Dott. Augusto Grandi, Il sistema Torino.

Dott. Federico Iadicicco, Italia Futura: nuove sfide per il nostro Paese.

– Sabato 2 aprile 2022, Area Dip. C, lezioni 11 – 12

Dott. Riccardo Lala, Intelligenza Artificiale e agenda digitale.

Dott.ssa Enrica Perucchietti, Transumanesimo e Cyber-uomo.

– Sabato 9 aprile 2022, Area Dip. D, lezioni 13 – 14

Prof. Carlo Manacorda, Amministrazione e finanza della città

Avv. Ferdinando Leotta, Quale fiscalità per il futuro?

– Sabato 30 aprile 2022, Area Dip. D, lezioni 15 – 16

Arch. Alberto Pazzagli, Trasformazione urbanistica della città.

Dott. Maurizio Pedrini, Il tema dell’abitare.

– Sabato 7 maggio 2022, Area Dip. D, lezioni 17 – 18

Dott. Bruno Labate, Le comunità straniere emigrate a Torino: la comunità romena.

Dott. Enrico Galoppini, La Destra e i nuovi italiani: la presenza islamica a Torino.

– Sabato 14 maggio 2022, Area Dip. D, lezioni 19 

Prof. Corrado Ocone, Liberali e conservatori: affinità, differenze, convergenze

Dott. Vincenzo D’Anna, I principi del Marketing Politico

– Sabato 21 maggio 2022, Area Dip. D, lezioni 20 – 21

Prof. Aldo Rizza, Prospettive odierne di politica internazionale.

Prof. Francesco Giubilei – Il conservatorismo Italiano.

N.B. Al termine del Corso verrà rilasciato ai partecipanti un attestato di frequenza.


PENSARE LA DESTRA DEL FUTURO: IL NUOVO CONCORSO DI IDEE DI NAZIONE FUTURA

Nazione Futura lancia il concorso di idee “Pensare la destra del futuro”, c’è tempo fino al 15 marzo per inviare i propri testi con le proposte. Le migliori verranno pubblicate nel prossimo numero della rivista e presentate in un grande evento a Roma.

FERRANTE DE BENEDICTIS ED IL PATRIOTTISMO CONSERVATORE


Abbiamo intervistato Ferrante De Benedictis, 41 anni Ingegnere e Dottore di Ricerca di Energetica, attualmente vicepresidente di Nazione Futura e membro del “Future Energy Leaders Community” del World Energy Council. È autore del libro “L’uomo custode della Natura” e di diverse pubblicazioni scientifiche per riviste e convegni internazionali sui temi energetici ed ambientali. Pertanto, l’ascolto delle sue analisi e prospettive è per noi fonte di preziosa formazione culturale e politica.

In che modo prospetta la partita politica del Quirinale?

Innanzitutto, grazie per l’intervista, oggi più che mai abbiamo bisogno di confronto e di unire le forze, in particolare quelle delle realtà come Generazione Liberale e Nazione Futura, entrambe animate dall’amore per l’Italia e per la cara vecchia Europa.

Le elezioni del capo dello Stato sono sempre state caratterizzate dalla complessità, questo anche quando il risultato appariva scontato, in quanto alle solite imprevedibili strategie parlamentari ed ai franchi tiratori si aggiungono i grandi elettori regionali che possono cambiare gli equilibri e riservare qualche sorpresa. Di certo si tratterà di un passaggio fondamentale per la sopravvivenza della nostra democrazia rappresentativa, questo perché mai come negli ultimi anni stiamo assistendo ad un Parlamento sempre più svuotato dei propri poteri, oserei dire delegittimato. È per questo che occorrerà scegliere una guida che ristabilisca le normali funzioni ed i giusti equilibri tra i poteri. Non mi azzardo di certo a fare pronostici, ma ho il sospetto che anche questa volta a spuntarla “quasi a sorpresa” possa essere un democristiano, nessuno può permettersi in una condizione di fragilità parlamentare come questa di avere un Presidente polarizzato, occorrerà eleggere una figura che navighi bene su entrambe le sponde, quella del centro-destra e quella del centro-sinistra.

 

Ritiene che una riforma costituzionale, incentrata sul presidenzialismo, potrebbe introdurre maggiore stabilità politica? Sarebbe favorevole ad una svolta simile?

Favorevolissimo, questo è da sempre un cavallo di battaglia del centro-destra, già Giorgio Almirante auspicava una svolta presidenziale, che appare sempre più urgente viste le sfide della modernità, le pandemie, le crisi economiche e sociali, la sfiducia nelle Istituzioni. Gli stessi sondaggi ci dicono che i cittadini vorrebbero eleggere direttamente il loro Presidente così come avviene in tantissimi Paesi occidentali. La svolta Presidenziale potrebbe rappresentare quella scintilla in grado di fare innamorare nuovamente i cittadini della politica, rappresentando l’opportunità di avviare quelle riforme costituzionali necessarie a cominciare dalla revisione del Titolo V.

Come valuta il lavoro comunicativo svolto dalla classe giornalistica nel corso della pandemia?

Posso essere diretto e non utilizzare mezzi termini? Pessimo, ma non solo sulla gestione delle informazioni riguardo la pandemia. In generale questo Paese paga oggi una classe giornalistica asservita al mainstream comunicativo e al “politically correct”, salvo rare e preziose eccezioni. Il giornalismo ha purtroppo perso il suo spirito critico.

 Ha spesso trattato e scritto del rapporto tra uomo e natura, incentrato anche sulla necessità di rilanciare un ambientalismo conservatore. Quanto è importante difendere l’ambiente, senza sfavorire imprenditori e lavoratori?

Quello dell’ambiente è un tema a me molto caro, tanto da aver voluto scrivere un libro dal titolo “L’uomo custode della Natura” edito da Giubilei Regnani. Lo scopo del libro è quello di mettere in guardia da un ambientalismo di facciata, infarcito di slogan e luoghi comuni, che vorrebbero nell’uomo il nemico dell’ambiente e più in generale del nostro pianeta. Secondo il mio punto di vista l’ambiente non si salva senza salvare l’uomo e senza recuperare quel sano rapporto tra uomo e natura. Pertanto, solo una visione conservatrice dell’ambiente potrà farsi portavoce di un messaggio davvero innovativo per la salvaguardia e la tutela del pianeta. Non è colpevolizzando l’uomo ma rendendolo responsabile o meglio custode del creato, attraverso un efficace recupero del rapporto con il suo territorio, la sua cultura millenaria e la sua storia, che si potranno ottenere i frutti sperati. Per farlo occorrerà riprendere quella sana cultura rurale, che per secoli ha saputo sapientemente creare le perfette condizioni di coesistenza tra uomo e natura, tra uomo e territorio, spesso reso ancor più bello ed accogliente. La nostra visione dell’ambiente è dunque una visione che si accompagna alla crescita sostenibile, senza preconcetti e/o pregiudizi verso gli imprenditori e verso la tecnica, quella tecnica che ci offre oggi opportunità concrete per uno sviluppo rispettoso e amico dell’ambiente.

 Sarà possibile creare un fronte conservatore compatto già in vista delle prossime elezioni politiche nazionali?

Me lo auguro, sarebbe un salto di qualità importante per il centro-destra italiano, che lo avvicinerebbe ai Paesi Europei. I tempi sono davvero maturi. Per questo consentitemi di fare un plauso ad un giovanissimo talento del mondo politico culturale italiano, Francesco Giubilei, che ha dimostrato come con le qualità, lo studio e la perseveranza si possa arrivare dove nessun altro aveva mai osato, creando un movimento conservatore di nome Nazione Futura, che oggi rappresenta un solido riferimento nel panorama politico italiano con ottimi collegamenti internazionali. Il tutto in un Paese dove fino a qualche anno fa era già solo impensabile definirsi conservatori senza ricevere le invettive del mondo politico e del giornalismo.

Che ruolo può e deve svolgere l’Italia in ambito geopolitico, dato il clima di tensione ed incertezza tra le maggiori potenze globali?

Quello che ci ha da sempre caratterizzati. Essere il centro del Mediterraneo, ponte tra oriente ed occidente. Per il primo occorre recuperare il ruolo del Mediterraneo nel dibattito Europeo, evitando di spostarne il baricentro sempre più verso i Paesi Nordici che per storia, tradizione e cultura non posso assurgere al ruolo di garanzia e di equilibrio che da secoli l’Italia ha rivestito, in particolare come ponte di dialogo con il mondo arabo e l’est Europeo. Dell’assenza dell’Italia nelle dinamiche geopolitiche ne possiamo cogliere oggi tutto l’impatto negativo con la crisi energetica, in particolare del gas. Mattei con la sua ENI non ha solo rappresentato un’azienda, ma l’Italia per il cui conto ha saputo tessere relazioni e rinsaldare amicizie, grazie alle quali abbiamo vissuto di rendita per interi decenni.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Lavorare e contribuire a far crescere la casa comune dei conservatori italiani.

LIBERA EDITORIA E CONSERVATORISMO DEL FUTURO: DIALOGO CON DANIELE DELL’ORCO

Daniele Dell’Orco è un volto importante dell’ambito culturale e conservatore italiano. Fondatore ed editore della casa editrice Idrovolante, oltre che giornalista e direttore della rivista cartacea di Nazione Futura. Ha sviluppato la propria carriera all’insegna della libertà di pensiero, convinto che etichette e giudizi provenienti dall’esterno di qualsiasi contesto non debbano condizionare l’operato di chi ne sia parte integrante. Pertanto, grazie al suo impegno anche diverse tematiche storiche sono state pubblicate e pubblicizzate, risultando gradite ai lettori. Abbiamo dialogato con lui, al fine di scoprirne analisi e prospettive personali, oltre ai progetti futuri dei contesti di cui fa parte.

Cosa ti ha spinto, ormai più di 6 anni fa, ad intraprendere la carriera di editore?

Si è trattato di un percorso naturale, scaturito dagli studi in comunicazione e dall’esperienza accumulata in anni di collaborazione con altre realtà editoriali. Pertanto, nel 2015 ho ritenuto che fosse arrivato il momento giusto per far nascere un marchio editoriale indipendente, Idrovolante Edizioni.

Su cosa si basa l’idea di nascita e quali sono i principi della casa editrice?

È nata dalla necessità di reperire e valorizzare dei libri, in particolare quelli dei primi anni del ‘900, che erano ormai difficili da rintracciare, perchè usciti fuori catalogo o mai più ristampati dall’epoca. Rieditare in chiave moderna ed attuale questi testi è stata la principale ragione che mi ha convinto ad iniziare tale percorso. Tuttavia, non mancano in catalogo anche dei saggi strettamente contemporanei, riguardanti l’ambito filosofico o quello della narrativa.

Quanto è complesso superare gli ostacoli ideologici di una società come la nostra, spesso avversata da pensiero unico e politicamente corretto?

Credo che ci sia un equivoco di fondo: pensare che la cultura ed i concetti ad essa collegati debbano necessariamente essere di carattere limitante. Ritengo che i progetti culturali possano rivolgersi ad un target principale di lettori, senza però connotare per forza politicamente un progetto. Pertanto, la “scorretezza” viene spesso affiliata dall’esterno, dato che si tende a voler collocare anche i progetti culturali all’interno di un universo. Ritengo che tale premessa a cui siamo abituati sia completamente sbagliata, dato che un editore è di base un impreditore, oltre che un operatore culturale. Anche in ragione di ciò, in caso di fuoriuscita di idee che possano coinvolgere un margine di lettori più ampio è un dovere provare a pubblicarle.

Svolgi un ruolo importante all’interno di Nazione Futura, essendo direttore della rivista cartacea. Quali sono i vostri riferimenti ideologici e le proposte per l’attualità culturale e politica italiana?

I punti di riferimento potrei definirli infiniti, dato che Nazione Futura è un movimento di idee che nasce nel 2017 per essere mezzo di confronto e mediazione tra il mondo culturale e quello politico. All’interno dell’associazione sono presenti molteplici anime ideologiche differenti, che spaziano dai sentimenti conservatori e liberali a quelli della destra sociale. Tali visioni cercano di convivere e condividere un percorso comune, attraverso una mentalità che si rispecchia nel confronto e nella riscoperta della diversità.

Nazione Futura ha recentemente lanciato “L’agenda verde per il centrodestra” volta a sensibilizzare la creazione di un ambientalismo conservatore, che rispetti la natura ma non sfavorisca imprenditori e lavoratori. Quali sono le vostre proposte nel merito?

Il rispetto di imprenditori e lavoratori è la base delle nostre proposte, riteniamo lo sarebbe sempre dovuta essere per chiunque. Il tema dell’ecologismo è diventato molto popolare negli ultimi anni, anche se pure in ambito conservatore è sempre esistito. Tuttavia, si rischia di incappare in una deriva di carattere ideologico, quasi il tema fosse da anteporre agli altri campi di applicazione della vita societaria. Pertanto, l’ecologismo è un singolo campo di essa, da collegare e far coesistere con gli altri, senza però sfavorirne alcuno.

Sarà possibile ampliare e costruire, in accordo con il centrodestra, un fronte conservatore già in vista delle prossime elezioni politiche?

È ciò di cui si sta discutendo attualmente. Tuttavia, conteranno alla fine sentimento popolare e progetti effettivi dei partiti a lungo termine, da osservare anche a seconda delle discussioni interne ad essi. Anche la geopolitica svolgerà un ruolo fondamentale, con movimenti in ambito conservatore che stanno avvenendo in altre nazioni europee, che potrebbero generare ripercussioni in chiave elettorale alle prossime elezioni. Pertanto, sarà fondamentale da quì al voto costruire un fronte compatto e convincente per gli italiani, che superi le divisioni e le distanze presenti anche con il governo attuale tra i partiti del centrodestra.