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EDWARD LUTTWAK E LA LOGICA PARADOSSALE DELLA GUERRA

– Francesco Subiaco

La guerra non è un pranzo di gala o un sistema matematico, razionale e coerente, ma è il regno del paradosso, dell’imprevisto, dell’irrazionale. Per questo l’unica logica lungimirante e capace di concepire una visione strategica coerente e concreta è quella paradossale, quella che nell’assurdo che infesta i campi di battaglia è capace di cogliere le regole contraddittorie della guerra. È la visione portata avanti da Edward Luttwak, consigliere strategico per la politica estera della Casa Bianca ed economista di fama mondiale, che nei suoi saggi sulla strategia, sulle logiche delle grandi potenze della storia ha esposto una visione della geopolitica unica capace di spiegare ed interpretare il cambiamento degli equilibri dopo la fine della guerra fredda, la crisi e le sfide degli stati nazionali, l’analisi geoeconomica di un mondo complesso che dalla ritirata della globalizzazione alle tensioni tra Occidente ed autocrazie sta facendo saltare tutte le categorie “corrette” della scienza strategica. Una visione che non smette di ricordarci che la politica non è altro che una sublimazione della guerra con altri mezzi.

Professor Luttwak, l’Europa in questi anni si è dimostrata un continente ” erbivoro” e gli Stati Uniti ancora riescono nel loro tentativo di rimanere la “Republique imperiale” descritta da Aron?

Raymond Aron scrisse la Republique imperiale ai tempi della prima guerra fredda, di fronte alla crisi degli Stati europei dopo la seconda guerra mondiale, in un contesto in cui gli Stati Uniti svolgevano una funzione di sostegno e aiuto ad essi, massimizzando lo sviluppo economico di questi paesi assicurando delle possibilità di sviluppo, come l’accesso al petrolio a prezzi favorevoli, per garantire la ricostruzione dell’Europa. Permettendo agli europei di passare da essere sudditi delle autocrazie a alleati delle democrazie e dell’Occidente. Un processo che l’Italia, a differenza di alcuni Stati europei come la Francia, ha faticato ad intraprendere, per una certa vicinanza ad ideologie totalitarie presenti al suo interno, e che ha difficoltà ad intraprendere tuttora, come mostra la vicinanza e il sostegno di alcune frange del paese alla Russia di Putin. La visione statunitense però non è una visione colonialr poiché ha sempre favorito il passaggio dalla sudditanza delle autocrazie alla visione di libertà dell’alleanza atlantica, che è il contrario dell’imperialismo e che ha visto sempre nell’ottica imperiale una debolezza, mentre gli americani hanno una vocazione verso l’autonomia e la libertà dei popoli che è poi lo spirito della Nato

La guerra in Ucraina sta facendo riscoprire all’occidente i suoi valori e come valuta la gestione degli Stati europei di questa crisi internazionale?

La guerra in Ucraina ha mostrato la profonda differenza tra la guerra in paesi del terzo mondo, sottosviluppati e divisi in tribù, e quella verso un paese europeo, armato e difeso da patrioti che vogliono combattere per la propria nazione, una differenza che ha caratterizzato le profonde difficoltà dei russi durante l’invasione dell’Ucraina. Oggi l’Ucraina sta ricordando agli ufficiali russi, che forse se lo sono dimenticato, che le nazioni europee di fronte ad una guerra reagiscono in maniera opposta di stati come l’Afghanistan, combattendo e reagendo unitariamente ad un conflitto, come è sempre accaduto nella storia europea.

La guerra è secondo lei una costante della storia dei popoli?

Certamente, infatti, l’Europa, per restare in tema, è sempre stata caratterizzata dalla guerra nella sua storia, ed il ciclo di distruzione creatrice che la accompagna è insita nello sviluppo dei popoli. Gli UOMINI  “amano” la guerra COME LE DONNE AMANO I GUERRIERI , non è un caso che tutte LE GUERRE DELLA STORIA , escluse le due guerre mondiali FENOMENI DI STATALISMO, , siano state fatte da volontari, che hanno aderito ad esse, che hanno spontaneamente deciso di partecipare ad esse. La distruzione portata dai campi di battaglia ha sempre portato ad una risposta  demografica su cui si è articolata la ricostruzione accelerata delle nazioni coinvolte nei conflitti bellici. Dal 1945 in poi questa dinamica di guerra e ricostruzione, è stata interrotta per varie ragioni. Il nucleare, ad esempio, ha cambiato per sempre il volto della guerra convenzionale e la presenza di questo stravolgimento è un fenomeno fondamentale anche nella guerra in Ucraina. Il nucleare in Ucraina pregiudica profondamente le possibilità degli eserciti in gioco limitando profondamente le opzioni dei paesi belligeranti. Oltre al nucleare un altro elemento di cambiamento introdotto dopo il 45 è l’emersione di una cultura post bellica che è insostenibile. Tutti i gruppi sociali ed individuali orientati al pacifismo sono demograficamente deboli e culturalmente stanno scomparendo, come possono mostrare le statistiche sulla fertilità nei paesi più orientati al conflitto e non. Dobbiamo capire che la civiltà occidentale è stata orientata alla guerra come fenomeno incidentale, in cui piccoli stati tra loro rivali hanno generato un fenomeno di concorrenza e conflitti che ha segnato lo sviluppo dei popoli europei, mentre nei paesi orientali, dominati da grandi spazi caratterizzati da imperi secolari si è sviluppato un fenomeno di “grande letargia”. Gli Stati europei invece erano più bellicosi ed energicamente più fertili, affinati dallo scontro e dalla concorrenza hanno invece creato un dominio planetario nell’ottocento derivato dal loro spirito concorrenziale e belligerante, opposto all’immobilismo ottomano o cinese, che ne ha garantito la potenza e lo sviluppo. Quelle energie possono essere orientare solo dalla libertà e non dall’immobilismo di un dittatore.

La crisi internazionale portata dalla guerra in Ucraina segna la fine della globalizzazione e della mondialità occidentale ?

È sicuro che anche nel momento in cui stiamo registrando questa intervista tutti i paesi, di fronte alla crisi del modello di commercio globale, gli agenti economici e statali stanno cercando di ridurre la loro interdipendenza, causando una ritirata della globalizzazione. Come sta accadendo con la Russia e con la Cina, dove sta avvenendo una evacuazione delle grandi aziende dalle loro economie, poiché si è capito che è irresponsabile proiettare grandi investimenti in paesi autocratici guidati da amministrazioni arbitrarie che un giorno parlano, pensiamo alla Cina ad esempio, di una MEGA AZIENDA  del calibro di Alibaba, come una minaccia ed il giorno seguente come una risorsa

Secondo lei la Cina lancia una sfida, molto più sottile di quella dell’URSS all’occidente, l’egemonia invisibile di Pechino e il suo neoimperialismo come stanno cambiando il volto dei rapporti di forza nell’occidente?

No no la Cina lancia all’occidente una sfida molto naif, provincialissima ed antiquata, pregiudicata da una ideologia storica che li illude di essere una grande potenza strategica, quando invece sono una nazione che nonostante l’ampia mitografia nazionale, ha subito sempre le conseguenze delle proprie scelte sbagliate in politica estera e che se non ci fossero stati gli americani oggi sarebbe ancora sotto la dittatura militare giapponese. Essi sono capacissimi in ogni settore meno che la guerra, infatti con l’Ucraina, hanno mostrato la loro totale dipendenza commerciale dalle altre nazioni. Mentre i russi e gli americani sono autosufficienti sia dal punto di vista energetico sia dal punto di vista alimentare, infatti dopo il G7, hanno smesso di parlare di invadere Taiwan.

In questo scenario la Turchia che ruolo chiave sta svolgendo?

I turchi sono un popolo che è in parte europeo ed in parte imperialista, che sta subendo con Erdogan una lunga fase di arretratezza fatta di chiusure e proclami assurdi, come quando hanno provato ad intimidire Israele e poi sono dovuti andare a Canossa per le loro pessime scelte. Credo che invece i turchi con una guida diversa, determinata da una amministrazione più “europea” potranno invece riscattare anni di errori strategici e strutturali, tornando protagonisti, dopo le farse degli esperimenti diplomatici di Erdogan di questi mesi.

Che libro consiglierebbe per comprendere il presente?

Consiglio il mio libro sulla logica della strategia poiché la vera logica della guerra è la logica paradossale. La guerra è implicitamente paradosso. Pensiamo al presente: la Nato è debole e per questo le autocrazie la attaccano, ma questo attacco non fa altro che consolidarne le fondamenta. Uno dei tanti paradossi tipici della guerra.

 

 

 

DIALOGO CON ADOLFO URSO, TRA QUESTIONE UCRAINA E RITORNO DELLA POLITICA DI POTENZA

– Francesco Subiaco, Francesco Latilla

Dalla questione ucraina al ritorno della politica di potenza, passando per la necessità di ripensare la questione energetica e la difesa in un’ottica nazionale ed europea in complementarità con la Nato. Il presente pone la politica italiana di fronte a delle sfide nuove, agli innovativi capovolgimenti che stanno ridisegnando la scacchiera internazionale del campo di battaglia. Di fronte a questi scenari la politica non può scindersi dalla cultura, dalla necessità di una organizzazione e dal dialogo per creare un nuovo scenario comune. Questo è lo scopo della fondazione Fare Futuro, che si propone di diventare uno dei principali pensatoi dello scenario moderato, attraverso un dialogo con il mondo angloatlantico e la necessità di una dialettica plurale e lucida sui cambiamenti del presente. Per parlare di questi temi abbiamo intervistato il Sen. Adolfo Urso, presidente della fondazione FareFuturo e del Copasir storico esponente di una destra atlantista e moderna aperta alle sfide del tempo, che ha sempre portato avanti prima in Alleanza nazionale, poi in Fratelli d’Italia.

In questi giorni si è svolto il convegno della Fondazione FareFuturo. Quali sono i temi principali che avete trattato?

Il 14 e 15 marzo la Fondazione FareFuturo, insieme all’International Republican Institute e al Comitato Atlantico Italiano, ha organizzato un convegno sul tema “L’Alleanza atlantica, la crisi ucraina e la sicurezza Euro mediterranea”. Il meeting si è aperto pubblicamente alla Sala Nassirya del Senato della Repubblica, con gli interventi del direttore per la Strategia Transatlantica dell’IRI Jan Surotchak, del presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli e con il saluto registrato del Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio e del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini. I lavori sono poi proseguiti a porte chiuse, con una serie di approfondimenti che hanno visto come relatori deputati nazionali ed esteri, deputati europei, presidenti di Regione e interlocutori istituzionali.

Il meeting ha voluto rappresentare un focus sulle prospettive per l’Alleanza atlantica alla luce degli accadimenti internazionali di queste ultime settimane e della guerra tra la Russia e l’Ucraina, ma anche interrogarsi sul tema centrale della sicurezza nel Mediterraneo allargato. Una priorità quanto mai attuale per l’Italia, anche sul fronte della sicurezza energetica, rispetto alle nuove sfide della competizione globale. Proprio il Mediterraneo, al netto della emergenza della guerra in corso in Ucraina, rappresenta il terreno di confronto tra potenze autoritarie come la Russia e la Cina, che stanno estendendo la loro influenza su vasti territori, ricchi di risorse energetiche e di terre rare indispensabili per realizzare la transizione verde in cui siamo tutti impegnati, e le democrazie occidentali. E il nostro Paese all’interno di questo scenario, insieme agli altri partner europei e sotto l’egida della Nato, dovrà svolgere un ruolo sempre più importante e decisivo a difesa della pace e della stabilizzazione di tutta quest’area, che va dal Corno d’Africa alla Libia fino alla zona subsahariana del Sahel.

Cosa ne pensa della questione ucraina e quale ruolo dovrebbe avere l’Italia nella scacchiera internazionale?

 L’Ucraina è uno Stato sovrano, riconosciuto dalla comunità internazionale, che è stato oggetto da parte della Russia di un’aggressione inaccettabile. Va riconosciuto il valore della resistenza eroica del popolo ucraino, che ci ricorda quanto la libertà non debba mai essere data per scontata, e richiama ai propri doveri un’Europa talvolta distratta, anche sul fronte della necessità di potenziare una difesa comune con una nuova strategia e investimenti mirati che non possono più aspettare. L’Italia sta svolgendo appieno il proprio ruolo nella scacchiera internazionale, che è quello di un partner di primaria importanza nello scenario europeo e atlantico. Fondamentale in quest’ottica, è stata la approvazione da parte del Parlamento della mozione unitaria sulla guerra tra Russia e Ucraina, che a differenza di quanto spesso avvenuto in passato, ha mostrato un Paese unito, capace di superare le divisioni della politica interna nella difesa dell’interesse e della sicurezza nazionali.

Come pensa procederà il conflitto sul fronte ucraino e quale ruolo svolgerà la Cina in questa controversia?

Ovviamente, l’unica strada per risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina rimane quella diplomatica, alla quale abbiamo il dovere morale di lavorare incessantemente. Detto questo, come anche evidenziato dal premier Draghi nel suo discorso al Parlamento, la solidarietà italiana ed europea in questi momenti non può essere solo di facciata. Alle dichiarazioni di intento vanno fatte seguire azioni concrete, che facciano capire alla Russia come l’occidente non intenda tollerare l’aggressione in corso. Da qui il sistema delle sanzioni, e il sostegno concreto alla resistenza ucraina, sul quale si sono espressi favorevolmente anche Stati storicamente neutrali come la Svizzera. La Cina da parte sua ha una grande occasione, quella di svolgere un ruolo diplomatico e di dissuasione nei confronti di Putin, accelerando quanto più possibile la fine di un conflitto insensato che rischia di diventare ogni giorno più crudele, con migliaia di morti lasciati sul campo, tra i quali anche tanti civili innocenti, compresi donne e bambini.

IL MEDITERRANEO E’ IL CAMPO DI BATTAGLIA TRA AUTOCRAZIE E DEMOCRAZIE OCCIDENTALI, CHE RUOLO SVOLGE IN QUESTO CONTESTO L’ITALIA?

Nella Relazione annuale sull’attività del Copasir, presentata lo scorso 9 febbraio e – caso unico finora – illustrata e discussa in Senato il 15 marzo, l’area del Mediterraneo allargato è stata definita ‘Priorità nazionale’. Dal Corno d’Africa alla Libia, passando per il Libano, la Tunisia, l’area sub sahariana del Sahel, così come in Iraq e in Siria, e nei Balcani, l’Italia è presente con uomini e mezzi, a sostegno delle principali missioni internazionali. Ma la battaglia per la supremazia globale tra le democrazie occidentali e le potenze autocratiche, come la Russia e la Cina, si gioca anche e soprattutto sul fronte della sfida per il controllo dell’energia e delle risorse minerarie necessarie per portare a termine la transizione ecologica. Sarà necessaria una sempre maggiore sinergia europea e occidentale che consideri di nuovo il Mediterraneo allargato come centro nevralgico della politica mondiale, e in questa ottica l’Italia, per tradizione e posizione geografica, dovrà certamente avere un ruolo da protagonista.

In un suo precedente intervento al Copasir aveva precedentemente anticipato l’offensiva russa e il rischio di una influenza russa nel nostro paese. Può spiegarci meglio?

Avevamo descritto la postura aggressiva della Russia, anche rispetto alla politica energetica, e alle mire espansioniste nel medio oriente e in diversi territori dell’Africa. Così come avevamo messo in guardia il Parlamento, circa i rischi elevati di attacchi cyber, non soltanto di origine terrorista ma anche di possibile matrice statuale. E purtroppo, eravamo stati buoni profeti. Nella relazione annuale del Copasir, si legge come “L’attivismo della Russia si rivolge soprattutto all’acquisizione di informazioni di carattere politico-strategico, tecnologico e militare. Oggetto di particolare interesse sono i processi decisionali nei vari settori dell’azione politica tra cui gli affari esteri e quelli interni, la politica energetica, la politica economica e le dialettiche interne alla NATO e all’UE. Le attività portate avanti in questi ambiti sono solitamente negabili e difficilmente attribuibili”.

In un’ottica mediterranea allargata, “La Russia, considerata la principale minaccia verso Est, ha intrapreso ormai da qualche anno diverse iniziative assertive da Sud: una presenza con forze navali nel Mediterraneo; una presenza con truppe e l’occupazione di basi in Siria; interventi in Libia, Repubblica Centrafricana, Mali di forze militari proprie o ad esse collegate, come la compagnia Wagner”. L’allarme evidentemente era stato lanciato in tempo.

Quanto sta accadendo ci fa capire inoltre quanto importante sia la sicurezza della Repubblica e quanto ciò debba essere considerato in ogni decisione che prendiamo, anche quando affrontiamo i temi dell’energia o dell’economia digitale, della tecnologia, dell’intelligenza artificiale, dello spazio come dell’acciaio, degli asset infrastrutturali come delle filiere industriali, ben sapendo che i nostri avversari sistemici, cioè i sistemi autoritari, li utilizzano appieno nel loro confronto con le democrazie occidentali. Tutto questo fa parte di quello che viene chiamato guerra ibrida. A tal proposito, abbiamo evidenziato la necessità di disporre di un’intelligence economica al servizio del sistema Italia, che sia proattiva a tutela della scienza e della tecnologia e degli asset produttivi del Paese.

Di fronte alle sfide energetiche proposte da un affrancamento dalla Russia, come può il nostro paese risolvere il problema dell’autosufficienza?

L’Italia importa il 95% del gas che utilizza, e di questo, il 42% proviene dalla Russia. E’ chiaro che le sanzioni per il nostro sistema produttivo, ma anche per le famiglie italiane, rappresentano un grande sacrificio. Sacrificio, tuttavia, che viene richiesto e condiviso sul presupposto più importante, la difesa della libertà, del nostro modello di democrazia occidentale e del principio di autodeterminazione dei Popoli. Paradossalmente, se da questo momento difficilissimo vogliamo trarre un insegnamento positivo, questo si può tradurre nella necessità, ormai chiara a tutti, di accelerare un processo di diversificazione nelle forniture energetiche del Paese, e al contempo di potenziamento della nostra autonomia energetica. Anche su questi aspetti, il Copasir era recentemente intervenuto, prima dello scoppio del conflitto, con la Relazione del 13 gennaio sulla sicurezza energetica nella attuale fase di transizione ecologica. Lanciando l’allarme, ma individuando anche possibili soluzioni, da proporre al Governo e al Parlamento. Ad esempio, con un migliore sfruttamento e una revisione del sistema delle concessioni per i bacini idroelettrici, con ulteriori investimenti sul solare e sull’eolico, ma anche prevedendo il ricorso ai poteri sostitutivi dello Stato, in caso di inerzia degli Enti locali. Il gas naturale sembra poi rappresentare una risorsa irrinunciabile nel breve-medio termine, in attesa che possa completarsi la transizione energetica. Anche allo scopo di invertire il dato relativo all’aumento del 250 percento della spesa delle famiglie per il gas naturale, occorrerebbe valutare l’ipotesi di incrementare l’estrazione di gas dai giacimenti italiani, riducendo allo stesso tempo gli acquisti dall’estero in modo da mantenere costante il volume dei consumi. Si tratterebbe di sfruttare più efficacemente i giacimenti già attivi, in modo da raddoppiare la quota nazionale da poco più di quattro a circa nove miliardi di metri cubi all’anno.

Con la crisi del populismo ci si è risvegliati in una nuova Italia che fatica a riformulare gli assetti ideologici. Da dove devono ricominciare i partiti per affrontare le sfide del futuro?

Più che di crisi del populismo, parlerei di crisi della politica. Che troppo spesso ha abdicato al suo ruolo, rinunciando ad individuare una strada maestra per riportare in alto il nostro Paese. Bisogna distinguere, come da sempre avviene ad esempio nelle democrazie anglosassoni, tra le divisioni nella politica interna, che giustamente evidenziano le diverse sensibilità politiche sui temi più disparati, da quelli etici, a quelli sociali ed economici, dall’interesse nazionale. Che va sempre e comunque tutelato. Come avvenuto recentemente, proprio in occasione della risposta unitaria delle forze politiche nel condannare con fermezza e con la massima durezza la invasione russa dell’Ucraina. Un atteggiamento che potrebbe forse aprire una nuova fase, proprio nella dialettica politica e nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Così come è indispensabile investire nei giovani, nella formazione delle nuove classi dirigenti. Non per riproporre le vecchie ideologie del’900, ma per appassionare di nuovo migliaia di ragazzi all’impegno sociale e politico. Fornendo loro modelli virtuosi e credibili. Ecco, in questo senso penso che l’opposizione ‘patriottica’, come bene interpretata dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, possa essere una sintesi efficace di questo percorso in questa fase storica, nella quale far convergere le migliori intelligenze ed energie della società italiana. Per essere pronti a governare quando e se il Popolo, unico sovrano in democrazia, ce ne darà l’opportunità con il voto liberamente espresso nelle urne.

 

Wall Street Journal durissimo su Draghi e l’Italia: “Esita sulle sanzioni nel momento sbagliato”

– Tommaso Alessandro De Filippo

 

“Cracks in Western Resolve on Russia”. Titolo che tradotto significa crepe nella determinazione occidentale sulla Russia, con accanto la foto del premier Mario Draghi. La firma è quella dell’Editorial Board del Wall Street Journal, che aggiunge: “L’Italia esita sulle pesanti sanzioni esattamente nel momento sbagliato”. Gli alleati occidentali sono convinti che Putin attacchi il loro sistema, e quindi fermarlo necessiti di tutti gli strumenti a disposizione, o pensano che l’annessione del Donbass sia una vicenda locale e non valga il rischio di perdere le forniture di gas a buon prezzo? Dalla risposta può dipendere il futuro della democrazia in cui viviamo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il commento del Wall Street Journal inizia così: «Il presidente francese Emmanuel Macron si è affrettato domenica a cercare di fermare un’invasione russa dell’Ucraina, organizzando un possibile vertice tra il presidente Biden e Vladimir Putin. È difficile capire cosa accetterebbe la Russia, se non concessioni che comprometterebbero la sicurezza della NATO, e nel frattempo l’Italia sta già esitando sulle sanzioni». L’articolo cita le dichiarazioni di venerdì della guida di Palazzo Chigi: «Stiamo discutendo le sanzioni con la UE, e nel corso di queste discussioni abbiamo reso nota la nostra posizione, quella per cui dovrebbero concentrarsi su settori ristretti senza includere l’energia”. Tale resa preventiva è esattamente il motivo per cui Putin ritiene che il prezzo di un’invasione sarebbe inferiore a quanto pubblicizzato». Il WST aggiunge: «L’Italia importa circa il 90% del proprio gas ed è uno dei maggiori clienti di Mosca nel continente. Il leader italiano non vuole che la sua eredità di Primo Ministro di unità nazionale sia offuscata da una crisi energetica, ma favorire l’imperialismo russo sarebbe una macchia molto più grande. L’energia non è l’unica preoccupazione, e Roma non è l’unica capitale europea che potrebbe vacillare sulle sanzioni. La riluttanza della Germania è consolidata e l’Ungheria ha paura. Bandire la Russia dal sistema di compensazione finanziaria Swift è già stato escluso, in quanto potrebbe mettere in pericolo decine di miliardi di dollari in pagamenti a creditori russi in Austria, Francia e Paesi Bassi». In chiusura, un drammatico ammonimento: «Se il massacro si svolgerà, le elites americane ed europee dovrebbero riflettere su come si sono rese nuovamente ostaggi di un dittatore». Le preoccupazioni di Draghi per il gas italiano, così come quelle del cancelliere tedesco e degli altri leader europei e americani, sono tutte legittime e comprensibili, ma è indispensabile pesarle coraggiosamente sulla bilancia della posta in gioco. Se Putin attaccando l’Ucraina punta all’architettura di sicurezza creata dopo la caduta dell’Urss, vuole demolire la Nato ed il sistema democratico, è venuto il momento di compiere ogni sacrificio necessario per fermarlo.

PROF. MICHELE MARSONET: “GLI USA CONTRASTINO IN OGNI MODO LA RUSSIA. IL MONDO DELL’ISTRUZIONE ITALIANO È DA RIFONDARE”

– Tommaso Alessandro De Filippo


Il Prof. Michele Marsonet si è laureato in Filosofia presso l’Università di Genova, e in Filosofia della scienza presso l’Università di Pittsburgh (USA). Dopo la laurea ha svolto periodi di ricerca in qualità di “Visiting Fellow” presso le Università di Oxford e Manchester (UK), City University of New York e Catholic University of America (USA). E’ Professore Ordinario di Filosofia della scienza e di Metodologia delle scienze umane nel Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova. Direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova (2001-2002, e 2008-2011). Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova (2002-2005, rieletto per il periodo 2005-2008). Dal 2008 al 2014 Pro-Rettore con delega all’Internazionalizzazione dell’Università di Genova. Dal 17 ottobre 2012 è Preside della Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova. E’ Fellow del Center for Philosophy of Science dell’Università di Pittsburgh (USA). Visiting Scholar all’Università di Melbourne (Australia) nel 1999. E’ stato Visiting Professor presso molti Atenei stranieri: Fribourg (Svizzera, 1989 and 1996), Hertfordshire (UK, 1994), Siviglia (Spagna, 1995), Varsavia (Polonia, 1995), Malta (1996, 1999, 2003, 2005), Pittsburgh (USA, 1992 and 1997), Islanda (1998), Giessen (Germania, 1998), Melbourne (Australia, 1999), Bergen (Norvegia, 2000), Malaga (Spagna, 2001), Oxford (UK, 2001), Université Catholique de Louvain (Belgio, 2001), Stirling (UK, 2002), Cork (Irlanda, 2004), London King’s College (UK, 2005), Babes-Bolyai University (Cluj, Romania, 2007), St Andrews (UK, 2009), Hanoi (Vietnam, 2015). Fellow del Center of Philosophy of Science, University of Pittsburgh (USA). Coordinatore programmi scientifici nazionali, finanziati dal MIUR e dal CNR. Dal 2008 è External Examiner per tesi di Master e Ph.D. della University of Malta. E’ Professore Onorario della Universidad Ricardo Palma di Lima (Perù), e nel 2009 ha ricevuto la Laurea Honoris Causa dalla Universidad Continental di Huancayo (Perù). E’ autore di 28 volumi e curatele, di cui 5 in lingua inglese pubblicati in Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, e di circa 300 articoli, saggi e recensioni in riviste italiane e straniere. Inoltre, collabora con il magazine online Atlantico, diretto da Daniele Capezzone e Federico Punzi. Abbiamo avuto il piacere di dialogare con lui sul conflitto tra Russia, Ucraina ed USA, oltre che sulle attuali restrizioni pandemiche italiane proprogate nel tempo e le difficoltà del nostro mondo dell’istruzione.

Prof. Marsonet, può esprimerci le sue considerazioni in merito ai venti di guerra tra Russia ed Ucraina?

La Russia ha una responsabilità diretta delle tensioni in corso insieme all’Ucraina, dato il loro scontro frontale protattosi negli anni, dovuto anche a delle ragioni storiche. Credo che il comportamento americano in tale ambito sia dettato dalla necessità di Biden di tenere a bada l’opinione pubblica negli USA. Infatti, lo scenario politico futuro degli Stati Uniti è assolutamente incerto, con i DEM che non sono uniti intorno al presidente espressione del proprio partito ed un GOP alle prese con la necessità di ritrovare degli equilibri interni. Pertanto, ritengo che la pressione esercitata dagli USA su Russia ed Ucraina sia dettata soprattutto da motivazioni interne. Tuttavia, se ciò serve per impedire a Mosca di invadere Kiev ben venga.

Ritiene che l’attuale strategia di USA e NATO volta a difendere il territorio ucraino possa rivelarsi efficace a lungo termine?

Attualmente c’è una tale preponderanza armata di matrice russa che rende difficile ad una NATO così disarticolata immaginare di contrastarne la forza. Inoltre, è da menzionare l’ambiguità e l’incapacità costante della UE in materia di politica internazionale. Ieri come oggi gli unici a poter fare la differenza in situazioni come questa sono gli americani, che sono però stanchi di dover combattere guerre evitabili in difesa di altre nazioni, prive della capacità di difendersi autonomamente.

Quanto pesa l’ambiguità di Parigi e Berlino ed il loro interesse a condurre accordi economici con Russia e Cina sulla stabilità dell’alleanza atlantica?

Purtroppo i principali paesi europei dipendono ad oggi dalle forniture russe di gas ed energia, dati gli accordi presi sui gasdotti NordStream. Anche in ragione di ciò, non possono assumere delle posizioni dure nei confronti di Mosca e devono necessariamente trovare una mediazione. Anche l’Italia nella figura di Mario Draghi credo proverà a fare questo, data la nostra attuale assenza di autonomia energetica.

Dal suo punto di vista a cosa è dovuta la fascinazione di alcuni occidentali verso Vladimir Putin e le modalità di governo di stati come la Russia?

È dovuta al fatto che Putin rappresenti l’immagine di uomo e politico forte, dotato di un “pugno di ferro” che utilizza per governare la propria gente. Inoltre, in Italia ed in parte delle nazioni occidentali c’è un sentimento di sfiducia verso le classi politiche che vengono ritenute deboli. Ciò porta ad essere attratti da figure istituzionali differenti. Storicamente le grandi potenze hanno sempre praticato una politica di forza volta ad imporre i propri interessi in ambito internazionale.

In che modo valuta le attuali restrizioni delle libertà individuali prorogate dall’esecutivo italiano attraverso i recenti decreti?

Non condivido le polemiche verso le restrizioni avanzate da molti liberali. Ritengo che il momento sanitario sia complesso e meritevole di attenzione da parte della politica. Il governo italiano con la guida di Mario Draghi ha raggiunto dei risultati eccellenti in materia di campagna vaccinale ed io francamente giustifico alcune limitazioni delle libertà individuali condotte al fine di tutelare la salute.

Di che riforme in campo economico e sociale avrebbe urgente bisogno l’Italia?

Sul piano economico sarebbe necessaria una maggiore attenzione verso le industrie, le attività produttive ed il mondo dell’istruzione. Settori che non possono essere abbandonati perchè fondamentali per la formazione ed il mantenimento del tessuto sociale ed economico nazionale.

Come sarebbe possibile apportare dei miglioramenti al mondo dell’istruzione italiano?

In primis bisogna cercare di stoppare la politica della Didattica a distanza. Io stesso da professore universitario ho avuto modo di utilizzarla e la ritengo devastante per gli studenti di ogni grado scolastico. Spero realmente che si possa investire di più nel mondo dell’istruzione italiano e migliorarne le qualità, onde evitare un futuro disastroso per le nuove generazioni.

In chiusura, ritiene che i referendum sulla giustizia previsti in primavera possano dare la spinta necessaria per giungere ad una vera riforma della magistratura in Italia?

È molto difficile. Possono sicuramente avere una certa efficacia ma la magistratura ha raggiunto in Italia un potere quasi assoluto che sarà, al netto dei risultati delle votazioni, molto difficile da modificare.