Archivi tag: leggere sempre

L’educazione senti/mentale di Bianca Bellova

– Francesco Subiaco

La letteratura ceca non è solo il fantasma asburgico e cupo del genio di Franz Kafka, che peraltro scriveva in tedesco. È il languore, la banalità del male che avvolge il protagonista de Il bruciacadaveri, il genio faustiano e proibito dello scienziato alchimista Prokop nato dalla penna del Dostoevskij della fantascienza Karel Capek, sono i dolciumi raminghi che si scambiano famiglie separate prima di riscoprire la propria lontananza ne “I tedeschi”. Un’idea di letteratura visionaria capace di fondere umorismo nero e dolore autentico, gli abissi dell’animo umano ed un gusto grottesco e surreale che seduce il lettore e gli dà l’incanto di aver trovato un continente di sogni, pane per secoli di letteratura ancora da consumare. È la genialità che accompagna i testi che compongono la collana Novalna della Miraggi edizioni di Fabio Mendolicchio. Una collana nata per raccontare i maestri segreti della letteratura ceca, che prende il nome da quella Nouvelle vague permanente che fu la “nuova onda” che colpì la cultura del blocco orientale dopo la primavera di Praga, e che vuole mostrare i migliori frutti di quelle innovazioni, visioni e suggestioni che accompagnano le opere dei vari Capek, Katalpa e soprattutto dei testi di una grande scrittrice contemporanea come Bianca Bellova. Bianca Bellova non è una scrittrice convenzionale, che si nutre di storie banali e stereotipate, che consolano e lusingano il lettore con uno stile standard, insignificante e pavido, come molti altri scrittori nati negli anni 70. La Bellova è un’autrice che ha una voce, un groviglio di simboli, parole, descrizioni che rendono ogni sua pagina unica, autentica, personale e che riesce a realizzare anche in una descrizione comune ciò che tanti scrittori cercano di straordinario in anni di lavoro e carriera. Per questo lode a Miraggi per aver presentato al lettore italiano tre perle della produzione di questa scrittrice ceca: “Il lago”, “Mona” e soprattutto “Romanzo senti/mentale”. Tre testi che indagano la durezza dell’esistenza, la solitudine, gli abissi inesplorati dell’animo umano con l’ intensità di chi sa trasformare un minuto estremamente intenso in una fugace eternità. Romanzi sospesi, di deserti sentimentali e storie grottesche. Tra questi Romanzo senti/mentale si presenta come un testo profondamente diverso dai successivi, un esordio che già mantiene le aspettative che garantiranno il successo dei testi successivi della Bellova, nonostante alcune divergenze ed originalità. Questa storia, che non ha nulla di melenso e sentimentale nel senso spicciolo, è la storia di due ragazzi cechi Eda e Nina, che vivono in un mondo che si è risvegliato durante la rivoluzione di velluto che ha portato la fine del regime comunista, rappresentato dalla figura sciagurata del padre di Eda. Eda e Nina non sono però innamorati, sono uniti da un legame diverso segnato e consolidato dall’assenza di quella che può essere definita la vera protagonista di questo romanzo:Elitska. Elitska è una di quelle donne che non sembrano persone, bensì atmosfere, la cui assenza ingombrante contamina le vite di questi personaggi, come uno spettro infesta una casa stregata. Sorella di Nina e amata di Eda, la sua morte, comunicata fin dalle prime pagine del romanzo, sarà il motore di questo lungo racconto a due voci dove la sorella e l’amato la ricorderanno, alluderanno e mostreranno in quelle splendide ventiquattro ore che copriranno l’arco della narrazione. Dalla casa mausoleo in cui le tazze e i cimeli della defunta vengono tenuti come oggetti sacri, un po villa stregata un po reliquiario, al difficile rapporto tra Eda ed il padre, stupratore perverso e insensibile, fino al ritrovamento del diario perduto ma centrale nelle vicende dei protagonisti, della defunta Elitska, Bianca Bellova ricostruisce un abisso luminoso in cui anche le dense centotrenta pagine del suo romanzo sembrano fughe letterarie da migliaia di pagine, come sottolinea la traduttrice Laura Angeloni, formando un testo straordinario che permette di iniziare un viaggio verso il mondo della sua autrice, da cui non si vorrebbe tornare mai più.

Onore a Lino Capolicchio, artista libero in un cinema di burattini

– Tommaso De Brabant

La prima scelta di Dario Argento per il ruolo del pianista e, suo malgrado, investigatore protagonista di “Profondo Rosso”, girato nell’autunno del 1974 e diffuso nei cinema l’anno seguente, era Lino Capolicchio; l’attore alto-atesino però, uno dei più richiesti del momento, si era infortunato a causa di un incidente in auto. Cavallerescamente, il regista romano propose di rinviare le riprese in attesa della guarigione di Capolicchio; il quale però, generosamente, insistette perché il film cominciasse senza di lui. “Profondo rosso”, pur maltrattato dalla critica, si impose come “cult”; Capolicchio però non ebbe però troppo tempo per rimpiangerlo, dato che nella primavera del 1976 girò un’altra pietra miliare dell’orrore: “La casa dalle finestre che ridono”, la cui uscita agostana salvò Pupi Avati (il quale, mentre Argento girava “Profondo Rosso”, sceneggiava per Pier Paolo Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, e per Lucio Fulci “Il cav. Costante Nicosia demoniaco, ovvero Dracula in Brianza”) dai guai che si era recentissimamente procurato con “Bordella”, un musical grottesco che gli attirò le ire della censura (e di Al Lettieri, noto al grande pubblico come il vile Virgil Sollozzo di “Il padrino”, che provò a uccidere il regista bolognese perché infastidito dallo spazio lasciato alle improvvisazioni di Gigi Proietti). Con un sofismo si potrebbe notare che, come “Profondo rosso”, il film di Avati non è propriamente un horror, ma un thriller: non vi è alcun intervento sovrannaturale (eccezion fatta forse per la seduta medianica fatale alla sensitiva Ulmann), le efferatezze sono interamente affidate a dei “serial killer”; eppure, l’opus magnum di Argento e “La casa dalle finestre che ridono” restano dei superclassici del cinema dell’orrore, grazie alle loro trovate spaventose e a un finale ad effetto. Se “Profondo rosso” scade facilmente nella macelleria compiaciuta e nel raccapriccio fine a se stesso (come tutta la filmografia di Argento), “La casa dalle finestre che ridono” (scritto dal regista assieme al fratello Antonio e a Maurizio Costanzo) che pure è tutt’altro che un film raffinato, non offre soltanto sequenze da Grand Guignol, ma è anche l’esplorazione d’un mondo a sé: quel Gotico Padano che di Pupi Avati è creazione esclusiva. Il regista-sceneggiatore-produttore emiliano sceglierà, nel 1983, uno degli attori di “Profondo rosso” (Gabriele Lavia, nel ruolo di Carlo, amico fragile del protagonista Marc) quale protagonista d’un altro dei suoi film migliori, “Zeder” (storia di zombie con spettacolare finale a Milano Marittima, di gran successo negli USA): tuttora il film di maggior successo di cui l’attore milanese (assai più attivo a teatro) sia stato protagonista, nonché la sua sola collaborazione con Avati. Lavia è stato uno dei pochi attori a recitare più volte per Argento (che, a parte la figlia Asia, non ha sviluppato sodalizi con “attori feticcio”): dopo “Profondo rosso”, si sono ritrovati per “Inferno” (1980, fascinoso ma pasticciato secondo episodio della trilogia delle Madri inaugurata da “Suspiria”) e “Non ho sonno” (2001, scialbo remake di “Profondo rosso”). Diversamente dal collega romano, Pupi Avati ha cresciuto, fin dai suoi primi film, una sua compagnia di attori: Lavia non si è trattenuto, Capolicchio sì. Tra il ’75 e il ’76, travolto dallo scandalo di “Bordella” (il film fu sequestrato per nove mesi, precludendo al regista – già sposato e padre di tre figli – qualsiasi guadagno dal suo lavoro), Pupi Avati decise di trarre un film da una delle storie dell’orrore che la madre raccontava a lui e al fratello Antonio ancora da bambini tra il ’75 e il ’76. Oltre al film dello scandalo e alle sceneggiature per Pasolini e Fulci, Avati aveva all’attivo i primi due film del Gotico Padano (“Balsamus l’uomo di Satana”, presentato a Bologna come un kolossal, e “Thomas e gli indemoniati”) e un film grottesco con Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio e Lucio Dalla, “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”: film nei quali i cultori possono cercare i primi volti ricorrenti del cinema avatiano (Pina Borione, Ines Ciaschetti, Bob Tonelli, Giulio Pizzirani, Pietro Brambilla). Per quanto fosse ambizioso, pur avendo da poco potuto dirigere due attori già celeberrimi (Tognazzi – che tornerà con Avati in “Ultimo minuto” – e Villaggio) e credendo fortemente nel nuovo film, Avati sapeva di non potersi permettere guai anche più lievi di “Bordella”: quasi quarantenne, con una famiglia da crescere, aveva già accantonato la carriera da clarinettista jazz e un impiego (soffertissimo) alla Findus. Ingaggiato il grande amico d’una vita, il concittadino Gianni Cavina, presente in tutti i film avatiani precedenti e in gran parte di quelli che seguiranno (e che negli anni ’90 ritroverà popolarità con gli spot televisivi, con dispetto di Avati, della Findus), oltre a Eugene Walter (uno scrittore trasferitosi dall’Alabama a Parigi e poi a Roma, dove Fellini lo farà recitare in “8 e ½”, il film la cui visione farà decidere ad Avati di diventare regista), i fratelli Avati provarono il colpaccio: contattare uno degli attori più famosi del momento, Lino Capolicchio. Il divo di Merano, attirato dalla speranza di compensare la rinuncia a “Profondo rosso”, lasciò alla moglie la sceneggiatura: stava partendo per una trasferta di lavoro, al ritorno le avrebbe chiesto un parere. La sventurata gli telefonò in albergo, rimproverandolo: come poteva lasciarla sola la notte, dopo averle fatto leggere una storia così terrificante? Di fronte a tale prova del grande potenziale di “La casa dalle finestre che ridono”, l’attore accettò, facendo intravedere ai fratelli Avati il concretizzarsi della loro riscossa: Capolicchio era un nome parecchio pesante da scrivere sulla locandina d’un film. Tuttora ricordato come il classico horror di Avati, “La casa dalle finestre che ridono” fu presentato come il primo film dell’orrore interpretato da Capolicchio, accolto sul set con timore reverenziale: la sua esperienza surclassava quella di chiunque altro fosse impegnato con le riprese, sia per quantità che per qualità. Allievo di Strehler e D’Amico, aveva recitato Goldoni e Shakespeare al Piccolo di Milano e al cinema, dove aveva debuttato con Zeffirelli. Già al suo secondo film (“Escalation” di Roberto Faenza, 1968, dove è un hippy che si innamora della sua psicoterapeuta – Claudine Auger, la magnifica Bond-girl di “Thunderball” – per poi rivelarsi più spregiudicato del padre industriale) fu promosso a protagonista; si imporrà quindi come figura di spicco del cinema della contestazione, da “Vergogna, schifosi” di Mauro Severino all’ultimo film di Giuseppe De Santis (già regista di “Riso amaro”), “Un apprezzato professionista di sicuro avvenire”, passando per alcuni dei film più importanti dell’epoca: “Metti, una sera a cena” (1969, adattamento cinematografico di Giuseppe Patroni Griffi dal suo stesso dramma per il teatro), dove è uno studente gigolò coinvolto negli scambi erotici fra la Bolkan, Trintignant e Musante; “Mussolini, ultimo atto” (Carlo Lizzani, 1974: con Rod Steiger nel ruolo del Duce, Lisa Gastoni nella parte della Petacci, Franco Nero in quella di Walter Audisio ed Henry Fonda in quella del cardinale Schuster: una delle scelte più assurde della storia del cinema), dove è Pier Luigi Bellini delle Stelle, il partigiano aristocratico e comunista che avrebbe preferito consegnare vivo Mussolini agli angloamericani; ma fu “Il giardino dei Finzi Contini” (Vittorio De Sica, 1970, dal romanzo di Giorgio Bassani – che ebbe col regista disaccordi riguardo la sceneggiatura, tanto gravi che lo scrittore chiese di non essere menzionato nei titoli – di otto anni prima) a rendere Capolicchio (che interpreta Giorgio, il laureando ebreo che a Ferrara, tra le leggi razziali e la guerra incombente, è innamorato non corrisposto di Micol – Dominique Sanda, che gli preferisce Giampiero – Fabio Testi) una star internazionale: il fotogramma di Giorgio-Capolicchio in bicicletta accanto a Micol-Sanda è tuttora l’immagine più celebre della gloriosissima tradizione del cinema ferrarese. Scaraventato di fronte all’attenzione del cinema mondiale, Capolicchio divenne ritroso: rifiutò la proposta, danarosissima, di diventare il volto delle pubblicità per la Coca-Cola (dopo aver scoperto quanti soldi aveva rifiutato, la madre rimase in stato catatonico per diverse ore) e si rifugiò nell’insegnamento dell’arte recitativa, oltre che in una fitta attività da attore e regista a teatro. L’incontro con Avati fu la salvezza per entrambi: avere per protagonista uno dei divi più adorati dell’epoca garantì a “La casa dalle finestre che ridono” un degno successo, rilanciando la carriera del regista; e l’incontro con Pupi (pur di soli cinque anni più anziano) offrì a Capolicchio una nuova figura paterna (negli ultimi anni di vita l’attore ha più volte esternato il dolore provocatogli dall’inimicizia col padre) e un regista di riferimento. Pur non onnipresente come Gianni Cavina, Capolicchio parteciperà a buona parte dei film di Avati: il sottovalutatissimo “Le strelle nel fosso” (1979), “Noi tre” (1984) dove è Leopold Mozart, padre di Wolfgang Amadeus in un loro passaggio italiano, “Ultimo minuto” (1987) dove è il neo-presidente che prova a esautorare Walter-Ugo Tognazzi, maniacale direttore sportivo d’una squadra di calcio ispirata al Lanerossi Vicenza; poi “Fratelli e sorelle” (1992), “Una sconfinata giovinezza” (2010), sino a “Il signor Diavolo” (2019), il grande ritorno del Gotico Padano, dove è don Dario, il parroco tisico connivente col culto satanico di cui è gran sacerdote Gino, il suo sagrestano fanatico, interpretato da Cavina. Un ritorno alle atmosfere, alle inquietudini, ai misteri di “La casa dalle finestre che ridono”: e quanto fosse stato armonioso e felice l’incontro tra Avati e Capolicchio è testimoniato dagli sceneggiati televisivi che i due girarono tra “La casa dalle finestre che ridono” e “Le strelle nel fosso”: “Cinema!!!” e soprattutto l’adorabile “Jazz Band”, dove Capolicchio impersona l’alter ego dello stesso Pupi Avati, ritraendone sogni, passioni, progetti e ambizioni. Ho incontrato il cinema di Avati nell’agosto del 2019, proprio con l’ultimo suo film interpretato da Capolicchio, “Il signor Diavolo”, rimanendone conquistato. Fu grazie a un mio articolo su quel film meraviglioso, che incontrai Avati stesso a settembre, per un’intervista (portai, per farlo firmare, il libro scritto da Andrea Maioli sul cinema di Pupi, con in copertina proprio Capolicchio che, nel ruolo dell’esperto d’arte Stefano, studia il terrificante affresco del martirio di San Sebastiano dipinto dal “pittore d’agonie”, Buono Legnani). Ho poi partecipato da comparsa e cronista, tra l’agosto e il settembre del 2020, a un altro recentissimo film di Pupi, “Lei mi parla ancora”, ambientato in quella Ferrara nella quale, tra negozi di libri e dischi usati, è frequente vedere l’immagine di Capolicchio in bici con la Sanda in “Il giardino dei Finzi Contini”: eppure, “Lei mi parla ancora” è uno dei pochissimi film di Pupi nel quale non compaiano né Capolicchio né Cavina. Durante le riprese mi recai in pellegrinaggio da Comacchio a Minerbio: dalla “villa delle sorelle Legnani” alla chiesa di San Giovanni in Triario, due dei luoghi di sventura di Stefano-Capolicchio, capostipite dei personaggi avatiani che pur sapendo che si stanno cacciando nei guai sono tanti curiosi da dannarsi. Ho comunque incontrato dal vivo Capolicchio nel febbraio 2020, pochi giorni prima delle chiusure dovute al Covid (ma se ne parlava già: un tale si presentò all’evento con una mascherina elaboratissima): era ospite della cineteca di Milano, per presentare “La casa dalle finestre che ridono” e il suo libro autobiografico, “D’amore non si muore”. Era un uomo bellissimo: tanto esile da sembrare fragilissimo, gentilissimo, con un sorriso meraviglioso. Comprai il libro per farglielo firmare, quando si trattò di scriverci la dedica restò sorpreso, come Pupi pochi mesi prima, dal constatare che sono omonimo dei loro figli. Il capriccio delle circostanze fece sì che in sala finissi in prima fila, per non separare una coppia dove invece sarei dovuto stare: potei così assistere da vicino a una bella intervista, durante la quale Capolicchio raccontò cosa fosse fare cinema negli anni Settanta, un periodo tanto controverso, tragico eppure entusiasmante. Sapeva che “La casa dalle finestre che ridono” è un importante tassello di storia (del cinema, italiana, locale, del folklore…), e trasmetteva la felicità di averne partecipato. “La casa dalle finestre che ridono” era già uno dei miei film preferiti, aver assistito a quella proiezione me lo rese tanto più caro, e questo spiega il mio viaggio sui luoghi delle sue riprese. Lino Capolicchio non era soltanto un volto sullo schermo: era un attore completo, un grande uomo di cultura (prima che di spettacolo). Era coltissimo (il suo incontro con Pupi Avati è stato propiziato anche dai loro interessi librari), sceglieva i film da interpretare anteponendo ciò che potevano trasmettergli al ritorno che ne avrebbe avuto in termini di notorietà; fu, colpevolmente, emarginato da un cinema italiano che, terminate le follie degli anni ’70, si sarebbe poi rinchiuso nella mediocrità dei film da salotto pariolino. Bel volto del Sessantotto, quando scoprì che gli era stata apposta questa etichetta la rifiutò, assieme alla convenienza di mettersi una divisa e, come il suo regista preferito, rimase libero: messo all’angolo, ma libero. Lode a te, Lino Capolicchio, artista intelligente e libero in un cinema di burattini. Mancavi già, mancherai sempre più.

ANTOLOGIA DI UN AUTORE LIBERO: UN LIBRO ALL’INSEGNA DELLA LIBERTÀ

Abbiamo già di recente intervistato Adalberto Ravazzani, autore di testi e provulgatore di idee liberali, sul nostro blog. Convinti dell’importanza del suo apporto e delle sue opinioni, siamo stati felici di ascoltarne prospettive ed analisi. Tuttavia, di lì a poco è stata pubblicata la nuova fatica letteraria di Ravazzani, con prefazione di Gugliemo Piombini, intitolata “Antologia di un autore libero”. Una raccolta di articoli e lavori che hanno segnato il suo inizio di carriera, così come il rapporto con i suoi maestri, nella convinzione della bontà di idee e tematiche trattate. Dal confronto tra individuo e limitazioni statali, fino alle difficoltà di convivenza con una visione statalista che avversa la nostra società, otteniamo importante spunto per lo sviluppo di una reazione culturale ed ideologica. Pertanto, crediamo che acquisto e lettura del testo rappresentino azione importante per ribadire la necessità di immettere nel nostro panorama societario maggiori dosi di libertà. Inoltre, all’interno del libro è contenuta l’intervista che su Generazione Liberale abbiamo fatto all’autore. Motivazione ulteriore di gratitudine e stima nei suoi confronti.

È appena uscita la tua pubblicazione “Antologia di un autore libero”.
Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

“Antologia di un autore libero” è la mia terza pubblicazione. Si tratta di una raccolta armonica, selezionata e metodica (ispirata alla ragioneria) dei centinaia di articoli pubblicati durante la mia breve ma consolidata carriera di scrittore e di divulgatore della cultura. L’idea di dare alle stampe questa pubblicazione è da rintracciarsi in primis nel rapporto affettivo che esiste tra i miei scritti ed il palato dei miei lettori. Attraverso i social ho notato sempre un’ottima interazione con i lettori, basata sulla discussione e l’ascolto. In secondo luogo lo scopo dell’opera è quel tentativo di dare struttura e stabilità alla forma mentis del mio pensiero. Le mie idee conservatrici, cristiane, liberali e di libero mercato meritavano una sistemazione ben approfondita attraverso quegli uomini e quegli autori che hanno portato con orgoglio, come se fossero un vessillo, i frutti di quelle visioni del mondo. Non da ultimo il leitmotiv che attraversa il filo logico dell’Antologia è l’eleutheria, la libertà nel senso etimologicamente più profondo del termine. La mia considerazione della libertà è totalmente avversa all’idea licenziosa e viziosa di cui si facevano portatori i sessantottini. Io credo che il concetto di libertà sia totalmente connesso alle tematiche della responsabilità e dei doveri. Questo libro può essere definito come una spada o uno scudo contro i disvalori sessantottini, in un’epoca come la nostra post sessantottina, collassata nella retorica dei diritti separata dai doveri. Per concludere questa prolusione, vorrei ringraziare Guglielmo Piombini per aver scritto una bella prefazione all’opera.

Credi che le tematiche liberali e conservatrici siano adeguatamente concepite e trattate dall’opinione pubblica?

La risposta può apparire banale: no, le tematiche liberali e conservatrici non sono ben accolte dall’opinione pubblica. Domina incontrastata un’ideologia di fondo nella letteratura e nel giornalismo, così come nella filosofia e nella storiografia delle idee, basata sull’eliminazione sistematica di quei valori autenticamente innovativi e non negoziabili. Ovviamente mi sto riferendo ai centri assiologici della libertà, del Cristianesimo, della proprietà privata, del libero mercato, dell’impresa privata, dell’identità e del conservatorismo. L’egemonia culturale della sinistra domina incontrastata. L’idea gramasciana di invadere ogni settore nevralgico della vita pubblica per condizionare sistematicamente l’ordine sociale e culturale ha trionfato. E così come un parassita, l’ideologia progressista è la Bibbia di scuole, università e giornalisti. Pochi individui dinnanzi a queste macerie riescono a salvarsi o a distinguersi dai deliri marxisti. Nel mio libro, per esempio, ho voluto dare spazio alla prima intervista che feci su Generazione Liberale. Era doveroso mettere in risalto giovani uomini e giovani donne, liberali e conservatori che, con coraggio e con speranza, si battono ogni giorno per mutare il nostro orizzonte culturale, riuscendo a sensibilizzare la popolazione su quelle tematiche oramai controcorrenti e invise dai potenti.

Nel tuo testo raccogli numerosi tuoi articoli incentrati sulle figure ideologiche per te di riferimento.
Quale pensi sia maggiormente attuale?

Non esiste una definizione univoca di quello che è il mio pensiero. La mia ideologia, se così può essere definita, è frutto delle mie esperienze di vita e di ricerca. Scrive bene Piombini nella prefazione:” Il fatto è che Adalberto è un vero e proprio entusiasta della libertà. Negli Stati Uniti sarebbe considerato un libertarian, cioè un deciso antistatalista sostenitore della libertà di scelta dell’individuo in ogni ambito della vita sociale.  Attenzione però a non equivocare questo aggettivo: lungi dall’essere un relativista, un nichilista o un “progressista”, come talvolta in Italia si intende il termine “libertario”, Adalberto è dal punto di vista culturale un conservatore cristiano, consapevole che la libertà individuale si fonda sulla tradizione giudaico-cristiana fiorita storicamente nella nostra civiltà occidentale.”
Da questa straordinaria descrizione di uno dei massimi autori del pensiero libertario posso affermare, senza ombra di dubbio, di essere un conservatore cristiano avverso al progressismo. Credo nella famiglia e nelle identità. Sono antistatalista e individualista, in un mondo dove domina incontrastato il collettivismo che inculcano nei giovani dalle scuole alle università.

All’interno del testo un bel pensiero è dedicato ai tuoi “maestri”.
Curi ancora rapporti umani e lavorativi con loro?


La mia Antologia è un riquadro ben definito dei ritratti dei miei maestri. Essi lasciano il segno, radicalizzano il pensiero, forniscono esempi, valori e contenuti. Penso solo a Leonardo Facco, Guglielmo Piombini o Marco Bassani, insuperabili figure del pensiero libertario. Per non parlare di personaggi storici che, con le loro azioni o le loro radici teoriche, hanno difeso la libertà senza giungere a patti col leviatano o con la tirannia collettivista e fiscale. I rapporti con i miei maestri sono ottimi: più che di rapporti lavorativi vorrei definirli come esempi immortali per il mio animo assetato di libertà e conoscenza. Sono il mio baluardo di speranza! Ma la divulgazione del mio pensiero è stata possibile per mezzo di quelle persone che hanno creduto in me e che mi hanno concesso, dinnanzi al nichilismo odierno, di poter pubblicare senza filtri o censure. Ho trattato degli argomenti “scomodi” e complessi. Nella complessità sono stati resi accessibili a tutti per mezzo della mia scrittura.

Hai in programma la scrittura di nuovi libri nel prossimo futuro?


Giunto ormai alla terza pubblicazione libresca, valorizzato da oltre centinaia di articoli pubblicati nel corso del tempo, credo di voler ancora lasciare un segno perenne nell’universo della scrittura. Prometto di non fermarmi e scrivere ancora articoli e libri con la stessa grinta che ho infuso nel calice del mio inchiostro. Bisogna usare la penna come una spada ben affilata. Il resto viene di conseguenza.

Ritieni che avvicinare le nuove generazioni alle idee liberali possa essere principio di progresso per la nostra società nei prossimi anni?

Assolutamente si!
Bisogna insegnare ai giovani ad essere degli estremisti della libertà e non dei semplici schiavi in mano all’istruzione pubblica, a delle marionette come gli influencer che sono, e lo dico senza remore, pessimi esempi di vita. In mezzo a una mandria di giovani ossessionata dai titoli, dalle mode passeggere o dal “non pensiero”, esistono tanti giovani volenterosi e combattivi che non si piegano alla disfatta odierna del neo marxismo e dei suoi derivati liberticidi. Occorre creare argini per i nostri sentieri e non inciampare nelle tenebre della decadenza. Occorre lavorare sodo e sfidare il destino. “Se il destino è contro di noi, peggio per lui!”