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L’indecifrabile dragone: quante partite gioca davvero la Cina in questo conflitto?



– Tommaso Alessandro De Filippo

Abbiamo spesso discusso della Cina e delle sue mire in ambito geopolitico, raccontandone i progressi economici e, soprattutto, militari compiuto nell’ultimo decennio. In occasione dello scoppio del conflitto tra Russia ed Ucraina la posizione del Dragone è stata sin dal principio oggetto di analisi ed osservazioni numerose, con chiavi di lettura piuttosto differenti a seconda degli osservatori.
Non possedendo una sfera magica ci è impossibile definire con certezza i comportamenti del prossimo futuro e dei prossimi anni che Pechino avrà nei confronti dell’Occidente, in uno scenario globale sempre più complesso e ricco di continui colpi di scena. Quel che sappiamo con certezza è che già da anni l’Occidente non ha più il monopolio della finanza mondiale, che gli ha permesso in passato di rappresentare l’unico contenitore economico di cui potersi giovare per qualsiasi nazione estranea al continente americano ed europeo.

Alle origini dell’espansione della Cina

La stessa Cina deve la propria espansione principalmente alle aperture commerciali ricevute durante la presidenza USA di Richard Nixon (che la favorì in funzione anti URSS) e poi all’ingresso nel WTO, che le spalancò il mondo del nostro commercio, utilizzato magistralmente per aumentare la propria potenza economica. Tuttavia, Pechino ha da tempo maturato la decisione di “disconnettersi” dal nostro sistema economico e tecnologico, decidendo saggiamente di sviluppare il proprio piano di uscita diluendolo nel tempo, in attesa del momento effettivo di autonomia economica. Infatti, ad oggi la Cina ha ancora una necessità irrinunciabile di esportare in Occidente prodotti commerciali e soprattutto materie prime come il Litio (estratte dai territori del sudamerica contesi con gli USA) che sono fondamentali per favorire la tanto ricercata riconversione verde ed elettrica. Mira che, connessa con la colonizzazione di buona parte dell’Africa e con il piano d’inglobare l’Eurasia le sta lentamente riuscendo.

Il patto con L’Iran

Ne è dimostrazione il patto stipulato nel 2021 con l’Iran, che comprende la creazione di una nuova banca mondiale in Medio Oriente nei prossimi anni. Teheran è infatti un partner fondamentale: contrasta Israele nel territorio e sta riuscendo a stipulare nuovamente un accordo sul nucleare con la presidenza di Joe Biden. Questo scenario comprometterà irrimediabilmente gli Accordi di Abramo stipulati da Donald Trump, dato che la collaborazione tra USA e Teheran di fatto azzera le relazioni statunitensi con l’Arabia Saudita, nemico per definizione dell’Iran, che fino ad oggi si era giovata del supporto militare americano nello Yemen, dove fronteggia la fazione degli Houthi, direttamente collegata a Khamenei ed al governo iraniano.
Tra l’altro, nel trattato tra USA ed Iran sul JPCOA pesa notevolmente la mediazione russa sviluppata fino agli scorsi mesi, motivazione principale per cui Joe Biden, pur sapendo del probabile conflitto in Ucraina non ha applicato deterrenza alcuna verso Mosca. Uno scenario di scontro tra potenze e polveriera mediorientale in cui Pechino si giova ed inserisce come attore protagonista.

Pechino e Mosca

Tuttavia, tra i tasselli necessari per riuscire a creare un continente geopolitico alternativo e capace di competere con il nostro c’è senza dubbio la Russia. Pechino ha da anni supportato Mosca nell’aggirare le nostre sanzioni economiche, pagandone parte del debito e stringendo un rapporto economico che in questa fase va espandendosi. Ad esempio, prima dell’inizio del conflitto Pechino aveva già garantito a Mosca l’acquisto di tutto il gas ed il petrolio che sarebbe stato colpito dalle sanzioni occidentali, con la promessa annessa di pagarlo in Euro. Motivazione che evidenzia come Xi Jinping fosse a conoscenza del piano di Vladimir Putin e probabilmente nel corso della visita dello Zar a Pechino del 4 febbraio scorso avesse richiesto solo l’attesa della fine delle Olimpiadi invernali, momento di propaganda per il regime cinese da non marginalizzare con l’attenzione mediatica rivolta esclusivamente ad un conflitto scoppiato nel cuore d’Europa.

La guerra in Ucraina conviene alla Cina?

Questo porta a compiere un’osservazione necessaria, chiedendoci se alla Cina questa guerra convenga realmente. Sul piano economico imminente assolutamente no. Come ribadito poc’anzi, la Cina ha necessità di esportare in Occidente e non ha al momento la convenienza ad affrontare una disconnessione dal nostro sistema economico, per cui ancora non è pronta. Inoltre, nella contesa nazione Ucraina passa proprio il filo diretto delle “Vie della Seta” che agganciano Pechino alle nostre economie nazionali. Motivazione per cui la guerra le reca un danno economico proficuo nell’immediato e la espone al rischio di ripercussioni finanziarie da parte dell’Occidente, che ritenendola co-belligerante con Mosca potrebbe decidere di sanzionarla, danneggiandola consistentemente.
Ma allora perché la Cina non prova a fermare Putin? Probabilmente per una motivazione più semplice del previsto: pur perdendo nell’immediato dei guadagni finanziari, Pechino sta cogliendo l’opportunità per ripulire la propria reputazione internazionale, provando ad apparire come papabile mediatrice distante dalle logiche imperiali delle altre nazioni. Inoltre, un conflitto in piena Europa ricaccia irrimediabilmente gli USA e la UE nei blocchi della guerra fredda, distraendoli dalle operazioni geopolitiche che Pechino vuol condurre a lungo termine. Infatti, avvicinare una Russia sanzionata pesantemente, sull’orlo del default economico, considerata un paria dalla quasi totalità dell’Occidente è un vantaggio cospicuo per la Cina. Sostenendola economicamente e, se necessario, militarmente potrà inglobarla nel prossimo futuro, o almeno considerarla senza alcun dubbio un partner minore dell’alleanza.

La questione indiana

Inoltre, la Russia è fornitrice della quasi totalità degli armamenti all’India, ex colonia britannica e storico alleato occidentale, membro addirittura di Aukus, l’alleanza militare guidata dal Regno Unito e gli USA con l’Australia ed appunto l’India proprio in chiave anticinese. L’astensione dell’India sul voto alle sanzioni a Mosca rischia di allontanarla dall’Occidente, avvicinandola a Putin e, di conseguenza, conducendola a più miti consigli sulle azioni da compiere contro la Cina negli anni a venire. Inoltre, sommando India, Russia, Cina e Pakistan (le principali nazioni contro le sanzioni) raggiungiamo un numerico di circa 3 miliardi di persone. Quasi mezzo mondo contrario pronto se necessario a creare un contesto alternativo volto  a contrastare la supremazia geopolitica occidentale. Uno scenario che potrebbe delinearsi relativamente presto e che, complice l’attuale debolezza di UE e presidenza di Joe Biden, spingerà sempre più i rivali ad avanzare azioni militari per mettere alla prova le capacità di reazione occidentali. Oggi l’Ucraina è un test per il riassetto degli equilibri geopolitici mondiali, magari domani sarà Taiwan a fungere da prova finale per la Cina per provare lo scacco matto nei confronti degli USA.
Tommaso Alessandro De Filippo 

STEFANO MAGNI: “IN ITALIA TROPPI SONO AFFASCINATI DA PUTIN. LA GERMANIA HA TRADITO LA NATO”

– Tommaso Alessandro De Filippo

Stefano Magni è uno dei massimi esperti di politica estera, attento alle dinamiche geopolitiche che il mainstream non racconta. Si occupa principalmente delle vicende ucraine, argomento cardine del nostro dialogo insieme alla fascinazione verso Putin che troppi in Italia subiscono e manifestano. Attualmente, Magni è costante collaboratore de La Nuova Bussola Quotidiana, Il Giornale.it ed Atlantico Quotidiano. L’ascolto delle sue analisi e prospettive rappresenta per noi una preziosa fonte di ascolto e formazione.

Può esprimerci una sua considerazione sui venti di guerra attuali tra Ucraina e Russia?

La Russia non ha mai digerito la separazione ucraina, ieri dall’URSS ed oggi dalla Russia stessa. Ha tollerato la distanza fino al 2014, perchè poteva permettersi di controllare per motivazioni economiche e politiche il governo ucraino, attraverso l’utilizzo di presidenti fantoccio, ultimo in ordine cronologico Viktor Fedorovyč Janukovyč. Tuttavia, con la ribellione popolare del 2014 la Russia ha compreso di dover iniziare ad utilizzare le maniere dure nel territorio. In primis, ha occupato la Crimea a mano militare, per poi manovrare ad hoc il referendum nella zona, vinto non a caso con il 95%. Inoltre, ha alimentato la guerriglia nel Donbass, dove ci sarà pure una popolazione russofona affine a Mosca, che non avrebbe potuto però innescare una guerriglia senza l’appoggio di forze speciali del Cremlino, che hanno addestrato l’esercito locale. Ciò a cui stiamo assistendo ora è un semplice proseguo ed aggiornamento di un conflitto già esistente da 8 anni, che ha già causato oltre 16mila morti ed un milione di sfollati e profughi interni. Tuttavia, le motivazioni del conflitto attuale sono solo nella mente di Putin: non è cambiato il governo ucraino rispetto agli anni scorsi, il presidente Volodymyr Zelens’kyj è stato eletto dai 2/3 del popolo (compresi i russofoni). Pertanto, ciò lo rende uno dei presidenti maggiormente ben disposti al dialogo con Mosca. Dal novembre del 2021 Putin ha iniziato a schierare al confine 150mila uomini armati senza alcuna ragione plausibile, che rappresentano una chiara intimidazione. Dal mio punto di vista l’autocrate sta provando a mettere a dura prova l’Ucraina ed il livello di reattività dell’Occidente, in un momento in cui esso è diviso e debole.

Crede che USA e NATO non stiano attuando una strategia efficace nella trattativa con Mosca e si stiano rilevando deboli?

La NATO sta dimostrando di essere disunita, dato che due nazioni chiave come Germania e Francia stanno conducendo una diplomazia autonoma. I tedeschi dimostrano la veridicità di quanto denunciato qualche anno fa da Donald Trump, cioè la propria dipendenza dal gas russo. La politica tedesca è dettata primariamente dai propri interessi economici, che attraverso i due nuovi gasdotti NordStream la legano a Mosca. Tutto questo la rende anello debole della NATO e finta alleata dell’Ucraina: non invia armi a Kiev ed ha impedito ad altri paesi come la Lettonia l’invio di armi di fabbricazione tedesca, volto a sostenere il governo e l’esercito ucraino. Una politica di sabotaggio interna all’alleanza a cui si aggiunge la Francia che sotto traccia cerca di condurre trattative a nome della UE, senza alcun fine chiaro ed annunciato pubblicamente. La politica francese ha sempre dimostrato il proprio egoismo e disinteresse verso la NATO. A tali problematiche si aggiungono quelle comportate da paesi minori come l’Ungheria, stato nazionalista indipendente che ha più vicinanza alla Russia piuttosto che all’Ucraina, con cui ha uno storico contenzioso territoriale in atto. Infatti, alcune regioni all’estremo occidente ucraino sono rivendicate da Bupadest. Tuttavia, anche la nostra nazione dimostra la propria vicinanza ideologica al Cremlino, dato che soluzioni alternative al rifornimento del gas proveniente da Mosca non si stanno trovando in fretta, la vicenda TAP ne è un esempio.

Sarà possibile contrastare l’ambiguità di alcune nazioni UE nei riguardi di Russia e Cina? Se si, come?

Cina e Russia sono di fatto alleate e rappresentano una problematica comune da affrontare a viso aperto. Come si riusciranno a contrastare le ambiguità europee dipende dagli USA: dovrebbero giocare a carte scoperte come avvenuto con Trump, che ha denunciato il doppio gioco della Germania. Anche in ragione di ciò, non dovrebbero permettere che la UE si difenda da Cina e Russia grazie alla NATO ed agli Stati Uniti stessi e poi vada a fare accordi commerciali non necessari con Mosca e Pechino.

A cosa è dovuta la fascinazione di alcuni occidentali verso Vladimir Putin?

In Italia soprattutto la si vede tanto. Pur non avendo affinità storiche o culturali con la Russia assistiamo ad una grande fascinazione di intellettuali ed opinionisti verso il Cremlino e la sua propaganda. In passato avevamo il PCI che era alle dipendenze dell’URSS. Oggi non c’è più ma abbiamo ancora esponenti che credono il male sia l’Occidente, sia a sinistra che a destra. Questa cultura antiamericana ha visto aggiungersi una campagna di successo di Soft Power russo, che affonda le proprie origini nel 2004, in seguito alle rivoluzioni colorate della Georgia e dell’Ucraina, che hanno fatto temere a Putin che una rivoluzione potesse scoppiare anche con l’appoggio dell’Occidente. Pertanto, da lì ha iniziato ad incrementare la propaganda televisiva e creare strutture che finanziassero e contattassero Think Thank italiani, università, redazioni dei quotidiani e grandi aziende, in particolar modo del settore bancario ed energetico. Anche all’interno della Chiesa cattolica si è strutturata una influenza dovuta ai rapporti con il mondo ortodosso. Questo lavoro ha proseguito il progetto dell’URSS, creando un senso comune filo-russo a cui assistiamo ogni volta che la Russia affronta problematiche geopolitiche.

Come valuta le attuali restrizioni della libertà personale decise dall’esecutivo italiano?

Purtroppo siamo un caso quasi unico nel mondo. La pandemia sta finendo ma nonostante ciò si persiste nelle chiusure e nelle limitazioni delle libertà individuali. Ultimo oggetto di propaganda sono stati i non vaccinati, a cui è stata attribuita la colpa del proseguo dell’emergenza sanitaria. È questa una politica superflua ed antiscientifica che opprime chi vorrebbe esercitare dei semplici diritti costituzionali, come quello di andare a lavorare e percepire poi uno stipendio. Una violazione dei diritti che richiederebbe una vera opposizione politica, sociale e nazionale che al momento però non si vede.

In chiusura, le chiedo se ritiene che i referendum sulla giustizia previsti in primavera possano dare realmente il via ad una riforma di tipo garantista in Italia.

Sono scettico perchè tutti i referendum del passato o quasi sono stati poi facilmente aggirati dal Parlamento italiano. Ad esempio, quello sulla privatizzazione RAI del 1995 che non ha visto alcun seguito politico ed istituzionale. Inoltre, bocciando le proposte referendarie su Cannabis ed Eutanasia legale si è di fatto ridotta e di parecchio la fetta di cittadini che si recheranno alle urne. Molti non capiranno le ragioni e le proposte reali di questi 5 quesiti da votare e resteranno a casa. Infine, ritengo che la magistratura sia ormai un potere troppo forte per essere trasformato attraverso un semplice referendum popolare. Servirebbe anche una lotta di sistema interna ai palazzi del potere, con la reale volontà della politica di rischiare per imprimere una svolta garantista ed il proprio primato.

BARATRO UCRAINA: IL NUOVO DOSSIER GEOPOLITICO DI NAZIONE FUTURA


La tensione in Europa Orientale è altissima e il rischio di un conflitto armato tra Russia e NATO non è mai stato così tangibile. Il caos in Ucraina, tuttavia, ha origini molto antiche, sia caratterizzate dalla composizione etnica del Paese dopo il controllo dell’Unione Sovietica, sia dopo il colpo di Stato del 2014 noto come EuroMaidan. Nella partita, tuttavia, si intrecciano gli interessi talvolta conflittuali di Stati Uniti e Unione Europea, specie sul campo delle politiche di approvvigionamento energetico. Decisiva, in questo senso, la mancanza di un’azione politica comune da parte dell’Ue.
DANIELE DELL’ORCO, giornalista pubblicista, è laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Ha conseguito il Master in giornalismo Eidos e ha perfezionato gli studi presso la Cuny University di New York. Dirige la rivista trimestrale cartacea Nazione Futura. È stato editorialista de La Voce di Romagna ed è collaboratore del quotidiano Libero e del Giornale.it. Per il portale InsideOver ha realizzato reportage da dieci paesi del mondo. Nel 2015 ha fondato la casa editrice Idrovolante. Ha scritto 7 libri.
Con il contributo di: Vittorio Nicola Rangeloni
Dossier n. 7 / 2022
Baratro Ucraina
© Nazione Futura / Fondazione Tatarella

LA GENESI DEL CONFLITTO

di Vittorio Nicola Rangeloni
La storia recente dell’Ucraina è la storia di una rivoluzione che si è trasformata in un colpo di Stato e di una contro-rivoluzione. Eventi che hanno inevitabilmente trascinato il Paese in una guerra civile.
Una guerra alle porte dell’Europa che, seppure taciuta da tutti i principali canali d’informazione, si protrae tutt’oggi.
Le aspirazioni e le violenze dell’EuroMaidan, l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, l’autoproclamazione delle Repubbliche indipendenti del Donbass e il conflitto fratricida in uno Stato ormai irrimediabilmente diviso tra Est e Ovest sono le inevitabili conseguenze delle contraddizioni interne che l’Ucraina covava in sé fin dal giorno della sua indipendenza1.
All’interno degli odierni confini ucraini non è mai esistita un’identità nazionale condivisa. Le diverse anime si differenziano per lingua, etnia, religione, storia e cultura. Una sommatoria di fattori d’instabilità che attendevano solo l’occasione di esplodere.
Ma queste ragioni sono già state abbondantemente analizzate in altri libri. Il mio non vuole essere un saggio storico, quindi ne accennerò solamente quanto indispensabile, per contestualizzare le storie e gli eventi.
Nel mio libro2 vorrei invece riuscire a trasmettere, almeno in parte, questa più recente ed intensa storia del Paese, avendola vissuta in prima persona; raccontarne i suoi protagonisti da vicino, dando voce alle loro emozioni ed esperienze, descrivendo quelle sensazioni che non si potrebbero nemmeno immaginare senza essere stati nell’epicentro di quegli avvenimenti.
Per consentire a chiunque di comprendere a fondo il contesto, è quindi necessario fare dapprima una sintesi dei fatti svoltisi in Ucraina a partire dall’autunno del 2013, che hanno portato al colpo di Stato noto come EuroMaidan, fino allo scoppio della guerra e le sue fasi più intense.
***
L’EuroMaidan ha avuto inizio nella tarda serata del 21 novembre del 2013. Un’apparentemente innocua manifestazione contro l’allora Presidente Viktor Yanukovich, reo di non aver ratificato un trattato economico con l’Unione Europea, raccolse in piazza un centinaio di giovani ucraini filo-europeisti.
Quel sit-in nel centro di Kiev proseguì per una decina di giorni, fino all’intervento delle forze dell’ordine, che dispersero i manifestanti e liberarono la piazza. Le immagini di questa repressione servirono l’assist ai media e ai partiti d’opposizione per accusare i metodi poco
1  L’Ucraina è uno Stato indipendente dal 1991, cioè da quando l’Unione Sovietica collassò su se stessa. Prima di allora il territorio della Repubblica Socialista d’Ucraina e i suoi confini con la Repubblica Socialista di Russia erano considerati delle mere formalità amministrative all’interno dell’URSS, tanto che, nel 1954, per festeggiare i 300 anni di convivenza tra la Russia e la Crimea, l’allora Presidente Chruščev donò simbolicamente la penisola alla Repubblica Socialista d’Ucraina, convinto dell’intangibilità dei confini esterni ed interni dell’Unione Sovietica.
2.       V.N. Rangeloni, Donbass – Le mie cronache di guerra, Idrovolante Edizioni, Roma 2021.


democratici di Yanukovich, chiedendo le dimissioni delle massime cariche dello Stato.
I presidi di protesta divennero così permanenti, forti anche del sostegno esplicito da parte di rappresentanti ufficiali dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, e in pochi giorni vennero rafforzati dalla presenza di gruppi organizzati come fazioni ultras e strutture paramilitari di partiti ultranazionalisti.
Le rivendicazioni prettamente europeiste vennero presto abbandonate, per abbracciare le ben più generiche accuse contro il sistema oligarchico che governava l’Ucraina, apparentemente l’unico vero comune denominatore delle diverse anime che componevano la protesta. Anche l’obiettivo era cambiato: non più le dimissioni del governo in carica, ma il colpo di Stato. E così fu.
Verso la fine del febbraio del 2014, in seguito a numerose battaglie in cui la polizia dovette fare i conti con i manifestanti armati di molotov e armi da fuoco, Yanukovich fu costretto a fuggire dalla capitale, lasciando i palazzi del potere in mano agli insorti. Nonostante il presidente ucraino non avesse rassegnato le dimissioni, il Parlamento ucraino nominò un nuovo governo ad interim, portando al potere gli esponenti di quei partiti che avevano guidato le proteste.
Il nuovo governo ricevette fin da subito la benedizione di Washington e Bruxelles e, per rimarcare ulteriormente il cambio di fronte geopolitico, venne proposta la messa al bando della lingua russa, andando a minacciare i diritti di una grossa parte della popolazione ucraina.
Tutte le cariche istituzionali riconducibili al partito di Yanukovich, o comunque non esplicitamente alleate con l’EuroMaidan, dai Ministri ai sindaci delle piccole città, vennero rimpiazzate con nuovi volti leali al governo golpista. Per milioni di persone tutto ciò era inammissibile, nonché antidemocratico.
Nel marzo del 2014, poche settimane dopo il colpo di Stato a Kiev, la Repubblica autonoma di Crimea si rifiutò di riconoscere l’autorità del nuovo governo ucraino, tornando ad essere parte della Federazione Russa attraverso un referendum3.
Il cambio di bandiera avvenne senza che venisse sparato un solo colpo. Questo anche grazie alla presenza di basi militari russe in quel territorio.
Contemporaneamente, in diverse regioni ucraine, da Kharkov a Lugansk, da Dnepropetrovsk fino a Donetsk, presero vita le manifestazioni del cosiddetto AntiMaidan.
Le persone che vi presero parte non sostenevano le posizioni del nuovo governo e si rivolgevano a Kiev chiedendo quanto meno nuove elezioni e la federalizzazione del Paese.
Ma queste proteste portarono solo repressione e i manifestanti filorussi iniziarono ad occupare i palazzi del potere delle regioni orientali.
Verso l’inizio di aprile l’Ucraina perse totalmente il controllo su decine di città, anche a causa della timidissima resistenza opposta da parte dei reparti delle forze dell’ordine locali.
Il 13 aprile, Alexandr Turchinov, eletto Presidente ad interim post-Maidan, anziché trattare con i rappresentanti della nuova opposizione, decise di mettere a tacere ogni forma di dissenso annunciando l’Operazione Anti-Terrorismo (ATO).
Coloro che fino ad allora erano stati considerati semplicemente come “filorussi”, iniziarono ad
3  Il 16 marzo si recò alle urne l’84% degli aventi diritto. Il 97% dei voti fu favorevole all’indipendenza dall’Ucraina e all’annessione alla Federazione Russa.
essere definiti “terroristi” e “separatisti”. Questa etichetta ricadde indistintamente su milioni di cittadini ucraini, colpevoli solamente di essere in disaccordo con il nuovo governo. Non potendo fare affidamento sull’esercito regolare, che aveva ampiamente disertato in Crimea e dimostrato poca intenzione di combattere contro i propri cittadini a Slaviansk e Kramatorsk, il governo di Kiev introdusse i “battaglioni punitivi”, ossia formazioni paramilitari costituite dai volontari nazionalisti che già avevano avuto un ruolo di primo piano nel golpe di febbraio.
L’approccio di Turchinov e del suo governo ebbe un effetto inaspettato: più la repressione si fece violenta, più le manifestazioni dell’AntiMaidan si diffusero, mettendo a nudo le fratture ideologiche e culturali presenti nel Paese.
Le misure di Kiev causarono da subito centinaia di vittime, ma la popolazione non rinunciò alle proprie rivendicazioni e reagì passando dal manifestare pacificamente all’imbracciare le armi per difendere la propria libertà e il sacrosanto diritto di decidere in prima persona il proprio destino. Armi in risposta alle armi.
Per tutti fu chiaro che in queste regioni non si sarebbe ripetuto lo scenario avvenuto in Crimea, dove l’Ucraina si era ritirata silenziosamente. Senza la presenza russa a fare da garante, l’unica strada percorribile dai manifestanti intenzionati a non rinunciare alla propria causa fu quella dell’emancipazione da Kiev.
L’11 e il 12 maggio a Donetsk e Lugansk, in un clima di estrema tensione dovuto alla repressione ucraina, venne promosso un referendum in sostegno delle autoproclamate (e omonime) Repubbliche Popolari.
Con un plebiscito venne chiaramente e democraticamente espresso il desiderio di autonomia dall’Ucraina.
A ridosso di quel referendum il governo ucraino si era indirettamente reso responsabile della strage di Odessa, quando, il 2 maggio, il presidio dell’AntiMaidan presente di fronte al Palazzo dei Sindacati venne barbaramente assaltato. Gli aggrediti vi si barricarono all’interno cercando riparo dalla furia degli ultranazionalisti giunti in città con il pretesto di una partita di calcio. Il palazzo venne dato alle fiamme e una cinquantina di persone morirono al suo interno. Questo non fu che l’ennesimo avvertimento a chi fosse intenzionato a mettere in dubbio l’autorità di Kiev.
In quelle prime fasi del conflitto molte città vennero duramente contese. L’esercito ucraino tentò di ottenere nuovamente il controllo delle zone di frontiera con la Federazione Russa, isolando così Donetsk e Lugansk. Nell’estate del 2014 Lugansk venne accerchiata dalle truppe ucraine, che però dovettero fare i conti con poche centinaia di miliziani per nulla intenzionati ad arrendersi.
La forza delle idee diede ragione a questi ultimi e l’accerchiamento venne spezzato.
Al termine del mese di agosto, nella zona di Illovaisk, si ebbe un nuovo accerchiamento.
Questa volta, però, a finire nella sacca furono i soldati ucraini. Traditi ed abbandonati dai loro ufficiali, almeno un migliaio di loro vennero uccisi, alcune centinaia vennero fatti prigionieri.
Grazie a questa brillante operazione le milizie delle neo-Repubbliche conquistarono enormi quantitativi di armi, munizioni e mezzi. Fu la battaglia più grande e pesante tenutasi fino ad allora.
Gli esiti di questo scontro portarono le parti a confrontarsi per la prima volta senza combattere, con i rispettivi rappresentanti seduti attorno ad un tavolo a Minsk nel settembre del 2014.
Vennero stipulati accordi per risolvere il conflitto in modo pacifico. Kiev avrebbe dovuto riottenere il controllo dei territori delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk in cambio della concessione di ampie autonomie alle regioni.
La tregua però durò poco. Giusto il tempo necessario alle parti di riorganizzare gli eserciti, riparare i mezzi e pianificare le manovre successive. In autunno si succedettero diverse battaglie minori lungo tutta la linea del fronte. Solamente con il sopraggiungere dell’inverno aumentarono le tensioni nei pressi dell’aeroporto di Donetsk, simbolo della resistenza dell’esercito ucraino. A gennaio 2015 i miliziani issarono la bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk su entrambi i terminal, liberando definitivamente tutto il territorio dell’infrastruttura dalla presenza ucraina.
Il mese successivo si risolse un’altra delle più grandi manovre in questo conflitto: l’accerchiamento di Debaltsevo da parte delle milizie. Questa battaglia andò di pari passo con gli incontri tra le parti a Minsk, volti a trovare un nuovo accordo. Il documento d’intesa venne raggiunto con il contributo delle massime cariche istituzionali di Germania, Francia, Russia e OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
Con l’entrata in vigore di Minsk-2, tra le Repubbliche Popolari e l’Ucraina non si verificarono più grandi battaglie e sensibili modifiche della linea del fronte, ma solo il proseguimento di una logorante guerra di posizione. Sporadicamente e ciclicamente, dal 2015 ad oggi, periodi di relativa tregua sono stati alternati a fasi di allerta e pesanti cannoneggiamenti con morti e feriti tra la popolazione civile.
Ad oggi rimane difficile fare una stima precisa dei morti di questa guerra. Le principali organizzazioni internazionali stimano al ribasso 25 mila feriti e almeno 13 mila morti. 3 milioni di persone continuano a vivere in condizioni di estrema povertà, spesso lontano dalle proprie case, delle quali non rimangono che macerie. Tutti questi numeri, periodicamente, continuano a venire aggiornati.

L’EPICENTRO DEL CAOS: IL MAR NERO

Negli ultimi giorni una nuova escalation in Ucraina Orientale ha spinto di nuovo le potenze occidentali a manifestare apertamente il sostegno al governo di Kiev minacciando la Russia di gravi ritorsioni (sanzioni, o peggio) in caso di invasione delle regioni separatiste dell’Ucraina, quelle di Donetsk e di Lugansk, che ormai da 7 anni si sono proclamate indipendenti (e sono filorusse).
Nel corso degli anni la Russia non ha mai davvero manifestato la volontà di annetterle (cosa fattibile a livello militare in un battito di ciglia), perché avrebbe poco senso scatenare un vespaio per estendere la sovranità su realtà che sono già fattivamente controllate da Mosca ma de jure territorio ucraino. 
Una situazione ben differente rispetto a quanto accadde alla Crimea, la penisola nel Mar Nero contesa tra Russia e Ucraina che i russi hanno annesso nel 2014. Perché in quel caso sussistono ragioni geostrategiche importanti dovute al controllo di quella sorta di “lago” incastonato tra Russia, Ucraina e Crimea che risponde al nome di Mare di Azov (e al Mar Nero in generale).
La Russia, infatti, non ha mai accettato il fatto che quella che era la seconda più importante repubblica socialista di tutta l’Unione Sovietica sia finita ormai sotto il controllo occidentale, e anche per questo ha annesso la Crimea per il timore che con l’aiuto dell’Occidente l’Ucraina potesse trasformare quello che era principalmente un luogo di villeggiatura in una spina nel fianco militare. Dopo quell’annessione, infatti, le parti si sono invertite e l’unico punto d’accesso marittimo al Mare di Azov, lo stretto di Kerch, in Crimea, è controllato interamente dai russi che possono controllare il traffico navale in entrata e in uscita da città portuali ucraine come Mariupol e Berdyansk.
Ecco, Berdyansk.
Qui, a pochi chilometri dalla Repubblica separatista di Donetsk, l’Ucraina finanziata dalla Gran Bretagna sta costruendo una base navale (e un’altra a Ochakiv) per potenziare la propria flotta.
E l’intelligence russa sostiene che pure i dollari americani stiano finanziando altre basi navali. Movimenti praticamente nel proprio giardino di casa che non piacciono per niente al Cremlino.
Le 90mila truppe schierate al confine con l’Ucraina, allora, rappresentano un messaggio molto chiaro rivolto all’Occidente: attenti a quello che fate.
E il Donbass, che da anni ormai è diviso tra l’incudine e il martello e in cui non si è mai smesso di sparare, rischia nuovamente di essere l’epicentro (magari anche involontario) di congiunture che vanno dagli approvvigionamenti di gas del North Stream 2 (con le sue beghe burocratiche), alle tensioni migratorie tra Bielorussia e Polonia, alla minaccia di nuove sanzioni dall’Europa alla Russia, e infine alle contese marittime sul Mar Nero.
Tutti scenari di una guerra ibrida sempre più palese ancorché non dichiarata tra Occidente e Oriente.


LE RICHIESTE DELLA RUSSIA

Il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa ha pubblicato, venerdì 17 dicembre, le bozze dell’accordo sulle garanzie di sicurezza presentate agli Stati Uniti e alla NATO. Tra i punti salienti, vi è l’interruzione di qualsiasi attività militare euroatlantica nell’Est Europa. Washington e l’Alleanza, però, hanno respinto le richieste russe.
A riportare la notizia, il medesimo venerdì, è stata l’agenzia di stampa statale RIA Novosti. Inoltre, il viceministro degli Esteri del Paese, Sergey Ryabkov, citato da un’altra agenzia, Interfax, ha spiegato che gli Stati Uniti e la NATO, finora, hanno respinto l’accordo. “La loro risposta non è stata incoraggiante”, ha affermato il rappresentante russo. “Nelle nostre proposte abbiamo presentato in modo esaustivo una serie di questioni che richiedono soluzioni urgenti”, ha dichiarato Ryabkov, in riferimento alla bozza, consegnata il 15 dicembre. Il viceministro degli Esteri ha sottolineato che le proposte della Russia “non rappresentano un ultimatum all’Occidente”, ma ha ribadito che la “gravità” degli ultimi sviluppi non deve essere sottovalutata. Inoltre, Ryabkov ha affermato che, di recente, la sicurezza in Europa e nell’area Euro-atlantica ha subito un “notevole” deterioramento. Uno dei punti salienti delle “garanzie di sicurezza” riguarda la richiesta di Mosca di ritirare la decisione presa dai leader dell’Alleanza Atlantica in occasione del vertice di Bucarest, svoltosi il 2 aprile 2008. In tale data, si decise che la NATO avrebbe riconosciuto il “principio della porta aperta” sia per l’Ucraina sia per la Georgia, affermando di voler integrare i due Paesi nella comunità euro-atlantica.
RIA ha riassunto i punti chiave del primo documento, che è stato redatto in russo, inglese e francese.
La Russia richiede di:
–             Escludere un’ulteriore espansione della NATO, nonché l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza;
–             Non schierare truppe e armi aggiuntive rispetto a quelle collocate nei Paesi membri prima del maggio 1997, tranne in casi eccezionali e con il consenso della Russia e dei membri della NATO. [In tale quadro, è importante sottolineare che, prima del 1997, l’Alleanza non includeva i Paesi dell’Europa Orientale].
–             Abbandonare qualsiasi attività militare della NATO in Ucraina, in Europa Orientale, nel Caucaso e in Asia centrale;
-Non schierare missili a medio e corto raggio in aree da cui possono essere colpiti altri territori;
–             Non condurre esercitazioni e altre azioni con più di una brigata nella zona di confine concordata. Scambiare informazioni sulle manovre militari su base regolare;
–             Confermare che le parti non si considerano avversarie, consolidare l’accordo per risolvere pacificamente tutte le controversie e astenersi dall’uso della forza;
–             Impegnarsi a non creare condizioni che possano essere percepite come una minaccia dall’altra parte;
–             Creare hotline per i contatti di emergenza;
Se più della metà degli Stati firmatari accetterà le disposizioni, ha spiegato la testata russa, l’accordo entrerà in vigore. Si precisa, inoltre, che ogni Paese può recedere dal contratto, dandone comunicazione al depositario. In questo caso, l’intesa terminerà su base individuale 30 giorni dopo il ritiro.
A seguire, i punti salienti riassunti da RIA delle “garanzie” contenute nel secondo documento:
–             Non schierare truppe né dispiegare armi nelle aree che saranno percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale;
–             Astenersi dal far volare bombardieri pesanti, nucleari e non, al di fuori dei propri cieli, da dove possono colpire bersagli sul territorio dell’altra parte;
–             Non dispiegare navi da guerra in aree al di fuori delle acque nazionali, da dove possono colpire obiettivi sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare missili a medio e corto raggio all’estero e in aree da cui possono colpire bersagli sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare armi nucleari all’estero e ritirare quelle precedentemente schierate, nonché eliminare le infrastrutture create per il dispiegamento di armi nucleari al di fuori del proprio territorio;
–             Non condurre esercitazioni militari con lo sviluppo di scenari per l’uso di armi nucleari e non preparare Paesi non nucleari all’uso di armi nucleari;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a escludere un’ulteriore espansione della NATO verso Est e a rifiutare di ammettere Paesi post-sovietici all’Alleanza;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a non creare basi militari nei Paesi post-sovietici, a non utilizzare le loro infrastrutture militari e a non sviluppare con loro una cooperazione militare. Mosca ha consegnato le proposte dell’accordo agli Stati Uniti, tra le crescenti tensioni, acuitesi a seguito dell’accumulo di truppe russe vicino all’Ucraina Orientale. I Paesi Occidentali temono che la Russia possa lanciare una nuova offensiva contro lo Stato Est-Europeo, sebbene Mosca neghi qualsiasi intenzione bellicosa. Al contrario, il Cremlino ribadisce di rispondere a ciò che percepisce come minacce alla propria sicurezza: dalle relazioni sempre più strette dell’Ucraina con la NATO, alle sue aspirazioni euroatlantiche e all’incremento della presenza dell’Alleanza nel Mar Nero.
Il fatto che la NATO abbia respinto in toto le richieste russe non è granché degno di nota, poiché la posizione russa è molto sbilanciata rispetto a quelli che sono i piani dell’Alleanza. Ma, come in tutte le trattative, si parte da uno sbilanciamento per provare a cercare un punto di incontro. E il punto di incontro in questa partita sarebbe quello di garantire alla Russia che gli stati cuscinetto che attualmente la separano dall’Europa, Bielorussia e Ucraina, restino tali.
Il paradosso è che a Washington non sentono di voler garantire a Mosca qualcosa che in fondo nemmeno vogliono. L’Ucraina, infatti, al momento non è una candidata ad aderire all’Alleanza Atlantica. Ma siccome non è escluso che possa esserlo in futuro (remoto), gli Stati Uniti che già sono massicciamente presenti nell’area insieme alle forze del Regno Unito, non hanno intenzione di “abbandonare” l’Ucraina all’influenza russa specie dopo l’EuroMaidan del 2014.
I colloqui dal punto di vista diplomatico sono arenati, e nelle scorse ore l’amministrazione dem guidata da Joe Biden ha richiamato il personale non necessario dall’Ucraina ed esortato tutti i cittadini americani a lasciare il Paese. La ritirata suonata dalla Casa Bianca ore ha scatenato un fuggi fuggi generale. D’ora in ora, gli altri Paesi si sono accodati: dopo il Canada, ecco Gran Bretagna e Olanda, Giappone e Montenegro, Corea del Sud, Israele etc. Infine è arrivata anche la comunicazione da parte dell’Italia (in Ucraina ci sono oltre 2mila italiani).
La tragicommedia è che anche i russi hanno evacuato, per ragioni opposte: Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri, è stupito dal fuggi-fuggi e richiama in patria il suo personale non diplomatico, perché si domanda se non siano semmai “loro” (gli americani) a preparare qualcosa.
Un dubbio legittimo in questo infinito scambio di accuse, nel quale di anomalie ce ne sono davvero tantissime, a partire dal fatto che la Cia è stranamente servizievole e imbeccata dal Pentagono, è fornisce infiniti dettagli ai media sui piani russi d’invasione.
Il Pentagono, al contrario, blocca tutto e tutti. Anche i giornalisti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Difesa americana ha vietato l’accesso stampa ai contingenti militari dislocati sul confine ucraino. Nessuno, quindi, da quel lato del fronte può vedere con i suoi occhi.
Tra l’incudine e il martello, l’Ucraina, bullizzata dall’Alleanza Atlantica.
Il presidente ucraino Zelensky è attonito per il panico che stanno creando americani e britannici, e dice: “Credo che siano circolate troppe informazioni su una guerra di vasta scala da parte della Federazione Russa. Comprendiamo tutti i rischi. Se avete informazioni aggiuntive che un’invasione dell’Ucraina da parte della Russia avverrà al 100 per cento il 16 febbraio, condividetele con noi”.
Tradotto: state giocando alla guerra in Ucraina ma senza interpellare l’Ucraina.

LA SITUAZIONE ATTUALE

“Insomma, scoppia o non scoppia [la guerra]?” La domanda è ricorrente ancorché legittima, come pure la voglia delle persone di ricevere risposte dirette.
La verità però è un’altra: la guerra c’è già. Si combatte in altri modi. Soprattutto, si combatte senza che i cittadini se ne accorgano. Perché una bomba sganciata da un B-52 la vedono tutti, un’offensiva di cyberwar no.
Negli ultimi giorni, però, i movimenti militari sono diventati palesi e visibili a tutti. Quindi vanno riportati.
Novità:
–             L’aviazione statunitense ha piazzato un numero imprecisato di jet da combattimento F-16C Viper in Romania, partiti dalle basi americane in Germania, oltre a un contingente di sistemi di difesa aerea a corto raggio Avenger;
–             Contestualmente, altri jet da combattimento F-15C e F-15D Eagle americani sono arrivati in Polonia, ufficialmente per prendere parte a una missione progettata per “migliorare difesa collettiva della NATO” e sostenere la missione permanente nel Baltico. Ufficiosamente, per rispondere allo spiegamento di forze russe in Bielorussia impegnate in manovre su larga scala. La Russia, come anticipato largamente, più che sul Donbass si sta concentrando nel Mar Nero, precisamente nel Mare di Azov e intorno alla Crimea. L’obiettivo del Cremlino potrebbe essere quello di un blocco navale per i porti ucraini, e sarebbe una mezza azione di guerra.
Il governo russo ha emesso avvisi che indicano ai marinai e gli aviatori di evitare porzioni significative dell’estremità settentrionale del Mar Nero e del Mar d’Azov (quelle in rosso in figura) e che sono effettivi da oggi al 19 febbraio, ufficialmente a causa delle prossime esercitazioni navali a fuoco vivo pianificate da tempo. L’ovvia preoccupazione è che questo potrebbe equivalere a un blocco di fatto delle coste meridionali dell’Ucraina, che a sua volta potrebbe essere parte dei preparativi per il famoso intervento militare russo.

La mappa mostra bene che qualsiasi accesso al Mar d’Azov, che è già in gran parte sotto il controllo russo, nonostante gli accordi formali sull’uso condiviso dello specchio d’acqua tra Mosca e Kiev, dovrebbe passare attraverso una di queste aree di allarme da quando i NOTAM (l’acronimo che indica gli avvisi agli effettivi) diventano ufficiali. Anche l’accesso a gran parte della costa ucraina del Mar Nero ne è interessato. Solo uno stretto canale a ovest, che riflette il confine largo 12 miglia delle acque territoriali dell’Ucraina, offre un’apertura illimitata per il traffico marittimo verso i principali porti ucraini. Gli avvisi dicono che un’altra grande sezione del Mar Nero a sud-ovest della Crimea, che la Russia ha preso dall’Ucraina nel 2014, sarà anche in uso per le esercitazioni di fuoco vivo, ostacolando ulteriormente la libertà di movimento marittimo nella regione.
Una sezione più piccola lungo le coste occidentali della Crimea è a sua volta coperta da NOTAM. Anche se non è chiaro esattamente ciò che la Russia ha pianificato per le sue esercitazioni in una di queste aree, quella zona a ovest della Crimea sembrerebbe adatta a ospitare un’esercitazione di sbarco anfibio. Tre navi da sbarco della marina russa sono entrate tre giorni fa nel Mar Nero, a differenza di quelle che fecero tanto scalpore qualche giorni fa che avevano lasciato il Baltico ed erano entrate nel Mediterraneo.
La Flotta del Mar Nero della Marina russa dispone già, infatti, di un numero significativo di navi e piccoli mezzi da sbarco, insieme ad altre navi da guerra e sottomarini.
È chiaro che in questo momento di tensione così alta ogni movimento degli uni e degli altri potrebbe essere una miccia esplosiva, ma bisogna dire che nel Mar Nero la Russia puntella le acque con esercitazioni militari molti stesso, anche l’anno scorso, compresi NOTAM anche più ampi che avevano riscosso, come sempre, critiche internazionali.
I NOTAM sono programmati per essere revocati proprio intorno alla fine delle Olimpiadi Invernali di Pechino, il periodo che secondo gli americani comprenderà il D-Day dell’invasione.
In generale, i NOTAM servono alla Russia come esercizio di potere nel Mar Nero, un potere che non è affatto in favore di Kiev e che le sterline britanniche vorrebbero da anni provare a riequilibrare finanziando la costruzione di basi navali ucraine, una delle quali letteralmente a un tiro di schioppo dal Donbass.
Chiaramente, come succede per i botta e risposta tra fanteria russa e aviazione NATO, anche i membri dell’Alleanza Atlantica stanno schierando forze navali e di altro tipo nella regione.
Come deterrente, dicono, ma è evidente che sia impossibile trovare un “punto di inizio” nel processo di rafforzamento dei contingenti militari. 

IL FATTORE ENERGETICO

Questi i fatti. Le letture, invece, sono altra cosa. L’Ucraina non vuole fare la guerra.
La Russia non ha il minimo interesse ad invadere l’Ucraina Orientale, men che meno ad arrivare fino a Kiev. Al fronte, in Donbass, si spara meno oggi che un anno fa.
Ben diversa invece la situazione nel Mar Nero, e semmai dovessero esserci delle cause scatenanti, queste afferirebbero proprio il Mar Nero.
È probabilmente la prima volta nella storia in cui un nemico apparecchia in modo così palese e con un sostegno mediatico del genere un attacco ad un altro Paese, come dimostra non solo la ritirata del personale diplomatico dei vari Alleati ma pure il sostanziale, ma non formale, blocco aereo da parte delle compagnie commerciali sui cieli ucraini mentre il Paese è circondato dai russi. È come dire: “Dai, invadete”.
La campagna mediatica è a tratti grottesca, come lo è la comunicazione della data, il 16 febbraio, individuata dai russi per un’invasione. In pratica un’azione di guerra del genere si troverebbe in prima pagina sul New York Times una settimana prima. Come se Putin non fosse un ex-KGB.
Lo sforzo di Emmanuel Macron nel dialogo, da leader europeo più che francese, è encomiabile anche se i frutti sono relativi (o quasi nulli), mentre eloquente è l’ombra che circonda la Germania, Paese che come sappiamo quando si parla di guerra ci va sempre cauta per ovvie ragioni storiche, ma che in questo caso è la realtà più coinvolta nella crisi. Brama l’apertura del North Stream 2 più della Russia ma è anche costretta a dover fare i conti con le pretese USA di invadere l’Europa di GNL (il gas Naturale Liquido), lo stesso che è stato spedito in fretta e furia nelle scorse settimane su delle gigantesche navi cisterna attraverso l’atlantico per fermare l’aumento dei prezzi, e che dall’altra parte dell’Atlantico vorrebbero esportare in misura sempre maggiore in Europa, anche se al momento non è ben chiaro con quale tipo di infrastruttura.
Ecco una delle chiavi della crisi: la contesa energetica.
Tutta l’Europa dipende dal gas naturale russo (per oltre il 40%) e la crisi sta pensando da settimane sulle bollette delle famiglie e delle aziende europee ed italiane. La pipeline North Stream 2 che dal Baltico dovrebbe portare gas direttamente alla Germania raddoppiando di fatto la corsa del gasdotto già attivo, North Stream 1, è un’infrastruttura che non piace agli Stati Uniti, molto interessati a “staccare” più possibile la spina che collega a livello energetico Russia ed Europa (le altre infrastrutture principali, peraltro, passano proprio per il territorio ucraino). Lo stallo di carattere energetico nonostante i provvedimenti emergenziali promessi dall’Unione Europea e dai singoli governi, potrebbe addirittura peggiorare. Le riserve di gas in Germania crollano a un livello “preoccupante”, meno della metà rispetto a due anni fa.
Non a caso la parola “dialogo” (con il Cremlino) è stata quella più ricorrente nei commenti di diversi esponenti europei dopo la missione di Macron a Mosca e Kiev.
Il primo a mostrarsi ottimista, parlando di un “progresso” nelle iniziative diplomatiche, è stato proprio il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Da Kiev gli ha fatto eco il ministro degli esteri spagnolo José Manuel Albarez Bueno, il quale ha annunciato che la Spagna, sulle orme della Germania, non fornirà armi all’Ucraina (al contrario di quello che sembrerebbe voler fare l’Italia), sostenendo che è ancora troppo presto anche per parlare di sanzioni, perché un’invasione russa rimane tra gli “scenari ipotetici che, forse, non corrispondono affatto alla realtà”.
Per ora, dunque, la questione delle sanzioni è un argomento di contesa più all’interno dello schieramento occidentale che non con Mosca. A dimostrarlo è proprio la tormentata vicenda del North Stream 2. Joe Biden è stato chiaro: se la Russia invade, il gasdotto va a monte. Durante una visita a Washington, Scholz però non ha voluto appoggiare esplicitamente l’idea di Biden. I dati del Gas Infrastructure Europe confermano l’allarme che viene da Berlino. L’Europa sta dando fondo alle scorte, e quelle tedesche, la locomotiva del Continente, sono già crollate a circa il 35% della capacità totale rispetto all’83% di due anni fa. Più contenuta la riduzione per l’Italia (45% attuale rispetto al 57% del febbraio 2020).
La partita energetica è di carattere economico, ma anche politico. L’Europa sta da tempo cercando vie di approvvigionamento alternative a quelle che portano alla Russia, come il gasdotto TAP che dal Mar Caspio sfocia in Puglia e che nelle prossime settimane potrebbe vedere la sua portata aumentata, quasi raddoppiata. Ma non basta. Così, gli Stati Uniti temono molto l’apertura del North Stream 2 che concederebbe ancor più potere contrattuale alla Russia che sarebbe in grado di stabilire il prezzo della materia prima in base a ragioni politiche e tenere sotto scacco il Vecchio Continente.
Alternative però al momento, non ce ne sono. Su una cosa però sono tutti d’accordo: altre sanzioni contro la Russia peggiorerebbero la situazione. E una guerra sarebbe disastrosa per tutti.
Insomma, la tensione è altissima ma l’escalation non dovrebbe andare oltre questo livello di allerta, perché più in alto c’è solo una cosa: bombe. Grandi bombe.
La domanda è: chi cederà? E come spiegare ai propri cittadini (e alleati) che alla fine il braccio di ferro lo si è vinto?
Dopo uno spiegamento di forze simile, e dopo il fallimento della diplomazia, visto che nei colloqui le rispettive posizioni sono ferme a mesi fa, sarà difficile “uscirne bene”. La fine delle manovre militari russe, anziché un allarme, potrebbe invece paradossalmente essere il pretesto giusto per rientrare nei ranghi. Putin ha già fatto sapere che le forze militari russe si ritireranno dalla Bielorussia al termine delle esercitazioni. La stessa cosa potrebbe accadere nel Mar Nero e al confine con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. La NATO però, qualche apertura diplomatica dovrà farla.
Non è pensabile che dopo i Paesi Baltici, la Polonia, la Bulgaria, la Romania, quasi tutta la Penisola Balcanica sottratte all’influenza militare russa, dopo i ripetuti tentativi di rovesciare Lukashenko in Bielorussia, dopo il processo di avvicinamento della Georgia, dopo l’EuroMaidan in Ucraina nel 2014, possa continuare a chiudere tutti i dialoghi con Mosca.
Anche perché, oltre a mezzo continente asiatico, la Russia ha l’appoggio di una piccola realtà di provincia che di nome fa Cina.
Girarsi di spalle senza starli a sentire non è saggio, e non si tratta di un approccio antiatlantista alla questione. Gli anni ’70 sono molto lontani, ragionare in politica estera con gli stessi schemi mentali della Guerra Fredda non è salutare specie per una potenza che non riesce proprio a consolidarsi in modo autonomo come l’Unione Europea.
Le crociate adottate negli ultimi anni specie dalle amministrazioni democratiche, guidate prima dal duo Obama-Clinton e ora da Joe Biden con un establishment che ricalca piuttosto fedelmente quello dei predecessori, si sono rivelate spesso dannose per l’Europa, e stante l’importanza di essere parte di un’Alleanza militare come la NATO, l’Unione Europea non può essere come al solito frammentata.
Anche perché, com’è ovvio, i singoli Stati inizieranno a fare ognuno di testa loro. Come sta già facendo ad esempio l’Ungheria, lo stato europeo che dipende maggiormente dal gas russo.
Il 2 febbraio il premier Viktor Orban è volato a Mosca. Un viaggio preceduto dalle dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, Peter Szijiarto, che ha definito “isteria” l’agitazione dell’Occidente intorno alla nuova crisi ucraina. Orban ha cercato un accordo con Putin su un consistente aumento delle forniture di gas russo, sulla produzione del vaccino anti-Covid Sputnik in Ungheria, sulla centrale nucleare che il colosso pubblico russo Rosatom sta costruendo nel Paese e persino di comuni progetti di esplorazioni nello spazio.
Il dossier Ucraina, sul tavolo della discussione, nemmeno c’era. Il paradosso allora è servito: Orban è sì premier di un Paese membro dell’Ue e della NATO ma questo non gli impedisce di cercare da anni la “vicinanza” con la Russia di Putin. Anzi. Da anni, com’è noto, lancia strali contro le sanzioni dell’Unione europea contro Mosca e ripete, almeno sin dal 2017, che la politica anti-russa è ormai “una moda”.
Posizioni opposte, ad esempio,rispetto a quelle dei Paesi Baltici o di realtà dell’Est come Romania (uno dei più importanti riferimenti degli Stati Uniti dal punto di vista della presenza militare) e Slovacchia a chiedere un rafforzamento della Nato nella Regione.

L’ITALIA COME PRIMA LINEA DEL FRONTE

Con le settimane dedicate all’elezione del Presidente della Repubblica, l’Italia è rimasta silente circa la contesa in Europa Orientale. Dopo aver disertato diverse riunioni con i Ministri degli Esteri internazionali, Luigi Di Maio si sta attivando con colpevole ritardo. Ha indetto una riunione dell’unità di crisi del ministero degli Affari Esteri circa la crisi in Ucraina e, come anticipato, ha invitato in via precauzionale tutti i cittadini italiani in Ucraina a rientrare nel nostro Paese con mezzi commerciali. Sulla crisi in sé, però, è stato cauto: “Lavoriamo tutti al fine di evitare un’escalation in Ucraina. Riconosciamo l’integrità territoriale dell’Ucraina ma manteniamo aperto il dialogo con Mosca”. Insomma, una posizione ben più conciliante rispetto al braccio di ferro imposto da Biden. Anche perché, oltre ad avere davvero poco da guadagnare in un eventuale scenario di conflitto, l’Italia avrebbe, come spesso accade, solo da perdere.
Il nostro Paese, secondo i calcoli dell’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, sarebbe coinvolto al 100%, con spese da capogiro. “Nell’infausta eventualità di un conflitto armato in Ucraina l’Italia si ritroverebbe in prima linea con le sue forze armate (terrestri ma soprattutto aeree e navali) che partecipano a missioni NATO a presidio dei confini orientali dell’alleanza atlantica a un costo complessivo di circa 78 milioni di euro”, ha affermato l’Osservatorio.
“L’Aeronautica Militare – specifica Milex – schiera una squadriglia di quattro caccia Typhoon (la ‘Black Storm’) e 140 uomini in una base aera rumena nei pressi di Costanza, a due passi dal confine ucraino, che fino ad aprile svolgerà missioni quotidiane di pattugliamento sui turbolenti e affollati cieli del Mar Nero. La missione di ‘polizia aerea rafforzata’ (che segue quella analoga condotta nei mesi scorsi nei Paesi Baltici) è stata finanziata nel 2021 con oltre 33 milioni di euro e può essere incrementata fino a 12 aerei e 260 uomini”.
L’Osservatorio Milex restituisce un quadro ancora più preciso che si estende dal mar Nero al Mediterraneo orientale: “Il Mar Nero, insieme al Mediterraneo Orientale, è il teatro operativo anche della missione della forza navale permanente della NATO cui la Marina Militare partecipa attualmente con la fregata Fremm Carlo Margottini e con il cacciamine Viareggio, per un totale di oltre 200 marinai e un costo (finanziamento 2021) di oltre 17 milioni di euro. Nel quadrante mediterraneo orientale, dove Mosca sta concentrando una flotta senza precedenti, incrocerà nelle prossime settimane anche la portaerei Cavour con F-35 imbarcati, partecipando a un’esercitazione NATO insieme alla portaerei americana Truman e alla francese Clemenceau. Nelle foreste innevate della Lettonia, altro potenziale fronte caldo in caso di confronto militare con la Russia, nell’ambito della missione NATO ‘Baltic Guardian’ l’Esercito Italiano schiera infine più di 200 alpini della Brigata Taurinense con decine di carri armati ruotati Centauro e cingolati da neve. Fanno parte di un Battle Group di oltre 1.200 soldati a comando Canadese con base a nord di Riga. La missione ha ricevuto oltre 27 milioni di finanziamento nel 2021″.
Con l’uscita dall’Unione da parte del Regno Unito, acceso sostenitore della politica di potenza occidentale nell’area, all’interno dell’Ue nessuno, ma davvero nessuno dei principali Paesi sembra voler sostenere a spada tratta l’approccio di Biden.
Ma anziché concentrarsi in una azione compatta, una volta ancora vengono fuori tutte le lacune di un’istituzione sovranazionale che fuori dai propri confini continua ad avere potere decisionale quasi nullo.


STEFANO PIAZZA RACCONTA PERICOLI E SEGRETI DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO

– Tommaso Alessandro De Filippo

Abbiamo intervistato Stefano Piazza, esperto di terrorismo islamico, a cui ha dedicato svariati testi e saggi, volti a sensibilizzare l’opinione pubblica e politica sui rischi derivanti dalla sottovalutazione del fondamentalismo. Pertanto, siamo certi che l’ascolto delle sue analisi sia per noi una fonte di conoscenza e formazione sugli approcci che potrebbero riverlarsi utili e necessari verso tale emergenza. Attualmente, Piazza collabora con Panorama e La Verità e sarà in futuro ancora impegnato nell’affronto di questo tema, su cui la UE ha intrapreso una strada di approccio totalmente errata, figlia dell’ideologismo buonista.

Da esperto osservatore del fanatismo islamico pensa che l’Europa possa subire dei nuovi ed imminenti attacchi terroristici?

Ogni giorno leggiamo di operazioni antiterrorismo in tutta l’UE e la lista degli attentati sventati è lunghissima. Impossibile prevedere cosa puo’ succedere in Paesi esposti come la Francia, il Belgio, l’Inghilterra, la Germania o la Spagna, solo per citarne alcuni. Oggi è piu’ complicato per i terroristi organizzare operazioni nelle quale vengono utilizzati molti uomini perché l’attenzione delle forze dell’ordine e dell’intelligence è diversa rispetto al passato. Tuttavia, piccole cellule restano un pericolo latente senza dimenticare i cosidetti “lupi solitari” (che solitari non sono mai) che possono colpire e lo fanno ovunque.

 Per l’Occidente in che modo sarebbe possibile svilluppare una strategia difensiva efficace, che funga da deterrente per i terroristi?

 Nel contesto attuale mi pare impossibile. L’Occidente ha scelto da tempo di suicidarsi. Si faccia un giro nelle principali capitali europee e guardi cosa siamo diventati.  

Ritiene che l’immagine degli USA deboli, derivante dal disastroso ritiro afgano e da un possibile accordo al ribasso stretto ora con Putin possa incentivare e favorire nuovi attacchi terroristici?

 Non credo che gli Stati Uniti siano deboli. Hanno l’esercito piu’ potente al mondo, mezzi di ogni tipo, le armi piu’ efficaci e dispongono di tecnologie avanzatissime, inoltre controllano tutti i mari e gli ismi del pianeta. Tutti. Semplicemente gli americani hanno deciso di uscire dalla logica imperialistica per darsi a quella imperiale che prevede che si interviene solo se si deve (pensandoci bene) e non solo perchè si puo’. Fare i gendarmi del mondo è costato miliardi di dollari e migliaia di vite umane, tutte cose che l’America di oggi non si puo’ piu’ permettere. Oggi chi minaccia gli interessi della piu’ grande potenza del pianeta è la Cina quindi il focus è quello. Per quanto riguarda Putin lui ha scatenato questa crisi e sempre lui ha fatto marcia indietro una volta che il suo ministro degli Esteri è riuscito a fargli capire in che guaio si era cacciato. Persino Joe Biden che non brilla come Presidente ha capito che bastava stare fermi per mettere con le spalle al muro Putin. Per il resto è noto che qualsiasi tipo di vittoria, sia politica che militare o anche entrambe, è una fonte di ispirazione per l’ideologia dell’islamismo radicale. Il fatto che i Talebani abbiano ripreso il controllo dell’Afghanistan grazie al disimpegno degli USA, è ovviamente una vittoria degli islamisti radicali. La vicenda dell’Ucraina non credo possa cambiare le cose in un senso o nell’altro.

 In che modo valuta l’assetto attuale della UE, che sulla lotta al fondamentalismo non è mai riuscita a sviluppare un approccio comune?

 E’ un tema che ho toccato nei miei libri e in centinaia di articoli che ho scritto e lo riassumo con una sola parola: Fallimentare. Come si puo’ pensare di combattere il fondamentalismo islamico quando si finanziano progetti legati alla Fratellanza musulmana che è l’anticamera del terrorismo? Impossibile.

Cosa si cela dietro certa propaganda e quanto il Corano è realmente collegabile all’ideologia delle milizie islamiche?

 Queste persone uccidono gridando “Allah Akbar” (Allah è grande) e si rifanno all’islam dei primordi, quello di predicatori e giuristi come il siriano Ibn Taymiyya Taqī al-Dīn Abū al-ʿAbbās Ahmad (1263 +1328) oppure il saudita Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb al-Tamīmī al-Najdī (1703 +1792) o piu’ recentemente a ideologi come gli egiziani Hasan al-Banna, fondatore della Fratellanza musulmana  ( 1906 + 1949) e il suo discepolo Sayyid Qutb (1906 +1966). Cosa è collegabile ? Il Corano.

In che modo ritiene si sarebbe dovuto approcciare diplomaticamente alla vicenda afgana? 

 Gli americani hanno fatto bene ad andarsene, il come ormai è storia. Gli afghani che non sono un popolo ma un insieme di etnie che si odiano e si combattono da sempre, meritavano e meritano finalmente di essere lasciati pace. In verità loro odiano la modernità e vogliono continuare a vivere come hanno sempre fatto e dobbiamo solo prenderne atto. Ad esempio, non vogliono che nessuno gli tocchi il loro diritto di picchiare le loro mogli oppure di impiccare una persona che per fame ruba una mela. Quindi andare li, invadere, aiutare, criticare, mettere in piedi governi fantoccio e spendere miliardi di dollari non è mai servito a nulla. I soldi che gli dai finiscono nei conti bancari a Dubai o in Qatar mentre le armi che gli regali le usano per spararti addosso quando ti giri. Gli ospedali? Rubano tutto e rivendono tutto quello che possono. Poi i medici europei li curano, cosi’ quando escono possono di nuovo spararti. Semplicemente in Afghanistan che è oggi un “narco terror state”, non bisogna fare nulla. L’Afghanistan deve diventare un problema solo dei loro vicini ad esempio del Pakistan che si merita ogni guaio visto che i servizi segreti pakistani hanno inventato a tavolino i Talebani, dell’Iran che è un altro “terror state”, oppure della Cina che oggi ha bisogno di qualche problema così da non crearli in giro per il mondo. Per quanto riguarda la Russia di Vladimir Putin sa molto bene come trattarli.

Quale leader mondiale del passato ritiene abbia raggiunto i migliori risultati nella lotta al terrorismo islamico?

 A livello politico l’ex primo ministro francese Manuel Carlos Valls ( in carica tra il 2014-2016) fu il primo ad agire con vigore anche a  livello europeo facendo comprendere la pericolosità della situazione. Per questo venne avversato anche nel suo partito (socialista) poi pero’ la sua carriera si è interrotta anche a causa di una serie di scelte sbagliate. Per quanto riguarda il contrasto puro del fenomeno Vladimir Putin non ha rivali. Li uccide tutti.

Il seme di tale ideologia può radicarsi anche nella cultura sociale di nazioni democratiche come l’Italia?

Radicarsi direi di no perché mancano le condizioni che vivono paesi come il Belgio o la Francia ma se si guarda ad alcune periferie italiane direi che la situazione non è buona. La politica farebbe bene a chinarsi sul problema.

 

 

UNA NUOVA GUERRA FREDDA È NEL DESTINO DELL’OCCIDENTE?

– Andrea Mauro

Abbiamo spesso trattato delle attuali difficoltà dell’Occidente, ancora costretto a dover scontare le conseguenze della pandemia: il numero dei contagiati in rialzo, un possibile ritorno delle restrizioni, l’inflazione che grava sui cittadini e le imprese, i postumi della recessione del 2020. Tuttavia, anche l’ambito geopolitico presenta delle difficoltà. Infatti, le immagini del disastroso ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan sono ancora drammaticamente impresse nella nostra mente. Casa Bianca, Pentagono, NATO e cancellerie europee hanno provato a mascherare il fallimento con giustificazioni che non trovano appiglio dinanzi ai numeri. Il costo umano della spedizione è stato di 3846 vittime (di cui 53 nostri connazionali), mentre quello economico si aggira sui 5,4 mila miliardi di euro. Inoltre, è drammatico anche ciò che sta avvenendo al confine tra Polonia e Bielorussia. Migliaia di migranti sono ammassati alla frontiera di Kuzinika, nel tentativo di arrivare in Europa passando per la Polonia. Quest’ultima però ha dichiarato, tramite il proprio Ministro degli Interni Mariusz Kaminsky, di voler costruire un muro alla frontiera lungo 180 chilometri e alto 5,5 metri. Il rappresentante per la Politica Estera UE Josep Borrell ha denunciato Aleksandr Lukashenko e Vladimir Putin, accusandoli di aver agitato il clima e di essere burattinai del dramma che avviene nella zona. Una spiegazione di ciò potrebbe essere nei 6 miliardi di euro che l’Unione Europea ha sborsato alla Turchia di Erdogan per la gestione dei migranti siriani. Pertanto, quello di Minsk rappresenterebbe un attacco ibrido ai danni dell’Europa, al fine di porla ancor più sotto pressione. Tuttavia, a Bruxelles è già stato annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro Minsk, con molti che hanno però iniziato a puntare il dito anche contro Mosca, convinti della regia di Vladimir Putin dietro le tensioni. Complessa è anche la situazione oltreoceano per il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, reo di aver vietato l’ingresso negli States al Presidente della Repubblica del Guatemala Daniel Ortgea e ad altri funzionari del paese, accusati di aver attentato alla democrazia. È sopratutto la Cina di Xi Jinping quella che più complica le strategie del POTUS. Martedi 16 novembre si è tenuto un summit virtuale tra i capi di Stato di Cina e Stati Uniti con la tensione sfociata giunti a dibattere di Taiwan. Biden ha consigliato al suo omologo cinese di astenersi dal compimento di azioni che possano cambiare lo status quo dell’isola. Tuttavia, Xi Jinping ha ribadito la sacralità del principio di una sola Cina, affermando senza alcun giro di parole che cercare l’indipendenza di Taiwan significa “giocare con il fuoco” e che, dovessero presentarsi interferenze, la Cina si ritroverebbe costretta a dover adottare le misure necessarie. A complicare ulteriormente la realtà è l’invito trappola di Xi Jinping all’amministrazione Biden di presenziare ai giochi olimpici invernali di Pechino che inizieranno a febbraio 2022. Indiscrezioni parlano di un boicottaggio diplomatico all’invito, in segno di protesta verso le numerose violazioni dei diritti umani da parte della Cina nello Xinjiang, in Tibet e ad Hong Kong. Venisse confermata tale decisione i rapporti tra Pechino e Washington finiribbero ancor di più per deteriorarsi. Nel caso opposto, l’amministrazione DEM, dovesse presenziare, riceverebbe critiche dal mondo occidentale. Alla luce di tali considerazioni il quadro evidenzia un Occidente orfano di forte leadership, avallata da scarsa coesione in ambito geopolitico. La minaccia cinese è sempre più concreta anche perchè ormai imprescindibile per molti Paesi nell’ambito della cooperazione economica. Pertanto, Taiwan potrebbe fungere da casus belli. Inoltre, alla minaccia di Pechino si aggiungono i cattivi rapporti che le cancellerie europee hanno con il Cremlino. Auspichiamo dunque in una rivalsa dell’Occidente, volta a ritrovare compattezza, che salvaguardi la propria supremazia in futuro.