Archivi tag: Italia

IL 2 GIUGNO, LA NOSTRA DATA STORICA

– Francesco Subiaco

Il 2 giugno è una data storica per la tradizione mazziniana, poiché non segna solo il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, come sancito a seguito del referendum del 1946, ma rappresenta, soprattutto, l’inizio di una educazione nazionale, di una pedagogia morale basata sulla democrazia e sui valori della Costituzione, l’inizio di un cammino democratico e popolare che è il cuore pulsante del repubblicanesimo. Una ricorrenza che i repubblicani romani hanno voluto celebrare sulla terrazza del Gianicolo di fronte al muro della Costituzione della Repubblica Romana. All’evento, organizzato dall’unione Romana del Partito Repubblicano Italiano e dal segretario Michele Polini, erano presenti, Andrea d’Angelo (Responsabile relazioni Esterne PRI Roma),  Marco Cappa (Coordinatore Romano Italia Viva), Francesca Leoncini (Consigliere Comunale Italia Viva), l’Ambasciatore Bulgaro in Italia Todor Stoyanov ed una delegazione dei repubblicani romani e dell’ambasciata bulgara. Durante la celebrazione della festa della Repubblica il segretario Polini ha ribadito l’importanza dei valori costituzionali e la centralità del ruolo dei principi repubblicani per lo sviluppo democratico del paese. Il segretario ha poi aggiunto che: “L’iniziativa di oggi sancisce ancora una volta la volontà e l’impegno del popolo italiano nel perseguire e mantenere vivi i valori della Costituzione e della Repubblica, che affondano i loro principi nelle idee della Repubblica Romana. Celebrando il 2 giugno gli italiani mostrano di voler onorare quei principi sui cui si fonda la nostra Costituzione e che sono il cardine della Repubblica”. Dopo la celebrazione dei valori patriottici costituzionali la delegazione repubblicana in collaborazione con l’ambasciatore bulgaro Todor Stoyanov, hanno ricordato, di fronte alla statua del rivoluzionario laico bulgaro Petko Kirjakov Vojvoda, i combattenti garibaldini per l’indipendenza dei popoli, unendosi nella comune vicinanza negli ideali fondati su democrazia e libertà, che hanno una comune radice nelle visioni del risorgimento. Ideali universali che a distanza di anni da quel fatidico 1849, fanno ancora sventolare la bandiera dell’edera u un’Italia unitamente repubblicana

Il Risorgimento rivoluzionario di Valerio Evangelisti

– Francesco Subiaco

Il risorgimento non fu la parata trionfale della retorica nazionalistica, né la rapina feroce e crudele che descrivono alcuni. Esso fu una Rivoluzione ed una Riconquista, una guerra di liberazione ed una guerra civile, un evento duro, crudele e magnifico come sono tutte le grandi lotte che muovono i popoli. Perché la rivoluzione non è un pranzo di gala nemmeno se fatto per la più santa delle cause, e non va raccontato con la retorica falsa che ne fa una “glorious revolution” all’italiana. Essa fu principalmente una guerra popolare, una lotta diplomatica, uno scontro indimenticabile in cui i patrioti mazziniani cercarono di rovesciare i troni di un ordine antico e fatiscente che cercò con ogni mezzo di opporsi a quel vento di cambiamento. Non fu solo l’esperienza dei mille, fu il risultato di anni di guerriglia, di cacce, di rappresaglie in cui i poliziotti austriaci e papalini venivano definiti dei servi del tiranno, mentre i patrioti dei terroristi e dei demoni. Una storia che non può essere raccontata come il trionfo senza sangue delle truppe sabaude, ma va descritto come uno slancio rivoluzionario di una gioventù italiana votata al martirio, al sacrificio, all’inizio di una nuova rivoluzione italiana, stroncata sul nascere. Una riconquista fatta di guerriglie e rese dei conti, tra i Demoni di Dostoevskij e le battaglie dei film di Sergio Leone, con lo scenario della guerra civile americana, che sono lo scenario dell’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti: “Gli anni del coltello” (Mondadori). Evangelisti, da poco scomparso, riesce nel suo romanzo a scrivere una epica del risorgimento, che ne fa una saga popolare del movimento mazziniano dopo la caduta della repubblica romana, che sbandato e perseguitato sui luoghi oscuri e rivoluzionari del nostro risorgimento, aldilà di un giudizio storico, trasformando la storia del popolano e rivoluzionario Gabariol in una grande avventura fatta di sangue e lotta, patria e libertà.

LORENZO PREGLIASCO: “PUTIN HA SOTTOVALUTATO LA COMPATTEZZA OCCIDENTALE. ORA GLI ITALIANI VEDONO LA RUSSIA COME UNA MINACCIA REALE”

– Tommaso Alessandro De Filippo

Abbiamo intervistato Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend, volto televisivo ed esperto sondaggista ed analista italiano. Autore del testo “Benedetti Sondaggi”, Pregliasco svolge un ruolo informativo e comunicativo importante in un momento storico così complesso ed instabile, dove gli stravolgimenti anche geopolitici impattano notevolmente sulla percezione e gli interessi dei cittadini italiani.

Dott. Pregliasco, quali sono le sue considerazioni in merito all’evoluzione del conflitto tra Russia ed Ucraina? Crede che l’Occidente stia attuando una strategia di risposta compatta ed efficace verso il nemico russo?

Ritengo che la Russia abbia sottovalutato la capacità di risposta occidentale, scommettendo erroneamente sulla disgregazione politica dell’Unione Europea e sulla distanza tra essa e l’alleato USA. Nel mio articolo pubblicato sul primo numero della rivista Domino, mensile di geopolitica diretto da Dario Fabbri ed edito da Enrico Mentana, spiego come l’Occidente si sia allontanato dalla figura di Putin dall’inizio del conflitto in Ucraina. Le azioni politiche del Cremlino hanno prodotto una riluttanza nelle nostre opinioni pubbliche e nel nostro tessuto popolare. In Italia si è rapidamente allargato l’indice di cittadini che disprezzano la figura di Vladimir Putin e le istituzioni russe, dimostrandosi intenzionati ad agire contro di esse. C’è un indice favorevole verso lo strumento delle sanzioni europee, mentre l’approvazione è inferiore sull’invio di armi ed equipaggiamenti ed è bassa sull’ipotesi di inviare militari nostrani a combattere direttamente in Ucraina. Resta da vedere se questo sentimento di paura che identifica Putin e la Russia come una minaccia concreta reggerà nel tempo: dipenderà dalle conseguenze economiche delle sanzioni e dall’evolversi della guerra.

Come prospetta le elezioni politiche italiane del 2023? Che riscontro elettorale si attende?

Sarebbe impossibile ad un anno di distanza dalle elezioni politiche prevedere un esito ed uno scenario esatto. Il fattore chiave della legislatura attuale è stato quello dell’imprevedibilità, dato che dal 2018 in poi abbiamo assistito a stravolgimenti, inversioni di tendenza e nuove alleanze che nessuno si sarebbe mai aspettato. Il mondo in generale sta dando ampi segnali di instabilità da qualche anno a questa parte, pertanto in un anno sarà possibile assistere ad ulteriori novità politiche e sociali in Italia. Quel che sembra probabile è la possibilità di assistere ancora in futuro a governi di larghe intese, frutto di accordi politici ed istituzionali figli della necessità. Con il taglio dei parlamentari in vigore dalla prossima legislatura le maggioranze politiche, soprattutto al Senato, potrebbero essere piuttosto risicate, così da determinare nuovi accordi tra forze parlamentari che in campagna elettorale si son date battaglia.

Quali sono i principali interessi degli italiani in ambito politico?

In questo biennio pandemico la salute è balzata al primo posto tra gli interessi degli italiani, come pienamente comprensibile. In linea generale il nostro è un popolo abbastanza concreto, attento alle necessità quotidiane come quella di trovare lavoro e realizzarsi economicamente e professionalmente. L’interesse verso l’ambiente si è parecchio incrementato negli anni recenti, anche se subisce il grande solco generazionale tra i giovani elettori, che pongono l’ambientalismo al primo posto, e gli elettori adulti, meno interessati e coinvolti in questa dinamica. Pertanto, nonostante l’incremento riscontrato l’ambiente è ancora “battuto” dall’interesse lavorativo per la maggior parte dei cittadini del nostro paese.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Al primo posto c’è quello di continuare a migliorarmi, proseguendo ed ampliando i contesti di mio interesse umano e lavorativo. Scrivere e pubblicare il mio testo “Benedetti Sondaggi” mi ha impegnato abbastanza, ma al tempo stesso dato soddisfazione. Inoltre, la realtà di YouTrend si è ormai strutturata negli anni ed ha intrapreso collaborazioni importanti con associazioni, ambiti istituzionali ed aziende che commissionano lavori ed indagini. Questo ha permesso incremento e perfezionamento professionale per coloro che lavorano con noi, soprattutto in ambito comunicativo e di analisi dei dati.

 

DIALOGO CON ADOLFO URSO, TRA QUESTIONE UCRAINA E RITORNO DELLA POLITICA DI POTENZA

– Francesco Subiaco, Francesco Latilla

Dalla questione ucraina al ritorno della politica di potenza, passando per la necessità di ripensare la questione energetica e la difesa in un’ottica nazionale ed europea in complementarità con la Nato. Il presente pone la politica italiana di fronte a delle sfide nuove, agli innovativi capovolgimenti che stanno ridisegnando la scacchiera internazionale del campo di battaglia. Di fronte a questi scenari la politica non può scindersi dalla cultura, dalla necessità di una organizzazione e dal dialogo per creare un nuovo scenario comune. Questo è lo scopo della fondazione Fare Futuro, che si propone di diventare uno dei principali pensatoi dello scenario moderato, attraverso un dialogo con il mondo angloatlantico e la necessità di una dialettica plurale e lucida sui cambiamenti del presente. Per parlare di questi temi abbiamo intervistato il Sen. Adolfo Urso, presidente della fondazione FareFuturo e del Copasir storico esponente di una destra atlantista e moderna aperta alle sfide del tempo, che ha sempre portato avanti prima in Alleanza nazionale, poi in Fratelli d’Italia.

In questi giorni si è svolto il convegno della Fondazione FareFuturo. Quali sono i temi principali che avete trattato?

Il 14 e 15 marzo la Fondazione FareFuturo, insieme all’International Republican Institute e al Comitato Atlantico Italiano, ha organizzato un convegno sul tema “L’Alleanza atlantica, la crisi ucraina e la sicurezza Euro mediterranea”. Il meeting si è aperto pubblicamente alla Sala Nassirya del Senato della Repubblica, con gli interventi del direttore per la Strategia Transatlantica dell’IRI Jan Surotchak, del presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli e con il saluto registrato del Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio e del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini. I lavori sono poi proseguiti a porte chiuse, con una serie di approfondimenti che hanno visto come relatori deputati nazionali ed esteri, deputati europei, presidenti di Regione e interlocutori istituzionali.

Il meeting ha voluto rappresentare un focus sulle prospettive per l’Alleanza atlantica alla luce degli accadimenti internazionali di queste ultime settimane e della guerra tra la Russia e l’Ucraina, ma anche interrogarsi sul tema centrale della sicurezza nel Mediterraneo allargato. Una priorità quanto mai attuale per l’Italia, anche sul fronte della sicurezza energetica, rispetto alle nuove sfide della competizione globale. Proprio il Mediterraneo, al netto della emergenza della guerra in corso in Ucraina, rappresenta il terreno di confronto tra potenze autoritarie come la Russia e la Cina, che stanno estendendo la loro influenza su vasti territori, ricchi di risorse energetiche e di terre rare indispensabili per realizzare la transizione verde in cui siamo tutti impegnati, e le democrazie occidentali. E il nostro Paese all’interno di questo scenario, insieme agli altri partner europei e sotto l’egida della Nato, dovrà svolgere un ruolo sempre più importante e decisivo a difesa della pace e della stabilizzazione di tutta quest’area, che va dal Corno d’Africa alla Libia fino alla zona subsahariana del Sahel.

Cosa ne pensa della questione ucraina e quale ruolo dovrebbe avere l’Italia nella scacchiera internazionale?

 L’Ucraina è uno Stato sovrano, riconosciuto dalla comunità internazionale, che è stato oggetto da parte della Russia di un’aggressione inaccettabile. Va riconosciuto il valore della resistenza eroica del popolo ucraino, che ci ricorda quanto la libertà non debba mai essere data per scontata, e richiama ai propri doveri un’Europa talvolta distratta, anche sul fronte della necessità di potenziare una difesa comune con una nuova strategia e investimenti mirati che non possono più aspettare. L’Italia sta svolgendo appieno il proprio ruolo nella scacchiera internazionale, che è quello di un partner di primaria importanza nello scenario europeo e atlantico. Fondamentale in quest’ottica, è stata la approvazione da parte del Parlamento della mozione unitaria sulla guerra tra Russia e Ucraina, che a differenza di quanto spesso avvenuto in passato, ha mostrato un Paese unito, capace di superare le divisioni della politica interna nella difesa dell’interesse e della sicurezza nazionali.

Come pensa procederà il conflitto sul fronte ucraino e quale ruolo svolgerà la Cina in questa controversia?

Ovviamente, l’unica strada per risolvere il conflitto tra Russia e Ucraina rimane quella diplomatica, alla quale abbiamo il dovere morale di lavorare incessantemente. Detto questo, come anche evidenziato dal premier Draghi nel suo discorso al Parlamento, la solidarietà italiana ed europea in questi momenti non può essere solo di facciata. Alle dichiarazioni di intento vanno fatte seguire azioni concrete, che facciano capire alla Russia come l’occidente non intenda tollerare l’aggressione in corso. Da qui il sistema delle sanzioni, e il sostegno concreto alla resistenza ucraina, sul quale si sono espressi favorevolmente anche Stati storicamente neutrali come la Svizzera. La Cina da parte sua ha una grande occasione, quella di svolgere un ruolo diplomatico e di dissuasione nei confronti di Putin, accelerando quanto più possibile la fine di un conflitto insensato che rischia di diventare ogni giorno più crudele, con migliaia di morti lasciati sul campo, tra i quali anche tanti civili innocenti, compresi donne e bambini.

IL MEDITERRANEO E’ IL CAMPO DI BATTAGLIA TRA AUTOCRAZIE E DEMOCRAZIE OCCIDENTALI, CHE RUOLO SVOLGE IN QUESTO CONTESTO L’ITALIA?

Nella Relazione annuale sull’attività del Copasir, presentata lo scorso 9 febbraio e – caso unico finora – illustrata e discussa in Senato il 15 marzo, l’area del Mediterraneo allargato è stata definita ‘Priorità nazionale’. Dal Corno d’Africa alla Libia, passando per il Libano, la Tunisia, l’area sub sahariana del Sahel, così come in Iraq e in Siria, e nei Balcani, l’Italia è presente con uomini e mezzi, a sostegno delle principali missioni internazionali. Ma la battaglia per la supremazia globale tra le democrazie occidentali e le potenze autocratiche, come la Russia e la Cina, si gioca anche e soprattutto sul fronte della sfida per il controllo dell’energia e delle risorse minerarie necessarie per portare a termine la transizione ecologica. Sarà necessaria una sempre maggiore sinergia europea e occidentale che consideri di nuovo il Mediterraneo allargato come centro nevralgico della politica mondiale, e in questa ottica l’Italia, per tradizione e posizione geografica, dovrà certamente avere un ruolo da protagonista.

In un suo precedente intervento al Copasir aveva precedentemente anticipato l’offensiva russa e il rischio di una influenza russa nel nostro paese. Può spiegarci meglio?

Avevamo descritto la postura aggressiva della Russia, anche rispetto alla politica energetica, e alle mire espansioniste nel medio oriente e in diversi territori dell’Africa. Così come avevamo messo in guardia il Parlamento, circa i rischi elevati di attacchi cyber, non soltanto di origine terrorista ma anche di possibile matrice statuale. E purtroppo, eravamo stati buoni profeti. Nella relazione annuale del Copasir, si legge come “L’attivismo della Russia si rivolge soprattutto all’acquisizione di informazioni di carattere politico-strategico, tecnologico e militare. Oggetto di particolare interesse sono i processi decisionali nei vari settori dell’azione politica tra cui gli affari esteri e quelli interni, la politica energetica, la politica economica e le dialettiche interne alla NATO e all’UE. Le attività portate avanti in questi ambiti sono solitamente negabili e difficilmente attribuibili”.

In un’ottica mediterranea allargata, “La Russia, considerata la principale minaccia verso Est, ha intrapreso ormai da qualche anno diverse iniziative assertive da Sud: una presenza con forze navali nel Mediterraneo; una presenza con truppe e l’occupazione di basi in Siria; interventi in Libia, Repubblica Centrafricana, Mali di forze militari proprie o ad esse collegate, come la compagnia Wagner”. L’allarme evidentemente era stato lanciato in tempo.

Quanto sta accadendo ci fa capire inoltre quanto importante sia la sicurezza della Repubblica e quanto ciò debba essere considerato in ogni decisione che prendiamo, anche quando affrontiamo i temi dell’energia o dell’economia digitale, della tecnologia, dell’intelligenza artificiale, dello spazio come dell’acciaio, degli asset infrastrutturali come delle filiere industriali, ben sapendo che i nostri avversari sistemici, cioè i sistemi autoritari, li utilizzano appieno nel loro confronto con le democrazie occidentali. Tutto questo fa parte di quello che viene chiamato guerra ibrida. A tal proposito, abbiamo evidenziato la necessità di disporre di un’intelligence economica al servizio del sistema Italia, che sia proattiva a tutela della scienza e della tecnologia e degli asset produttivi del Paese.

Di fronte alle sfide energetiche proposte da un affrancamento dalla Russia, come può il nostro paese risolvere il problema dell’autosufficienza?

L’Italia importa il 95% del gas che utilizza, e di questo, il 42% proviene dalla Russia. E’ chiaro che le sanzioni per il nostro sistema produttivo, ma anche per le famiglie italiane, rappresentano un grande sacrificio. Sacrificio, tuttavia, che viene richiesto e condiviso sul presupposto più importante, la difesa della libertà, del nostro modello di democrazia occidentale e del principio di autodeterminazione dei Popoli. Paradossalmente, se da questo momento difficilissimo vogliamo trarre un insegnamento positivo, questo si può tradurre nella necessità, ormai chiara a tutti, di accelerare un processo di diversificazione nelle forniture energetiche del Paese, e al contempo di potenziamento della nostra autonomia energetica. Anche su questi aspetti, il Copasir era recentemente intervenuto, prima dello scoppio del conflitto, con la Relazione del 13 gennaio sulla sicurezza energetica nella attuale fase di transizione ecologica. Lanciando l’allarme, ma individuando anche possibili soluzioni, da proporre al Governo e al Parlamento. Ad esempio, con un migliore sfruttamento e una revisione del sistema delle concessioni per i bacini idroelettrici, con ulteriori investimenti sul solare e sull’eolico, ma anche prevedendo il ricorso ai poteri sostitutivi dello Stato, in caso di inerzia degli Enti locali. Il gas naturale sembra poi rappresentare una risorsa irrinunciabile nel breve-medio termine, in attesa che possa completarsi la transizione energetica. Anche allo scopo di invertire il dato relativo all’aumento del 250 percento della spesa delle famiglie per il gas naturale, occorrerebbe valutare l’ipotesi di incrementare l’estrazione di gas dai giacimenti italiani, riducendo allo stesso tempo gli acquisti dall’estero in modo da mantenere costante il volume dei consumi. Si tratterebbe di sfruttare più efficacemente i giacimenti già attivi, in modo da raddoppiare la quota nazionale da poco più di quattro a circa nove miliardi di metri cubi all’anno.

Con la crisi del populismo ci si è risvegliati in una nuova Italia che fatica a riformulare gli assetti ideologici. Da dove devono ricominciare i partiti per affrontare le sfide del futuro?

Più che di crisi del populismo, parlerei di crisi della politica. Che troppo spesso ha abdicato al suo ruolo, rinunciando ad individuare una strada maestra per riportare in alto il nostro Paese. Bisogna distinguere, come da sempre avviene ad esempio nelle democrazie anglosassoni, tra le divisioni nella politica interna, che giustamente evidenziano le diverse sensibilità politiche sui temi più disparati, da quelli etici, a quelli sociali ed economici, dall’interesse nazionale. Che va sempre e comunque tutelato. Come avvenuto recentemente, proprio in occasione della risposta unitaria delle forze politiche nel condannare con fermezza e con la massima durezza la invasione russa dell’Ucraina. Un atteggiamento che potrebbe forse aprire una nuova fase, proprio nella dialettica politica e nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Così come è indispensabile investire nei giovani, nella formazione delle nuove classi dirigenti. Non per riproporre le vecchie ideologie del’900, ma per appassionare di nuovo migliaia di ragazzi all’impegno sociale e politico. Fornendo loro modelli virtuosi e credibili. Ecco, in questo senso penso che l’opposizione ‘patriottica’, come bene interpretata dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, possa essere una sintesi efficace di questo percorso in questa fase storica, nella quale far convergere le migliori intelligenze ed energie della società italiana. Per essere pronti a governare quando e se il Popolo, unico sovrano in democrazia, ce ne darà l’opportunità con il voto liberamente espresso nelle urne.

 

IERI AL SENATO LA CONFERENZA DI FARE FUTURO SUL FUTURO GEOPOLITICO DELL’ITALIA

– Francesco Subiaco

“L’alleanza atlantica, la crisi ucraina e la sicurezza euromediterranea” sono questi i temi trattati nella conferenza stampa della Fondazione Fare Futuro, in collaborazione con l’International Republican Institute ed il Comitato atlantico, che si è svolta il 14 marzo alla sala caduti di Nassirya del Senato della Repubblica. Una conferenza che ha visto gli interventi del presidente della fondazione Fare Futuro, il Sen. Adolfo Urso, del presidente del Comitato Atlantico, professor Fabrizio Luciolli, del direttore per la strategia Transatlantica dell’IRI, Jan Surotchak, del ministro degli affari esteri Luigi Di Maio e del ministro della difesa Guerini. Interventi che hanno aperto le attività del convegno del 14  e 15 marzo, con oggetto l’analisi e l’interpretazione dei principali fenomeni internazionali, delle prospettive dell’alleanza atlantica di fronte alle sfide che le autocrazie pongono alle democrazie occidentali, del ruolo dell’Europa nel risolvere le crisi e i disordini strategici che stanno sconvolgendo il Mediterraneo allargato e le regioni orientali, attraverso il confronto e l’approfondimento. Idee che si sviluppano nel convegno con le prospettiva di delineare “una comune visione europea ed occidentale che non può prescindere dagli interessi nazionali, capace di coniugare sostenibilità e bisogno di libertà che ci portano ad un cambio di paradigma capace di affrontare la crisi sistemica e i conflitti che stanno sconvolgendo il mondo” come ha sottolineato il presidente Urso nel suo intervento dove ha ribadito “le preoccupazioni per il rafforzamento militare delle autocrazie, come la Russia, nel continente africano, e della competizione sullo sviluppo delle tecnologie e sul controllo del Mediterraneo che pongono nuove sfide all’occidente”. Delle sfide che il nostro paese deve affrontare con la coscienza dei profondi cambiamenti che stanno avvenendo sulla scacchiera internazionale, che di fronte alla tragedia dell’aggressione russa portano “la necessità di ripensare e rivedere le nostre strategie, alla luce dell’adozione del Concetto Strategico e della Bussola europea, auspicando una Nato più europea, ma soprattutto una Unione Europea più capace di ritrovare le proprie radici, i propri valori democratici e liberali, come è accaduto a Kiev. Superando la situazione di inability to act per difendere le nostre democrazie” come ha dichiarato il presidente Luciolli.  Una conferenza che ha sottolineato la necessità di ripensare il Mediterraneo e l’orizzonte comune occidentale, ripartendo dai valori occidentali che in un mondo frenetico e complesso deve saper confrontarsi con gli attacchi delle autocrazie, contrastando l’influenza neoimperiale russa e cinese sui paesi in via di sviluppo e sulle difficoltà del vecchio mondo.

Un evento che come ha affermato l’ambasciatore Gabriele Checchia è un segnale con cui questi tre pensatoi apportano un contributo alla solidarietà euroatlantica alla luce dell’inammissibile aggressione della Russia di Putin, che non ha nulla a che fare con quella Russia che guarda invece alla democrazia e all’Europa, per consolidare la necessaria condivisione dei valori e degli strumenti di difesa, poiché l’alleanza atlantica è un patto esclusivamente difensivo, offrendo il nostro pieno sostegno al popolo ucraino senza arrivare ad uno scontro diretto, pericolosissimo, con la Federazione Russa, coniugando senso di responsabilità con quei valori grecocristiani che sono il simbolo dell’identità occidentale”

Draghi, altro che “credibilità internazionale”: anche in questa crisi l’Italia non conta nulla


-Tommaso Alessandro De Filippo


Roma, 13 mar – Ricordate le chilometriche interviste e dichiarazioni di numerosi esponenti dell’agorà mediatica nei giorni dell’insediamento di Mario Draghi a Palazzo Chigi? Un fiume di entusiasmo teoricamente motivato dalla “credibilità istituzionale e geopolitica” che l’ex presidente della BCE avrebbe fornito all’Italia con il proprio arrivo.

Draghi e la credibilità dell’Italia

Pochi osservatori fecero notare che Draghi avrebbe avuto l’unico ruolo di essere garante della stabilità politica, per rasserenare la UE sull’appoggio incondizionato dell’Italia a misure come la ratifica del MES (il cappio al collo che Bruxelles sogna di imporci da anni) e la famigerata riconversione verde, tragicomicamente stravolta dalla crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina. Chiunque esprimesse dubbi sulla presunta immagine positiva che l’Italia avrebbe ritrovato venne tacciato di complottismo e negatività, marginalizzato ed isolato nel dibattito mainstream. Eppure, alla prima vera grande crisi geopolitica l’inconsistenza italiana in politica estera e l’inutilità di Draghi frustrato a Palazzo Chigi sono evidenti. Nelle ore precedenti l’inizio della guerra Draghi ancora paventava un viaggio a Mosca volto ad incontrare Putin ed “intavolare la via diplomatica per risolvere la crisi”. I fatti hanno smentito il premier, tra l’imbarazzo nazionale.

Le solite esclusioni

Tuttavia, anche a conflitto in corso Draghi è stato escluso da tutti o quasi i vertici istituzionali e diplomatici: in UE sono ancora Francia e Germania quelle che, almeno comunicativamente, possono operare in ambito geopolitico con l’immagine di rappresentare una pur minima potenza geopolitica. Non a caso i vertici li tengono autonomamente e, quando ritengono di dover ampliare la compagine delle nazioni presenti ai tavoli diplomatici, scelgono nazioni maggiormente credibili della nostra come Spagna, Polonia o Regno Unito, che ha lasciato la UE tra gli attacchi e le ironie di larga parte degli osservatori. Anche sul piano extraeuropeo le attenzioni verso l’Italia a guida Draghi sono prossime allo zero, dato che Biden e tutta la presidenza USA non hanno mai preso in considerazione l’Italia sul piano diplomatico per provare a risolvere la crisi, affidandosi fino ad ora prevalentemente allo storico e radicato alleato britannico.

Come se non bastasse il presidente ucraino Zelensky dal suo bunker ha spesso rimarcato la vicinanza ideologica e politica alle singole nazioni europee ed occidentali, citando però raramente l’Italia, piuttosto polemizzando ironicamente con Draghi nelle scorse settimane, in occasione della nota telefonata mancata tra il premier ed il presidente ucraino. Un mix di inconcludenza ed impalpabilità in ambito internazionale che annulla ancor più il peso geopolitico dell’Italia, nonostante la presenza a capo del governo di una figura di “alto profilo” che all’estero però viene percepita con una considerazione alquanto limitata.

ATTUALIZZARE MAZZINI DOPO 150 ANNI: IL PATRIOTTISMO COME EREDITÀ INCANCELLABILE

– Tommaso Alessandro De Filippo

Cosa resta di Giuseppe Mazzini 150 anni dopo la sua morte? Ce lo si chiede in un’epoca avversata dall’ostinata voglia di cancellare e modificare la storia ed il pensiero delle figure che essa ci ha donato, con le loro battaglie ideologiche e politiche che sembrano stonare rispetto all’attualità torbida che affligge il nostro tempo. L’importanza del sacrificio, compiuto nell’ottica della convinzione delle proprie idee e nella necessità di rivoluzionare delle società sbagliate non appare più una convinzione maggioritaria. Anche in ragione di ciò, ricordare adeguatamente i volti eroici del nostro passato appare difficilmente perseguibile senza sfociare nella banalità e nel giudizio negativo che i cultori della cancellazione di radici ed ideali potrebbero emettere. Eppure, in questo ambiente sociale ostile resta fondamentale non arrendersi dinanzi ad una deriva pur prevalente, certi dell’importanza di attualizzare gli aspetti fondamentali che caratterizzano il valore del sacrificio e del patriottismo mazziniano. In primis, con il ricordo di Giuseppe Mazzini rilanciamo una testimonianza di sacrificio, impegno e determinazione compiuto per l’utopia realizzata dell’Italia unita. Quel desiderio di fratellanza di un popolo bisognoso del superamento delle divisioni si è tramutato in realtà grazie alla perseveranza degli eroi e dei martiri risorgimentali. Tuttavia, in questo momento storico, dove tensioni geopolitiche e scontro tra potenze determineranno i nuovi equilibri mondiali, poter usufruire dell’unità nazionale e del sentimento patriottico è l’ancora a cui aggrapparsi. Questo condiziona positivamente il nostro pur complesso cammino nell’attualità: essere consapevoli del passato dovrà motivarci per costruire adeguatamente il futuro. L’amore per la verità, la libertà ed i doveri sociali, condizioni necessarie per l’avvento di una vera democrazia, sono oggi il baluardo da difendere contro l’avanzata di autocrazie e regimi che annullerebbero la nostra eredità storica. Conoscere e ricordare le radici mazziniane impiantate al tempo sono il miglior gesto di riconoscenza verso le sue idee. Ritenere che siano mero inchiostro dei libri di storia non meritevoli di attualizzazione sarebbe il primo passo per vanificare il futuro.

PROF. MICHELE MARSONET: “GLI USA CONTRASTINO IN OGNI MODO LA RUSSIA. IL MONDO DELL’ISTRUZIONE ITALIANO È DA RIFONDARE”

– Tommaso Alessandro De Filippo


Il Prof. Michele Marsonet si è laureato in Filosofia presso l’Università di Genova, e in Filosofia della scienza presso l’Università di Pittsburgh (USA). Dopo la laurea ha svolto periodi di ricerca in qualità di “Visiting Fellow” presso le Università di Oxford e Manchester (UK), City University of New York e Catholic University of America (USA). E’ Professore Ordinario di Filosofia della scienza e di Metodologia delle scienze umane nel Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova. Direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Genova (2001-2002, e 2008-2011). Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova (2002-2005, rieletto per il periodo 2005-2008). Dal 2008 al 2014 Pro-Rettore con delega all’Internazionalizzazione dell’Università di Genova. Dal 17 ottobre 2012 è Preside della Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova. E’ Fellow del Center for Philosophy of Science dell’Università di Pittsburgh (USA). Visiting Scholar all’Università di Melbourne (Australia) nel 1999. E’ stato Visiting Professor presso molti Atenei stranieri: Fribourg (Svizzera, 1989 and 1996), Hertfordshire (UK, 1994), Siviglia (Spagna, 1995), Varsavia (Polonia, 1995), Malta (1996, 1999, 2003, 2005), Pittsburgh (USA, 1992 and 1997), Islanda (1998), Giessen (Germania, 1998), Melbourne (Australia, 1999), Bergen (Norvegia, 2000), Malaga (Spagna, 2001), Oxford (UK, 2001), Université Catholique de Louvain (Belgio, 2001), Stirling (UK, 2002), Cork (Irlanda, 2004), London King’s College (UK, 2005), Babes-Bolyai University (Cluj, Romania, 2007), St Andrews (UK, 2009), Hanoi (Vietnam, 2015). Fellow del Center of Philosophy of Science, University of Pittsburgh (USA). Coordinatore programmi scientifici nazionali, finanziati dal MIUR e dal CNR. Dal 2008 è External Examiner per tesi di Master e Ph.D. della University of Malta. E’ Professore Onorario della Universidad Ricardo Palma di Lima (Perù), e nel 2009 ha ricevuto la Laurea Honoris Causa dalla Universidad Continental di Huancayo (Perù). E’ autore di 28 volumi e curatele, di cui 5 in lingua inglese pubblicati in Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, e di circa 300 articoli, saggi e recensioni in riviste italiane e straniere. Inoltre, collabora con il magazine online Atlantico, diretto da Daniele Capezzone e Federico Punzi. Abbiamo avuto il piacere di dialogare con lui sul conflitto tra Russia, Ucraina ed USA, oltre che sulle attuali restrizioni pandemiche italiane proprogate nel tempo e le difficoltà del nostro mondo dell’istruzione.

Prof. Marsonet, può esprimerci le sue considerazioni in merito ai venti di guerra tra Russia ed Ucraina?

La Russia ha una responsabilità diretta delle tensioni in corso insieme all’Ucraina, dato il loro scontro frontale protattosi negli anni, dovuto anche a delle ragioni storiche. Credo che il comportamento americano in tale ambito sia dettato dalla necessità di Biden di tenere a bada l’opinione pubblica negli USA. Infatti, lo scenario politico futuro degli Stati Uniti è assolutamente incerto, con i DEM che non sono uniti intorno al presidente espressione del proprio partito ed un GOP alle prese con la necessità di ritrovare degli equilibri interni. Pertanto, ritengo che la pressione esercitata dagli USA su Russia ed Ucraina sia dettata soprattutto da motivazioni interne. Tuttavia, se ciò serve per impedire a Mosca di invadere Kiev ben venga.

Ritiene che l’attuale strategia di USA e NATO volta a difendere il territorio ucraino possa rivelarsi efficace a lungo termine?

Attualmente c’è una tale preponderanza armata di matrice russa che rende difficile ad una NATO così disarticolata immaginare di contrastarne la forza. Inoltre, è da menzionare l’ambiguità e l’incapacità costante della UE in materia di politica internazionale. Ieri come oggi gli unici a poter fare la differenza in situazioni come questa sono gli americani, che sono però stanchi di dover combattere guerre evitabili in difesa di altre nazioni, prive della capacità di difendersi autonomamente.

Quanto pesa l’ambiguità di Parigi e Berlino ed il loro interesse a condurre accordi economici con Russia e Cina sulla stabilità dell’alleanza atlantica?

Purtroppo i principali paesi europei dipendono ad oggi dalle forniture russe di gas ed energia, dati gli accordi presi sui gasdotti NordStream. Anche in ragione di ciò, non possono assumere delle posizioni dure nei confronti di Mosca e devono necessariamente trovare una mediazione. Anche l’Italia nella figura di Mario Draghi credo proverà a fare questo, data la nostra attuale assenza di autonomia energetica.

Dal suo punto di vista a cosa è dovuta la fascinazione di alcuni occidentali verso Vladimir Putin e le modalità di governo di stati come la Russia?

È dovuta al fatto che Putin rappresenti l’immagine di uomo e politico forte, dotato di un “pugno di ferro” che utilizza per governare la propria gente. Inoltre, in Italia ed in parte delle nazioni occidentali c’è un sentimento di sfiducia verso le classi politiche che vengono ritenute deboli. Ciò porta ad essere attratti da figure istituzionali differenti. Storicamente le grandi potenze hanno sempre praticato una politica di forza volta ad imporre i propri interessi in ambito internazionale.

In che modo valuta le attuali restrizioni delle libertà individuali prorogate dall’esecutivo italiano attraverso i recenti decreti?

Non condivido le polemiche verso le restrizioni avanzate da molti liberali. Ritengo che il momento sanitario sia complesso e meritevole di attenzione da parte della politica. Il governo italiano con la guida di Mario Draghi ha raggiunto dei risultati eccellenti in materia di campagna vaccinale ed io francamente giustifico alcune limitazioni delle libertà individuali condotte al fine di tutelare la salute.

Di che riforme in campo economico e sociale avrebbe urgente bisogno l’Italia?

Sul piano economico sarebbe necessaria una maggiore attenzione verso le industrie, le attività produttive ed il mondo dell’istruzione. Settori che non possono essere abbandonati perchè fondamentali per la formazione ed il mantenimento del tessuto sociale ed economico nazionale.

Come sarebbe possibile apportare dei miglioramenti al mondo dell’istruzione italiano?

In primis bisogna cercare di stoppare la politica della Didattica a distanza. Io stesso da professore universitario ho avuto modo di utilizzarla e la ritengo devastante per gli studenti di ogni grado scolastico. Spero realmente che si possa investire di più nel mondo dell’istruzione italiano e migliorarne le qualità, onde evitare un futuro disastroso per le nuove generazioni.

In chiusura, ritiene che i referendum sulla giustizia previsti in primavera possano dare la spinta necessaria per giungere ad una vera riforma della magistratura in Italia?

È molto difficile. Possono sicuramente avere una certa efficacia ma la magistratura ha raggiunto in Italia un potere quasi assoluto che sarà, al netto dei risultati delle votazioni, molto difficile da modificare.

BARATRO UCRAINA: IL NUOVO DOSSIER GEOPOLITICO DI NAZIONE FUTURA


La tensione in Europa Orientale è altissima e il rischio di un conflitto armato tra Russia e NATO non è mai stato così tangibile. Il caos in Ucraina, tuttavia, ha origini molto antiche, sia caratterizzate dalla composizione etnica del Paese dopo il controllo dell’Unione Sovietica, sia dopo il colpo di Stato del 2014 noto come EuroMaidan. Nella partita, tuttavia, si intrecciano gli interessi talvolta conflittuali di Stati Uniti e Unione Europea, specie sul campo delle politiche di approvvigionamento energetico. Decisiva, in questo senso, la mancanza di un’azione politica comune da parte dell’Ue.
DANIELE DELL’ORCO, giornalista pubblicista, è laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Ha conseguito il Master in giornalismo Eidos e ha perfezionato gli studi presso la Cuny University di New York. Dirige la rivista trimestrale cartacea Nazione Futura. È stato editorialista de La Voce di Romagna ed è collaboratore del quotidiano Libero e del Giornale.it. Per il portale InsideOver ha realizzato reportage da dieci paesi del mondo. Nel 2015 ha fondato la casa editrice Idrovolante. Ha scritto 7 libri.
Con il contributo di: Vittorio Nicola Rangeloni
Dossier n. 7 / 2022
Baratro Ucraina
© Nazione Futura / Fondazione Tatarella

LA GENESI DEL CONFLITTO

di Vittorio Nicola Rangeloni
La storia recente dell’Ucraina è la storia di una rivoluzione che si è trasformata in un colpo di Stato e di una contro-rivoluzione. Eventi che hanno inevitabilmente trascinato il Paese in una guerra civile.
Una guerra alle porte dell’Europa che, seppure taciuta da tutti i principali canali d’informazione, si protrae tutt’oggi.
Le aspirazioni e le violenze dell’EuroMaidan, l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, l’autoproclamazione delle Repubbliche indipendenti del Donbass e il conflitto fratricida in uno Stato ormai irrimediabilmente diviso tra Est e Ovest sono le inevitabili conseguenze delle contraddizioni interne che l’Ucraina covava in sé fin dal giorno della sua indipendenza1.
All’interno degli odierni confini ucraini non è mai esistita un’identità nazionale condivisa. Le diverse anime si differenziano per lingua, etnia, religione, storia e cultura. Una sommatoria di fattori d’instabilità che attendevano solo l’occasione di esplodere.
Ma queste ragioni sono già state abbondantemente analizzate in altri libri. Il mio non vuole essere un saggio storico, quindi ne accennerò solamente quanto indispensabile, per contestualizzare le storie e gli eventi.
Nel mio libro2 vorrei invece riuscire a trasmettere, almeno in parte, questa più recente ed intensa storia del Paese, avendola vissuta in prima persona; raccontarne i suoi protagonisti da vicino, dando voce alle loro emozioni ed esperienze, descrivendo quelle sensazioni che non si potrebbero nemmeno immaginare senza essere stati nell’epicentro di quegli avvenimenti.
Per consentire a chiunque di comprendere a fondo il contesto, è quindi necessario fare dapprima una sintesi dei fatti svoltisi in Ucraina a partire dall’autunno del 2013, che hanno portato al colpo di Stato noto come EuroMaidan, fino allo scoppio della guerra e le sue fasi più intense.
***
L’EuroMaidan ha avuto inizio nella tarda serata del 21 novembre del 2013. Un’apparentemente innocua manifestazione contro l’allora Presidente Viktor Yanukovich, reo di non aver ratificato un trattato economico con l’Unione Europea, raccolse in piazza un centinaio di giovani ucraini filo-europeisti.
Quel sit-in nel centro di Kiev proseguì per una decina di giorni, fino all’intervento delle forze dell’ordine, che dispersero i manifestanti e liberarono la piazza. Le immagini di questa repressione servirono l’assist ai media e ai partiti d’opposizione per accusare i metodi poco
1  L’Ucraina è uno Stato indipendente dal 1991, cioè da quando l’Unione Sovietica collassò su se stessa. Prima di allora il territorio della Repubblica Socialista d’Ucraina e i suoi confini con la Repubblica Socialista di Russia erano considerati delle mere formalità amministrative all’interno dell’URSS, tanto che, nel 1954, per festeggiare i 300 anni di convivenza tra la Russia e la Crimea, l’allora Presidente Chruščev donò simbolicamente la penisola alla Repubblica Socialista d’Ucraina, convinto dell’intangibilità dei confini esterni ed interni dell’Unione Sovietica.
2.       V.N. Rangeloni, Donbass – Le mie cronache di guerra, Idrovolante Edizioni, Roma 2021.


democratici di Yanukovich, chiedendo le dimissioni delle massime cariche dello Stato.
I presidi di protesta divennero così permanenti, forti anche del sostegno esplicito da parte di rappresentanti ufficiali dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, e in pochi giorni vennero rafforzati dalla presenza di gruppi organizzati come fazioni ultras e strutture paramilitari di partiti ultranazionalisti.
Le rivendicazioni prettamente europeiste vennero presto abbandonate, per abbracciare le ben più generiche accuse contro il sistema oligarchico che governava l’Ucraina, apparentemente l’unico vero comune denominatore delle diverse anime che componevano la protesta. Anche l’obiettivo era cambiato: non più le dimissioni del governo in carica, ma il colpo di Stato. E così fu.
Verso la fine del febbraio del 2014, in seguito a numerose battaglie in cui la polizia dovette fare i conti con i manifestanti armati di molotov e armi da fuoco, Yanukovich fu costretto a fuggire dalla capitale, lasciando i palazzi del potere in mano agli insorti. Nonostante il presidente ucraino non avesse rassegnato le dimissioni, il Parlamento ucraino nominò un nuovo governo ad interim, portando al potere gli esponenti di quei partiti che avevano guidato le proteste.
Il nuovo governo ricevette fin da subito la benedizione di Washington e Bruxelles e, per rimarcare ulteriormente il cambio di fronte geopolitico, venne proposta la messa al bando della lingua russa, andando a minacciare i diritti di una grossa parte della popolazione ucraina.
Tutte le cariche istituzionali riconducibili al partito di Yanukovich, o comunque non esplicitamente alleate con l’EuroMaidan, dai Ministri ai sindaci delle piccole città, vennero rimpiazzate con nuovi volti leali al governo golpista. Per milioni di persone tutto ciò era inammissibile, nonché antidemocratico.
Nel marzo del 2014, poche settimane dopo il colpo di Stato a Kiev, la Repubblica autonoma di Crimea si rifiutò di riconoscere l’autorità del nuovo governo ucraino, tornando ad essere parte della Federazione Russa attraverso un referendum3.
Il cambio di bandiera avvenne senza che venisse sparato un solo colpo. Questo anche grazie alla presenza di basi militari russe in quel territorio.
Contemporaneamente, in diverse regioni ucraine, da Kharkov a Lugansk, da Dnepropetrovsk fino a Donetsk, presero vita le manifestazioni del cosiddetto AntiMaidan.
Le persone che vi presero parte non sostenevano le posizioni del nuovo governo e si rivolgevano a Kiev chiedendo quanto meno nuove elezioni e la federalizzazione del Paese.
Ma queste proteste portarono solo repressione e i manifestanti filorussi iniziarono ad occupare i palazzi del potere delle regioni orientali.
Verso l’inizio di aprile l’Ucraina perse totalmente il controllo su decine di città, anche a causa della timidissima resistenza opposta da parte dei reparti delle forze dell’ordine locali.
Il 13 aprile, Alexandr Turchinov, eletto Presidente ad interim post-Maidan, anziché trattare con i rappresentanti della nuova opposizione, decise di mettere a tacere ogni forma di dissenso annunciando l’Operazione Anti-Terrorismo (ATO).
Coloro che fino ad allora erano stati considerati semplicemente come “filorussi”, iniziarono ad
3  Il 16 marzo si recò alle urne l’84% degli aventi diritto. Il 97% dei voti fu favorevole all’indipendenza dall’Ucraina e all’annessione alla Federazione Russa.
essere definiti “terroristi” e “separatisti”. Questa etichetta ricadde indistintamente su milioni di cittadini ucraini, colpevoli solamente di essere in disaccordo con il nuovo governo. Non potendo fare affidamento sull’esercito regolare, che aveva ampiamente disertato in Crimea e dimostrato poca intenzione di combattere contro i propri cittadini a Slaviansk e Kramatorsk, il governo di Kiev introdusse i “battaglioni punitivi”, ossia formazioni paramilitari costituite dai volontari nazionalisti che già avevano avuto un ruolo di primo piano nel golpe di febbraio.
L’approccio di Turchinov e del suo governo ebbe un effetto inaspettato: più la repressione si fece violenta, più le manifestazioni dell’AntiMaidan si diffusero, mettendo a nudo le fratture ideologiche e culturali presenti nel Paese.
Le misure di Kiev causarono da subito centinaia di vittime, ma la popolazione non rinunciò alle proprie rivendicazioni e reagì passando dal manifestare pacificamente all’imbracciare le armi per difendere la propria libertà e il sacrosanto diritto di decidere in prima persona il proprio destino. Armi in risposta alle armi.
Per tutti fu chiaro che in queste regioni non si sarebbe ripetuto lo scenario avvenuto in Crimea, dove l’Ucraina si era ritirata silenziosamente. Senza la presenza russa a fare da garante, l’unica strada percorribile dai manifestanti intenzionati a non rinunciare alla propria causa fu quella dell’emancipazione da Kiev.
L’11 e il 12 maggio a Donetsk e Lugansk, in un clima di estrema tensione dovuto alla repressione ucraina, venne promosso un referendum in sostegno delle autoproclamate (e omonime) Repubbliche Popolari.
Con un plebiscito venne chiaramente e democraticamente espresso il desiderio di autonomia dall’Ucraina.
A ridosso di quel referendum il governo ucraino si era indirettamente reso responsabile della strage di Odessa, quando, il 2 maggio, il presidio dell’AntiMaidan presente di fronte al Palazzo dei Sindacati venne barbaramente assaltato. Gli aggrediti vi si barricarono all’interno cercando riparo dalla furia degli ultranazionalisti giunti in città con il pretesto di una partita di calcio. Il palazzo venne dato alle fiamme e una cinquantina di persone morirono al suo interno. Questo non fu che l’ennesimo avvertimento a chi fosse intenzionato a mettere in dubbio l’autorità di Kiev.
In quelle prime fasi del conflitto molte città vennero duramente contese. L’esercito ucraino tentò di ottenere nuovamente il controllo delle zone di frontiera con la Federazione Russa, isolando così Donetsk e Lugansk. Nell’estate del 2014 Lugansk venne accerchiata dalle truppe ucraine, che però dovettero fare i conti con poche centinaia di miliziani per nulla intenzionati ad arrendersi.
La forza delle idee diede ragione a questi ultimi e l’accerchiamento venne spezzato.
Al termine del mese di agosto, nella zona di Illovaisk, si ebbe un nuovo accerchiamento.
Questa volta, però, a finire nella sacca furono i soldati ucraini. Traditi ed abbandonati dai loro ufficiali, almeno un migliaio di loro vennero uccisi, alcune centinaia vennero fatti prigionieri.
Grazie a questa brillante operazione le milizie delle neo-Repubbliche conquistarono enormi quantitativi di armi, munizioni e mezzi. Fu la battaglia più grande e pesante tenutasi fino ad allora.
Gli esiti di questo scontro portarono le parti a confrontarsi per la prima volta senza combattere, con i rispettivi rappresentanti seduti attorno ad un tavolo a Minsk nel settembre del 2014.
Vennero stipulati accordi per risolvere il conflitto in modo pacifico. Kiev avrebbe dovuto riottenere il controllo dei territori delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk in cambio della concessione di ampie autonomie alle regioni.
La tregua però durò poco. Giusto il tempo necessario alle parti di riorganizzare gli eserciti, riparare i mezzi e pianificare le manovre successive. In autunno si succedettero diverse battaglie minori lungo tutta la linea del fronte. Solamente con il sopraggiungere dell’inverno aumentarono le tensioni nei pressi dell’aeroporto di Donetsk, simbolo della resistenza dell’esercito ucraino. A gennaio 2015 i miliziani issarono la bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk su entrambi i terminal, liberando definitivamente tutto il territorio dell’infrastruttura dalla presenza ucraina.
Il mese successivo si risolse un’altra delle più grandi manovre in questo conflitto: l’accerchiamento di Debaltsevo da parte delle milizie. Questa battaglia andò di pari passo con gli incontri tra le parti a Minsk, volti a trovare un nuovo accordo. Il documento d’intesa venne raggiunto con il contributo delle massime cariche istituzionali di Germania, Francia, Russia e OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
Con l’entrata in vigore di Minsk-2, tra le Repubbliche Popolari e l’Ucraina non si verificarono più grandi battaglie e sensibili modifiche della linea del fronte, ma solo il proseguimento di una logorante guerra di posizione. Sporadicamente e ciclicamente, dal 2015 ad oggi, periodi di relativa tregua sono stati alternati a fasi di allerta e pesanti cannoneggiamenti con morti e feriti tra la popolazione civile.
Ad oggi rimane difficile fare una stima precisa dei morti di questa guerra. Le principali organizzazioni internazionali stimano al ribasso 25 mila feriti e almeno 13 mila morti. 3 milioni di persone continuano a vivere in condizioni di estrema povertà, spesso lontano dalle proprie case, delle quali non rimangono che macerie. Tutti questi numeri, periodicamente, continuano a venire aggiornati.

L’EPICENTRO DEL CAOS: IL MAR NERO

Negli ultimi giorni una nuova escalation in Ucraina Orientale ha spinto di nuovo le potenze occidentali a manifestare apertamente il sostegno al governo di Kiev minacciando la Russia di gravi ritorsioni (sanzioni, o peggio) in caso di invasione delle regioni separatiste dell’Ucraina, quelle di Donetsk e di Lugansk, che ormai da 7 anni si sono proclamate indipendenti (e sono filorusse).
Nel corso degli anni la Russia non ha mai davvero manifestato la volontà di annetterle (cosa fattibile a livello militare in un battito di ciglia), perché avrebbe poco senso scatenare un vespaio per estendere la sovranità su realtà che sono già fattivamente controllate da Mosca ma de jure territorio ucraino. 
Una situazione ben differente rispetto a quanto accadde alla Crimea, la penisola nel Mar Nero contesa tra Russia e Ucraina che i russi hanno annesso nel 2014. Perché in quel caso sussistono ragioni geostrategiche importanti dovute al controllo di quella sorta di “lago” incastonato tra Russia, Ucraina e Crimea che risponde al nome di Mare di Azov (e al Mar Nero in generale).
La Russia, infatti, non ha mai accettato il fatto che quella che era la seconda più importante repubblica socialista di tutta l’Unione Sovietica sia finita ormai sotto il controllo occidentale, e anche per questo ha annesso la Crimea per il timore che con l’aiuto dell’Occidente l’Ucraina potesse trasformare quello che era principalmente un luogo di villeggiatura in una spina nel fianco militare. Dopo quell’annessione, infatti, le parti si sono invertite e l’unico punto d’accesso marittimo al Mare di Azov, lo stretto di Kerch, in Crimea, è controllato interamente dai russi che possono controllare il traffico navale in entrata e in uscita da città portuali ucraine come Mariupol e Berdyansk.
Ecco, Berdyansk.
Qui, a pochi chilometri dalla Repubblica separatista di Donetsk, l’Ucraina finanziata dalla Gran Bretagna sta costruendo una base navale (e un’altra a Ochakiv) per potenziare la propria flotta.
E l’intelligence russa sostiene che pure i dollari americani stiano finanziando altre basi navali. Movimenti praticamente nel proprio giardino di casa che non piacciono per niente al Cremlino.
Le 90mila truppe schierate al confine con l’Ucraina, allora, rappresentano un messaggio molto chiaro rivolto all’Occidente: attenti a quello che fate.
E il Donbass, che da anni ormai è diviso tra l’incudine e il martello e in cui non si è mai smesso di sparare, rischia nuovamente di essere l’epicentro (magari anche involontario) di congiunture che vanno dagli approvvigionamenti di gas del North Stream 2 (con le sue beghe burocratiche), alle tensioni migratorie tra Bielorussia e Polonia, alla minaccia di nuove sanzioni dall’Europa alla Russia, e infine alle contese marittime sul Mar Nero.
Tutti scenari di una guerra ibrida sempre più palese ancorché non dichiarata tra Occidente e Oriente.


LE RICHIESTE DELLA RUSSIA

Il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa ha pubblicato, venerdì 17 dicembre, le bozze dell’accordo sulle garanzie di sicurezza presentate agli Stati Uniti e alla NATO. Tra i punti salienti, vi è l’interruzione di qualsiasi attività militare euroatlantica nell’Est Europa. Washington e l’Alleanza, però, hanno respinto le richieste russe.
A riportare la notizia, il medesimo venerdì, è stata l’agenzia di stampa statale RIA Novosti. Inoltre, il viceministro degli Esteri del Paese, Sergey Ryabkov, citato da un’altra agenzia, Interfax, ha spiegato che gli Stati Uniti e la NATO, finora, hanno respinto l’accordo. “La loro risposta non è stata incoraggiante”, ha affermato il rappresentante russo. “Nelle nostre proposte abbiamo presentato in modo esaustivo una serie di questioni che richiedono soluzioni urgenti”, ha dichiarato Ryabkov, in riferimento alla bozza, consegnata il 15 dicembre. Il viceministro degli Esteri ha sottolineato che le proposte della Russia “non rappresentano un ultimatum all’Occidente”, ma ha ribadito che la “gravità” degli ultimi sviluppi non deve essere sottovalutata. Inoltre, Ryabkov ha affermato che, di recente, la sicurezza in Europa e nell’area Euro-atlantica ha subito un “notevole” deterioramento. Uno dei punti salienti delle “garanzie di sicurezza” riguarda la richiesta di Mosca di ritirare la decisione presa dai leader dell’Alleanza Atlantica in occasione del vertice di Bucarest, svoltosi il 2 aprile 2008. In tale data, si decise che la NATO avrebbe riconosciuto il “principio della porta aperta” sia per l’Ucraina sia per la Georgia, affermando di voler integrare i due Paesi nella comunità euro-atlantica.
RIA ha riassunto i punti chiave del primo documento, che è stato redatto in russo, inglese e francese.
La Russia richiede di:
–             Escludere un’ulteriore espansione della NATO, nonché l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza;
–             Non schierare truppe e armi aggiuntive rispetto a quelle collocate nei Paesi membri prima del maggio 1997, tranne in casi eccezionali e con il consenso della Russia e dei membri della NATO. [In tale quadro, è importante sottolineare che, prima del 1997, l’Alleanza non includeva i Paesi dell’Europa Orientale].
–             Abbandonare qualsiasi attività militare della NATO in Ucraina, in Europa Orientale, nel Caucaso e in Asia centrale;
-Non schierare missili a medio e corto raggio in aree da cui possono essere colpiti altri territori;
–             Non condurre esercitazioni e altre azioni con più di una brigata nella zona di confine concordata. Scambiare informazioni sulle manovre militari su base regolare;
–             Confermare che le parti non si considerano avversarie, consolidare l’accordo per risolvere pacificamente tutte le controversie e astenersi dall’uso della forza;
–             Impegnarsi a non creare condizioni che possano essere percepite come una minaccia dall’altra parte;
–             Creare hotline per i contatti di emergenza;
Se più della metà degli Stati firmatari accetterà le disposizioni, ha spiegato la testata russa, l’accordo entrerà in vigore. Si precisa, inoltre, che ogni Paese può recedere dal contratto, dandone comunicazione al depositario. In questo caso, l’intesa terminerà su base individuale 30 giorni dopo il ritiro.
A seguire, i punti salienti riassunti da RIA delle “garanzie” contenute nel secondo documento:
–             Non schierare truppe né dispiegare armi nelle aree che saranno percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale;
–             Astenersi dal far volare bombardieri pesanti, nucleari e non, al di fuori dei propri cieli, da dove possono colpire bersagli sul territorio dell’altra parte;
–             Non dispiegare navi da guerra in aree al di fuori delle acque nazionali, da dove possono colpire obiettivi sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare missili a medio e corto raggio all’estero e in aree da cui possono colpire bersagli sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare armi nucleari all’estero e ritirare quelle precedentemente schierate, nonché eliminare le infrastrutture create per il dispiegamento di armi nucleari al di fuori del proprio territorio;
–             Non condurre esercitazioni militari con lo sviluppo di scenari per l’uso di armi nucleari e non preparare Paesi non nucleari all’uso di armi nucleari;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a escludere un’ulteriore espansione della NATO verso Est e a rifiutare di ammettere Paesi post-sovietici all’Alleanza;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a non creare basi militari nei Paesi post-sovietici, a non utilizzare le loro infrastrutture militari e a non sviluppare con loro una cooperazione militare. Mosca ha consegnato le proposte dell’accordo agli Stati Uniti, tra le crescenti tensioni, acuitesi a seguito dell’accumulo di truppe russe vicino all’Ucraina Orientale. I Paesi Occidentali temono che la Russia possa lanciare una nuova offensiva contro lo Stato Est-Europeo, sebbene Mosca neghi qualsiasi intenzione bellicosa. Al contrario, il Cremlino ribadisce di rispondere a ciò che percepisce come minacce alla propria sicurezza: dalle relazioni sempre più strette dell’Ucraina con la NATO, alle sue aspirazioni euroatlantiche e all’incremento della presenza dell’Alleanza nel Mar Nero.
Il fatto che la NATO abbia respinto in toto le richieste russe non è granché degno di nota, poiché la posizione russa è molto sbilanciata rispetto a quelli che sono i piani dell’Alleanza. Ma, come in tutte le trattative, si parte da uno sbilanciamento per provare a cercare un punto di incontro. E il punto di incontro in questa partita sarebbe quello di garantire alla Russia che gli stati cuscinetto che attualmente la separano dall’Europa, Bielorussia e Ucraina, restino tali.
Il paradosso è che a Washington non sentono di voler garantire a Mosca qualcosa che in fondo nemmeno vogliono. L’Ucraina, infatti, al momento non è una candidata ad aderire all’Alleanza Atlantica. Ma siccome non è escluso che possa esserlo in futuro (remoto), gli Stati Uniti che già sono massicciamente presenti nell’area insieme alle forze del Regno Unito, non hanno intenzione di “abbandonare” l’Ucraina all’influenza russa specie dopo l’EuroMaidan del 2014.
I colloqui dal punto di vista diplomatico sono arenati, e nelle scorse ore l’amministrazione dem guidata da Joe Biden ha richiamato il personale non necessario dall’Ucraina ed esortato tutti i cittadini americani a lasciare il Paese. La ritirata suonata dalla Casa Bianca ore ha scatenato un fuggi fuggi generale. D’ora in ora, gli altri Paesi si sono accodati: dopo il Canada, ecco Gran Bretagna e Olanda, Giappone e Montenegro, Corea del Sud, Israele etc. Infine è arrivata anche la comunicazione da parte dell’Italia (in Ucraina ci sono oltre 2mila italiani).
La tragicommedia è che anche i russi hanno evacuato, per ragioni opposte: Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri, è stupito dal fuggi-fuggi e richiama in patria il suo personale non diplomatico, perché si domanda se non siano semmai “loro” (gli americani) a preparare qualcosa.
Un dubbio legittimo in questo infinito scambio di accuse, nel quale di anomalie ce ne sono davvero tantissime, a partire dal fatto che la Cia è stranamente servizievole e imbeccata dal Pentagono, è fornisce infiniti dettagli ai media sui piani russi d’invasione.
Il Pentagono, al contrario, blocca tutto e tutti. Anche i giornalisti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Difesa americana ha vietato l’accesso stampa ai contingenti militari dislocati sul confine ucraino. Nessuno, quindi, da quel lato del fronte può vedere con i suoi occhi.
Tra l’incudine e il martello, l’Ucraina, bullizzata dall’Alleanza Atlantica.
Il presidente ucraino Zelensky è attonito per il panico che stanno creando americani e britannici, e dice: “Credo che siano circolate troppe informazioni su una guerra di vasta scala da parte della Federazione Russa. Comprendiamo tutti i rischi. Se avete informazioni aggiuntive che un’invasione dell’Ucraina da parte della Russia avverrà al 100 per cento il 16 febbraio, condividetele con noi”.
Tradotto: state giocando alla guerra in Ucraina ma senza interpellare l’Ucraina.

LA SITUAZIONE ATTUALE

“Insomma, scoppia o non scoppia [la guerra]?” La domanda è ricorrente ancorché legittima, come pure la voglia delle persone di ricevere risposte dirette.
La verità però è un’altra: la guerra c’è già. Si combatte in altri modi. Soprattutto, si combatte senza che i cittadini se ne accorgano. Perché una bomba sganciata da un B-52 la vedono tutti, un’offensiva di cyberwar no.
Negli ultimi giorni, però, i movimenti militari sono diventati palesi e visibili a tutti. Quindi vanno riportati.
Novità:
–             L’aviazione statunitense ha piazzato un numero imprecisato di jet da combattimento F-16C Viper in Romania, partiti dalle basi americane in Germania, oltre a un contingente di sistemi di difesa aerea a corto raggio Avenger;
–             Contestualmente, altri jet da combattimento F-15C e F-15D Eagle americani sono arrivati in Polonia, ufficialmente per prendere parte a una missione progettata per “migliorare difesa collettiva della NATO” e sostenere la missione permanente nel Baltico. Ufficiosamente, per rispondere allo spiegamento di forze russe in Bielorussia impegnate in manovre su larga scala. La Russia, come anticipato largamente, più che sul Donbass si sta concentrando nel Mar Nero, precisamente nel Mare di Azov e intorno alla Crimea. L’obiettivo del Cremlino potrebbe essere quello di un blocco navale per i porti ucraini, e sarebbe una mezza azione di guerra.
Il governo russo ha emesso avvisi che indicano ai marinai e gli aviatori di evitare porzioni significative dell’estremità settentrionale del Mar Nero e del Mar d’Azov (quelle in rosso in figura) e che sono effettivi da oggi al 19 febbraio, ufficialmente a causa delle prossime esercitazioni navali a fuoco vivo pianificate da tempo. L’ovvia preoccupazione è che questo potrebbe equivalere a un blocco di fatto delle coste meridionali dell’Ucraina, che a sua volta potrebbe essere parte dei preparativi per il famoso intervento militare russo.

La mappa mostra bene che qualsiasi accesso al Mar d’Azov, che è già in gran parte sotto il controllo russo, nonostante gli accordi formali sull’uso condiviso dello specchio d’acqua tra Mosca e Kiev, dovrebbe passare attraverso una di queste aree di allarme da quando i NOTAM (l’acronimo che indica gli avvisi agli effettivi) diventano ufficiali. Anche l’accesso a gran parte della costa ucraina del Mar Nero ne è interessato. Solo uno stretto canale a ovest, che riflette il confine largo 12 miglia delle acque territoriali dell’Ucraina, offre un’apertura illimitata per il traffico marittimo verso i principali porti ucraini. Gli avvisi dicono che un’altra grande sezione del Mar Nero a sud-ovest della Crimea, che la Russia ha preso dall’Ucraina nel 2014, sarà anche in uso per le esercitazioni di fuoco vivo, ostacolando ulteriormente la libertà di movimento marittimo nella regione.
Una sezione più piccola lungo le coste occidentali della Crimea è a sua volta coperta da NOTAM. Anche se non è chiaro esattamente ciò che la Russia ha pianificato per le sue esercitazioni in una di queste aree, quella zona a ovest della Crimea sembrerebbe adatta a ospitare un’esercitazione di sbarco anfibio. Tre navi da sbarco della marina russa sono entrate tre giorni fa nel Mar Nero, a differenza di quelle che fecero tanto scalpore qualche giorni fa che avevano lasciato il Baltico ed erano entrate nel Mediterraneo.
La Flotta del Mar Nero della Marina russa dispone già, infatti, di un numero significativo di navi e piccoli mezzi da sbarco, insieme ad altre navi da guerra e sottomarini.
È chiaro che in questo momento di tensione così alta ogni movimento degli uni e degli altri potrebbe essere una miccia esplosiva, ma bisogna dire che nel Mar Nero la Russia puntella le acque con esercitazioni militari molti stesso, anche l’anno scorso, compresi NOTAM anche più ampi che avevano riscosso, come sempre, critiche internazionali.
I NOTAM sono programmati per essere revocati proprio intorno alla fine delle Olimpiadi Invernali di Pechino, il periodo che secondo gli americani comprenderà il D-Day dell’invasione.
In generale, i NOTAM servono alla Russia come esercizio di potere nel Mar Nero, un potere che non è affatto in favore di Kiev e che le sterline britanniche vorrebbero da anni provare a riequilibrare finanziando la costruzione di basi navali ucraine, una delle quali letteralmente a un tiro di schioppo dal Donbass.
Chiaramente, come succede per i botta e risposta tra fanteria russa e aviazione NATO, anche i membri dell’Alleanza Atlantica stanno schierando forze navali e di altro tipo nella regione.
Come deterrente, dicono, ma è evidente che sia impossibile trovare un “punto di inizio” nel processo di rafforzamento dei contingenti militari. 

IL FATTORE ENERGETICO

Questi i fatti. Le letture, invece, sono altra cosa. L’Ucraina non vuole fare la guerra.
La Russia non ha il minimo interesse ad invadere l’Ucraina Orientale, men che meno ad arrivare fino a Kiev. Al fronte, in Donbass, si spara meno oggi che un anno fa.
Ben diversa invece la situazione nel Mar Nero, e semmai dovessero esserci delle cause scatenanti, queste afferirebbero proprio il Mar Nero.
È probabilmente la prima volta nella storia in cui un nemico apparecchia in modo così palese e con un sostegno mediatico del genere un attacco ad un altro Paese, come dimostra non solo la ritirata del personale diplomatico dei vari Alleati ma pure il sostanziale, ma non formale, blocco aereo da parte delle compagnie commerciali sui cieli ucraini mentre il Paese è circondato dai russi. È come dire: “Dai, invadete”.
La campagna mediatica è a tratti grottesca, come lo è la comunicazione della data, il 16 febbraio, individuata dai russi per un’invasione. In pratica un’azione di guerra del genere si troverebbe in prima pagina sul New York Times una settimana prima. Come se Putin non fosse un ex-KGB.
Lo sforzo di Emmanuel Macron nel dialogo, da leader europeo più che francese, è encomiabile anche se i frutti sono relativi (o quasi nulli), mentre eloquente è l’ombra che circonda la Germania, Paese che come sappiamo quando si parla di guerra ci va sempre cauta per ovvie ragioni storiche, ma che in questo caso è la realtà più coinvolta nella crisi. Brama l’apertura del North Stream 2 più della Russia ma è anche costretta a dover fare i conti con le pretese USA di invadere l’Europa di GNL (il gas Naturale Liquido), lo stesso che è stato spedito in fretta e furia nelle scorse settimane su delle gigantesche navi cisterna attraverso l’atlantico per fermare l’aumento dei prezzi, e che dall’altra parte dell’Atlantico vorrebbero esportare in misura sempre maggiore in Europa, anche se al momento non è ben chiaro con quale tipo di infrastruttura.
Ecco una delle chiavi della crisi: la contesa energetica.
Tutta l’Europa dipende dal gas naturale russo (per oltre il 40%) e la crisi sta pensando da settimane sulle bollette delle famiglie e delle aziende europee ed italiane. La pipeline North Stream 2 che dal Baltico dovrebbe portare gas direttamente alla Germania raddoppiando di fatto la corsa del gasdotto già attivo, North Stream 1, è un’infrastruttura che non piace agli Stati Uniti, molto interessati a “staccare” più possibile la spina che collega a livello energetico Russia ed Europa (le altre infrastrutture principali, peraltro, passano proprio per il territorio ucraino). Lo stallo di carattere energetico nonostante i provvedimenti emergenziali promessi dall’Unione Europea e dai singoli governi, potrebbe addirittura peggiorare. Le riserve di gas in Germania crollano a un livello “preoccupante”, meno della metà rispetto a due anni fa.
Non a caso la parola “dialogo” (con il Cremlino) è stata quella più ricorrente nei commenti di diversi esponenti europei dopo la missione di Macron a Mosca e Kiev.
Il primo a mostrarsi ottimista, parlando di un “progresso” nelle iniziative diplomatiche, è stato proprio il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Da Kiev gli ha fatto eco il ministro degli esteri spagnolo José Manuel Albarez Bueno, il quale ha annunciato che la Spagna, sulle orme della Germania, non fornirà armi all’Ucraina (al contrario di quello che sembrerebbe voler fare l’Italia), sostenendo che è ancora troppo presto anche per parlare di sanzioni, perché un’invasione russa rimane tra gli “scenari ipotetici che, forse, non corrispondono affatto alla realtà”.
Per ora, dunque, la questione delle sanzioni è un argomento di contesa più all’interno dello schieramento occidentale che non con Mosca. A dimostrarlo è proprio la tormentata vicenda del North Stream 2. Joe Biden è stato chiaro: se la Russia invade, il gasdotto va a monte. Durante una visita a Washington, Scholz però non ha voluto appoggiare esplicitamente l’idea di Biden. I dati del Gas Infrastructure Europe confermano l’allarme che viene da Berlino. L’Europa sta dando fondo alle scorte, e quelle tedesche, la locomotiva del Continente, sono già crollate a circa il 35% della capacità totale rispetto all’83% di due anni fa. Più contenuta la riduzione per l’Italia (45% attuale rispetto al 57% del febbraio 2020).
La partita energetica è di carattere economico, ma anche politico. L’Europa sta da tempo cercando vie di approvvigionamento alternative a quelle che portano alla Russia, come il gasdotto TAP che dal Mar Caspio sfocia in Puglia e che nelle prossime settimane potrebbe vedere la sua portata aumentata, quasi raddoppiata. Ma non basta. Così, gli Stati Uniti temono molto l’apertura del North Stream 2 che concederebbe ancor più potere contrattuale alla Russia che sarebbe in grado di stabilire il prezzo della materia prima in base a ragioni politiche e tenere sotto scacco il Vecchio Continente.
Alternative però al momento, non ce ne sono. Su una cosa però sono tutti d’accordo: altre sanzioni contro la Russia peggiorerebbero la situazione. E una guerra sarebbe disastrosa per tutti.
Insomma, la tensione è altissima ma l’escalation non dovrebbe andare oltre questo livello di allerta, perché più in alto c’è solo una cosa: bombe. Grandi bombe.
La domanda è: chi cederà? E come spiegare ai propri cittadini (e alleati) che alla fine il braccio di ferro lo si è vinto?
Dopo uno spiegamento di forze simile, e dopo il fallimento della diplomazia, visto che nei colloqui le rispettive posizioni sono ferme a mesi fa, sarà difficile “uscirne bene”. La fine delle manovre militari russe, anziché un allarme, potrebbe invece paradossalmente essere il pretesto giusto per rientrare nei ranghi. Putin ha già fatto sapere che le forze militari russe si ritireranno dalla Bielorussia al termine delle esercitazioni. La stessa cosa potrebbe accadere nel Mar Nero e al confine con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. La NATO però, qualche apertura diplomatica dovrà farla.
Non è pensabile che dopo i Paesi Baltici, la Polonia, la Bulgaria, la Romania, quasi tutta la Penisola Balcanica sottratte all’influenza militare russa, dopo i ripetuti tentativi di rovesciare Lukashenko in Bielorussia, dopo il processo di avvicinamento della Georgia, dopo l’EuroMaidan in Ucraina nel 2014, possa continuare a chiudere tutti i dialoghi con Mosca.
Anche perché, oltre a mezzo continente asiatico, la Russia ha l’appoggio di una piccola realtà di provincia che di nome fa Cina.
Girarsi di spalle senza starli a sentire non è saggio, e non si tratta di un approccio antiatlantista alla questione. Gli anni ’70 sono molto lontani, ragionare in politica estera con gli stessi schemi mentali della Guerra Fredda non è salutare specie per una potenza che non riesce proprio a consolidarsi in modo autonomo come l’Unione Europea.
Le crociate adottate negli ultimi anni specie dalle amministrazioni democratiche, guidate prima dal duo Obama-Clinton e ora da Joe Biden con un establishment che ricalca piuttosto fedelmente quello dei predecessori, si sono rivelate spesso dannose per l’Europa, e stante l’importanza di essere parte di un’Alleanza militare come la NATO, l’Unione Europea non può essere come al solito frammentata.
Anche perché, com’è ovvio, i singoli Stati inizieranno a fare ognuno di testa loro. Come sta già facendo ad esempio l’Ungheria, lo stato europeo che dipende maggiormente dal gas russo.
Il 2 febbraio il premier Viktor Orban è volato a Mosca. Un viaggio preceduto dalle dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, Peter Szijiarto, che ha definito “isteria” l’agitazione dell’Occidente intorno alla nuova crisi ucraina. Orban ha cercato un accordo con Putin su un consistente aumento delle forniture di gas russo, sulla produzione del vaccino anti-Covid Sputnik in Ungheria, sulla centrale nucleare che il colosso pubblico russo Rosatom sta costruendo nel Paese e persino di comuni progetti di esplorazioni nello spazio.
Il dossier Ucraina, sul tavolo della discussione, nemmeno c’era. Il paradosso allora è servito: Orban è sì premier di un Paese membro dell’Ue e della NATO ma questo non gli impedisce di cercare da anni la “vicinanza” con la Russia di Putin. Anzi. Da anni, com’è noto, lancia strali contro le sanzioni dell’Unione europea contro Mosca e ripete, almeno sin dal 2017, che la politica anti-russa è ormai “una moda”.
Posizioni opposte, ad esempio,rispetto a quelle dei Paesi Baltici o di realtà dell’Est come Romania (uno dei più importanti riferimenti degli Stati Uniti dal punto di vista della presenza militare) e Slovacchia a chiedere un rafforzamento della Nato nella Regione.

L’ITALIA COME PRIMA LINEA DEL FRONTE

Con le settimane dedicate all’elezione del Presidente della Repubblica, l’Italia è rimasta silente circa la contesa in Europa Orientale. Dopo aver disertato diverse riunioni con i Ministri degli Esteri internazionali, Luigi Di Maio si sta attivando con colpevole ritardo. Ha indetto una riunione dell’unità di crisi del ministero degli Affari Esteri circa la crisi in Ucraina e, come anticipato, ha invitato in via precauzionale tutti i cittadini italiani in Ucraina a rientrare nel nostro Paese con mezzi commerciali. Sulla crisi in sé, però, è stato cauto: “Lavoriamo tutti al fine di evitare un’escalation in Ucraina. Riconosciamo l’integrità territoriale dell’Ucraina ma manteniamo aperto il dialogo con Mosca”. Insomma, una posizione ben più conciliante rispetto al braccio di ferro imposto da Biden. Anche perché, oltre ad avere davvero poco da guadagnare in un eventuale scenario di conflitto, l’Italia avrebbe, come spesso accade, solo da perdere.
Il nostro Paese, secondo i calcoli dell’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, sarebbe coinvolto al 100%, con spese da capogiro. “Nell’infausta eventualità di un conflitto armato in Ucraina l’Italia si ritroverebbe in prima linea con le sue forze armate (terrestri ma soprattutto aeree e navali) che partecipano a missioni NATO a presidio dei confini orientali dell’alleanza atlantica a un costo complessivo di circa 78 milioni di euro”, ha affermato l’Osservatorio.
“L’Aeronautica Militare – specifica Milex – schiera una squadriglia di quattro caccia Typhoon (la ‘Black Storm’) e 140 uomini in una base aera rumena nei pressi di Costanza, a due passi dal confine ucraino, che fino ad aprile svolgerà missioni quotidiane di pattugliamento sui turbolenti e affollati cieli del Mar Nero. La missione di ‘polizia aerea rafforzata’ (che segue quella analoga condotta nei mesi scorsi nei Paesi Baltici) è stata finanziata nel 2021 con oltre 33 milioni di euro e può essere incrementata fino a 12 aerei e 260 uomini”.
L’Osservatorio Milex restituisce un quadro ancora più preciso che si estende dal mar Nero al Mediterraneo orientale: “Il Mar Nero, insieme al Mediterraneo Orientale, è il teatro operativo anche della missione della forza navale permanente della NATO cui la Marina Militare partecipa attualmente con la fregata Fremm Carlo Margottini e con il cacciamine Viareggio, per un totale di oltre 200 marinai e un costo (finanziamento 2021) di oltre 17 milioni di euro. Nel quadrante mediterraneo orientale, dove Mosca sta concentrando una flotta senza precedenti, incrocerà nelle prossime settimane anche la portaerei Cavour con F-35 imbarcati, partecipando a un’esercitazione NATO insieme alla portaerei americana Truman e alla francese Clemenceau. Nelle foreste innevate della Lettonia, altro potenziale fronte caldo in caso di confronto militare con la Russia, nell’ambito della missione NATO ‘Baltic Guardian’ l’Esercito Italiano schiera infine più di 200 alpini della Brigata Taurinense con decine di carri armati ruotati Centauro e cingolati da neve. Fanno parte di un Battle Group di oltre 1.200 soldati a comando Canadese con base a nord di Riga. La missione ha ricevuto oltre 27 milioni di finanziamento nel 2021″.
Con l’uscita dall’Unione da parte del Regno Unito, acceso sostenitore della politica di potenza occidentale nell’area, all’interno dell’Ue nessuno, ma davvero nessuno dei principali Paesi sembra voler sostenere a spada tratta l’approccio di Biden.
Ma anziché concentrarsi in una azione compatta, una volta ancora vengono fuori tutte le lacune di un’istituzione sovranazionale che fuori dai propri confini continua ad avere potere decisionale quasi nullo.