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DIALOGO CON CARLO GALLI SUL ROMANTICISMO POLITICO

– Francesco Subiaco

Confrontarsi col romanticismo in Germania non vuol dire solo indagare un movimento artistico e culturale, o affrontare una tappa fondamentale della propria coscienza nazionale, ma profanare le radici di una identità che nelle figure di Novalis, Holderlin o Schlegel non ha solo dei maestri, dei pilastri, ma degli archetipi culturali. Per questo la critica fatta dal giurista tedesco Carl Schmitt nel suo “Romanticismo politico”, del 1919 da poco ripubblicato per IL MULINO, non è solo una incursione letteraria del pensatore politico più controverso del Novecento, bensì deve essere letta come una resa dei conti filosofica con l’ideologia tedesca per antonomasia e con la patologia europea per eccellenza, poiché nel movimento romantico non si nasconde solo la premessa culturale che ha fatto della Germania l’Amleto d’Europa e che può essere considerata la matrice primigenia del liberalismo, ma il principale sintomo dell’instabilità portata dalla modernità che ha realizzato con la realtà un rapporto poetico e per questo irreale. Una necrologia della morale razionalista e liberale, che ha fatto del romanticismo il suo compagno segreto, dove Carl Schmitt decodifica i lineamenti fondamentali delle nuove ideologie delle lacrime, in cui l’uomo si rifugia incapace di affrontare il baratro dell’eccezione, consolandosi con la parola, a cui l’autore oppone una via nuova, figlia delle riflessioni dei controrivoluzionari, che tramite la decisione vuole indicare la strada per oltrepassare l’abisso del nichilismo, immergendovisi. Un testo capitale da affiancare al Tramonto dell’occidente di Oswald Spengler e alle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann, per capire la crisi del paradigma positivista-parlamentarista che ha condizionato il primo Novecento. Per comprendere meglio un testo così controverso e tagliente abbiamo intervistato il professor Carlo Galli, autore della prefazione e della curatela di Romanticismo politico. Carlo Galli, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Si è occupato di storia del pensiero politico, pubblicando articoli e libri tra gli altri su Machiavelli, Hobbes, Platone, Schmitt. È direttore responsabile della rivista “Filosofia Politica”; Dal 2006 al 2012 è stato presidente del consiglio editoriale della casa editrice il Mulino. Dal 2008 al 2012 è stato presidente della classe di Scienze Morali dell’Accademia delle Scienze di Bologna. Dal 2009 al 2022 è stato presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna. Ha ideato e dirige numerose collane scientifiche presso editori come il Mulino e Laterza. Ha partecipato a convegni e seminari in diverse Università europee, statunitensi e sudamericane. Ha diretto l’Enciclopedia del pensiero politico (Roma – Bari, Laterza, 2000, II ed. 2005). Collabora con periodici culturali e politici in Italia e all’estero, ed è editorialista politico per alcuni dei più importanti quotidiani nazionali. Dal 2018 fa parte del Comitato direttivo dell’Associazione di cultura e politica “il Mulino”. Galli, tra i massimi pensatori del nostro tempo, ha scritto pagine straordinarie su Schmitt, indagandone l’opera e l’idea, come nessun altro, attraverso considerazioni definitive che lo rendono la voce più lucida ed acuta della nostra cultura accademica.

Professor Galli, che cos’è il romanticismo per Schmitt?  Può essere definito spenglerianamente una ideologia delle lacrime che estrania l’uomo dal rapporto con la realtà?

Romanticismo politico è un libro pubblicato nel 1919 che segna il passaggio di Schmitt dalla sua fase giovanile a quella matura: è di poco successivo al saggio su Daübler, e tuttavia prepara sia La dittatura del 1921 sia Teologia politica del 1922. Il romanticismo di cui parla Schmitt non è un termine metaforico né uno qualsiasi dei movimenti che hanno attraversato la storia tedesca, ma per la cultura tedesca è un passaggio decisivo e una bandiera culturale nazionale che ha influenzato artisticamente, filosoficamente e culturalmente l’Ottocento e la prima parte del Novecento, e che si configura come un momento fondamentale per capire l’ideologia tedesca. Il saggio schmittiano prende per oggetto nello specifico Adam Müller, un romantico minore rispetto a un Novalis, a uno Schlegel o un Kleist, e ha come tesi di fondo l’idea che il romanticismo non possa essere capito a partire dall’oggetto romanticizzato, ma può essere decifrato attraverso il soggetto romanticizzante. Per Schmitt il romanticismo è una patologia intellettuale del soggetto moderno che, sradicato dall’ ordine dell’essere, è divenuto, libero e fluttuante, e che oltre ad aver perduto ogni radicamento è incapace di crearne uno nuovo. Il soggetto moderno, nonostante sia caratterizzato dall’autonomia da un ordine tradizionale, è anche segnato dalla pretesa di essere capace di   trovare punti di riferimento solidi che lo rendono in grado di creare un ordine nuovo razionale che abbia al centro il soggetto – singolo o collettivo: individuo, nazione, classe –. Per Schmitt, il soggetto romantico non ha solo ha reciso il suo radicamento con l’ordine tradizionale, ma non è capace di creare un ordine nuovo perché ha perduto per sempre il contatto con la realtà, poiché con essa ha un rapporto “irreale”, ovvero un rapporto “lirico”, “occasionale”, che dissolve la realtà oggettiva trasformandola in emozione. Non è in grado di istituire un rapporto ordinativo concreto tra il soggetto e l’oggetto perché è un soggetto dilatato all’infinito, che in virtù di questa dilatazione, che lo illude di essere un superuomo, è infinitamente passivo perché non tocca mai la realtà: la sua pretesa di essere signore e superiore ad ogni ostacolo reale che faccia resistenza alla capacità poetica del soggetto di trasformando il mondo in poesia, dissolvendolo fa del soggetto romantico il portatore non del Logos, ma di un vaniloquio che fa ruotare la realtà attorno ad esso, parodiandola e distorcendola, che rovescia la sua ambizione in impotenza. Il soggetto moderno è capace solo di creare “emozioni di accompagnamento”, che accompagnano la storia senza vederla o capirla. Esso ha un rapporto occasionale con la realtà, che non vede e concepisce nella sua durezza, potenza, pregnanza, ma solo come un mezzo per la romanticizzazione del mondo e come una occasione per la produzione di una attività lirica. E’ una tesi diversa da quella di Spengler: il problema non è che il soggetto sia in lacrime, ma ciò che è problematico è l’essenza stessa del soggetto e del suo rapporto col mondo.

Quale è il bersaglio e il significato di questa immersione di Schmitt nel romanticismo e quali sono le caratteristiche di questa cecità metafisica che contamina la modernità ed ha nel romanticismo la sua massima rappresentazione?

Questa incursione nel territorio della letteratura ha per Schmitt una valenza giuridica, metafisica e politica, perché il romanticismo è strutturalmente analogo al liberalismo. Schmitt vede nel liberalismo la pretesa che il soggetto libero sia capace di creare ordine politico attraverso “la parola”: non una parola lirica, ma quella delle discussioni parlamentari (a cui dedicherà il suo saggio fortunatissimo sul Parlamentarismo del 1923), ovvero lo stesso errore che compiono i romantici. Tra queste due visioni esiste una identità strutturale, che si basa sull’idea di un soggetto libero che crede di istituire un rapporto con l’oggetto (per il liberalismo, con la politica) tramite una modalità di mediazione “logica”, e per questo non è capace di produrre nessun ordine. La borghesia, cioè i liberali, sono politicamente ineffettuali, una clasa discutidora, come diceva Donoso Cortés, capace solo di discutere. Riprendendo il pensiero controrivoluzionario Schmitt afferma che il romanticismo come il liberalismo non è in grado di afferrare il corso della storia, non ha capacità di porre in collegamento il soggetto e l’oggetto: il soggetto crede di elevarsi sopra l’oggetto, mentre in realtà perde l’oggetto perché non conosce la struttura complessiva dell’essere – che può essere colta solo con l’entrare nell’eccezione attraverso la decisione –. Quella struttura che per i controrivoluzionari è piena (la loro è una metafisica fondativa) per Schmitt è vuota: la modernità ha perso per sempre il fondamento e l’ordine politico può emergere solo dall’abisso della eccezione, attraverso la decisione sovrana orientata a scopi politici concreti, a creare un ordine determinato. I liberali, per Schmitt, non comprendono questo dato strutturale perché vedono il rapporto tra soggetto e oggetto mediato linearmente dalla parola umana, mentre, in realtà, quel rapporto è assolutamente accidentato e scabroso

Quanto nel controrivoluzionario Schmitt è presente un carattere romantico modernista che lo rende il primo vero decostruttore del pensiero giuridico?

I romantici perdono il rapporto con l’oggetto perché sono centrati sul soggetto, in una tautologia senza via d’uscita: il soggetto romantico non sa andare oltre se stesso, e pensa che la poeticizzazione del mondo equivalga a controllare il mondo. Schmitt, invece, non pensa che l’ordine politico possa essere il prodotto della parola, ovvero del contratto originario (come nel liberalismo costruttivistico) e della parola del parlamento (come nel liberalismo parlamentaristico). Non crede ciò non perché sia un controrivoluzionario fondamentalista ma anzi perché pensa che la parola non possa superare l’abisso dell’eccezione di cui è costituita la realtà: solo la decisione lo può, non la poesia né la discussione.  Ma il nesso eccezione/decisione può essere efficace ma è privo di intrinseca certezza: è necessariamente contingente, perché non deriva da un razionale rapporto di causa ed effetto. Il soggetto decidente – il sovrano – instaura con l’ordine che crea un rapporto di indeterminatezza oltre che di determinazione. Non è detto che il soggetto A tramite la decisione possa produrre solo l’ordine A, ma può creare anche gli ordini B, C, D, poiché tra il soggetto e l’oggetto non si stende un substrato ontologico fondativo, conoscibile per causas: non esiste nulla. Si può arrivare all’ordine in molti modi tramite la decisione, e sono tutti ordini contingenti: per questo il decisionismo è intrinsecamente nichilista. L’analogia fra Schmitt e i romantici – da lui aborrita e rifiutata, ma subito vista da molti – sta nel fatto che anche per Schmitt fra il soggetto e l’oggetto non esista una relazione basata sul razionalismo. L’ordine non nasce dalla ragione, dalla mediazione razionale, ma dal conflitto, dall’eccezione, cioè dall’abisso dell’inimicizia, dal rapporto amico-nemico. E questa origine non è esterna all’ordine, ma rimane al suo interno, lo destabilizza mentre lo stabilizza. L’ordine contiene la propria negazione e il proprio nemico, perché l’ordine è contenuto nel grande negativo della modernità. Gli ordini non affrancano dal disordine, ma lo portano sempre con sé poiché sono ordini contingenti, e quindi, in sostanza, sono ordini mortali. E soprattutto orientati: e ciò significa che il diritto perde la propria presunta certezza: gli ordini giuridici hanno una opacità originaria al loro interno che li orienta. Il fatto che per lui il diritto sia sempre orientato spiega perché Schmitt fu fedele all’impero, alla repubblica di Weimar, al nazismo e, se glielo avessero permesso, anche alla repubblica federale: il diritto è una costruzione occasionale, e non ha in sé nulla di assoluto e di certo.  Il “romanticismo” di Schmitt sta, quindi, nel fatto che il rapporto tra il soggetto e l’oggetto (l’ordinamento) è non razionale, ma politico ovvero è una decisione attorno all’eccezione, attorno a quella suprema contingenza che è il rapporto amico-nemico contingenza: certo, per i romantici quel rapporto è “lirico” e non ha la mortale serietà che ha per Schmitt, eppure in entrambi i casi quel rapporto non ha fondamento. Come per il romantico ogni cosa è frutto di una romanticizzazione, per Schmitt ogni ordinamento è la conseguenza di una decisione, due idee diverse che producono lo stesso effetto di insicurezza ed instabilità.

Che rapporto c’è tra Schmitt e Benjamin su romanticismo e politica?

Tra la fine degli anni Dieci e l’inizio dei Venti non è un rapporto personale, né di conoscenza reciproca, nonostante ci sia una convergenza strepitosa. La principale affinità tra Benjamin e Schmitt sta nel sostenere che il metodo con cui si pensa sia un metodo estremistico e non di normalità razionalistica: sono entrambi interni al collasso del positivismo. Quando Benjamin scrive, nel 1920, Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, pur non conoscendo affatto Schmitt dice cose analoghe, ma con un significato opposto. Mentre per l’autore di Romanticismo politico il romantico nella sua intelligenza fluttuante e nella sua fluidità, capace di vincere le leggi della logica, è un perdente perché crede di essere attivo ma in realtà è passivo perché non riesce a toccare la realtà, per Benjamin proprio la capacità romantica di evadere dalla gabbia del razionalismo rende il romantico portatore di una istanza di rottura, capace di non soggiacere alle regole di questo mondo. Benjamin vede nel romanticismo la capacità di accedere a una ermeneutica assoluta e a una interpretazione infinita della polisemia del reale: il romantico fa esplodere la realtà, non vedendola in modo limitato, determinato, ma anzi facendo emergere le infinite ulteriori possibilità che la ragione moderna ha neutralizzato.  La forza della critica romantica, per Benjamin, destabilizza il reale attraverso la sovrabbondanza dei significati e delle possibilità mentre per Schmitt la debolezza del romanticismo sta proprio nel perdersi in questa pretesa di sovrabbondanza e nel non saper vedere la minacciosa e nichilistica serietà della realtà. E quindi dall’analisi del romanticismo esce per Schmitt un moto ordinativo, mentre da parte di Benjamin esce un moto sovversivo, rivoluzionario.

“Intervistare gli irregolari è fondamentale per ragionare meglio”: Gianmarco Aimi e il valore dell’intervista

– Francesco Latilla

Gianmarco Aimi, tra le giovani firme più interessanti del giornalismo nostrano, è lo sguardo che fortunatamente ancora esiste in questo campo. Una penna che non si accontenta del semplice chiacchiericcio in forma d’intervista ma invece tenta di riportare alla luce la galassia interna a determinate figure strane e dalle mille contraddizioni che rispondono al sacro nome di “artisti”. Aimi si tuffa nelle storie da raccontare con la cultura e il modo di intendere l’intervista come nel passato, partendo dalla concezione di mestiere che è alla base di un lavoro artigianale come quello del giornalista, ma con uno sguardo verso il futuro e a volte anticipando i tempi. Dopo la collaborazione con Il Fatto Quotidiano arriva a scrivere per Rolling Stone e Mow. In questo nostro dialogo abbiamo cercato di cogliere gli aspetti fondamentali di una sana intervista e cosa davvero significa oggi essere un giornalista.

Perché qualcuno dovrebbe voler diventare un giornalista al giorno d’oggi?

Questa è una bella domanda. Parto col dire che sconsiglierei a tutti di fare il giornalista se non ci credono davvero, se non pensano che questo possa essere il loro lavoro, anche perché a volte diviene una missione personale. Non si tratta soltanto di un lavoro, preferisco la definizione di “mestiere” come si usava un tempo chiamare gli antichi mestieri e quindi sono legato ad una visione artigianale. Oggi tutti provano a mascherarsi da giornalista, anche coloro che in realtà non vogliono fare questo nella vita ed infatti la macchina del giornalismo la trovo ingolfata di tantissima gente e questo è dovuto anche al fatto che le testate pagano sempre meno e tutti ci provano, anche per farsi conoscere. C’è anche chi svolge un altro lavoro nella vita e per passione si dedica alla scrittura giornalistica. Diciamo che i veri giornalisti sono coloro che cercano di andare oltre lo scrivere semplicemente per esserci, per apparire, insomma si tratta più di un lavoro di ricerca che tenta di fornire diverse chiavi di lettura al pubblico. È un lavoro che non ha a che fare col marketing e lo sconsiglio perché oggi è abbastanza difficile riuscire ad avere una retribuzione che possa mantenere te ed una eventuale famiglia ma dall’altro lato per me si tratta del lavoro più bello del mondo.

Scrivi per testate importanti e hai intervistato personalità influenti e diverse tra loro. Qual è stata l’intervista che più ti ha reso soddisfatto?

Sicuramente quella a Piergiorgio Bellocchio per “L’inchiesta” che risale ad alcuni anni fa. Prendo questa come riferimento perché trovo che ci sia proprio tutto ciò che io desidero da un’intervista ossia un personaggio da (ri)scoprire, una figura non appartenente al mainstream e che magari è stato accantonato per tanti motivi. Poi facendola dal vivo ed essendo entrambi piacentini ho potuto scavare meglio proprio perché ci siamo trovati su una stessa linea d’onda. Infine, dato che si tratta di una delle prime interviste svolte in uno stile approfondito, senza tener conto del numero di battute, riportando il dialogo come un flusso di coscienza tra me e lui, è sicuramente quella che ricordo con più affetto.

Cosa ricerchi attraverso un’intervista?

Ad un certo punto della mia vita mi sono trovato senza lavoro perché ha chiuso la radio per cui lavoravo e si è interrotta la mia collaborazione con “Il Fatto Quotidiano”. Siccome era tanto forte la mia voglia di tornare nel giornalismo ho incontrato dei personaggi e partendo da semplici chiacchierate sono venute fuori delle nuove interviste. Per cui mi sono accorto che non si diventa artisti per caso o perché lo si vuole ma invece lo si è a causa di vite particolari, di scelte che sono state fatte prima di creare un’opera e quindi la mia ambizione sta nel tirare fuori dalla loro memoria la genesi della loro creatività e delle relative opere. Cerco di scavare nella personalità dell’intervistato, artisti per la maggior parte, per tirare fuori quel che davvero sono queste figure da un punto di vista personale. Un tempo si cercava di fare delle interviste per mostrare qualcosa di originale della figura in questione studiandola a fondo prima di tutto, sia la vita che le opere. Oggi si è perso un po’ questo modo di concepire le interviste, forse per il fatto che ormai tutto deve essere veloce e pronto per il giorno dopo o addirittura un’ora dopo. Per quanto mi riguarda posso dire di aver recuperato lo spirito del passato e quindi di valorizzare l’intervista come genere giornalistico.

Spesso i personaggi da te intervistati sono degli irregolari, dei politicamente scorretti come il già citato Massimo Fini ma anche Morgan, Isabella Santacroce, Stefano Bonaga, Enrico Ruggeri, Giovanni Lindo Ferretti. In un’era stracolma di presunti buoni, quanto serve invece essere dalla parte sbagliata?

Credo sia fondamentale per riuscire a ragionare bene. Anni fa mi sono accorto che leggere i giornali o le testate online che la pensavano come me, seguire soltanto i personaggi che erano del mio mondo non mi dava più nulla e allora ho cominciato a cercare figure che potevano pensarla diversamente da me e con i quali potevo anche trovarmi in disaccordo e devo dire che tutto ciò mi ha arricchito. Ho cercato personaggi scorretti, controversi, controcorrente che dessero a me e soprattutto al lettore delle chiavi di lettura originali sul mondo e credo sia stata una grossa crescita dal mio punto di vista.  MI hanno anche portato molta fortuna facendomi ritornare nel giornalismo. Insomma, posso dire che uscire dai soliti schemi ha pagato sia per un mio interesse personale, tornare a divertirmi con quello che era il mio lavoro primario, e anche per i lettori che sono rimasti stupiti ed hanno apprezzato il mio modo di introdursi nelle storie. La mia ricerca è nel riscoprire coloro che sono usciti dal grande mercato oppure portare alla luce qualcuno di nuovo, anticipando i tempi, come la filosofa Ilaria Gasparri la cui intervista è stata la più letta di Rolling Stone per vari giorni o Mattia Tarantino, un poeta giovanissimo che ho paragonato a Rimbaud. Il contemporaneo è importante per me però sento che è già troppo abusato da chi giornalmente fa un lavoro standard.

Quali sono i lampi di genio che possono venir fuori dal dialogo con uno di questi personaggi?

Guarda, io in realtà non li definirei neanche personaggi perché altrimenti li confonderei con quelli televisivi che puntano solo all’immagine. Invece li chiamo per quello che sono, artisti. Dialogando con loro ti accorgi che non riuscirai mai a delineare un vero profilo, sono come un fiume che scorre, li incontri un giorno e credi che in trentamila battute riesci a coglierne tutte le sfumature ma poi li ritrovi l’anno dopo e cambiano tutto. Sono in completa trasformazione, certe volte non sono neanche d’accordo con quanto hanno detto qualche mese prima addirittura. Per quanto riguarda Morgan, credo sia uno degli artisti più originali non solo dal punto di vista musicale ma anche perché ad ogni domanda di qualunque argomento riesce a spiazzati per la sua cultura, infatti penso anche che sia molto sottovalutato. Devo dire che gli artisti veri sono persone scoperte, perché si spogliano completamente a differenza delle star televisive e non hanno paura di raccontare determinati passaggi della loro vita. Citando Aurelio Picca, un grande scrittore che ho intervistato, è come se gli artisti avessero una ferita che tutti possono vedere ma che li nobilita e non li rende fragili ma più veri.

Un tuo ricordo di Antonio Pennacchi?

Quando ho saputo della sua scomparsa mi sono davvero commosso perché l’intervista che gli feci fu molto particolare. Nel lavoro del giornalista servono tanti fattori tra cui l’intuito nel capire quando scrivere di una determina cosa o di una persona. Non appena venni a sapere che sarebbe uscito il suo nuovo libro “La strada del mare” proposi un’intervista e il suo ufficio stampa non mi fece sapere nulla e non so perché. Allora sono andato sulle pagine bianche, ho trovato il numero del telefono di casa sua e l’ho chiamato. Di questa storia mi ha stupito il fatto che ho sentito di dovergli fare quell’intervista e dopo un mese è scomparso e quello che mi ha toccato di più è che lui dopo tanti anni di successi nella letteratura, dopo il Premio Strega, sognava ancora di notte i suoi compagni di fabbrica. In fondo è rimasto fino alla fine quell’operaio lì, incazzato.

 

Dalle restrizioni al collasso economico, tra patrimoniali occulte e pandemie legislative, per molti in Italia la proprietà è ancora un furto. Dialogo con Giorgio Spaziani Testa

– Francesco Subiaco

 

Troppo ricchi, troppo poco tassati, troppo egoisti. I proprietari per la stampa sono una creatura ibrida tra il conte Dracula e i nobili usurpatori dell’Ancient Regime. Individui che vivono in suntuosi castelli impermeabili ad ogni redistribuzione della ricchezza, privilegiati nella loro condizione di possesso di beni immobili che per il furore pauperista andrebbero espropriati come i terreni della chiesa ai tempi del Terrore. Ma è davvero così? La realtà è ben diversa, in questa epoca di woke capitalism il settore immobiliare è particolarmente vessato e ostaggio delle espansioni del governo, che preferisce concentrare la propria attenzione sui piccoli proprietari e locatori, piuttosto che spostare le proprie mire sul mondo finanziario, sulle grandi speculazioni, sui feudatari della pubblica amministrazione. Un esempio di tale impostazione è la proposta dell’introduzione della revisione degli estimi  nella legge delega, che introdurrebbe di fatto una patrimoniale occulta che affossa ulteriormente il settore immobiliare, dando una eccessiva discrezionalità all’attività del governo. Per parlare di questi temi abbiamo deciso di sentire la voce dei padroni, anzi dei proprietari, il presidente di Confedilizia: Giorgio Spaziani Testa. Spaziani Testa non ha il profilo alla Mr. Burns che si assocerebbe al suo ruolo. Alto, colto, acuto, discorre con disinvoltura, concedendo momenti di tagliente ironia che si alternano ad una lucidità fredda, profonda, che non ama ornarsi di inutili fronzoli, dei bonari ed ipocriti giochi di perifrasi e non detti tipici degli uomini dell’establishment. È un liberale e non ha intenzione di nasconderlo poichè per lui la libertà non può separarsi dalla proprietà, dalla connessione con quell’Atlante, fatto di produttori e imprenditori, che randianamente reggono il cielo della società dei consumi. In opposizione con quei personaggi che si rivelano solo come dei borghesi con sensi di colpa, che consolano le masse affamandole con un sottofondo umanitario e civile, non ha mai risparmiato critiche, rettifiche, stroncature verso quei provvedimenti in antitesi con il culto della libertà, prima fra tutte la riforma del catasto 

Perché Confedilizia ha manifestato perplessità sulla riforma del catasto?

Per due motivi sostanzialmente. Il primo, apparentemente formale, è poiché la maggioranza aveva deciso di non inserire la revisione del catasto all’interno della legge fiscale. Il secondo motivo, per entrare nel merito, è perché, come si può dedurre dal testo, essa introduce a lungo termine un aumento della patrimoniale sugli immobili, ovvero l’IMU, come del resto emerge da una relazione del Ministero dell’economia. Tale revisione è prevista per dare seguito alle richieste della Commissione Europea, che per diminuire la tassazione del mercato del lavoro vuole aumentare le tasse sugli immobili, attraverso l’aggiornamento del catasto. A queste motivazioni va aggiunto il fatto che nel testo di proposta di revisione del catasto, inserita nel disegno di legge delega, lascia troppi spazi di libertà e discrezionalità ai governi che successivamente dovrebbero applicarla. Mostrando una connotazione fortemente patrimoniale in contrasto con una idea di catasto reddituale come a nostro avviso dovrebbe essere.

Secondo lei che effetti potrà avere tale riforma sulla classe media?

A mio avviso ci sarà un aumento generalizzato del prelievo fiscale che potrà, forse, creare una redistribuzione della ricchezza, che però non giustifica un danno così ingente al settore immobiliare, ricordiamoci che dal 2012 in poi, data successiva all’introduzione dell’IMU, il prezzo degli immobili è caduto vertiginosamente. In questo momento sia all’interno dell’attuale ex centrodestra, sia nella maggioranza (Lega e Forza Italia) sia nell’opposizione (Fdi) si sono mobilitate per evitare tale stravolgimento, che di fatto calpesta le decisioni prese in passato dal Parlamento, cercando di soprassedere su di essa. Non so se accadrà…

“Non è il momento di cedere a questa voglia di libertà”. Può commentarci questo intervento, proveniente da un senatore della repubblica, su cui si è espresso nei giorni passati?

Questa è una dichiarazione, di un senatore in Parlamento detta per rispondere ad alcune affermazioni contro i provvedimenti degli ultimi giorni sulla sicurezza e le limitazioni della libertà. Una dichiarazione che sintomatica di un clima assurdo di limitazione eccessiva delle libertà dei cittadini, che non sono solo economicamente dannose, ma anche preoccupanti dal punto di vista etico valoriale. Preoccupazioni che vengono accompagnate da un clima di minimizzazione di ogni allarme che sottolinea ancor di più una deriva da non sottovalutare della nostra società.

Alla luce di queste considerazioni come giudica la gestione del sistema paese, da parte degli ultimi governi, sia dal punto di vista generale, sia da quello relativo all’immobiliare?

In generale c’è stato e c’è tuttora una eccessiva espansione dei perimetri dell’intervento statale nella vita dei cittadini, di cui francamente non si sentiva il bisogno, un pericolo che già alla vigilia del 2020, abbiamo sottolineato con un appello contro la “pandemia statalista”, ideato da persone come Carlo Lottieri e Corrado Sforza Fogliani. Un appello con cui si voleva rimarcare il pericolo con la motivazione (o scusa se vogliamo) della pandemia per attuare una ingerenza pervasiva per espandersi mentre si abbassavano le difese dei cittadini, colpiti dall’emergenza. Attenzione come Confedilizia non abbiamo negato a priori interventi o contromisure, che in alcuni campi abbiamo apprezzato ed anche richiesto, ma allo stesso tempo tali misure devono essere l’antidoto per l’eccezione temporanea non l’occasione per una regola permanente. Soprattutto molti dei successi di questi anni sarebbero stati mantenuti, se non migliorati, con una maggiore apertura verso lo snellimento della burocrazia e dell’economia. Mentre abbiamo notato un meccanismo marcatamente basato sui sussidi che nascondendosi dietro al Totem del PNRR, ad una vera e propria ricostruzione hanno preferito una poco efficace manutenzione.

La strada dell’inferno, come direbbe Marx, è lastricata di buone intenzioni?

Purtroppo, si. Soprattutto nel settore immobiliare.

Da sempre lei si batte per i valori liberali riformisti, in un paese da controriforma permanente. Quali cambiamenti e provvedimenti auspica per il nostro paese?

È necessario cambiare approccio sia dal punto fiscale sia sul piano normativo. Da una parte attraverso un intervento netto e coraggioso sulla tassazione e non micro-interventi irrilevanti. Dall’altra attraverso una vera deregolamentazione dei vincoli legislativi, in particolare nel settore immobiliare tramite misure forti come la flat tax degli affitti, o cedolare secca, da estendere ai locali non abitativi come i piccoli locali commerciali, attualmente in grave difficoltà. Soprattutto tramite una liberalizzazione dei legami contrattuali, che ancora si basa su leggi del 1978, incapaci di fronteggiare i cambiamenti del mercato, introducendo maggiore parità tra le parti per stimolare l’economia.

In questo c’è forse un substrato ideologico che ritiene responsabile?

Assolutamente sì. Molti considerano i proprietari il bersaglio prediletto per interventi come l’aumento della patrimoniale, nonostante tali slanci non avvengano per i detentori di grandi portafogli di titoli ad esempio. Attacchi di invidia sociale che provengono sia da chi ne possiede le motivazioni, sia da parte chi sfrutta questa situazione per i propri interessi. Per qualcuno la proprietà è ancora un furto. Basti pensare alla situazione drammatica del blocco degli sfratti, che sta trasformando in carta straccia molte sentenze.

Quali sono i riferimenti culturali di Giorgio Spaziani Testa?

Sicuramente gli autori del pensiero liberale, Von Mises e Von Hayek, ad esempio, che stiamo promuovendo con Carlo Lottieri e Sandro Scoppa attraverso la nascita di una collana dedicata alla proprietà per l’editore Rubettino. Se dovessi citare due titoli direi “La ribellione delle masse” di Ortega y Gasset e “Burocrazia”.

 

 

 

 

ETTORE MARIA COLOMBO: “LA CONSULTA HA SBAGLIATO SU EUTANASIA E CANNABIS”

– Tommaso Alessandro De Filippo

Abbiamo intervistato Ettore Maria Colombo, storico ed esperto cronista parlamentare, al fine di comprendere le sue prospettive ed analisi sullo stato attuale delle istituzioni italiane e dei partiti politici che, con cura e dedizione, ogni giorno osserva ed ascolta. Ad oggi, è collaboratore del Quotidiano Nazionale e curatore di un interessante blog personale, intitolato “L’uovo di Colombo”.

Colombo, può esprimerci la sua opinione sulla decisione della Consulta di rifiutare i quesiti su Responsabilità civile dei Magistrati, Eutanasia e Cannabis legale?

Il presidente Amato aveva pubblicamente auspicato nella non ricerca del “pelo nell’uovo” per l’esame degli 8 quesiti referendari. Credo che questo scenario si sia purtroppo avverato. Con il rifiuto di Eutanasia e Cannabis soprattutto si è persa l’occasione di avvicinare i cittadini, in particolar modo i giovani, ad una importante occasione elettorale. Non comprendo le ragioni di tale avversione verso due legalizzazioni che in numerose nazioni europee e mondiali non sono da anni più un tabù. La speranza sarebbe quella di assistere ad un dibattito parlamentare incentrato su queste tematiche, che ritengo purtroppo difficile da ottenere a breve termine.

Ritiene che la maggioranza attuale abbia coesione ed equilibrio adatti per proseguire il proprio lavoro fino al termine della legislatura?

Fino a poco tempo fa le avrei risposto di si, ma adesso devo ricredermi. La plateale polemica messa in scena da Draghi in questa settimana, per delle ragioni politicamente ordinarie o quasi e non catastrofiche, che ha addirittura comportato la salita al Colle del premier denota l’assenza di serenità in maggioranza. Con un esecutivo composto da partiti divisi su temi complessi come il fisco si rischiano nelle prossime settimane nuovi incidenti più gravi di quello avvenuto recentemente. Eventualità che potrebbe comportare anche una crisi di governo vera e propria.

Crede che in vista delle prossime elezioni politiche sarà varata una nuova legge elettorale?

Abitudine politica italiana ben assodata è quella di varare le leggi elettorali sul finire della legislatura. Pertanto, è possibile che nei prossimi mesi si assista ad un dibattito politico in tal senso. Dipenderà però molto dal momento del ritorno alle urne, dato che in caso di elezioni anticipate non ci sarebbe il tempo tecnico per applicare una riforma simile. Con l’andata a scadenza naturale della legislatura si potrebbe arrivare ad una nuova legge elettorale, anche se nei mesi finali dell’anno c’è da varare la legge di bilancio che sottrae non poco tempo ai parlamentari. Inoltre, l’ipotesi di un ritorno al proporzionale vede l’opposizione netta di gran parte del centrodestra ed anche di una fetta dei centristi, che non desiderano assolutamente uno sbarramento alzato al 5%.

L’immagine di istituzioni, partiti e parlamento così divisi e distanti internamente, all’apparenza distanti dalle reali esigenze popolari, rischia di amplificare il malcontento dei cittadini che si tramuta poi in astensionismo elettorale?

Dipende. Io credo che una larga fetta di cittadini, in particolar modo i più giovani, sia oggi maggiormente attenta ai temi politici nazionali. Ad esempio, osserviamo spesso le nuove generazioni impegnate in manifestazioni, proposte ed iniziative che denotano interesse verso lo scenario istituzionale ed i temi che spetta alla politica affrontare. Certo, la problematica della distanza tra rappresentanti delle istituzioni e cittadini è una vecchia storia, ma io sono fiducioso per il futuro e ritengo che le prossime elezioni nazionali abbiano una grande importanza, che il popolo italiano saprà cogliere.

In chiusura, le chiedo di descrivermi le sue impressioni da giornalista e le difficoltà lavorative incontrate con l’avvento dell’emergenza pandemica..

Riguardo la tematica pandemica non ritengo di potermi esprimere, dato che non l’ho seguita ed analizzata lavorativamente. Credo che su alcune emittenti televisive si sia dato spazio ad esponenti e figure che metto al pari dei terrapiattisti, con convinzioni antiscientifiche e folkloristiche che non ho condiviso assolutamente. Quanto alle mie sensazioni professionali, devo dire che sofferto come tutti la situazione emergenziale, perchè svolgere il ruolo di cronista politico senza dialogare di persona con parlamentari e non vivendo i palazzi del potere dall’interno è piuttosto complesso. Mi auguro la pandemia possa volgere presto al termine e permetterci di tornare ad uno scenario di vita lavorativa normale.

PROF. NATALINO IRTI: “MI AUGURO IL RITORNO DI UNA CULTURA POLITICA IN ITALIA”

– Tommaso Alessandro De Filippo

Il prof. Natalino Irti è nato ad Avezzano il 5 aprile 1936. Ha frequentato il Ginnasio – Liceo Torlonia nella città nativa. Allievo del grande giurista Emilio Betti, – dopo aver conseguito la libera docenza universitaria nel 1965 –  vince, nel 1967, il concorso per professore ordinario. Ha insegnato, sempre come titolare di cattedra, nelle Università di Sassari, Parma, Torino, e, dal 1975, nell’Università di Roma ‘La Sapienza’, dove ora è professore emerito di diritto civile. E’ socio nazionale dell’Accademia dei Lincei, e membro di altri sodalizî scientifici. Presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, fondato da Benedetto Croce. Ha pubblicato monografie, corsi di lezioni e libri di cultura filosofico-giuridica, che hanno suscitato larghi dibattiti e sono stati tradotti in molte lingue straniere. Intenso il suo rapporto con i filosofi: ne sono nati due volumi: Dialogo su diritto e tecnica, con Emanuele Severino; e Elogio del diritto, con Massimo Cacciari. Discontinua, ma ininterrotta, è stata, ed è, la sua collaborazione a quotidiani italiani (Corriere della Sera, il Sole/24 Ore). Ha ricoperto numerosi incarichi nel sistema finanziario, tenendo per sette anni (1987 – 1994) la presidenza del Credito Italiano. Svolge la professione forense in ispecie dinanzi alla Corte di Cassazione, ed è tra gli arbitri più richiesti nel nostro Paese. Pertanto, averlo intervistato rappresenta per noi una preziosa opportunità di formazione.

 

Prof. Irti, in che modo valuta le scelte del governo italiano in materia di restrizioni e prolungamento dello stato d’emergenza, che di fatto si è tramutato in uno stato d’eccezione?

L’emergenza appartiene alla ‘normalità’ della storia, che conosce inattesi eventi umani e naturali. Ma, reiterandosi nel tempo, assume il grave carattere di ‘eccezione’, e segna la crisi di un sistema.

Può esprimerci un suo parere sulle decisioni della consulta in merito alle 8 proposte referendarie, incentrate su giustizia, cannabis ed eutanasia legale?

C’è un limite di sistema, oltre il quale il diritto vigente può soltanto tacere. ‘Rimane silenzioso, senza parole’, diceva l’acutissimo Carl Schmitt. Allora irrompono altre forze politiche, e si ricompone un nuovo ordine di rapporti.

Dal suo punto di vista quale sarebbe la riforma di ambito giudiziario di cui l’Italia ha urgente bisogno?

La riforma più grave riguarda il diritto penale. L’asse del sistema sanzionatorio deve spostarsi dalla reclusione al risarcimento del danno, o ad altri rimedî di carattere civilistico e amministrativo. La sanzione restrittiva della libertà fisica deve giungere come estrema ed eccezionale risposta del diritto.

Si augura una nuova stagione di riforme costituzionali in Italia che possano favorire maggiore rappresentanza dei cittadini e più equilibrio istituzionale?

Prima delle riforme costituzionali, c’è da promuovere o augurarsi una nuova cultura politica, un fervore di idee, capace di identificare i partiti e di rafforzarne la scelta.

COSÌ PARLÒ SENECIONE

 -Francesco Subiaco

 Ci sono libri che riescono a raccontare che cosa vuol dire “filosofare” meglio di centinaia di manuali scolastici. Uno di questi testi è sicuramente il Senecione. Forze e debolezze della filosofia di Sossio Giametta (Liberilibri). È un’opera che si struttura come dialogo filosofico tra il pensatore Senecione (alter ego di Giametta), Taliarco e la sua giovane figlia (Sara), sulla filosofia; in cui la ragazza, su consiglio del padre, di fronte ai dubbi e alle grandi domande suscitate dall’adolescenza, si confronta con Senecione per scoprire le finalità e le caratteristiche della “più nobile ed inutile” delle discipline umane. Ma che cos’è la filosofia? Per Giametta essa è terapia, è la cura dell’uomo di fronte alle grandi domande dell’esistenza ed ai turbamenti della realtà, che permette di aprire le coscienze alla razionalità, alla riflessione. È un destino a cui non si arriva “per programma”, ma per qualche problema personale, a seguito di un turbamento, come nel caso del protagonista del dialogo, che, a causa degli sconvolgimenti causati dalle adenoidi, ha trovato una cura e salvezza nelle opere di Goethe e Spinoza di fronte ai cambiamenti ed ai problemi provenienti da uno sviluppo cognitivo non graduale ma a sbalzi, “a singhiozzo”. La filosofia o dimensione razionale è comunque una parte costitutiva dell’uomo, come un muscolo o un organo. Essa, oltre ad illuminare la realtà, cerca di rappresentarla, di organizzarla secondo schemi umani, antropomorfizzando il caos di un mondo inumano. Questa filosofia però non si fa mai sistema, ma riprende le lezioni dei grandi pensatori del passato, da Bruno a Spinoza, da Nietzsche a Spengler, sulla centralità della natura, il panteismo, la crisi dei valori occidentali e il tramonto dell’Occidente. Poiché per il pensatore di Frattamaggiore la filosofia moderna non nasce con il razionalismo (razionalismo e empirismo sono una biforcazione posteriore), bensì con il Rinascimento, con l’idea di sostituire Dio con la natura, la teologia con la filosofia, le anime con gli uomini empirici . Dunque l’iniziatore della filosofia moderna non è Cartesio, ma Giordano Bruno. Bruno è seguito da Giulio Cesare Vanini, poi da Spinoza, che rovescia l’ordine teocratico, e alla fine da Feuerbach e Nietzsche, approdo finale della crisi e incarnazione del tramonto dell’occidente, illustrando quello che è il pensiero di Giametta: l’essenzialismo-organicismo. La filosofia però, nel Senecione non ha solo solo forze e virtù, ma ha anche limiti, debolezze, cade in illusioni di cui i filosofi sono i primi artefici. In questa seconda parte, delle “Debolezze”, Senecione avverte la giovane Sara che l’uomo è prigioniero delle sue chimere: dall’illusione di poter cogliere la verità, a quella di poter essere originali e rivoluzionari distaccandosi dal corso irrefrenabile della storia, poiché “la filosofia integra la storia”, quando crede di poter frenare il corso della storia. Il Senecione registra vari errori dei filosofi, dalla “gaffe” dell’eterno ritorno di Nietzsche al fideismo reazionario di Pascal, passando per la critica agli eterni di Severino e mostrando altre debolezze e crepuscoli dei pensatori. Ma queste debolezze non rendono meno importante e nobile la filosofia. La mostrano solo nella sua integrità e nei suoi limiti. Nel Senecione Giametta compie un suo piccolo capolavoro che più che rappresentare la solennità e il congedo tipico del testamento ha la vitalità e la chiarezza del manifesto. Oltre a spiegare e comunicare le idee del suo autore, esso riesce a suscitare interesse e stupore per il potere straordinario di raccontare le grandi domande sull’uomo e il mondo. Dopo tutto, come affermavano i filosofi classici, la filosofia è la risposta ad un atto di meraviglia e questo testo di Giametta dalla prima all’ultima pagina non riesce a fare smettere il lettore di stupirsi e quindi di pensare.

 

 

SOSSIO GIAMETTA E ZARATHUSTRA

“Così parlò Zarathustra” è il controvangelo della caduca infinità dell’uomo, in cui Friedrich Nietzsche fonda una religiosità laica per superare la crisi della religione della società occidentale vittima del nichilismo. È un testo che segna l’approdo finale di quel processo di secolarizzazione che caratterizza l’età moderna e che ha sostituito   Dio con la Natura, la teologia con la filosofia, la fede con la razionalità. È “una sacra scrittura” (Peter Gast) che, dopo lo “smantellamento” delle false credenze  invalse per secoli e millenni per mezzo delle tre grandi opere aforistiche:  Umano troppo umano, Aurora e La gaia scienza, costituisce la pars construens del pensiero nietzschiano, che nella sua apparente contraddizione rappresenta il vero fine dei testi precedenti, poiché Ilfuturo dà la legge al presente, come dice Nietzsche stesso, pur senza applicarlo a sé. Le tre suddette opere aforistiche fanno tabula rasa delle morali e religioni, tradizioni e istituzioni, sistemi filosofici, creando le condizioni per la nascita della religione della terra e della caducità. Per meglio comprendere l’esegesi di questo controvangelo abbiamo intervistato Sossio Giametta, che con il suo “Saggio sullo Zarathustra”(Aragno) ha scritto una esegesi del testo nietzschiano fornito di un commento integrale dell’opera.

Perché dici che Nietzsche non è un filosofo in senso stretto, ma un moralista, mentre Spinoza e Schopenhauer sono veri filosofi?

Spinoza e Schopenhauer sono senz’altro veri filosofi: Spinoza perché ha fatto con L’Etica il sistema più potente dell’età moderna, col quale, oltre che con la critica biblica del Trattato teologico-politico, ha rovesciato l’ordine teocratico realizzando la vocazione fondamentale della modernità: la secolarizzazione; Schopenhauer perché la sua filosofia, con la scoperta dell’irrazionale, ha cambiato per sempre il corso della filosofia occidentale. Ha dunque torto Nietzsche di affermare, nell’aforisma 33 delle Opinioni e sentenze diverse, che Schopenhauer non era un filosofo ma un genio moralista. Certo, Schopenhauer era anche un genio moralista, ma in aggiunta, non in sostituzione del genio filosofico, così com’era inoltre, sempre in aggiunta, grande stilista, cioè un artista, che fa del suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, l’opera forse più bella della storia della filosofia occidentale: il romanzo tragico dell’umanità, e dà con un’opera atea un vero brivido religioso. Nietzsche invece non è un filosofo in senso tecnico, perché ha negato la logica, che è lo strumento fondamentale della filosofia. Essa è per lui una macchina autoaffermativa che rende pensabile quello che non lo è, cioè la realtà, di per sé inafferrabile; ha negato il valore logico dei concetti, che per lui sono solo immagini. In luogo dei concetti e della logica afferma l’introspezione e la psicologia come morfologia e teoria evolutiva della volontà di potenza, che, nell’aforisma 23 di Al di là del bene e del male, egli definisce signora delle scienze, per preparare la quale esistono le altre discipline. Dunque egli distrugge la filosofia, ossia lo studio della realtà di cui l’uomo è parte, e afferma lo studio dell’uomo sull’uomo immerso in ciò che è altro da sé (la cosiddetta“realtà). Quindi è un moralista che si  fonda non sulla logica ma sull’esperienza.

 Nel complesso delle opere nietzschiane che ruolo ha lo Zarathustra e quali cambiamenti porta?

Ogni essere vivente cela in sé un programma: il bruco diventa farfalla, la ghianda diventa quercia, Nietzsche diventa l’autore dello Zarathustra. Dunque lo Zarathustra è il programma realizzato di Nietzsche, e ciò perché il futuro dà la legge al presente, come egli stesso dice senza tuttavia applicarlo a sé. Cioè tutto quanto quello che precede lo Zarathustra porta allo Zarathustra. Questo contiene la sua religione della terra, opposta alla religione del cielo, la sua religione del corpo opposta a quella dell’anima, e quella della vita caduca opposta a quella dell’immortalità. Egli esalta l’individuo in carne e ossa contro la sostanza e il substrato. Le tre grandi opere aforistiche che precedono lo Zarathustra sono fatte per spianargli la strada criticando le false credenze e le illusioni, menzogne e ipocrisie delle tradizioni e istituzioni, le morali e le religioni, Lo Zarathustra compie il processo di secolarizzazione scatenato come reazione alla decadenza della Chiesa dai filosofi italiani della natura, che è la  colonna vertebrale dell’età moderna, e che quindi con lo Zarathustra si completa, completando la stessa età moderna. Quest’opera è dunque un controvangelo mondano e si può definire una sacra scrittura, come la definì Peter Gast a Nietzsche che si tormentava su quale potesse essere il suo significato..

 Nei saggi lo Zarathustra è definito come l’inizio di una religione laica, quali sono le caratteristiche del vangelo di Friedrich Nietzsche? E chi sono gli apostoli o i continuatori di questa religione secolare?

 Le caratteristiche della religiosità laica sono quelle sopra elencate: il corpo contro l’anima, la terra contro il cielo, la vita caduca impregnata di infinità ed eternità contro l’immortalità, la sostanza, il substrato. Gli apostoli sono soprattutto Giordano Bruno, Giulio Cesare Vanini, Spinoza, Feuerbach, Nietzsche. I successori tutti quelli  che hanno seguito e seguono tale filosofia, come Benedetto Croce e Bertrand Russel.

 Mazzino Montinari definisce questo testo “nella sua abbagliante chiarezza il più oscuro di Nietzsche”. In cosa consiste la sua chiarezza e oscurità, può farci degli esempi?

 Quando la chiarezza è abbagliante non è tanto chiara, come quella del sole che non si può fissare. Ma l’oscurità è soprattutto la ricchezza stratificata dei significati che quest’opera racchiude, poco accessibile all’esperienza e all’intelleto comuni.

 Chi fu veramente Nietzsche, l’ultimo protagonista del romanticismo? Un positivista? Il profeta della konservative Revolution o il primo precursore di un Illuminismo oscuro?

 Nessuna di tali etichette si può appiccicare a Nietzsche. Egli si credeva il pensatore più indipendente e più inattuale del suo tempo, ma era l’incarnazione della crisi dell’Europa e la risposta alle sue tre questioni ocrisi specifiche: 1) La crisi della filosofia, 2) La crisi della civiltà, 3) La crisi della religione. Della prima e della terza abbiamo parlato, come critico della civiltà (Kulturkritiker) Nietzsche ha due risposte diverse: 1) Quella del genio, consistente nella trasfigurzione della crisi in filosofia e poesia tragica; 2) Quella del succubo della crisi come distruttore dei valori: libero arbitrio, morale, responsabilità, conoscenza (nega “la verità”: è la specie di menzogna che ci aiuta a vivere) e come affermatore della sola forza della natura: le creature sotto il sole cocente: tigri, palme e serpenti a sonagli..

 Tante sono state le interpretazioni dell’autore di Umano Troppo umano, da quella nazista di Rosenberg a quella edonista di Onfray. Quale secondo te è quella più fedele e quale la più originale?

 Con la distruzione dei valori e l’affermazione della sola forza della natura (il superuomo), Nietzsche ha indubbiamente posto nell’Empireo della filosofia le premesse del futuro nazismo, soprattutto con la dottrina del Superuomo. Spengler ha avuto principalmente un’intuizione potentissima: le civiltà (io dico anche i popoli) sono organismi, col destino di tutti gli organismi: nascita, sviluppo, maturità, decadenza, fine. Questo aiuta molto a capire Nietzsche come incarnazione della crisi europea e tutto il dopo, con le due guerre mondiali. Ma nessuno dei suoi interpreti ha avuto una vera idea di chi egli fosse e di che cosa rappresentasse storicamente, perché tutti si sono attenuti a quello che egli ha detto e non a quello che egli ha fatto, che è diverso da quello che ha detto. Nietzsche è l’approdo finale di un processo di quattro secoli, di cui egli non poteva avere consapevolezza.

 Leggendo i saggi che precedono il tuo commento ho notato che trovi delle criticità nel terzo libro dello Zarathustra: come mai? Perché poi sei così critico verso l’eterno ritorno?

 Riguardo al terzo libro dello Zarathustra, io lo critico per la stessa ragione per la quale gli altri lo elogiano: è la parte filososfica di un non-filosofo. Leggendo il mio Commento allo Zarathustra, si vede su quale argomentazione appoggio la mia critica a tale terzo libro. Ho criticato l’eterno ritorno nel Nietzsche di Heidegger in un lungo saggio con cui inizia il mio Caleidoscopio filosofico, in uscita il 10 febbraio 2022. La mia critica è fra l’altro contenuta in essenza in un mio articolo di presentazione del Caleidoscopio, che uscirà non so quando nella Domenica del Sole 24 ore.

 Ti sei avvicinato alla filosofia nicciana tramite Giorgio Colli, che ricordo hai di lui? Puoi darci qualche aneddoto del Colli privato, intimo? E che rapporto avevi con Montanari e soprattutto che ne pensi della sua interpretazione di Nietzsche?

Giorgio Colli e Mazzino Montinari erano caratteri più che diversi opposti, uno elitario, aristocratico, iniziatico, antistorico e antipolitico, l’altro comunista. Hanno avuto tra loro molti contrasti, ma a forza di avvinghiarsi sono rimasti abbracciati. Colli era solido, riposava in se stesso, Montinari era da un lato l’essere più umano e carnale che io abbia conosciuto, dall’altro era dedito alla morale (in alto, fuori di lui) e non privo di qualche retropensiero. Insieme avevano un approccio a Nietzsche anzitutto filologico. Ma poi anche filosofico, specialmente Colli. Colli lo ha anche molto criticato nel Dopo Nietzsche, forse il suo più bel libro. Non si sono molto interessati del problema della responsabilità politica di Nietzsche, ma sono stati soprattutto innocentisti. Un aneddoto su ciascunodei due? Quando conobbi Giorgio Colli nella sua casa di Firenze, dove abitava prima di trasferirsi in un ex-casino di caccia dei Medici a San Domenico di Fiesole (ero stato da lui invitato in seguito al fatto che un galoppino della Boringhieri gli aveva riferito che mi ero tradotta l’Etica di Spinoza non per pubblicarla ma per studiarla), si sviluppò tra noi un bel dialogo su Tucidide, Cesare e altri grandi. Colli fumava le sigarette di lusso egiziane Turmac, vendute in eleganti pacchetti rettangolari schiacciati. Più il dialogo andava avanti con suo evidente gradimento, più egli mi offriva il pacchetto aperto. Da non molto tempo io avevo smesso di fumare e quindi rifiutavo. Ma lui continuava a offrire le sigarette. Capii che con le sigarette mi offriva la sua amicizia e alla fine ne presi e fumai una. Fu così che ripresi a fumare. Smisi solo molti anni dopo. Risultato, secondo i medici, la mia attuale bpco, bronco-pneumopatia cronica occlusiva. Ma pensosia soprattutto un male dell’età. Montinari.  Era un formidabile mangiatore, conosciuto per tale. Ad una tavolata, lui era seduto sul mio stesso lato, ma all’altro estremo. Non lo vedevo, perché in mezzo c’erano altri commensali; ma si vedevano le mani che come una carrucola continuavano a portare cibo in alto. Altro aneddoto. Aveva succhi gastrici potenti, diceva, e doveva mettere qualcosa nello stomaco la mattina per assorbirli. Mangiava aglio. Il suo “profumo” si sentiva nel Goethe und Schiller-Archiv, dove lavoravamo. Lo sentivano tutti e non credo lo gradissero. Per aiutarlo citai una massima di Goethe: “L’uomo crea intorno a sé un’atmosfera”.

A quali passi dello Also sprach Zarathustra sei più legato e perché?

Mi piacciono soprattutto i passi di confessione: Nietzsche aveva un particolare dono di confessione. Per esempio mi piace quello in cui Zarathustra dice che bastava un po’ di morbido vello da accarezzare e subito lui si innamorava anche di un mostro. Questo denota la sua grande capacità di amare. E mi piacciono i passi poetici, per esempio questo sull’ideale: “Questo fantasma che ti corre innanzi è più bello di te, dagli la tua carne e le tue ossa”.