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IL’IN L’ANIMA NERA DEL NEOZARISMO

– Francesco Subiaco

Ripreso da “Il Giornale Off” il 31/05

Ivan Il’in è il compagno segreto della Russia post-sovietica, l’ideologo postumo dell’era neozarista che incarna e anticipa le idee e le strategie di una delle più importanti autocrazie del 21°secolo. Ma chi è Il’in e perché viene considerato dai media il maestro oscuro di Putin? Per rispondere a questa domanda occorre leggere e rileggere più volte il saggio dello storico americano Timothy Snyder: “Ivan Il’in. Il filosofo del neozarismo di Putin”. Un testo breve, ma denso di spunti, di illuminazioni sul presente e sull’eresia controrivoluzionaria di questo filosofo irregolare del Novecento che oggi sta diventando la verità di una nuova Russia, autocratica ed imperiale, che sta riscrivendo il nostro presente. Il testo, portato per la prima volta in Italia grazie ad Andrea Lombardi ed alla sua ITALIA STORICA, è un’analisi delle idee del pensatore moscovita e della sua influenza, certificata e dichiarata più volte, nella dottrina dell’amministrazione Putin. Snyder analizza il pensiero iliniano mostrandone l’evoluzione e i riferimenti, ricostruendo una genealogia della nuova morale russa. Il’in, infatti, non è un filosofo riassumibile in facili etichette, ma è il frutto più anomalo dell’idealismo tedesco, della teologia ortodossa e delle idee dei maestri del sospetto, Freud soprattutto, che si combinano in una visione che si prefigura come il massimo compimento dello spirito delle truppe Bianche, controrivoluzionarie e reazionarie, che hanno animato la guerra civile russa. Mettendo Dio sul lettino della psicanalisi elabora una filosofia della storia apocalittica, dove il vero peccato originale è la creazione del mondo da parte del divino, trasformando la dialettica hegeliana e l’autocoscienza dello Spirito in un cammino di redenzione degli uomini per salvare il proprio creatore. Un cammino riservato solo a pochi data la natura oscura e debole dell’umanità, che sceglie solo pochi uomini eccezionali capaci di guidare un popolo eletto, quello russo, dotato di una santa ingenuità che fornisce la grazia dal peccato originale della creazione. Il mondo per Il’in è una sciagura, un vizio assurdo, creato da un Dio ancora ingenuo, che ha condannato l’uomo ad una esistenza insensata tramite una vita sedotta dal peccato, che più viene conosciuta dall’individuo più lo corrompe. Una visione teologica politica che affida agli eroi il compito di condurre le masse verso un eden terreno, come è stato con il fascismo di Mussolini in Italia secondo il filosofo russo, che attraverso una visione decisionista può superare il baratro della dannazione, portato dalle ideologie moderne e dalla borghesia, riconducendo la società non ad un insieme di classi, o ad una comunità, bensì ad una totalità organica, un organismo spirituale in lotta contro la corruzione delle ideologie sataniche della modernità e le illusioni di un materialismo, soprattutto comunista che ha cacciato Dio dal mondo. Una visione messianica e spiritualista, nettamente autocratica ed antioccidentale, che ha trionfato nella Russia post eltsiniana, diventando l’ideologia russa per eccellenza, avendo influenzato filosofi come Dugin, scrittori come Solzenicyn, politici come Medved e Putin. Questi ultimi che oltre a citare spesso Il’in ne hanno diffuso il pensiero nelle istituzioni della Federazione Russa e nella società civile, trasformandolo in un precursore del putinismo e delle campagne panslaviste che hanno portato alla guerra in Ucraina. Un’influenza che rende necessaria la lettura e la conoscenza di questo filosofo che ha plasmato per sempre le sorti di una Russia che si sente ancora erede di quello spirito Bianco che non si è estinto dopo la nascita dei soviet ed anzi gli è sopravvissuto.  

Profughi ucraini: la lezione del Regno Unito sul business dell’accoglienza


– Tommaso Alessandro De Filippo


In occasione del conflitto tra Russia ed Ucraina è tornata di stretta attualità la problematica dell’immigrazione, con milioni di profughi già giunti in Europa dallo scoppio della guerra, che saliranno consistentemente di numero nei prossimi mesi.

La lezione del Regno Unito sul business dell’accoglienza

Pertanto, una nuova ondata migratoria ha rianimato il dibattito sulle modalità con cui accogliere i profughi, che in questo caso sono in fuga da una guerra vera e meno strumentalizzabili dal mainstream e dalla sinistra, come accaduto con tutti coloro che sono arrivati negli anni dal Nord Africa. Pertanto, è utile osservare l’atteggiamento che il Regno Unito sembra aver intrapreso in questa crisi umanitaria, dagli immancabili buonisti prontamente criticato ma probabilmente efficace.

In UK bonus economici per accogliere in casa i rifugiati ucraini

Infatti, l’UK con le regole stabilite in seguito alla Brexit si è distanziato dalle normative europee, potendo di fatto scegliere autonomamente le politiche in materia di immigrazione, senza incappare in sanzioni e richiami da Commissioni e governi di turno. La scelta del governo britannico è quella di invogliare concretamente la borghesia inglese ad accogliere uno o più rifugiati provenienti dall’Ucraina, stanziando dei bonus economici annuali per chi deciderà di ospitarli. In tal modo chi ne ha possibilità potrà farsi carico dei rifugiati non solo per sano spirito d’altruismo ed amore verso il prossimo, ma anche per interesse fattuale. Al netto di moralismo e buonismo che imperversano nelle nostre società, dinanzi alle problematiche politiche è il pragmatismo la condizione necessaria per l’affronto di esse.

In Italia un sistema simile smantellerebbe il giro di affari dell’accoglienza

Una misura simile a quella britannica in Italia produrrebbe numerosi beneficiin primis favorirebbe anche qui l’accoglienza da parte dei cittadini borghesi, ma soprattutto permetterebbe il superamento dell’apparato pubblico e politicizzato dell’accoglienza. I profughi finirebbero distanti dalla gestione delle cooperative, delle onlus e dei sindacati di turno che hanno sperperato spesso denaro pubblico per i propri interessi personali. Una speranza che sarà però di difficile realizzazione, dato che la mentalità italiana ed europea, mixata con gli interessi elettorali ed economici di chi gestisce “l’accoglienza” probabilmente prevarrà sugli esempi ragionevoli.

ETTORE PRANDINI: AUTOSUFFICIENZA ENERGETICA SIGNIFICA TUTELA DEGLI ITALIANI, NON PROTEZIONISMO

– Francesco Subiaco

La crisi ucraina di questi giorni sta associando alla pesantissima tragedia umanitaria del confine orientale una situazione di crisi economica per i paesi europei già colpiti dal post covid. Nello specifico con i suoi oltre 400 provvedimenti contro la Russia, rispetto ai duecento scarsi degli stati Uniti e dei paesi europei, il nostro paese rischia di perdere circa 11 miliardi, tra le difficoltà dell’Ucraina invasa dalla Russia, sia con le barriere rispetto al mercato russo. Difficoltà che non possono non fare riflettere sulle difficoltà del nostro paese per quanto concerne l’autosufficienza energetica e la necessità di una cooperazione europea che purtroppo non sta accadendo. Per parlare della condizione del mercato italiano abbiamo intervistato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, con cui abbiamo parlato delle conseguenze economiche della guerra sull’economia italiana.

Presidente Prandini quali conseguenze sta avendo la crisi ucraina sulla nostra economia?

Purtroppo le conseguenze sono particolarmente rilevanti inerenti a tutto ciò che riguarda sia le forniture di carattere energetico, essendo il nostro paese assolutamente non autosufficienti ed importatore netto sul piano dell’energia, sia sulla capacità produttiva, tramite l’aumento dei costi esponenziali di questi giorni, basti pensare che noi abbiamo avuto un aumento superiore del 100% dell’energia elettrica che si sommerà ad un futuro aumento di circa il 180% del costo dei fertilizzanti che impatterà sul settore agricolo. È chiaro che queste conseguenze ci mettono di fronte a delle necessarie riflessioni su quello che dovrà fare il nostro paese sfruttando al meglio le risorse del PNRR. Per anni abbiamo pensato che la globalizzazione, per come ci era stata raccontata, fosse un valore aggiunto, oggi scopriamo che le delocalizzazioni e che le produzioni che non sonostate effettuate al nostro interno diventano un elemento che mette in difficoltà la nostra capacità competitiva rispetto ad altri paesi che sotto questo punto di vista hanno avuto la lungimiranza di aver puntato a forme di maggiore autosufficienza sia per quello che riguarda la filiera energetica sia sull’ambito cerealiaco. Non è vero che l’Italia non possa raggiungere gli altri paesi, ma deve fare gli investimenti giusti per colmare le proprie difficoltà.

Cosa ne pensa delle difficoltà prodotta dall’interdipendenza con le altre superpotenze, è necessario investire sulla autosufficienza del sistema paese oppure come hanno sottolineato altri analisti essa è una forma di protezionismo?

L’autosufficienza non è una forma di protezionismo, ma è soprattutto un modo per assecondare le  necessità e i bisogni dei settori produttivi e i cittadini. Se oggi noi fossimo più autosufficienti sul piano energetico non saremmo colpiti, come invece siamo, dai maggiori costi dell’energia che stanno subendo i cittadini in questi giorni. Una maggiore dipendenza dall’estero ci mette in condizione che i prezzi li fanno gli altri e noi ne paghiamo le conseguenze.

Come commenta le prese di posizione dell’Ungheria sul blocco delle esportazioni?

Le scelte del governo ungherese per quanto concerne il blocco delle esportazioni soprattutto per quanto riguarda il mais, è che verranno principalmente penalizzato in termini di disponibilità gli stati membri. Per l’Italia nello specifico sarà un danno il blocco delle esportazioni del mais, in quanto il nostro paese è quello che si approvvigionava maggiormente con Budapest sul mercato cerealiaco, ed il fatto che non vengano rispettati contratti già stipulati è una cosa gravissima e che dovrebbe interessare le istituzioni europee.

 Cosa ne pensa dell’atteggiamento diseguale che stanno attuando i vari paesi europei sui provvedimenti sulla questione ucraina?

Pensi che sia l’ennesima occasione persa da parte dell’Europa di fare delle politiche omogenee tra gli stati membri. Soprattutto di fronte ad una tragedia umana come è una guerra è impensabile che di fronte alle criticità che hanno colpito i cittadini dopo le difficoltà pandemiche, che non sono ancora trascorse, è necessario più che mai parlare oggi di debito pubblico europeo, di strategie comuni, di provvedimenti comuni ed equiparabili da parte degli stati membri che non dovrebbero creare delle problematiche di prospettiva futura nei confronti del nostro paese, ma sarebbe necessario una visione d’insieme per gli stati membri.