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TREMONTI: “LA GLOBALIZZAZIONE È STATA UNA UTOPIA”

TREMONTI: “LA GLOBALIZZAZIONE È STATA UNA UTOPIA”

Di Francesco Subiaco


Il sistema portato dalla globalizzazione è la quinta essenza dell’utopia. Senza luogo, senza confini, senza identità. Un paradiso artificiale, razionale e mercatista in cui il primato del mercato prevale su quello della politica, lo strapotere della finanza e delle corporates sui corpi intermedi instaurando un nuovo ordine “immateriale”, fatto di commerci, di scambi, di connessioni. Un ordine nato nel 1989 con la caduta del muro di Berlino e che vede la sua dissoluzione a partire dal 2016 con le elezioni americane. Ad esso è seguito un nuovo ordine terrestre, non globale, ma internazionale; fatto di commerci, ma anche di conflitti, di catene commerciali, ma anche di nazioni, stati e popoli. La fine di un mondo, ma non la fine del mondo, parafrasando Obama, che viene straordinariamente descritta e analizzata dall’ex ministro e presidente della Commissione Esteri del Senato Giulio Tremonti nel suo ultimo libro: “Globalizzazione. Le piaghe e la cura possibile”(Solferino). Un testo che analizza le piaghe della globalizzazione, quelle della deglobalizzazione e le possibili soluzioni a queste problematiche, conformandosi come la sintesi completa di una analisi politica dalla caduta del Muro di Berlino agli sconvolgimenti attuali. Una analisi fondamentale per comprendere le sfide e le possibilità di un nuovo mondo fatto di frontiere digitali e guerre globali, emergenze planetarie e mutamenti sociali che Tremonti non mostra solamente, ma rivela, scrivendo sul tema parole definitive.

Quali sono le piaghe della globalizzazione?
Le piaghe della globalizzazione sono sette: il disastro ambientale; lo svuotamento della democrazia sversata nella repubblica internazionale del denaro; le società in decomposizione nel vuoto della vita; la spinta verso il transumano; l’apparizione dei giganti della rete; la pandemia; le guerre.
Ma è un numero destinato a salire: inflazione e recessione, crisi finanziarie, carestie, migrazioni, altre guerre. Tutti sconnessi anelli di una stessa catena, perché non è la fine dell’inizio e non è neppure l’inizio della fine: è proprio la fine della globalizzazione. Dopo il 2016 con le nuove elezioni americane abbiamo assistito alla ritirata della globalizzazione che ha portato al ritorno ad un nuovo ordine “internazionale”.

Quali sono state le cause che hanno portato alla ritirata della Globalizzazione?
Appena trent’anni fa gli «illuminati» ci hanno graziosamente comunicato il passaggio dalla vec chia triade Liberté, Égalité, Fraternité alla loro nuova triade: Globalité, Marché, Monnaie.
Ci hanno detto che, finita la storia e via via destinati a finire gli Stati, in un mondo nuovo lubrificato dal magico fluido del denaro saremmo entrati nell’«età dell’oro». E questo grazie alla verificata utopia della globalizzazione. E, guarda caso, utopia vuol dire assenza di luogo -ou-topos, in greco “non luogo” – e dunque è proprio questa l’essenza della globalizzazione.
E in effetti è stata la globalizzazione che, per trent’anni, ha plasmato il mondo e le nostre vite, non solo nel bene, per cui ci si illudeva, ma anche nel male, che oggi viviamo e vediamo.
All’origine c’è un «incidente della storia»: la caduta del muro di Berlino. Ma un incidente subito seguito dalla combinazione tra il mercato e la rete, i due pilastri su cui veniva basandosi un’architettura po- litica mai prima vista nella storia: il mercato sopra e gli Stati sotto, l’economia sopra e i popoli sotto, nazioni senza ricchezza e ricchezza senza nazioni. Ma oggi è proprio la storia, la storia che si diceva essere finita, è proprio la storia che è tornata, con il carico degli interessi arretrati e accompagnata dalla geografia, ridando così vita a quello che per secoli e secoli è stato un «mundus furiosus».

Quale è la principale differenza rispetto al passato?
Certo, in passato ci sono state forti mutazioni. Per esempio quando, scoperta l’America, lo spirare dei venti atlantici squassò il chiuso, secolare ordine dell’Europa. Ma questa volta è diverso, non fosse perché, a differenza dell’altra, questa mutazione non ha occupato lo spazio lungo di due secoli, ma quello breve di un trentennio. Un trentennio in cui la storia, come mai prima, è stata compressa e poi esplosa.

Il transumsnesimo e le “repubbliche digitali” ed che ruolo hanno in questo scenario?
Oggi il transumanesimo è realizzabile come prodotto delle novità epocali intervenute via globalizzazione con i giganti della rete, i gruppi di capitale e potere verticale generati dalla globalizzazione, questi detti anche “Repubbliche digitali”, gruppi ormai divenuti i nuovi soggetti egemoni perché: tendono a sostituire gli Stati e a modificare le vecchie strutture sociali e politiche, con la rete che sostituisce il popolo determinando una gigantesca traslazione dei poteri costituzionali. Un tempo era funzione degli Stati fare le strade, battere moneta, permettere la democrazia. Oggi è lo stesso, ma in altro modo, con le Repubbliche digitali che offrono le autostrade informatiche, battono moneta digitale, permettono infine forme di nuove agorà democratiche; modificano le nostre strutture mentali, spin- gendoci dal vecchio «cogito ergo sum» verso un nuovo e faustiano «digito ergo sum», ver- so un mondo ibrido risultante dalla fusione di internet of humans e internet of things;
pianificano la fabbricazione chimica del nuovo cibo sintetico, che al principio dovrebbe essere “eticamente prodotto” per sfamare i poveri e le vittime delle carestie, ma in prospettiva è destinato a diventare il cibo universale.

Nonostante le divisioni e le mancanze che caratterizzano l’Europa, possiamo dire che con la guerra in Ucraina l’Europa è tornato ad essere quel Mundus Furiosus del suo precedente libro?
“Mundus Furiosus” è stato scritto, infatti, nel 2016, quando si avvertiva la fine della globalizzazione come sistema universale e progressivo che considerava il primato del mercato sugli stati e sui popoli. La cui conseguenza è stato il passaggio ad un mondo internazionale fatto di commerci, ma anche di conflitti. In questo senso è significativa la frase del presidente Obama a seguito della vittoria di Donald Trump che affermava: “non è la fine del mondo, ma la fine del nostro mondo”.


Secondo lei oggi il nuovo scontro tra terra e mare non passa più tra Russia e Usa, ma tra Cina e Usa?
Sui documenti dell’elite anglosassone prima ancora del novecentesco Terra e Mare si evoca la contrapposizione fatta da Tucidide ne “La guerra del Peloponneso”: Atene contro Sparta. Atene, inteso come il fronte delle democrazie e Sparta, invece come quello delle autocrazie. Stati Uniti ed Europa, da una parte contro Cina e Russia dall’altra, che tra loro si contrappongono ricordando il novecentesco potenze terrestri contro potenze marittime. Uno scontro per il dominio marittimo e commerciale, democratico, contro quello terrestre delle autocrazie.

-La guerra in Ucraina ha segnato la fine della globalizzazione?
Non è la guerra che pone fine alla globalizzazione, ma è la fine della globalizzazione che porta alle guerre. È anche così che la guerra in Ucraina ci si presenta come una guerra di tipo nuovo: è la prima guerra di tipo globale. Globale perché non è fatta solo con armi convenzionali, ma anche con armi che sono appunto «globali».

Quale è il vero vantaggio dell’Occidente?
La libertà. Poiché solo la libertà permette lo sviluppo della scienza, dell’innovazione e dell’individuo.

A fine opera lei prefigura gli elementi e le proposte di una proposta alternativa, con elementi innovativi, quali il global legale standard. Quali sono le conclusioni che propone nel testo e le soluzioni possibili?
In un mondo post globale caratterizzato da scambi e commerci internazionali servono delle regole comuni. Il Global legal standard, fu proposto dopo la crisi del 2009, per reagire alla prima crisi della globalizzazione prodotta dai subprime (inventati per creare un contrappeso e una compensazione alle perdite portata dalla delocalizzazione). Tale crisi non era una crisi finanziaria bensì il cortocircuito di un modello politico che era quello della globalizzazione. L’idea alla base del Global Legal Standard era passare dal Free trade al Fair trade. Non è sufficiente che il prezzo sia giusto, perché incrocia domanda ed offerta, ma è necessario che sia giusta anche la produzione di quel bene servizio. Era la bozza scritta dal governo italiano all’ OCSE nel 2009. Sottolineo che all’articolo 4 di tale documento c’era come requisito il rispetto di regole igieniche e ambienta, che mi sembra oggi più che mai attuale e centrale alla luce degli scenari degli ultimi anni.


Può elencarci un’altra proposta?
Un’altra proposta è la De-tax per l’Africa, ovvero se un esercizio commerciale è convenzionato con una rete di volontariato o di solidarietà attiva in Africa, l’Unione Europea rinuncia a una quota della sua IVA sugli acquisti, se questa è destinata a favore dell’Africa. Una proposta, che può essere parte di un piano di governo per sostenere gli stati africani, oppure può fare parte di un disegno europeo o del Piano Mattei, la cui urgenza è necessaria per aiutarli veramente a casa loro.

La partita degli imprevedibili: chi viene eletto al Colle spesso appare all’ultimo miglio

Ripreso da “Il Primato Nazionale”



La partita politica dell’elezione del capo dello Stato sta ormai occupando quasi totalmente lo spazio mediatico nazionale, insieme all’onnipresente emergenza pandemica. Retroscena, anticipazioni ed ipotesi non potranno che incrementarsi fino alla votazione decisiva, dati gli equilibri istituzionali e partitici in bilico, con in palio un peso politico da conquistare ben superiore alla scelta della mera figura che sarà eletta al Colle.

La partita degli imprevedibili per il Colle

Tuttavia, quel che in questa occasione appare tenuto meno in considerazione rispetto alle elezioni del presidente della Repubblica passate sembrerebbe essere il ruolo che l’imprevedibilità gioca nella partita. Infatti, storicamente l’inquilino del Quirinale che viene poi eletto difficilmente è considerato come accreditabile dalla maggioranza dell’opinione pubblica. Ultima dimostrazione cronologica di quanto affermato avvenne proprio con la salita al Colle di Sergio Mattarella: fino a pochi giorni prima del voto decisivo in pochi avevano previsto per lui la possibilità di spuntarla. Un’abitudine figlia della Prima Repubblica mantenutasi attuale nel nostro ambito istituzionale. Ragion per cui i tanto acclamati ed auspicati come futuri capi dello Stato finiscono quasi sempre per essere scaraventati in un vortice di incompatibilità con il “colpo di scena” richiesto.

Nomi bruciati, unica eccezione: Mario Draghi

Bluff, esposizioni pubbliche dettate dall’interesse dei “finti alleati” volti proprio a rendere non perseguibile la candidatura di una determinata figura sono quel che rischia di avvenire anche in questa occasione. Unica eccezione potrebbe rappresentarla Mario Draghi, volto di eccessivo peso istituzionale per essere bruciato da parlamentari che vedono nella tutela della sua credibilità la possibilità di allungare la propria permanenza alle Camere.

Il centrodestra ha il dovere di pesare nella scelta del capo dello Stato

Pertanto, appare doveroso osservare la tattica che il centrodestra sembrerebbe aver messo in campo. Puntare su Silvio Berlusconi, per preservare l’unità dell’alleanza, consapevole della quasi impossibilità di ottenerne l’elezione. Anche in ragione di ciò, dal quarto scrutinio potrebbe rivelarsi più chiaro il piano dei tre leader della coalizione, che hanno il dovere di esercitare un peso nella scelta del capo dello Stato, data la possibilità di giovarsi di numeri che sino ad oggi erano stati assenti in ogni elezione presidenziale. Difficile immaginare il nome dell’asso nella manica su cui il centrodestra potrebbe scommettere giunto alla resa dei conti.

Tremonti la figura più valida

Volendo provocare auspicheremmo la candidatura di Giulio Tremonti, probabilmente la figura maggiormente valida per ricoprire la più alta carica dello Stato. Personaggio di equilibrio e peso geopolitico individuale, con esperienza istituzionale e competenza innegabile. Anche se da ritenere quasi impossibile date le divergenze avute in passato con esponenti della coalizione e le apprensioni di Ue ed establishment europeista che proverebbero in ogni modo ad impedirne l’approdo al Quirinale.

Tommaso Alessandro De Filippo