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ALARICO LAZZARO RACCONTA ÈRIC ZEMMOUR E LA CORSA ALL’ELISEO

– Tommaso Alessandro De Filippo

Alarico Lazzaro nasce a Bari il 1° settembre 2001 ed è scrittore e saggista. Ha già pubblicato il saggio classico “Il lato oscuro del mondo greco” e la raccolta di racconti “Sangue in cambio di piume nere”.
“Éric Zemmour. Un intellettuale in corsa all’Eliseo” è il suo ultimo saggio, pubblicato da Historica Giubilei-Regnani.
Collabora con LSD Magazine di Bari, dove cura rubriche di cultura, geopolitica, cinema ed attualità. Dopo la maturità e la rappresentanza d’istituto al Liceo Classico Quinto Orazio Flacco di Bari è studente di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.
Abbiamo dialogato con lui sul suo ultimo testo, incentrato appunto sulla figura di Eric Zemmour, e sugli stravolgimenti per la nazione francese che la corsa all’Eliseo del prossimo aprile potrebbe scatenare.

In che modo nasce l’idea di strutturare il tuo nuovo libro, dedicato alla figura di Eric Zemmour?

Ho cominciato ad approfondire la sua persona per una grande passione ed interesse che nutro per figure così peculiari e controverse. Tutte le grandi firme della storia del giornalismo si sono sempre distinte per anticonformismo ed una forma acuminata di critica sociale. Quando ad agosto ho letto dell’ormai prossima uscita del suo saggio “La France n’a pas dit son dernier mot” ho intuito le sue velleità elettorali ed ho deciso di raccontare un unicum della storia politica francese e non solo, un intellettuale in corsa all’Eliseo. Nel libro racconto Zemmour a partire dai suoi libri, discorsi ed eventi senza gli approssimativi pregiudizi che spesso lo hanno accompagnato negli anni.

Quali sono i principali avvenimenti politici che lo portano ad inserirsi ufficialmente nella corsa all’Eliseo?

Zemmour ha sempre vissuto la politica dalla sua scrivania di “Le Figaro”, auspicando negli anni che altri politici di rango e professione cogliessero le sue istanze e riflessioni portandole nell’agone elettorale. Negli ultimi anni la Francia ha vissuto crisi strutturali che hanno minato l’integrità e l’essenza del paese emblema del multiculturalismo per eccellenza. La mattanza di Charlie Hebdo, la notte di terrore di Parigi del 13 novembre 2015, il lungomare di sangue di Nizza, le rivolte dei Gilets Jaunes e la pandemia sono stati il climax di una crisi sociale e politica che ha spinto Zemmour a scendere in campo, sfruttando la debolezza delle forze politiche tradizionali come i Repubblicani gollisti orfani di Sarkozy ed i socialisti affondati con i mandati fallimentari di Hollande. Un terreno propizio per una corsa elettorale imprevedibile.

Ritieni che il suo programma elettorale promuova novità ed istanze importanti per una nazione come la Francia?

Zemmour promuove istanze audaci e sicuramente non buoniste, tra cui la volontà di militarizzare le banlieues dove prospera una sorta di cameratismo di altri tempi, come lui stesso lo definisce, e dove le stragi dei fondamentalisti sono state concepite, l’abbassamento dell’età adulta per crimini sociali da 18 a 16 anni, l’espulsione di immigrati irregolari e delinquenti. A tal proposito ha rivendicato l’uscita della Francia dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, considerato che il principio aureo del diritto internazionale del “non refoulement” gli impedirebbe di dare seguito a certe istanze di rimpatrio ed espulsione.
Inoltre è ferma la sua opposizione al gigante di Bruxelles ed il massimo supporto per la costruzione di un’Europa dei popoli e degli Stati Sovrani. Importantissima per lo scrittore è anche la cultura, con l’apertura di un nuovo grande Ministero dell’Istruzione, il potenziamento della matematica nelle scuole, la messa a punto di nuovi percorsi professionali che immettano i giovani nel mondo del lavoro e che ne premino il merito. Nel programma colpisce il rimborso del 50% per il prezzo del carburante di chi si reca al lavoro in autonomia, una mossa astuta e che richiama ai seggi i Gilets Jaunes

Zemmour può essere un modello europeo per la lotta al terrorismo ed al fanatismo islamico?

La Francia, in questi ultimi anni, è stata inghiottita dall’incubo del terrorismo. È stata colpita a freddo da quelli che riteneva suoi figli e la notte del 13 novembre del 2015 le forze speciali francesi hanno dimostrato una totale impreparazione dinanzi alla gravità di ciò che stava accadendo. Hollande aveva sottovalutato la minaccia. Sarkozy nel 2008 e Zemmour ripetutamente hanno spesso denunciato la pericolosa spaccatura sociale e demarcazione che si crea fra i centri cittadini e le periferie ricettacolo dell’Islam radicale. Sono due mondi paralleli che si squadrano e che si invidiano. L’Occidente invidia la ferrea disciplina del vicino, l’Oriente ne invidia la libertà. Per Zemmour l’esito è scontato: scontro di civiltà.
Zemmour non fa tra l’altro distinzioni etniche fra criminali o delinquenti ma a differenza di altri politici non ha paura di condannare la contro-crociata ideologica in atto. Bisognerà capire, in caso di elezione, se le sue istanze potranno essere accolte dalla comunità europea e se sarà l’Europa ad islamizzarsi o gli islamici ad europeizzarsi.

Ritieni possibile l’auspicabile formazione di una coalizione che comprenda le tre destre francesi, magari in vista del secondo turno elettorale?

Lo riterrei più auspicabile che probabile o quantomeno possibile. Le variegate anime della destra francese sono troppo diverse per trovare una configurazione elettorale unitaria almeno al primo turno, ma ci sono punti di convergenza interessanti, che stanno emergendo in queste settimane.
Valérie Pécresse è in crisi ed i principali sondaggi la attestano intorno al 12% dopo un meeting allo Zénith che definire disastroso sarebbe riduttivo. Rievoca i fasti del neo-gollismo ma traduce con meno enfasi gli argomenti di Le Pen e Zemmour senza convinzione. Ciotti, che è arrivato secondo alle primarie è già pronto a sostenere la Reconquete.
Marine Le Pen invece vive una drammatica crisi di leadership ed è stata abbandonata da numerosi dei suoi alfieri: Nicolas Bay, Eléonore Revel, Jérome Riviere, Gilbert Collard e Stéphane Ravier. La maggioranza degli europarlamentari di un gruppo, quello di Identità e Democrazia, che vedeva proprio in Marine la leader naturale. Lei non si ritira, ma è un testa a testa serrato con Zemmour che probabilmente incasserà il supporto di Marion Marechal, nipote di Marine. Difficilmente uniranno le forze al primo turno, basta l’esempio della visione Europea per far crollare il mito di Zemmour specchio di Le Pen. Il primo vuole la Francia dominante in Europa, la seconda non ha mai nascosto le sue istanze da Frexit.

Quali sono i principali errori politici di Macron su cui Zemmour ha potuto facilmente strutturare opposizione mediatica e comunicativa?

Macron ha compiuto una rivoluzione politica rinnovando il sentimento europeista della Francia ed il riformismo politico che anche oggi molte forze di centro rivendicano nei propri programmi. Nel libro racconto anche della sua cavalcata elettorale attraverso le parole del portavoce di En Marche, Christian Dargnat, che afferma che la vittoria di Macron si sia modellata sui territori, sull’uso sapiente dei social ed il coinvolgimento dei giovani. Mentre Macron usava benissimo gli strumenti della nuova era digitale tuttavia le strade delle città francesi e quelle parigine si riempivano di manifestanti ed il Paese collassava per il caro carburanti con una fetta della popolazione che veniva risucchiata dalla crisi economica a causa dei bassi redditi. Crisi esplosa e deragliata ancor più dai suoi binari con la pandemia che in Francia ha mietuto moltissime vittime. Macron ha rivendicato risultati migliori rispetto ai mandati di Hollande, ma sfigurare rispetto alla vacuità del predecessore è impossibile. Nonostante ciò Macron rimane saldo in testa ai sondaggi mentre Zemmour erode consensi e rincara la dose facendo leva su temi come immigrazione, cultura, identità, sicurezza e ripresa delle zone rurali degli ultimi o dimenticati, per dirla con un lessico trumpiano, la “silent majority” francese.

Qual è la formazione di questa figura controversa ed innovativa per la destra francese ed europea?

Zemmour è un aristocratico della cultura: un saggista, uno scrittore, un giornalista ed un acuto osservatore dei fenomeni politici e sociali che lo circondano.
La Francia è un paese che tutela i suoi intellettuali. In Italia preferiscono nascondersi, omologarsi, lasciarsi passivamente trascinare nel baratro della massificazione. Non è un caso che il fenomeno Zemmour affondi le sue radici in terra transalpina mentre qui si glorificano Influencer e tormentoni privi di alcuno spessore intellettuale. La sua è una storia particolare. Nato in Francia da una famiglia ebrea emigrata dall’Algeria prima che nella colonia divampi il conflitto con la Madrepatria. Un’infanzia di assimilazione, rispetto della cultura francese ed amore per lo studio. Da De Gaulle a Balzac, passando per Napoleone e Molière. Oggi non è solo. Tanti intellettuali guardano al presente con sfiducia e non si arrendono all’abulia. Il capitolo 9 del libro è stato pubblicato anche nella sezione esteri della rivista numero 16 di Nazione Futura. Racconta di Onfray, Houellebecq e de La Boétie, dell’opposizione alla cancel culture perfino di uomini che hanno trovato nella destra, dopo anni di battaglie progressiste, un nido per lo sviluppo di una cultura libera e del rispetto delle opinioni altrui.
Zemmour con i suoi libri permette un viaggio catartico alla scoperta della crisi francese. Si comincia con “Malinconia Francese”, passando per “Il Suicidio Francese” ed infine si giunge alla “Francia che non ha ancora detto la sua ultima parola”, è questo che mi ha colpito fin dagli albori della sua cavalcata.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Saranno due mesi estremamente movimentati, la tornata elettorale si avvicina e potrebbe essere clamorosamente decisiva per il futuro francese. Con il lancio del libro sto continuando a seguire con molto entusiasmo la sfida che ha visto il rilancio di Zemmour dopo un gennaio di parziale stagnazione. Ho altre idee per diversi progetti editoriali su cui mi concentrerò. Leggere, scrivere, comprendere il presente significa realmente vivere con cognizione di causa i fenomeni culturali, politici e sociali. Quando mi sono approcciato all’analisi di Zemmour ho notato spesso la faziosità dei media nostrani. Nessuna menzione approfondita a riflessioni o contenuti, solo ricorrenti accuse di razzismo, omofobia e fascismo.
Per non rimanere sbigottiti dinanzi a fenomeni politici particolari e controversi, come fu quello di Trump nel 2016, basterebbe leggere, studiare ed ogni tanto puntare i fari sui reali problemi di cui la politica di rango ha smesso da tanto, troppo tempo, di farsi carico.
Zemmour incarna la grandeur della tradizione francese ed in fondo occidentale, ed ha una visione ben precisa per il futuro.

RACCONTI CAMPANI 2022: IL NUOVO CONCORSO DELLA HISTORICA EDIZIONI

Pubblicato il bando che si propone di promuovere alcuni dei migliori talenti della letteratura contemporanea italiana

La casa editrice indipendente Historica edizioni (www.historicaedizioni.com) in collaborazione con il sito Cultora (www.cultora.it)  indice il concorso letterario “Racconti campanim 2022”. La partecipazione al concorso è gratuita ed è rivolta a tutte le persone, italiane o straniere, nate, residenti o domiciliate nella regione Campania.

Indetto il concorso letterario “Racconti campani 2022”

L’oggetto del concorso riguarda esclusivamente la sezione narrativa. Gli autori intenzionati a partecipare al concorso dovranno inviare racconti inediti e redatti in lingua italiana. Possono partecipare al medesimo testi già premiati in altri concorsi, purché sempre inediti e redatti in lingua italiana.

Gli elaborati dovranno essere inoltrati entro e non oltre il 15 febbraio p.v. in formato word con nome, cognome, numero di telefono e nome del concorso al seguente indirizzo email: racconticampani@gmail.com .

I racconti vincitori saranno pubblicati da Historica edizioni in un libro che sarà disponibile nelle librerie campane (con distribuzione Libro.co), sul sito di Historica, nelle principali fiere della piccola e media Editoria cui parteciperà l’editore, e sui principali book-stores online.

Di seguito, il bando completo del concorso (visitabile anche all’indirizzo: http://www.historicaedizioni.com/concorso-letterario-racconti-campani-2022/ )

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Concorso letterario Racconti campani 2022

Historica edizioni (www.historicaedizioni.com) in collaborazione con il sito Cultora (www.cultora.it) indice il concorso letterario “Racconti campani 2022”.

UNICA SEZIONE: NARRATIVA – Si accettano racconti a tema libero che non superino le 10.000 battute spazi inclusi. Sono ammesse eccezioni se gli elaborati superano di poco il limite prefisso. Ogni autore può inviare al massimo un racconto.

TESTI – I testi devono essere in lingua italiana e inediti. Possono partecipare autori italiani e stranieri. Possono partecipare testi già premiati in altri concorsi.

COME INVIARE I RACCONTI – I concorrenti devono inviare il racconto in formato word, con nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e nome del Concorso, al seguente indirizzo mail: racconticampani@gmail.com

CONDIZIONI DI PARTECIPAZIONE – La partecipazione è gratuita e aperta a tutte le persone nate, residenti o domiciliate nella regione Campania.

TERMINI DI INVIO – Inviare gli elaborati via mail entro e non oltre il 15 febbraio 2022.

DESIGNAZIONE DEI VINCITORI – Agli autori selezionati verrà inviata una mail con il responso.

PREMI – I racconti vincitori verranno pubblicati da Historica edizioni in un libro che sarà in vendita nelle librerie campane (con distribuzione Libro.co), sul sito di Historica, alle principali fiere della piccola e media Editoria cui parteciperà l’editore e sui principali book-stores online.

DIRITTI D’AUTORE – I diritti dei racconti rimangono di proprietà dei singoli Autori.

INFORMAZIONI – Per informazioni scrivere a:  racconticampani@gmail.com

 

Tra Brexit e ritorno del nazionalismo: il nuovo Regno Unito di Boris Johnson

Ripreso da “Il Primato Nazionale”



Daniele Meloni rappresenta uno dei massimi esperti di politica e società del Regno Unito presenti in Italia. La sua esperienza di vita e i suoi studi gli hanno fatto acquisire una conoscenza dettagliata sul mondo britannico, che racconta quotidianamente attraverso le proprie collaborazioni professionali. Pertanto, la sua ultima fatica letteraria, intitolata Boris Johnson: l’ascesa del leader conservatore e il Regno Unito post Brexit e pubblicata di recente da Giubilei Regnani, rappresenta molto più di un libro incentrato sull’attuale premier britannico.

Boris Johnson: ritratto di un leader

Certo, la figura di Boris Johnson risulta fondamentale per comprendere gli sviluppi politici successivi al referendum sulla Brexit. Infatti, l’apporto del premier è risultato decisivo per sconfiggere i sentimenti nostalgici verso la Ue dei laburisti, oltre che le resistenze dell’Unione in materia di accordi economici e commerciali. Anche dal suo futuro dipenderanno i nuovi equilibri interni al Partito conservatore, chiamato a restare unito per evitare decisivi fallimenti elettorali alle prossime elezioni.

Leggi anche: Boris Johnson: il sovranista (e maschilista) colto che ha svergognato l’Ue

Il nuovo nazionalismo britannico

Tuttavia, un ulteriore punto cardine del testo è racchiuso nel sentimento nazionalista che torna d’improvviso d’attualità, in Regno Unito come in altre nazioni europee. Un collante tra le classi sociali che si riconoscono nella difesa del proprio popolo e nel rifiuto delle prevaricazioni politiche esterne, su cui spesso la Ue si concentra per esercitare la propria ingerenza. La lettura del testo di Meloni potrà fungere d’esempio per comprendere e immaginare anche gli sviluppi istituzionali futuri di altri Stati, tra cui quello italiano. Spesso gli scenari maggiormente inattesi possono tramutarsi in realtà attraverso la convinzione di dover esercitare la difesa della propria terra, sia pure remando contro gli interessi delle unioni di turno.

Intervista a Daniele Meloni

Boris Johnson

Quali sono i principali avvenimenti politici che segnano i presupposti per l’arrivo di Boris Johnson a Downing Street?

«Boris Johnson era già un personaggio pubblico conosciuto dagli inglesi e uno dei politici più celebri del Partito conservatore quando era sindaco di Londra. Ma è con il suo ruolo decisivo nel referendum sulla Brexit che la sua carriera politica decolla e la sua ambizione di diventare primo ministro inizia a farsi concreta. Poi, dopo che Theresa May nel 2017 viene azzoppata dal risultato elettorale, appare a tutti evidente che solo Johnson può portare ai conservatori una maggioranza assoluta alla Camera dei comuni e condurre in porto la Brexit. Il risultato della Christmas Election del 2019 costituisce il vertice massimo della sua popolarità: i Tories non ottenevano così tanti seggi dai tempi di Margaret Thatcher».

In che modo ritieni che la Brexit abbia trasformato la società e la politica nel Regno Unito?

«La Brexit ha creato una nuova linea di faglia nella politica inglese tra favorevoli all’uscita dalla Ue, i Leavers, e i favorevoli al mantenimento dello status quo, i Remainers. Per quattro anni non si è parlato d’altro, e il risultato delle elezioni del 2019 è largamente il risultato di questa polarizzazione. Alla fine, anche i partiti europeisti come i LibDems, o quelli come il Labour che chiedevano un secondo referendum, si sono arresi e hanno accettato la Brexit. Quanto alla trasformazione della società, io direi più che altro che la Brexit è stata una conseguenza della trasformazione della società e una risposta agli aspetti peggiori della globalizzazione da parte dell’elettorato che negli ultimi 20 anni non ha potuto approfittare delle sue opportunità».

Tra i punti cardine del tuo testo spicca il ritorno del nazionalismo inglese, in un momento storico dove questo sentimento è considerato obsoleto dalla maggioranza del mainstream. Ce ne parli?

«Il nazionalismo inglese è la forza che ha determinato la Brexit e anche il rinfocolarsi dei nazionalismi delle home nations, e cioè quelli scozzesi e nordirlandesi. Non è un caso che dopo il referendum sull’indipendenza scozzese del 2014 l’allora premier David Cameron promise di risolvere una volta per tutte la questione inglese con l’adozione in Parlamento di un sistema di voto che favorisse i deputati eletti in Inghilterra nell’approvazione delle leggi che riguardavano il territorio inglese. Poi è arrivata la Brexit: tra i circa 17 milioni di voti favorevoli, oltre l’87% proveniva dall’Inghilterra. La Brexit dovrebbe chiamarsi in realtà EngXit, perché è stata un fenomeno in larga parte inglese. Nel corso degli anni abbiamo rivisto i simboli dell’Inghilterra apparire di nuovo nelle città inglesi e non solo: provate a confrontare le bandiere dei tifosi allo stadio per la finale dei mondiali di calcio del 1966 e quelle per la finale degli ultimi europei. Nel ’66 un tripudio di Union Jack, nel 2021 quasi solo croci di San Giorgio».

In che modo il recente scandalo del Party-gate può incidere negativamente sulla figura del premier britannico e sulla sua leadership?

«Si tratta di una questione molto delicata, a maggior ragione visto che alcuni di questi drink post-lavoro sono avvenuti nel periodo di lutto per la morte del principe Filippo. Downing Street si è scusato ufficialmente con la famiglia reale per questo. Johnson è piuttosto accerchiato: media e opposizione lo stanno massacrando invitandolo a dimettersi. Ma la questione è usata anche e soprattutto dai parlamentari della sua maggioranza scontenti per come sta governando altrimenti non avrebbe avuto questa risonanza. Difficile pronosticare cosa potrà succedere: Boris Johnson potrebbe essere costretto alle dimissioni ma potrebbe anche rilanciare. Molte volte è stato dato per morto politicamente e poi è magicamente rinato».

Da esperto del Regno Unito e delle sue vicende politiche, come prospetti gli equilibri interni al Partito conservatore?

«Il Partito conservatore non è mai stato tenero con i suoi leader. Non lo è stato con Churchill, non lo è stato con Eden, non lo è stato con Thatcher, Major, Cameron e May. In questo momento, paradossalmente, Boris Johnson è il punto di riferimento dei tanti che si situano al centro e pensano che cambiare leader adesso sarebbe un azzardo. Ci sono tante correnti e gruppi nel partito – come logico che sia in un movimento che ha il 40% dei consensi – ma si fatica a vedere un’opposizione organica a Johnson o candidati capaci di sfondare negli ex collegi laburisti della muraglia rossa nelle Midlands e nel Nordest come ha fatto lui nel 2019».

Nonostante alcune difficoltà elettorali riscontrate dai conservatori, i Labour non sembrano riusciti a riacquistare un ampio consenso. La loro debolezza potrà rivelarsi un decisivo alleato di Johnson alle prossime elezioni?

«Da quando è stato eletto leader, sir Keir Starmer ha fatto dei passi avanti, anzi, al centro, per riposizionare il partito. Ha abbandonato l’europeismo, anche perché lui fu l’artefice della disastrosa politica post-Brexit dei laburisti, e ha avvolto il Labour nell’Union Jack. In questo momento i sondaggi lo danno molto avanti, ma più che un sentimento popolare pro-Labour sembrano rimarcare una disaffezione dell’elettorato nei confronti di Johnson e di un partito che governa ormai da 12 anni. I problemi, però, non mancano anche per Starmer. Prima di tutto, all’interno del partito la sinistra radicale orfana dell’ex leader Jeremy Corbyn contesta la nuova linea centrista. Poi il maggior sindacato affiliato, Unite, ha annunciato un taglio dei fondi e la sua nuova leader, Sharon Graham, non si è neppure presentata all’ultimo congresso del partito, affermando di “voler occuparsi dei suoi iscritti e non di politica”. Una presa di distanza netta e che fa riflettere».

In che modo prospetti le relazioni politiche e commerciali future tra Regno Unito e Unione europea?

«Londra e Bruxelles continueranno a commerciare e a collaborare fattivamente all’interno degli organismi sovranazionali, Nato e Onu su tutti. Le tensioni attualmente sono ancora alte. Di recente il battibecco tra Johnson e Macron sui pescherecci e il mancato sblocco del protocollo nordirlandese non hanno certo abbassato la temperatura della contesa. Comunque, vale sempre la pena di osservare che l’accordo del dicembre 2020, pur con tutti i suoi difetti, è un unicum nella storia dell’Unione europea: nessuna nazione ha mai ottenuto dei legami commerciali così stretti con Bruxelles, per cui c’è la volontà di continuare a fare affari e a cooperare anche in futuro».

A distanza di anni dal voto sulla Brexit, ritieni che altre nazioni europee possano intraprendere un percorso d’uscita dall’Unione?

«È difficile da dirsi. La prospettiva britannica è diversa da quella degli altri Paesi: un parlamento antico e geloso delle sue prerogative; un rapporto come nessun altro con gli Usa; i legami con i Paesi del Commonwealth; la forza economica e finanziaria della City. Nessun’altra nazione ha questi atout a disposizione. Certo, Bruxelles non deve pensare che, calando dall’alto le sue politiche, non ci sia una reazione di rigetto da parte delle nazioni che fanno parte dell’Unione. I casi di Polonia e Ungheria lo dimostrano. Ma lo dimostra anche la Francia, dove la campagna elettorale sembra un grande referendum tra nazionalismo francese e sovranismo europeista».

Che ruolo geopolitico può giocare la Gran Bretagna nell’epoca del bipolarismo tra Usa e Cina?

«Il Regno Unito è saldamente ancorato all’alleanza atlantica. Gli inglesi dipendono dagli Usa per il loro deterrente nucleare, ma non sono “utili idioti”. Nella nuova strategia di politica estera britannica denominata Global Britain – e presentata alla Camera dei comuni nel marzo 2021 – la regione dell’Indo-Pacifico viene definita cruciale per gli interessi britannici e per i destini del mondo. Gli inglesi vogliono aumentare la loro presenza nell’area, anche a dispetto di quanto pensano gli americani, che con il segretario di Stato Blinken li hanno invitati a restare dalle loro parti, perché più utili altrove. C’è poi l’aspetto commerciale, tutt’altro che secondario: il Regno Unito è dialogue partner dell’Asean e ha appena iniziato le negoziazioni per l’ingresso nell’Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico (CPTPP), una associazione tra undici Stati che vale il 13% del Pil globale. L’attenzione per l’Asia, le economie e le classi medie emergenti è assoluto. A maggior ragione dopo la Brexit».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

«Mi piacerebbe continuare a raccontare questo meraviglioso Paese. Ho in mente di scrivere altri libri sul Regno Unito, non voglio certo fermarmi a questo».

Tommaso Alessandro De Filippo

FERRANTE DE BENEDICTIS ED IL PATRIOTTISMO CONSERVATORE


Abbiamo intervistato Ferrante De Benedictis, 41 anni Ingegnere e Dottore di Ricerca di Energetica, attualmente vicepresidente di Nazione Futura e membro del “Future Energy Leaders Community” del World Energy Council. È autore del libro “L’uomo custode della Natura” e di diverse pubblicazioni scientifiche per riviste e convegni internazionali sui temi energetici ed ambientali. Pertanto, l’ascolto delle sue analisi e prospettive è per noi fonte di preziosa formazione culturale e politica.

In che modo prospetta la partita politica del Quirinale?

Innanzitutto, grazie per l’intervista, oggi più che mai abbiamo bisogno di confronto e di unire le forze, in particolare quelle delle realtà come Generazione Liberale e Nazione Futura, entrambe animate dall’amore per l’Italia e per la cara vecchia Europa.

Le elezioni del capo dello Stato sono sempre state caratterizzate dalla complessità, questo anche quando il risultato appariva scontato, in quanto alle solite imprevedibili strategie parlamentari ed ai franchi tiratori si aggiungono i grandi elettori regionali che possono cambiare gli equilibri e riservare qualche sorpresa. Di certo si tratterà di un passaggio fondamentale per la sopravvivenza della nostra democrazia rappresentativa, questo perché mai come negli ultimi anni stiamo assistendo ad un Parlamento sempre più svuotato dei propri poteri, oserei dire delegittimato. È per questo che occorrerà scegliere una guida che ristabilisca le normali funzioni ed i giusti equilibri tra i poteri. Non mi azzardo di certo a fare pronostici, ma ho il sospetto che anche questa volta a spuntarla “quasi a sorpresa” possa essere un democristiano, nessuno può permettersi in una condizione di fragilità parlamentare come questa di avere un Presidente polarizzato, occorrerà eleggere una figura che navighi bene su entrambe le sponde, quella del centro-destra e quella del centro-sinistra.

 

Ritiene che una riforma costituzionale, incentrata sul presidenzialismo, potrebbe introdurre maggiore stabilità politica? Sarebbe favorevole ad una svolta simile?

Favorevolissimo, questo è da sempre un cavallo di battaglia del centro-destra, già Giorgio Almirante auspicava una svolta presidenziale, che appare sempre più urgente viste le sfide della modernità, le pandemie, le crisi economiche e sociali, la sfiducia nelle Istituzioni. Gli stessi sondaggi ci dicono che i cittadini vorrebbero eleggere direttamente il loro Presidente così come avviene in tantissimi Paesi occidentali. La svolta Presidenziale potrebbe rappresentare quella scintilla in grado di fare innamorare nuovamente i cittadini della politica, rappresentando l’opportunità di avviare quelle riforme costituzionali necessarie a cominciare dalla revisione del Titolo V.

Come valuta il lavoro comunicativo svolto dalla classe giornalistica nel corso della pandemia?

Posso essere diretto e non utilizzare mezzi termini? Pessimo, ma non solo sulla gestione delle informazioni riguardo la pandemia. In generale questo Paese paga oggi una classe giornalistica asservita al mainstream comunicativo e al “politically correct”, salvo rare e preziose eccezioni. Il giornalismo ha purtroppo perso il suo spirito critico.

 Ha spesso trattato e scritto del rapporto tra uomo e natura, incentrato anche sulla necessità di rilanciare un ambientalismo conservatore. Quanto è importante difendere l’ambiente, senza sfavorire imprenditori e lavoratori?

Quello dell’ambiente è un tema a me molto caro, tanto da aver voluto scrivere un libro dal titolo “L’uomo custode della Natura” edito da Giubilei Regnani. Lo scopo del libro è quello di mettere in guardia da un ambientalismo di facciata, infarcito di slogan e luoghi comuni, che vorrebbero nell’uomo il nemico dell’ambiente e più in generale del nostro pianeta. Secondo il mio punto di vista l’ambiente non si salva senza salvare l’uomo e senza recuperare quel sano rapporto tra uomo e natura. Pertanto, solo una visione conservatrice dell’ambiente potrà farsi portavoce di un messaggio davvero innovativo per la salvaguardia e la tutela del pianeta. Non è colpevolizzando l’uomo ma rendendolo responsabile o meglio custode del creato, attraverso un efficace recupero del rapporto con il suo territorio, la sua cultura millenaria e la sua storia, che si potranno ottenere i frutti sperati. Per farlo occorrerà riprendere quella sana cultura rurale, che per secoli ha saputo sapientemente creare le perfette condizioni di coesistenza tra uomo e natura, tra uomo e territorio, spesso reso ancor più bello ed accogliente. La nostra visione dell’ambiente è dunque una visione che si accompagna alla crescita sostenibile, senza preconcetti e/o pregiudizi verso gli imprenditori e verso la tecnica, quella tecnica che ci offre oggi opportunità concrete per uno sviluppo rispettoso e amico dell’ambiente.

 Sarà possibile creare un fronte conservatore compatto già in vista delle prossime elezioni politiche nazionali?

Me lo auguro, sarebbe un salto di qualità importante per il centro-destra italiano, che lo avvicinerebbe ai Paesi Europei. I tempi sono davvero maturi. Per questo consentitemi di fare un plauso ad un giovanissimo talento del mondo politico culturale italiano, Francesco Giubilei, che ha dimostrato come con le qualità, lo studio e la perseveranza si possa arrivare dove nessun altro aveva mai osato, creando un movimento conservatore di nome Nazione Futura, che oggi rappresenta un solido riferimento nel panorama politico italiano con ottimi collegamenti internazionali. Il tutto in un Paese dove fino a qualche anno fa era già solo impensabile definirsi conservatori senza ricevere le invettive del mondo politico e del giornalismo.

Che ruolo può e deve svolgere l’Italia in ambito geopolitico, dato il clima di tensione ed incertezza tra le maggiori potenze globali?

Quello che ci ha da sempre caratterizzati. Essere il centro del Mediterraneo, ponte tra oriente ed occidente. Per il primo occorre recuperare il ruolo del Mediterraneo nel dibattito Europeo, evitando di spostarne il baricentro sempre più verso i Paesi Nordici che per storia, tradizione e cultura non posso assurgere al ruolo di garanzia e di equilibrio che da secoli l’Italia ha rivestito, in particolare come ponte di dialogo con il mondo arabo e l’est Europeo. Dell’assenza dell’Italia nelle dinamiche geopolitiche ne possiamo cogliere oggi tutto l’impatto negativo con la crisi energetica, in particolare del gas. Mattei con la sua ENI non ha solo rappresentato un’azienda, ma l’Italia per il cui conto ha saputo tessere relazioni e rinsaldare amicizie, grazie alle quali abbiamo vissuto di rendita per interi decenni.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Lavorare e contribuire a far crescere la casa comune dei conservatori italiani.

DANIELE MELONI OLTRE IL MAINSTREAM: BORIS JOHNSON, UK E GLOBAL BRITAIN NEL SUO NUOVO LIBRO

Daniele Meloni rappresenta uno dei massimi esperti di UK nel panorama geopolitico italiano. Collaboratore di Atlantico Quotidiano, alla cultura del Regno Unito, alla Brexit ed alla vita reale della nazione ha dedicato i suoi studi ed il suo impegno, culminati nella scrittura di “BORIS JOHNSON. L’ascesa del leader conservatore ed il Regno Unito post Brexit” edito dalla sempre attenta Giubilei Regnani, casa editrice valida nella scelta di testi che superino la narrazione mainstream. All’interno del manoscritto, in uscita il prossimo 3 gennaio nelle librerie, il racconto della vera UK post Brexit ed il percorso di Bojo in seguito a quel 23 giugno 2016 che ancora non smette di dividere e far discutere gli osservatori. Pertanto, analisi e prospettive dell’autore rappresentano per noi fonte di apprendimento notevole su una nazione che contribuirà a segnare il futuro geopolitico globale.

In che modo nasce e si sviluppa l’idea di scrivere questo libro?

Nasce da due considerazioni. La prima è che volevo scrivere qualcosa che mettesse a frutto le mie conoscenze e la mia passione per la politica britannica. La seconda è la mia insoddisfazione relativamente allo story-telling sul Regno Unito e su Boris Johnson dalla Brexit in poi. Abbiamo davvero letto troppe fake news. Davvero si può credere che Johnson sarebbe stato arrestato in caso di mancata ottemperanza di una sentenza della Corte Suprema? O che la Regina sarebbe stata evacuata da Buckingham Palace in caso di hard Brexit? La mia idea era di scrivere qualcosa di più equilibrato sul nuovo corso che ha intrapreso lo UK negli ultimi anni. Spero che i lettori apprezzeranno.

Come valuti la figura del premier britannico nell’attuale scenario geopolitico globale? Ti riconosci nelle sue decisioni recenti?

Boris Johnson è un unicum, non ci sono figure simili nel partito Conservatore e nella politica inglese. È un uomo dotato di un grande fiuto politico e di grande scaltrezza. Paradossalmente tra lui e Cameron era lui il più europeista dei due, come background e percorso politico-intellettuale. La Brexit è stata anche la storia di come BoJo ha cercato di far sloggiare David da Downing Street. Nel libro lo spiego. Johnson è sicuramente molto ambizioso. La nuova Global Britain, il piano per riequilibrare le disuguaglianze tra Londra e il resto dello UK, la riforma della PA, gli investimenti nella difesa e le nuove politiche commerciali all’insegna del free trade fanno di lui e del suo paese dei protagonisti di assoluto rilievo nel panorama della politica internazionale contemporanea.

Boris Johnson attraversa un periodo di riscontri elettorali altalenanti, tra ampie vittorie e qualche recente batosta. Credi che le decisioni prese in merito alla pandemia abbiano influito sui risultati?

L’ultima suppletiva nello Shropshire è stata un massacro per i Tories. Si votava nel seggio di Owen Paterson, il parlamentare dimessosi per lo scandalo sul lobbying e gli elettori hanno punito Johnson e il suo partito. Tuttavia, le suppletive spesso e volentieri si risolvono in voti di protesta contro i governi. Le decisioni prese dall’esecutivo per contrastare il COVID hanno lasciato il segno soprattutto nel partito di Johnson. Novantanove deputati hanno votato contro di lui settimana scorsa sul Covid Pass, per gli eventi a rischio assembramento. Nel paese, invece, i sondaggi dicono che la gente è a favore di misure restrittive se in ballo c’è la salute. Secondo me il calo di consensi nei confronti del Premier è iniziato quando ha aumentato le tasse per finanziare la riforma del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) e dell’assistenza sociosanitaria. Molti thatcheriani nel partito non lo hanno digerito e anche le associazioni di categoria come la CBI – la Confindustria britannica – non hanno certo fatto salti di gioia.

In cosa Boris Johnson potrebbe e dovrebbe fungere da esempio per i leader conservatori nostrani?

Io credo sia molto difficile esportare un modello politico da un paese all’altro. La politica britannica è molto diversa dalla nostra. Basti pensare alla legge elettorale o al modello di competizione politica di Westminster e paragonarlo a quello italiano. Credo, però, che in questa fase storica il governo Tory sia l’unico governo di centrodestra tra i paesi più importanti in Europa. È chiaro che può rappresentare un punto di riferimento per il centrodestra italiano, specie ora che il termine “conservatore” sta acquisendo terreno nel dibattito politico. Non dimentichiamo che i Tories governano il Regno Unito da quasi due secoli e che sono il partito del potere per eccellenza in UK. La differenza più lampante con il nostro centrodestra è proprio questa ma è anche la sfida che Salvini e Meloni hanno di fronte: rendere il loro schieramento la “naturale coalizione di governo italiana”.

In che modo valuti l’attuale scenario politico italiano? Come ne prospetti il futuro?

In Italia si deve ripristinare il prima possibile il rapporto tra eletti ed elettori sulla base di un forte legame territoriale. Via il proporzionale e via le candidatura plurime. Gli eletti devono essere espressione dei loro territori di provenienza e rispondere agli elettori ancor prima che ai segretari di partito. Va ripristinata anche la normale dialettica tra maggioranza e opposizione che è stata diluita dalla nascita del governo di (quasi) unità nazionale, con i risultati che stiamo vedendo nel dibattito politico e nella cloroformizzazione di quello mediatico. Sembra che anche il prossimo governo sarà legato mani e piedi all’attuazione del PNRR da quì al 2027 e ai pareri dell’UE sulle nostre leggi di bilancio e non solo. Dobbiamo recuperare fiducia in noi stessi e nella nostra politica anche per avere un rapporto più dialettico e meno prono nei confronti di Bruxelles e dei nostri alleati internazionali.

Puoi esprimerci un tuo giudizio sull’operato comunicativo della classe giornalistica italiana nel corso della pandemia?

Abbiamo assistito a pregevoli reportage anche tra le corsie dei malati di COVID e a delle inchieste di tutto rispetto ma, nel complesso, mi sembra che invece di rendere il potere accountable si stia cercando di attaccare alcune categorie sociali e di pensiero, attribuendo loro ogni colpa per l’aumento dei contagi e per il mancato ripristino della normalità pre-pandemia. In primis, il giornalismo deve essere watchdog del potere, non di Stefano Puzzer, il cui destino mi può interessare molto relativamente. Il narcisismo di alcuni colleghi e delle virostar sta incrinando il rapporto di fiducia tra cittadini e informazione e, di conseguenza, anche quello tra i cittadini ed istituzioni.

Di che misure sociali ed economiche avrebbe bisogno il nostro paese per ottenere una piena ripartenza?

Visto che di “buonsenso” e “responsabilità” parlano tutti, io dico che abbiamo bisogno di più libertà. Quando la pandemia sarà finita – e finirà quando vorremo che finirà – dovremo attuare un programma di tagli alle tasse per essere concorrenziali con i maggiori paesi europei e attrarre imprese e capitali nella nostra nazione. Non mi riferisco al solito pannicello caldo ma ad un vero e proprio shock fiscale. Da anni seguiamo il solito canovaccio: aumenta il debito pubblico e “bisogna” aumentare le tasse per ripianarlo. Poi scopri che il debito pubblico aumenta comunque, i servizi peggiorano e le tasse aumentano (specie per alcune categorie che si trovano nella condizione di doverle sempre pagare). Ma un percorso di crescita è impossibile in questo modo. Anche il vecchio adagio “pagare le tasse per pagarne di meno” – molto popolare a sinistra – è fuorviante: se tutti pagassero le tasse lo Stato sperpererebbe di più e non risparmieremmo un centesimo. Dobbiamo concentrarci sulle politiche energetiche, sull’aumento dei salari (siamo l’unico paese in Europa che negli ultimi 30 anni ha visto una loro compressione e non una loro espansione) e sulla crescita di una classe dirigente all’altezza della complessità del mondo contemporaneo.

Quanto sarà importante introdurre una proposta politica ambientalista che non sfavorisca lavoratori ed imprenditori?

La transizione energetica e la green economy non devono essere pagate dai ceti più deboli e devono avvenire con gradualità e senza ulteriori tasse punitive per le attività imprenditoriali. No alla Plastic Tax – che penalizzerebbe, tra l’altro, un ampio comparto della nostra economia – no a misure che contraggono la crescita economica invece di espanderla. I vertici internazionali sull’ambiente, come l’ultimo di Glasgow, di solito si risolvono in passerelle politiche e aggiungono ben poco alla causa. Mettere d’accordo quasi 200 paesi su un tetto alle emissioni di CO2 tra oltre trent’anni è una chimera che qualsiasi adepto alla realpolitik non può che rigettare. Se anche noi limitiamo le nostre emissioni e una sola azienda cinese ne produce più di Pakistan, Giappone e Sud Corea messi insieme non si può credere alla retorica di “salvare il pianeta”.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sono entusiasta dell’uscita di questo libro, che rappresenta anche il primo libro su Boris Johnson e la Global Britain in Italia. La mia è un’istantanea non solo del percorso politico dell’attuale Premier, ma anche della politica e della società britannica dall’ormai celebre 23 giugno 2016 ad oggi. In futuro vorrei scrivere ancora della politica e della storia di questo paese.