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BARATRO UCRAINA: IL NUOVO DOSSIER GEOPOLITICO DI NAZIONE FUTURA


La tensione in Europa Orientale è altissima e il rischio di un conflitto armato tra Russia e NATO non è mai stato così tangibile. Il caos in Ucraina, tuttavia, ha origini molto antiche, sia caratterizzate dalla composizione etnica del Paese dopo il controllo dell’Unione Sovietica, sia dopo il colpo di Stato del 2014 noto come EuroMaidan. Nella partita, tuttavia, si intrecciano gli interessi talvolta conflittuali di Stati Uniti e Unione Europea, specie sul campo delle politiche di approvvigionamento energetico. Decisiva, in questo senso, la mancanza di un’azione politica comune da parte dell’Ue.
DANIELE DELL’ORCO, giornalista pubblicista, è laureato in Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Ha conseguito il Master in giornalismo Eidos e ha perfezionato gli studi presso la Cuny University di New York. Dirige la rivista trimestrale cartacea Nazione Futura. È stato editorialista de La Voce di Romagna ed è collaboratore del quotidiano Libero e del Giornale.it. Per il portale InsideOver ha realizzato reportage da dieci paesi del mondo. Nel 2015 ha fondato la casa editrice Idrovolante. Ha scritto 7 libri.
Con il contributo di: Vittorio Nicola Rangeloni
Dossier n. 7 / 2022
Baratro Ucraina
© Nazione Futura / Fondazione Tatarella

LA GENESI DEL CONFLITTO

di Vittorio Nicola Rangeloni
La storia recente dell’Ucraina è la storia di una rivoluzione che si è trasformata in un colpo di Stato e di una contro-rivoluzione. Eventi che hanno inevitabilmente trascinato il Paese in una guerra civile.
Una guerra alle porte dell’Europa che, seppure taciuta da tutti i principali canali d’informazione, si protrae tutt’oggi.
Le aspirazioni e le violenze dell’EuroMaidan, l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa, l’autoproclamazione delle Repubbliche indipendenti del Donbass e il conflitto fratricida in uno Stato ormai irrimediabilmente diviso tra Est e Ovest sono le inevitabili conseguenze delle contraddizioni interne che l’Ucraina covava in sé fin dal giorno della sua indipendenza1.
All’interno degli odierni confini ucraini non è mai esistita un’identità nazionale condivisa. Le diverse anime si differenziano per lingua, etnia, religione, storia e cultura. Una sommatoria di fattori d’instabilità che attendevano solo l’occasione di esplodere.
Ma queste ragioni sono già state abbondantemente analizzate in altri libri. Il mio non vuole essere un saggio storico, quindi ne accennerò solamente quanto indispensabile, per contestualizzare le storie e gli eventi.
Nel mio libro2 vorrei invece riuscire a trasmettere, almeno in parte, questa più recente ed intensa storia del Paese, avendola vissuta in prima persona; raccontarne i suoi protagonisti da vicino, dando voce alle loro emozioni ed esperienze, descrivendo quelle sensazioni che non si potrebbero nemmeno immaginare senza essere stati nell’epicentro di quegli avvenimenti.
Per consentire a chiunque di comprendere a fondo il contesto, è quindi necessario fare dapprima una sintesi dei fatti svoltisi in Ucraina a partire dall’autunno del 2013, che hanno portato al colpo di Stato noto come EuroMaidan, fino allo scoppio della guerra e le sue fasi più intense.
***
L’EuroMaidan ha avuto inizio nella tarda serata del 21 novembre del 2013. Un’apparentemente innocua manifestazione contro l’allora Presidente Viktor Yanukovich, reo di non aver ratificato un trattato economico con l’Unione Europea, raccolse in piazza un centinaio di giovani ucraini filo-europeisti.
Quel sit-in nel centro di Kiev proseguì per una decina di giorni, fino all’intervento delle forze dell’ordine, che dispersero i manifestanti e liberarono la piazza. Le immagini di questa repressione servirono l’assist ai media e ai partiti d’opposizione per accusare i metodi poco
1  L’Ucraina è uno Stato indipendente dal 1991, cioè da quando l’Unione Sovietica collassò su se stessa. Prima di allora il territorio della Repubblica Socialista d’Ucraina e i suoi confini con la Repubblica Socialista di Russia erano considerati delle mere formalità amministrative all’interno dell’URSS, tanto che, nel 1954, per festeggiare i 300 anni di convivenza tra la Russia e la Crimea, l’allora Presidente Chruščev donò simbolicamente la penisola alla Repubblica Socialista d’Ucraina, convinto dell’intangibilità dei confini esterni ed interni dell’Unione Sovietica.
2.       V.N. Rangeloni, Donbass – Le mie cronache di guerra, Idrovolante Edizioni, Roma 2021.


democratici di Yanukovich, chiedendo le dimissioni delle massime cariche dello Stato.
I presidi di protesta divennero così permanenti, forti anche del sostegno esplicito da parte di rappresentanti ufficiali dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, e in pochi giorni vennero rafforzati dalla presenza di gruppi organizzati come fazioni ultras e strutture paramilitari di partiti ultranazionalisti.
Le rivendicazioni prettamente europeiste vennero presto abbandonate, per abbracciare le ben più generiche accuse contro il sistema oligarchico che governava l’Ucraina, apparentemente l’unico vero comune denominatore delle diverse anime che componevano la protesta. Anche l’obiettivo era cambiato: non più le dimissioni del governo in carica, ma il colpo di Stato. E così fu.
Verso la fine del febbraio del 2014, in seguito a numerose battaglie in cui la polizia dovette fare i conti con i manifestanti armati di molotov e armi da fuoco, Yanukovich fu costretto a fuggire dalla capitale, lasciando i palazzi del potere in mano agli insorti. Nonostante il presidente ucraino non avesse rassegnato le dimissioni, il Parlamento ucraino nominò un nuovo governo ad interim, portando al potere gli esponenti di quei partiti che avevano guidato le proteste.
Il nuovo governo ricevette fin da subito la benedizione di Washington e Bruxelles e, per rimarcare ulteriormente il cambio di fronte geopolitico, venne proposta la messa al bando della lingua russa, andando a minacciare i diritti di una grossa parte della popolazione ucraina.
Tutte le cariche istituzionali riconducibili al partito di Yanukovich, o comunque non esplicitamente alleate con l’EuroMaidan, dai Ministri ai sindaci delle piccole città, vennero rimpiazzate con nuovi volti leali al governo golpista. Per milioni di persone tutto ciò era inammissibile, nonché antidemocratico.
Nel marzo del 2014, poche settimane dopo il colpo di Stato a Kiev, la Repubblica autonoma di Crimea si rifiutò di riconoscere l’autorità del nuovo governo ucraino, tornando ad essere parte della Federazione Russa attraverso un referendum3.
Il cambio di bandiera avvenne senza che venisse sparato un solo colpo. Questo anche grazie alla presenza di basi militari russe in quel territorio.
Contemporaneamente, in diverse regioni ucraine, da Kharkov a Lugansk, da Dnepropetrovsk fino a Donetsk, presero vita le manifestazioni del cosiddetto AntiMaidan.
Le persone che vi presero parte non sostenevano le posizioni del nuovo governo e si rivolgevano a Kiev chiedendo quanto meno nuove elezioni e la federalizzazione del Paese.
Ma queste proteste portarono solo repressione e i manifestanti filorussi iniziarono ad occupare i palazzi del potere delle regioni orientali.
Verso l’inizio di aprile l’Ucraina perse totalmente il controllo su decine di città, anche a causa della timidissima resistenza opposta da parte dei reparti delle forze dell’ordine locali.
Il 13 aprile, Alexandr Turchinov, eletto Presidente ad interim post-Maidan, anziché trattare con i rappresentanti della nuova opposizione, decise di mettere a tacere ogni forma di dissenso annunciando l’Operazione Anti-Terrorismo (ATO).
Coloro che fino ad allora erano stati considerati semplicemente come “filorussi”, iniziarono ad
3  Il 16 marzo si recò alle urne l’84% degli aventi diritto. Il 97% dei voti fu favorevole all’indipendenza dall’Ucraina e all’annessione alla Federazione Russa.
essere definiti “terroristi” e “separatisti”. Questa etichetta ricadde indistintamente su milioni di cittadini ucraini, colpevoli solamente di essere in disaccordo con il nuovo governo. Non potendo fare affidamento sull’esercito regolare, che aveva ampiamente disertato in Crimea e dimostrato poca intenzione di combattere contro i propri cittadini a Slaviansk e Kramatorsk, il governo di Kiev introdusse i “battaglioni punitivi”, ossia formazioni paramilitari costituite dai volontari nazionalisti che già avevano avuto un ruolo di primo piano nel golpe di febbraio.
L’approccio di Turchinov e del suo governo ebbe un effetto inaspettato: più la repressione si fece violenta, più le manifestazioni dell’AntiMaidan si diffusero, mettendo a nudo le fratture ideologiche e culturali presenti nel Paese.
Le misure di Kiev causarono da subito centinaia di vittime, ma la popolazione non rinunciò alle proprie rivendicazioni e reagì passando dal manifestare pacificamente all’imbracciare le armi per difendere la propria libertà e il sacrosanto diritto di decidere in prima persona il proprio destino. Armi in risposta alle armi.
Per tutti fu chiaro che in queste regioni non si sarebbe ripetuto lo scenario avvenuto in Crimea, dove l’Ucraina si era ritirata silenziosamente. Senza la presenza russa a fare da garante, l’unica strada percorribile dai manifestanti intenzionati a non rinunciare alla propria causa fu quella dell’emancipazione da Kiev.
L’11 e il 12 maggio a Donetsk e Lugansk, in un clima di estrema tensione dovuto alla repressione ucraina, venne promosso un referendum in sostegno delle autoproclamate (e omonime) Repubbliche Popolari.
Con un plebiscito venne chiaramente e democraticamente espresso il desiderio di autonomia dall’Ucraina.
A ridosso di quel referendum il governo ucraino si era indirettamente reso responsabile della strage di Odessa, quando, il 2 maggio, il presidio dell’AntiMaidan presente di fronte al Palazzo dei Sindacati venne barbaramente assaltato. Gli aggrediti vi si barricarono all’interno cercando riparo dalla furia degli ultranazionalisti giunti in città con il pretesto di una partita di calcio. Il palazzo venne dato alle fiamme e una cinquantina di persone morirono al suo interno. Questo non fu che l’ennesimo avvertimento a chi fosse intenzionato a mettere in dubbio l’autorità di Kiev.
In quelle prime fasi del conflitto molte città vennero duramente contese. L’esercito ucraino tentò di ottenere nuovamente il controllo delle zone di frontiera con la Federazione Russa, isolando così Donetsk e Lugansk. Nell’estate del 2014 Lugansk venne accerchiata dalle truppe ucraine, che però dovettero fare i conti con poche centinaia di miliziani per nulla intenzionati ad arrendersi.
La forza delle idee diede ragione a questi ultimi e l’accerchiamento venne spezzato.
Al termine del mese di agosto, nella zona di Illovaisk, si ebbe un nuovo accerchiamento.
Questa volta, però, a finire nella sacca furono i soldati ucraini. Traditi ed abbandonati dai loro ufficiali, almeno un migliaio di loro vennero uccisi, alcune centinaia vennero fatti prigionieri.
Grazie a questa brillante operazione le milizie delle neo-Repubbliche conquistarono enormi quantitativi di armi, munizioni e mezzi. Fu la battaglia più grande e pesante tenutasi fino ad allora.
Gli esiti di questo scontro portarono le parti a confrontarsi per la prima volta senza combattere, con i rispettivi rappresentanti seduti attorno ad un tavolo a Minsk nel settembre del 2014.
Vennero stipulati accordi per risolvere il conflitto in modo pacifico. Kiev avrebbe dovuto riottenere il controllo dei territori delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk in cambio della concessione di ampie autonomie alle regioni.
La tregua però durò poco. Giusto il tempo necessario alle parti di riorganizzare gli eserciti, riparare i mezzi e pianificare le manovre successive. In autunno si succedettero diverse battaglie minori lungo tutta la linea del fronte. Solamente con il sopraggiungere dell’inverno aumentarono le tensioni nei pressi dell’aeroporto di Donetsk, simbolo della resistenza dell’esercito ucraino. A gennaio 2015 i miliziani issarono la bandiera della Repubblica Popolare di Donetsk su entrambi i terminal, liberando definitivamente tutto il territorio dell’infrastruttura dalla presenza ucraina.
Il mese successivo si risolse un’altra delle più grandi manovre in questo conflitto: l’accerchiamento di Debaltsevo da parte delle milizie. Questa battaglia andò di pari passo con gli incontri tra le parti a Minsk, volti a trovare un nuovo accordo. Il documento d’intesa venne raggiunto con il contributo delle massime cariche istituzionali di Germania, Francia, Russia e OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
Con l’entrata in vigore di Minsk-2, tra le Repubbliche Popolari e l’Ucraina non si verificarono più grandi battaglie e sensibili modifiche della linea del fronte, ma solo il proseguimento di una logorante guerra di posizione. Sporadicamente e ciclicamente, dal 2015 ad oggi, periodi di relativa tregua sono stati alternati a fasi di allerta e pesanti cannoneggiamenti con morti e feriti tra la popolazione civile.
Ad oggi rimane difficile fare una stima precisa dei morti di questa guerra. Le principali organizzazioni internazionali stimano al ribasso 25 mila feriti e almeno 13 mila morti. 3 milioni di persone continuano a vivere in condizioni di estrema povertà, spesso lontano dalle proprie case, delle quali non rimangono che macerie. Tutti questi numeri, periodicamente, continuano a venire aggiornati.

L’EPICENTRO DEL CAOS: IL MAR NERO

Negli ultimi giorni una nuova escalation in Ucraina Orientale ha spinto di nuovo le potenze occidentali a manifestare apertamente il sostegno al governo di Kiev minacciando la Russia di gravi ritorsioni (sanzioni, o peggio) in caso di invasione delle regioni separatiste dell’Ucraina, quelle di Donetsk e di Lugansk, che ormai da 7 anni si sono proclamate indipendenti (e sono filorusse).
Nel corso degli anni la Russia non ha mai davvero manifestato la volontà di annetterle (cosa fattibile a livello militare in un battito di ciglia), perché avrebbe poco senso scatenare un vespaio per estendere la sovranità su realtà che sono già fattivamente controllate da Mosca ma de jure territorio ucraino. 
Una situazione ben differente rispetto a quanto accadde alla Crimea, la penisola nel Mar Nero contesa tra Russia e Ucraina che i russi hanno annesso nel 2014. Perché in quel caso sussistono ragioni geostrategiche importanti dovute al controllo di quella sorta di “lago” incastonato tra Russia, Ucraina e Crimea che risponde al nome di Mare di Azov (e al Mar Nero in generale).
La Russia, infatti, non ha mai accettato il fatto che quella che era la seconda più importante repubblica socialista di tutta l’Unione Sovietica sia finita ormai sotto il controllo occidentale, e anche per questo ha annesso la Crimea per il timore che con l’aiuto dell’Occidente l’Ucraina potesse trasformare quello che era principalmente un luogo di villeggiatura in una spina nel fianco militare. Dopo quell’annessione, infatti, le parti si sono invertite e l’unico punto d’accesso marittimo al Mare di Azov, lo stretto di Kerch, in Crimea, è controllato interamente dai russi che possono controllare il traffico navale in entrata e in uscita da città portuali ucraine come Mariupol e Berdyansk.
Ecco, Berdyansk.
Qui, a pochi chilometri dalla Repubblica separatista di Donetsk, l’Ucraina finanziata dalla Gran Bretagna sta costruendo una base navale (e un’altra a Ochakiv) per potenziare la propria flotta.
E l’intelligence russa sostiene che pure i dollari americani stiano finanziando altre basi navali. Movimenti praticamente nel proprio giardino di casa che non piacciono per niente al Cremlino.
Le 90mila truppe schierate al confine con l’Ucraina, allora, rappresentano un messaggio molto chiaro rivolto all’Occidente: attenti a quello che fate.
E il Donbass, che da anni ormai è diviso tra l’incudine e il martello e in cui non si è mai smesso di sparare, rischia nuovamente di essere l’epicentro (magari anche involontario) di congiunture che vanno dagli approvvigionamenti di gas del North Stream 2 (con le sue beghe burocratiche), alle tensioni migratorie tra Bielorussia e Polonia, alla minaccia di nuove sanzioni dall’Europa alla Russia, e infine alle contese marittime sul Mar Nero.
Tutti scenari di una guerra ibrida sempre più palese ancorché non dichiarata tra Occidente e Oriente.


LE RICHIESTE DELLA RUSSIA

Il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa ha pubblicato, venerdì 17 dicembre, le bozze dell’accordo sulle garanzie di sicurezza presentate agli Stati Uniti e alla NATO. Tra i punti salienti, vi è l’interruzione di qualsiasi attività militare euroatlantica nell’Est Europa. Washington e l’Alleanza, però, hanno respinto le richieste russe.
A riportare la notizia, il medesimo venerdì, è stata l’agenzia di stampa statale RIA Novosti. Inoltre, il viceministro degli Esteri del Paese, Sergey Ryabkov, citato da un’altra agenzia, Interfax, ha spiegato che gli Stati Uniti e la NATO, finora, hanno respinto l’accordo. “La loro risposta non è stata incoraggiante”, ha affermato il rappresentante russo. “Nelle nostre proposte abbiamo presentato in modo esaustivo una serie di questioni che richiedono soluzioni urgenti”, ha dichiarato Ryabkov, in riferimento alla bozza, consegnata il 15 dicembre. Il viceministro degli Esteri ha sottolineato che le proposte della Russia “non rappresentano un ultimatum all’Occidente”, ma ha ribadito che la “gravità” degli ultimi sviluppi non deve essere sottovalutata. Inoltre, Ryabkov ha affermato che, di recente, la sicurezza in Europa e nell’area Euro-atlantica ha subito un “notevole” deterioramento. Uno dei punti salienti delle “garanzie di sicurezza” riguarda la richiesta di Mosca di ritirare la decisione presa dai leader dell’Alleanza Atlantica in occasione del vertice di Bucarest, svoltosi il 2 aprile 2008. In tale data, si decise che la NATO avrebbe riconosciuto il “principio della porta aperta” sia per l’Ucraina sia per la Georgia, affermando di voler integrare i due Paesi nella comunità euro-atlantica.
RIA ha riassunto i punti chiave del primo documento, che è stato redatto in russo, inglese e francese.
La Russia richiede di:
–             Escludere un’ulteriore espansione della NATO, nonché l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza;
–             Non schierare truppe e armi aggiuntive rispetto a quelle collocate nei Paesi membri prima del maggio 1997, tranne in casi eccezionali e con il consenso della Russia e dei membri della NATO. [In tale quadro, è importante sottolineare che, prima del 1997, l’Alleanza non includeva i Paesi dell’Europa Orientale].
–             Abbandonare qualsiasi attività militare della NATO in Ucraina, in Europa Orientale, nel Caucaso e in Asia centrale;
-Non schierare missili a medio e corto raggio in aree da cui possono essere colpiti altri territori;
–             Non condurre esercitazioni e altre azioni con più di una brigata nella zona di confine concordata. Scambiare informazioni sulle manovre militari su base regolare;
–             Confermare che le parti non si considerano avversarie, consolidare l’accordo per risolvere pacificamente tutte le controversie e astenersi dall’uso della forza;
–             Impegnarsi a non creare condizioni che possano essere percepite come una minaccia dall’altra parte;
–             Creare hotline per i contatti di emergenza;
Se più della metà degli Stati firmatari accetterà le disposizioni, ha spiegato la testata russa, l’accordo entrerà in vigore. Si precisa, inoltre, che ogni Paese può recedere dal contratto, dandone comunicazione al depositario. In questo caso, l’intesa terminerà su base individuale 30 giorni dopo il ritiro.
A seguire, i punti salienti riassunti da RIA delle “garanzie” contenute nel secondo documento:
–             Non schierare truppe né dispiegare armi nelle aree che saranno percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale;
–             Astenersi dal far volare bombardieri pesanti, nucleari e non, al di fuori dei propri cieli, da dove possono colpire bersagli sul territorio dell’altra parte;
–             Non dispiegare navi da guerra in aree al di fuori delle acque nazionali, da dove possono colpire obiettivi sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare missili a medio e corto raggio all’estero e in aree da cui possono colpire bersagli sul territorio di un altro Stato;
–             Non dispiegare armi nucleari all’estero e ritirare quelle precedentemente schierate, nonché eliminare le infrastrutture create per il dispiegamento di armi nucleari al di fuori del proprio territorio;
–             Non condurre esercitazioni militari con lo sviluppo di scenari per l’uso di armi nucleari e non preparare Paesi non nucleari all’uso di armi nucleari;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a escludere un’ulteriore espansione della NATO verso Est e a rifiutare di ammettere Paesi post-sovietici all’Alleanza;
–             Gli Stati Uniti si impegnano a non creare basi militari nei Paesi post-sovietici, a non utilizzare le loro infrastrutture militari e a non sviluppare con loro una cooperazione militare. Mosca ha consegnato le proposte dell’accordo agli Stati Uniti, tra le crescenti tensioni, acuitesi a seguito dell’accumulo di truppe russe vicino all’Ucraina Orientale. I Paesi Occidentali temono che la Russia possa lanciare una nuova offensiva contro lo Stato Est-Europeo, sebbene Mosca neghi qualsiasi intenzione bellicosa. Al contrario, il Cremlino ribadisce di rispondere a ciò che percepisce come minacce alla propria sicurezza: dalle relazioni sempre più strette dell’Ucraina con la NATO, alle sue aspirazioni euroatlantiche e all’incremento della presenza dell’Alleanza nel Mar Nero.
Il fatto che la NATO abbia respinto in toto le richieste russe non è granché degno di nota, poiché la posizione russa è molto sbilanciata rispetto a quelli che sono i piani dell’Alleanza. Ma, come in tutte le trattative, si parte da uno sbilanciamento per provare a cercare un punto di incontro. E il punto di incontro in questa partita sarebbe quello di garantire alla Russia che gli stati cuscinetto che attualmente la separano dall’Europa, Bielorussia e Ucraina, restino tali.
Il paradosso è che a Washington non sentono di voler garantire a Mosca qualcosa che in fondo nemmeno vogliono. L’Ucraina, infatti, al momento non è una candidata ad aderire all’Alleanza Atlantica. Ma siccome non è escluso che possa esserlo in futuro (remoto), gli Stati Uniti che già sono massicciamente presenti nell’area insieme alle forze del Regno Unito, non hanno intenzione di “abbandonare” l’Ucraina all’influenza russa specie dopo l’EuroMaidan del 2014.
I colloqui dal punto di vista diplomatico sono arenati, e nelle scorse ore l’amministrazione dem guidata da Joe Biden ha richiamato il personale non necessario dall’Ucraina ed esortato tutti i cittadini americani a lasciare il Paese. La ritirata suonata dalla Casa Bianca ore ha scatenato un fuggi fuggi generale. D’ora in ora, gli altri Paesi si sono accodati: dopo il Canada, ecco Gran Bretagna e Olanda, Giappone e Montenegro, Corea del Sud, Israele etc. Infine è arrivata anche la comunicazione da parte dell’Italia (in Ucraina ci sono oltre 2mila italiani).
La tragicommedia è che anche i russi hanno evacuato, per ragioni opposte: Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri, è stupito dal fuggi-fuggi e richiama in patria il suo personale non diplomatico, perché si domanda se non siano semmai “loro” (gli americani) a preparare qualcosa.
Un dubbio legittimo in questo infinito scambio di accuse, nel quale di anomalie ce ne sono davvero tantissime, a partire dal fatto che la Cia è stranamente servizievole e imbeccata dal Pentagono, è fornisce infiniti dettagli ai media sui piani russi d’invasione.
Il Pentagono, al contrario, blocca tutto e tutti. Anche i giornalisti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Difesa americana ha vietato l’accesso stampa ai contingenti militari dislocati sul confine ucraino. Nessuno, quindi, da quel lato del fronte può vedere con i suoi occhi.
Tra l’incudine e il martello, l’Ucraina, bullizzata dall’Alleanza Atlantica.
Il presidente ucraino Zelensky è attonito per il panico che stanno creando americani e britannici, e dice: “Credo che siano circolate troppe informazioni su una guerra di vasta scala da parte della Federazione Russa. Comprendiamo tutti i rischi. Se avete informazioni aggiuntive che un’invasione dell’Ucraina da parte della Russia avverrà al 100 per cento il 16 febbraio, condividetele con noi”.
Tradotto: state giocando alla guerra in Ucraina ma senza interpellare l’Ucraina.

LA SITUAZIONE ATTUALE

“Insomma, scoppia o non scoppia [la guerra]?” La domanda è ricorrente ancorché legittima, come pure la voglia delle persone di ricevere risposte dirette.
La verità però è un’altra: la guerra c’è già. Si combatte in altri modi. Soprattutto, si combatte senza che i cittadini se ne accorgano. Perché una bomba sganciata da un B-52 la vedono tutti, un’offensiva di cyberwar no.
Negli ultimi giorni, però, i movimenti militari sono diventati palesi e visibili a tutti. Quindi vanno riportati.
Novità:
–             L’aviazione statunitense ha piazzato un numero imprecisato di jet da combattimento F-16C Viper in Romania, partiti dalle basi americane in Germania, oltre a un contingente di sistemi di difesa aerea a corto raggio Avenger;
–             Contestualmente, altri jet da combattimento F-15C e F-15D Eagle americani sono arrivati in Polonia, ufficialmente per prendere parte a una missione progettata per “migliorare difesa collettiva della NATO” e sostenere la missione permanente nel Baltico. Ufficiosamente, per rispondere allo spiegamento di forze russe in Bielorussia impegnate in manovre su larga scala. La Russia, come anticipato largamente, più che sul Donbass si sta concentrando nel Mar Nero, precisamente nel Mare di Azov e intorno alla Crimea. L’obiettivo del Cremlino potrebbe essere quello di un blocco navale per i porti ucraini, e sarebbe una mezza azione di guerra.
Il governo russo ha emesso avvisi che indicano ai marinai e gli aviatori di evitare porzioni significative dell’estremità settentrionale del Mar Nero e del Mar d’Azov (quelle in rosso in figura) e che sono effettivi da oggi al 19 febbraio, ufficialmente a causa delle prossime esercitazioni navali a fuoco vivo pianificate da tempo. L’ovvia preoccupazione è che questo potrebbe equivalere a un blocco di fatto delle coste meridionali dell’Ucraina, che a sua volta potrebbe essere parte dei preparativi per il famoso intervento militare russo.

La mappa mostra bene che qualsiasi accesso al Mar d’Azov, che è già in gran parte sotto il controllo russo, nonostante gli accordi formali sull’uso condiviso dello specchio d’acqua tra Mosca e Kiev, dovrebbe passare attraverso una di queste aree di allarme da quando i NOTAM (l’acronimo che indica gli avvisi agli effettivi) diventano ufficiali. Anche l’accesso a gran parte della costa ucraina del Mar Nero ne è interessato. Solo uno stretto canale a ovest, che riflette il confine largo 12 miglia delle acque territoriali dell’Ucraina, offre un’apertura illimitata per il traffico marittimo verso i principali porti ucraini. Gli avvisi dicono che un’altra grande sezione del Mar Nero a sud-ovest della Crimea, che la Russia ha preso dall’Ucraina nel 2014, sarà anche in uso per le esercitazioni di fuoco vivo, ostacolando ulteriormente la libertà di movimento marittimo nella regione.
Una sezione più piccola lungo le coste occidentali della Crimea è a sua volta coperta da NOTAM. Anche se non è chiaro esattamente ciò che la Russia ha pianificato per le sue esercitazioni in una di queste aree, quella zona a ovest della Crimea sembrerebbe adatta a ospitare un’esercitazione di sbarco anfibio. Tre navi da sbarco della marina russa sono entrate tre giorni fa nel Mar Nero, a differenza di quelle che fecero tanto scalpore qualche giorni fa che avevano lasciato il Baltico ed erano entrate nel Mediterraneo.
La Flotta del Mar Nero della Marina russa dispone già, infatti, di un numero significativo di navi e piccoli mezzi da sbarco, insieme ad altre navi da guerra e sottomarini.
È chiaro che in questo momento di tensione così alta ogni movimento degli uni e degli altri potrebbe essere una miccia esplosiva, ma bisogna dire che nel Mar Nero la Russia puntella le acque con esercitazioni militari molti stesso, anche l’anno scorso, compresi NOTAM anche più ampi che avevano riscosso, come sempre, critiche internazionali.
I NOTAM sono programmati per essere revocati proprio intorno alla fine delle Olimpiadi Invernali di Pechino, il periodo che secondo gli americani comprenderà il D-Day dell’invasione.
In generale, i NOTAM servono alla Russia come esercizio di potere nel Mar Nero, un potere che non è affatto in favore di Kiev e che le sterline britanniche vorrebbero da anni provare a riequilibrare finanziando la costruzione di basi navali ucraine, una delle quali letteralmente a un tiro di schioppo dal Donbass.
Chiaramente, come succede per i botta e risposta tra fanteria russa e aviazione NATO, anche i membri dell’Alleanza Atlantica stanno schierando forze navali e di altro tipo nella regione.
Come deterrente, dicono, ma è evidente che sia impossibile trovare un “punto di inizio” nel processo di rafforzamento dei contingenti militari. 

IL FATTORE ENERGETICO

Questi i fatti. Le letture, invece, sono altra cosa. L’Ucraina non vuole fare la guerra.
La Russia non ha il minimo interesse ad invadere l’Ucraina Orientale, men che meno ad arrivare fino a Kiev. Al fronte, in Donbass, si spara meno oggi che un anno fa.
Ben diversa invece la situazione nel Mar Nero, e semmai dovessero esserci delle cause scatenanti, queste afferirebbero proprio il Mar Nero.
È probabilmente la prima volta nella storia in cui un nemico apparecchia in modo così palese e con un sostegno mediatico del genere un attacco ad un altro Paese, come dimostra non solo la ritirata del personale diplomatico dei vari Alleati ma pure il sostanziale, ma non formale, blocco aereo da parte delle compagnie commerciali sui cieli ucraini mentre il Paese è circondato dai russi. È come dire: “Dai, invadete”.
La campagna mediatica è a tratti grottesca, come lo è la comunicazione della data, il 16 febbraio, individuata dai russi per un’invasione. In pratica un’azione di guerra del genere si troverebbe in prima pagina sul New York Times una settimana prima. Come se Putin non fosse un ex-KGB.
Lo sforzo di Emmanuel Macron nel dialogo, da leader europeo più che francese, è encomiabile anche se i frutti sono relativi (o quasi nulli), mentre eloquente è l’ombra che circonda la Germania, Paese che come sappiamo quando si parla di guerra ci va sempre cauta per ovvie ragioni storiche, ma che in questo caso è la realtà più coinvolta nella crisi. Brama l’apertura del North Stream 2 più della Russia ma è anche costretta a dover fare i conti con le pretese USA di invadere l’Europa di GNL (il gas Naturale Liquido), lo stesso che è stato spedito in fretta e furia nelle scorse settimane su delle gigantesche navi cisterna attraverso l’atlantico per fermare l’aumento dei prezzi, e che dall’altra parte dell’Atlantico vorrebbero esportare in misura sempre maggiore in Europa, anche se al momento non è ben chiaro con quale tipo di infrastruttura.
Ecco una delle chiavi della crisi: la contesa energetica.
Tutta l’Europa dipende dal gas naturale russo (per oltre il 40%) e la crisi sta pensando da settimane sulle bollette delle famiglie e delle aziende europee ed italiane. La pipeline North Stream 2 che dal Baltico dovrebbe portare gas direttamente alla Germania raddoppiando di fatto la corsa del gasdotto già attivo, North Stream 1, è un’infrastruttura che non piace agli Stati Uniti, molto interessati a “staccare” più possibile la spina che collega a livello energetico Russia ed Europa (le altre infrastrutture principali, peraltro, passano proprio per il territorio ucraino). Lo stallo di carattere energetico nonostante i provvedimenti emergenziali promessi dall’Unione Europea e dai singoli governi, potrebbe addirittura peggiorare. Le riserve di gas in Germania crollano a un livello “preoccupante”, meno della metà rispetto a due anni fa.
Non a caso la parola “dialogo” (con il Cremlino) è stata quella più ricorrente nei commenti di diversi esponenti europei dopo la missione di Macron a Mosca e Kiev.
Il primo a mostrarsi ottimista, parlando di un “progresso” nelle iniziative diplomatiche, è stato proprio il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Da Kiev gli ha fatto eco il ministro degli esteri spagnolo José Manuel Albarez Bueno, il quale ha annunciato che la Spagna, sulle orme della Germania, non fornirà armi all’Ucraina (al contrario di quello che sembrerebbe voler fare l’Italia), sostenendo che è ancora troppo presto anche per parlare di sanzioni, perché un’invasione russa rimane tra gli “scenari ipotetici che, forse, non corrispondono affatto alla realtà”.
Per ora, dunque, la questione delle sanzioni è un argomento di contesa più all’interno dello schieramento occidentale che non con Mosca. A dimostrarlo è proprio la tormentata vicenda del North Stream 2. Joe Biden è stato chiaro: se la Russia invade, il gasdotto va a monte. Durante una visita a Washington, Scholz però non ha voluto appoggiare esplicitamente l’idea di Biden. I dati del Gas Infrastructure Europe confermano l’allarme che viene da Berlino. L’Europa sta dando fondo alle scorte, e quelle tedesche, la locomotiva del Continente, sono già crollate a circa il 35% della capacità totale rispetto all’83% di due anni fa. Più contenuta la riduzione per l’Italia (45% attuale rispetto al 57% del febbraio 2020).
La partita energetica è di carattere economico, ma anche politico. L’Europa sta da tempo cercando vie di approvvigionamento alternative a quelle che portano alla Russia, come il gasdotto TAP che dal Mar Caspio sfocia in Puglia e che nelle prossime settimane potrebbe vedere la sua portata aumentata, quasi raddoppiata. Ma non basta. Così, gli Stati Uniti temono molto l’apertura del North Stream 2 che concederebbe ancor più potere contrattuale alla Russia che sarebbe in grado di stabilire il prezzo della materia prima in base a ragioni politiche e tenere sotto scacco il Vecchio Continente.
Alternative però al momento, non ce ne sono. Su una cosa però sono tutti d’accordo: altre sanzioni contro la Russia peggiorerebbero la situazione. E una guerra sarebbe disastrosa per tutti.
Insomma, la tensione è altissima ma l’escalation non dovrebbe andare oltre questo livello di allerta, perché più in alto c’è solo una cosa: bombe. Grandi bombe.
La domanda è: chi cederà? E come spiegare ai propri cittadini (e alleati) che alla fine il braccio di ferro lo si è vinto?
Dopo uno spiegamento di forze simile, e dopo il fallimento della diplomazia, visto che nei colloqui le rispettive posizioni sono ferme a mesi fa, sarà difficile “uscirne bene”. La fine delle manovre militari russe, anziché un allarme, potrebbe invece paradossalmente essere il pretesto giusto per rientrare nei ranghi. Putin ha già fatto sapere che le forze militari russe si ritireranno dalla Bielorussia al termine delle esercitazioni. La stessa cosa potrebbe accadere nel Mar Nero e al confine con le repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. La NATO però, qualche apertura diplomatica dovrà farla.
Non è pensabile che dopo i Paesi Baltici, la Polonia, la Bulgaria, la Romania, quasi tutta la Penisola Balcanica sottratte all’influenza militare russa, dopo i ripetuti tentativi di rovesciare Lukashenko in Bielorussia, dopo il processo di avvicinamento della Georgia, dopo l’EuroMaidan in Ucraina nel 2014, possa continuare a chiudere tutti i dialoghi con Mosca.
Anche perché, oltre a mezzo continente asiatico, la Russia ha l’appoggio di una piccola realtà di provincia che di nome fa Cina.
Girarsi di spalle senza starli a sentire non è saggio, e non si tratta di un approccio antiatlantista alla questione. Gli anni ’70 sono molto lontani, ragionare in politica estera con gli stessi schemi mentali della Guerra Fredda non è salutare specie per una potenza che non riesce proprio a consolidarsi in modo autonomo come l’Unione Europea.
Le crociate adottate negli ultimi anni specie dalle amministrazioni democratiche, guidate prima dal duo Obama-Clinton e ora da Joe Biden con un establishment che ricalca piuttosto fedelmente quello dei predecessori, si sono rivelate spesso dannose per l’Europa, e stante l’importanza di essere parte di un’Alleanza militare come la NATO, l’Unione Europea non può essere come al solito frammentata.
Anche perché, com’è ovvio, i singoli Stati inizieranno a fare ognuno di testa loro. Come sta già facendo ad esempio l’Ungheria, lo stato europeo che dipende maggiormente dal gas russo.
Il 2 febbraio il premier Viktor Orban è volato a Mosca. Un viaggio preceduto dalle dichiarazioni del suo ministro degli Esteri, Peter Szijiarto, che ha definito “isteria” l’agitazione dell’Occidente intorno alla nuova crisi ucraina. Orban ha cercato un accordo con Putin su un consistente aumento delle forniture di gas russo, sulla produzione del vaccino anti-Covid Sputnik in Ungheria, sulla centrale nucleare che il colosso pubblico russo Rosatom sta costruendo nel Paese e persino di comuni progetti di esplorazioni nello spazio.
Il dossier Ucraina, sul tavolo della discussione, nemmeno c’era. Il paradosso allora è servito: Orban è sì premier di un Paese membro dell’Ue e della NATO ma questo non gli impedisce di cercare da anni la “vicinanza” con la Russia di Putin. Anzi. Da anni, com’è noto, lancia strali contro le sanzioni dell’Unione europea contro Mosca e ripete, almeno sin dal 2017, che la politica anti-russa è ormai “una moda”.
Posizioni opposte, ad esempio,rispetto a quelle dei Paesi Baltici o di realtà dell’Est come Romania (uno dei più importanti riferimenti degli Stati Uniti dal punto di vista della presenza militare) e Slovacchia a chiedere un rafforzamento della Nato nella Regione.

L’ITALIA COME PRIMA LINEA DEL FRONTE

Con le settimane dedicate all’elezione del Presidente della Repubblica, l’Italia è rimasta silente circa la contesa in Europa Orientale. Dopo aver disertato diverse riunioni con i Ministri degli Esteri internazionali, Luigi Di Maio si sta attivando con colpevole ritardo. Ha indetto una riunione dell’unità di crisi del ministero degli Affari Esteri circa la crisi in Ucraina e, come anticipato, ha invitato in via precauzionale tutti i cittadini italiani in Ucraina a rientrare nel nostro Paese con mezzi commerciali. Sulla crisi in sé, però, è stato cauto: “Lavoriamo tutti al fine di evitare un’escalation in Ucraina. Riconosciamo l’integrità territoriale dell’Ucraina ma manteniamo aperto il dialogo con Mosca”. Insomma, una posizione ben più conciliante rispetto al braccio di ferro imposto da Biden. Anche perché, oltre ad avere davvero poco da guadagnare in un eventuale scenario di conflitto, l’Italia avrebbe, come spesso accade, solo da perdere.
Il nostro Paese, secondo i calcoli dell’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane, sarebbe coinvolto al 100%, con spese da capogiro. “Nell’infausta eventualità di un conflitto armato in Ucraina l’Italia si ritroverebbe in prima linea con le sue forze armate (terrestri ma soprattutto aeree e navali) che partecipano a missioni NATO a presidio dei confini orientali dell’alleanza atlantica a un costo complessivo di circa 78 milioni di euro”, ha affermato l’Osservatorio.
“L’Aeronautica Militare – specifica Milex – schiera una squadriglia di quattro caccia Typhoon (la ‘Black Storm’) e 140 uomini in una base aera rumena nei pressi di Costanza, a due passi dal confine ucraino, che fino ad aprile svolgerà missioni quotidiane di pattugliamento sui turbolenti e affollati cieli del Mar Nero. La missione di ‘polizia aerea rafforzata’ (che segue quella analoga condotta nei mesi scorsi nei Paesi Baltici) è stata finanziata nel 2021 con oltre 33 milioni di euro e può essere incrementata fino a 12 aerei e 260 uomini”.
L’Osservatorio Milex restituisce un quadro ancora più preciso che si estende dal mar Nero al Mediterraneo orientale: “Il Mar Nero, insieme al Mediterraneo Orientale, è il teatro operativo anche della missione della forza navale permanente della NATO cui la Marina Militare partecipa attualmente con la fregata Fremm Carlo Margottini e con il cacciamine Viareggio, per un totale di oltre 200 marinai e un costo (finanziamento 2021) di oltre 17 milioni di euro. Nel quadrante mediterraneo orientale, dove Mosca sta concentrando una flotta senza precedenti, incrocerà nelle prossime settimane anche la portaerei Cavour con F-35 imbarcati, partecipando a un’esercitazione NATO insieme alla portaerei americana Truman e alla francese Clemenceau. Nelle foreste innevate della Lettonia, altro potenziale fronte caldo in caso di confronto militare con la Russia, nell’ambito della missione NATO ‘Baltic Guardian’ l’Esercito Italiano schiera infine più di 200 alpini della Brigata Taurinense con decine di carri armati ruotati Centauro e cingolati da neve. Fanno parte di un Battle Group di oltre 1.200 soldati a comando Canadese con base a nord di Riga. La missione ha ricevuto oltre 27 milioni di finanziamento nel 2021″.
Con l’uscita dall’Unione da parte del Regno Unito, acceso sostenitore della politica di potenza occidentale nell’area, all’interno dell’Ue nessuno, ma davvero nessuno dei principali Paesi sembra voler sostenere a spada tratta l’approccio di Biden.
Ma anziché concentrarsi in una azione compatta, una volta ancora vengono fuori tutte le lacune di un’istituzione sovranazionale che fuori dai propri confini continua ad avere potere decisionale quasi nullo.


ALBERTO CIAPPARONI: STORIA DI UN GIORNALISTA CONTROCORRENTE

Alberto Ciapparoni è tra i giornalisti con la più vasta esperienza e conoscenza dell’ambito politico, maturata nel corso della sua ventennale carriera professionale, incentrata principalmente sulle dinamiche parlamentari. Negli scorsi anni ha pubblicato “A spasso per Montecitorio” in cui racconta aneddoti, esperienze e retroscena interni ai nostri “palazzi del potere”. Ad oggi, è responsabile politico per l’emittente radiofonica RTL. Abbiamo ammirato il coraggio dimostrato nella conferenza stampa del 22 dicembre, in cui ha pungolato il premier Mario Draghi sulle proprie sviste e contraddizioni comunicative, relative nel merito alle dichiarazioni dei mesi scorsi sul Green Pass, tradite dai fatti e dalle recenti decisioni dell’esecutivo. Pertanto, aver dialogato con lui, ascoltandone analisi e prospettive è stata per noi opportunità preziosa e formativa.

La sua domanda rivolta a Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa di fine anno, ha suscitato clamore mediatico. Ritiene che il premier abbia commesso degli errori comunicativi nel trattare la tematica del Green Pass ed, in generale, dal suo arrivo a Palazzo Chigi?

Si! Sul piano comunicativo penso siano stati commessi degli errori, perchè ritengo che l’autorevolezza di un capo di governo dipenda anche dalla capacità di riconoscere sviste ed errori, correggendosi in seguito. Pertanto, ammetto che mi sarei aspettato risposta differente dal premier, che è stato elegante nel porsi ma ha commesso un errore comunicativo.

In passato ha pubblicato il libro “A spasso per Montecitorio” dove sono raccolti aneddoti e retroscena della vita politica, frutto della sua esperienza ventennale di giornalista parlamentare. Qual è il ricordo più intenso e piacevole che ha di tale ambiente?

Potrei raccontare tanti episodi riguardanti deputati, colleghi giornalisti, esponenti di partito o addirittura commessi e funzionari parlamentari. Fare una classifica degli episodi è di fatto impossibile, sono insiemi di ricordi e vissuti che formano poi il proprio background professionale.

In che modo è nata la passione che l’ha poi condotta verso l’ambito giornalistico?

Nacque con Montanelli, leggendo i suoi articoli e libri, ricevuti in regalo dai miei genitori. La mia ambizione era di avvicinarmi alla sua caratura sul piano della competenza, anche se ciò è impossibile. Tuttavia, sono riuscito a diventare un giornalista e dunque ritengo che il mio sogno si sia realizzato.

Da navigato giornalista parlamentare, in che modo prospetta l’elezione del Capo dello Stato?

È difficile prevedere l’esito di una partita politicamente così complessa, le brutte figure potrebbero essere dietro l’angolo. Sin dal suo arrivo a Palazzo Chigi ho sempre sostenuto che il vero obiettivo di Mario Draghi fosse quello di farsi eleggere al Quirinale. Resto convinto della papabilità di tale scenario. I toni ed i modi utilizzati nella conferenza stampa di fine anno dimostrano nuovamente come questa sia la sua intenzione.

Che tipo di persona è Alberto Ciapparoni al di fuori dell’ambito lavorativo? Che interessi e passioni cura?

Sono una persona normalissima che ama il calcio e lo sport in generale. Pratico attività sportiva, che rappresenta uno sfogo rispetto agli impegni lavorativi ed alle tante difficoltà quotidiane della vita.

Come prospetta il futuro della coalizione di centrodestra? Riuscirà a mantenere e rafforzare la propria unità politica?

Credo che la coalizione sia giunta ad un momento cruciale, dove ad interpretare un ruolo fondamentale sarà nuovamente Forza Italia. Nonostante Berlusconi venga considerato “immortale” bisogna attendersi che prima o poi la sua parabola politica volga al termine. Pertanto, il futuro del cdx dipenderà dall’evoluzione degli azzurri e dalla capacità di Salvini e Meloni di instaurare un buon rapporto con l’Europa. In tal caso sarà possibile costruire un proficuo progetto futuro, in alternativa si rischia di veder sfumare anche la possibile prospettiva unitaria.

In chiusura, quali sono i suoi progetti per il futuro?

Continuare a svolgere il mio lavoro per lungo tempo, che nonostante le difficoltà resta per me passione e fonte di divertimento.

TRA EMERGENZA SANITARIA E POLITICAMENTE CORRETTO: DIALOGO CON MICHEL DESSÌ

Abbiamo intervistato Michel Dessì, affermato giornalista di Mediaset, impegnato nel racconto del paese sin dal principio dell’emergenza sanitaria. A quasi due anni dall’arrivo in Italia del Coronavirus, afferma di osservare situazioni simili a quelle dell’inizio della pandemia. Gli interi comuni desolati, i cittadini poco informati sulle disposizioni governative ed il clima di ansia sociale che stiamo nuovamente vivendo sono dimostrazione lampante di come la vera ripresa debba ancora cominciare. Pertanto, l’ascolto di analisi, esperienze e prospettive di Dessì rappresenta per noi una preziosa fonte d’informazione.

Sin dal principio dell’emergenza pandemica hai raccontato la situazione del paese reale, attraversando desolazione e difficoltà. Che sensazioni, emozioni e stati d’animo ricordi maggiormente di questo periodo professionale?

È difficile raccontare un momento preciso. Ho vissuto delle sensazioni che erano insieme di paura, ansia ed incertezza. Quel che più mi rattrista è che oggi sembra di essere tornati al punto di partenza, dato che osserviamo nuovamente molte città vuote ed attivita lavorative chiuse. Per raccontare l’emozione più forte di questo percorso menzionerei l’entrata nelle terapie intensive: all’interno di quei luoghi si è materializzato il covid. Mi ha impressionato vedere gente sofferente, con gravi difficoltà respiratorie, che poi purtroppo è morta.

Ritieni che la categoria giornalistica nel suo complesso abbia svolto un buon lavoro comunicativo ed informativo durante l’emergenza?

I giornalisti raccontano quel che avviene nel paese, non è affatto vero che siano dei terroristi. Ad esempio, se il CTS o qualche autorità governativa utilizza messaggi e prende decisioni confusionarie, che vengono poi riportate dai giornalisti, non è certo colpa della categoria il caos in questione. Essa non fa altro che rendere pubblico ciò che viene deciso ed introdotto da altri, raccontando anche le difficoltà di alcuni ambienti nazionali, come quello sanitario.

In che modo e quanto tempo fa hai deciso di intraprendere la carriera da giornalista?

Avevo circa 18 anni e già nell’ambiente scolastico mi appassionai ai progetti giornalistici dell’ambiente, attraverso le consuete riviste liceali. Tuttavia, con gli anni la mia passione si è ampliata ed evoluta, dandomi possibilità di acquisire esperienza lavorativa in redazioni di giornali e studi televisivi locali, fino ad arrivare a Mediaset di cui sono attualmente collaboratore.

Da narratore ed osservatore quotidiano di politica ed istituzioni che considerazioni hai maturato riguardo l’ambiente?

Credo che la politica sia cambiata molto nel corso degli anni. Ad esempio, in occasione dell’ormai consueto dibattito relativo alla partita del Quirinale mi è capitato di intervistare anche esponenti della Prima Repubblica. Ho riscontrato tra essi ed i rappresentanti attuali delle istituzioni una differenza abissale. Molti esponenti odierni sembrano impreparati ed avulsi dal mondo di cui fanno parte, non avendo nulla a che vedere con la vecchia politica. Pertanto, abbiamo assistito alla trasformazione di tali personaggi che da fermi oppositori della casta ne sono entrati pienamente a far parte. Come dimenticare Roberto Fico che il primo giorno da Presidente della Camera arrivò in autobus a Montecitorio, mentre ora è circondato da due auto di scorta, cosa per di più giusta perchè testimonianza dell’istuzione che rappresenta. È quì che si concentra la stortura: c’e un odio anche verso la forma che certi incarichi dovrebbero mostrare, venuto poi meno in maniera ipocrita dinanzi all’opportunità personale.

Come giudichi il politicamente corretto? Credi che sia diventato uno strumento limitativo della libertà d’espressione anche per la vostra professione?

Per me il politamente corretto è letteralmente una puttanata! Non capisco dove sia l’offesa in espressioni ed intercalari che hanno sempre fatto parte delle tradizioni di un territorio. Ritengo che sia ingiusto impedire determinate terminologie, andando di fatto a censurare dei comportamenti che non dovrebbero far risentire nessuno. Io continuo a comportarmi come sempre, non condivido tale condizionamento che è diventato ideologico. Tuttavia, in ambito lavorativo si è costretti a prestare maggiore attenzione per non rischiare delle problematiche, dato che parte del pubblico potrebbe offendersi dinanzi a determinati utilizzi del linguaggio.

Come prospetti il futuro della coalizione di centrodestra? Riuscirà a mantenere e magari ad ampliare la propria unità politica?

Penso che dipenderà tutto dalla partita politica del Quirinale. Il centrodestra ha convenienza ad essere unito anche in futuro per ottenere maggiore peso politico. Per l’elezione del Capo dello Stato servirà trovare compattezza attorno ad un nome, dato che sarà fondamentale non dividere i partiti.

In chiusura, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Da cristiano, cattolico e praticante non ritengo di poter sapere o programmare pienamente il mio futuro, lo scoprirò vivendo. Nel frattempo mi concentro sul mio lavoro attuale che mi rende felice e che spero di portare avanti con buoni risultati.

L’emergenza infinita: così il centrosinistra tiene alta la tensione per salvare la (sua) legislatura


Tommaso Alessandro De Filippo
21/11/2021 – Il Primato Nazionale


Roma, 21 nov – Avevamo previsto il possibile ritorno alle restrizioni in avvicinamento al periodo invernale, motivate da un presunto riacutizzarsi dell’emergenza pandemica. I continui appelli di esponenti della maggioranza nel corso dell’estate, in particolar modo di quelli del centrosinistra e del ministro Roberto Speranza in particolare, avevano preannunciato nuove limitazioni. Anche in ragione di ciò, non sorprende affatto che si prevedano nuove quarantene e chiusure dei locali pubblici, soprattutto nel corso delle imminenti festività natalizie.

Non esiste alcuna ragione per chiudere

Quel che appare assurdo è la mancanza di motivazione sanitaria di tali decisioni, che andrebbero comunque osteggiate e criticate in ogni caso perchè lesive della libertà dei cittadini. E’ doveroso annotare come la percentuale nazionale delle terapie intensive occupate sia stabile da settimane al 5% e che il numero dei nuovi contagi sia ampiamente inferiore a quello delle altre nazioni europee.

Questo dovrebbe rappresentare ulteriori ragioni per promuovere esclusivamente degli appelli rasserenanti attraverso la comunicazione governativa e mediatica. In particolar modo risulterebbe utile paragonare i dati attuali di contagi ed occupazioni ospedaliere con quelli dell’anno scorso: centinaia di posti letto in più risultano oggi disponibili in ogni regione, dimostrando come l’attuale allarmismo non abbia alcuna solida motivazione scientifica.

Lo stato di emergenza come unica salvezza per il centrosinistra

La vera ragione per cui l’esecutivo utilizzi la tensione e lo spettro dell’emergenza sulla popolazione è motivata nella stabilità politica che da essa deriva. Sin dal principio la pandemia ha fornito un alibi utile ai governi per evitare le crisi e, soprattutto, scongiurare il ritorno alle urne. Eventualità che comporterebbe il crollo elettorale di numerosi partiti e la non rielezione di buona parte degli attuali parlamentari. Ad essere maggiormente sfavorito risulterebbe il centrosinistra, in totale ridefinizione interna e con un possibile schieramento unico delle forze liberal-progressiste ancora in cantiere.

Inoltre, la prossima partita politica dell’elezione del Capo dello Stato risulta fondamentale per le forze parlamentari, con il centrosinistra impegnato nel cercare di mantenere lo status quo. Con la scusa dell’emergenza pandemica risulterebbe possibile impedire l’elezione di Draghi al Colle, motivata dall’impossibilità di trovare una degna figura sostitutiva. In tal modo Pd e M5S potrebbero tentare di convincere Mattarella, rieleggendolo temporaneamente al Quirinale, a rimanere in carica sino alla scadenza naturale della legislatura. L’attuale Presidente della Repubblica sembrerebbe non interessato ad una rielezione, soprattutto se limitata nel tempo e priva del prospetto di un ulteriore settennato. E’ però risaputo che le vie della politica sono infinite. E fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato nessun nome possa realmente ritenersi fuori dai giochi. Tantomeno quello di un uomo che risulterebbe così comodo alle intenzioni politiche del centrosinistra.

Tommaso Alessandro De Filippo

TRA QUIRINALE E RIPARTENZA: DIALOGO CON ANDREA PANCANI

Giornalista, conduttore, fine testimone della nostra contemporaneità. È Andre Pancani, tra i giornalisti di punta del panorama italiano, che attraverso programmi come Omnibus, Coffee Break, commenta, illumina, approfondisce uno scenario caotico e complesso come quello attuale. Attraverso uno stile di conduzione imparziale, ma non per questo freddo o impersonale, mostrando una realtà contraddittoria e complessa attraverso i suoi protagonisti, non scadendo in tribune o tribunali di parte, oppure nel caos e nella volgarità in cui inciampano molti format cerchiobottisti. Pancani, soprattutto tramite la sua attività di vicedirettore del TG LA7, è il testimone di un giornalismo, sanguigno e oggettivo, appassionante, ma non patetico, libero e lucido, capace di accompagnare lo spettatore nel mare magnum dell’informazione.

Draghi è un presidente del consiglio anomalo anche per gli esperimenti di governo tecnico. Il suo modello di comunicazione, non social, istituzionale ha creato una rottura con il modo di fare comunicazione politica, riportandolo ad una dimensione quasi da prima repubblica?

Trovo che Draghi, aldilà del suo arrivo a Palazzo Chigi causato dalla crisi dei partiti e dall’emergenza sanitaria, proponga un modello di comunicazione in linea con le aspettative rispetto alla sua esperienza come presidente della BCE. Una comunicazione fatta di concretezza, con risposte asciutte, che a volte è stata centrata altre meno. Un dialogo tra istituzioni e cittadini basato sulla comunicazione dei risultati raggiunti, delle cose fatte, è quello che ritengo più trasparente ed efficace. Certo, ci sono poi passaggi nei quali è opportuno che il Governo faccia conoscere gli obiettivi da raggiungere, come ad esempio la Legge di Bilancio, che poi – diciamo così – si dispiega in Parlamento. Insomma, la nuova sobrietà delle conferenze stampa di Draghi e del governo è cruciale in questa fase e non fa rimpiangere un recente passato segnato da roboanti e spesso propagandistici annunci dell’esecutivo.

Come valuta la gestione del governo Draghi?

Sta facendo quello che si può fare in una situazione data. Nonostante ci fossero molte aspettative su scelte cruciali, penso alla riforma fiscale, a quella sul catasto, al provvedimento sulla concorrenza, l’azione non è stata così incisiva. Il motivo è nella composizione della sua maggioranza, così ampia ma anche segnata da profonde divergenze e anche diffidenze personali tra i leader. La gestione e il successo della campagna vaccinale e l’avvio dell’imponente e ambizioso Piano nazionale di ripresa e resilienza sono però sotto gli occhi di tutti, dovessi dare un voto al governo Draghi sarebbe un sette pieno.

A breve le camere si riuniranno per le elezioni del presidente della Repubblica. Sallusti ha profetizzato Casini, il centrodestra mette la pulce nell’orecchio su Berlusconi e Draghi già viene invocato come presidente in Pectore. Quali sviluppi seguiranno gli scrutini per le elezioni del capo dello stato? Chi pensa potrebbe avere buone possibilità e perché?

Consideriamo due aspetti di questa elezione: intanto siamo ancora lontani dal momento clou della scelta del presidente della Repubblica e sappiamo che fino all’ultimo i candidati veri restano coperti. Poi bisogna considerare che mai come ora tutti i gruppi parlamentari sono frammentati al loro interno e la cosiddetta “disciplina di partito” potrebbe essere messa a dura prova dal voto segreto. Diversi nomi che si fanno sono già stati ritenuti “quirinabili” nelle precedenti elezioni, penso ad Amato e a Casini. Credo si tratterà di un’elezione molto complicata e l’eventuale convergenza su Draghi potrebbe essere la soluzione meno conflittuale. Anche perché mai come in questa fase abbiamo bisogno al Quirinale di una figura che abbia costanti rapporti internazionali e la fiducia delle istituzioni europee e di quelle finanziarie. Per questo la candidatura di un outsider che fosse sprovvisto di queste caratteristiche la vedo improbabile e comunque rischiosa. I giochi si faranno come sempre nelle ore finali tenendo conto che il Centrodestra rivendica, legittimamente, di vedere al Colle un presidente di area, “amico” anche se l’ipotesi di Berlusconi appare una candidatura troppo divisiva, forse i nomi veri saranno altri, magari spunterà quello di Gianni Letta. Nel Centrosinistra i papabili sono diversi e con molte ambizioni, ma anche per questo fronte non sarà facile individuare un nome che metta d’accordo la maggior parte delle forze politiche. Dal cilindro potrebbe spuntare una donna, come la Cartabia o la Severino, ma sarebbe imperdonabile se la scelta della prima presidente fosse dettata sull’onda del “genere”, del politicamente corretto. Comunque non dimentichiamoci che la funzione, il ruolo, cambiano le persone e questo è già accaduto per alcuni inquilini del Quirinale che si sono rivelati Capi dello Stato di grande personalità e buon senso.

Parlando di esteri, i successi e i sondaggi prevedono un rovesciamento degli equilibri americani con il midterm,  che conseguenze potrebbe portare un probabile cambio di inquilino alla casa Bianca?

Il mondo sembra una maionese impazzita, viviamo sfide di una complessità enorme, dal clima alla pandemia. Si dice sempre che mancano gli statisti, ma ho il sospetto che anche quelli che abbiamo considerato tali in passato di fronte a sfide così grandi avrebbero tentennamenti. Forse servirebbero leader più visionari e con una maggiore capacità di vedere le cose nel loro insieme, ma queste sono solo ipotesi di scuola che vanno poi calate nel contesto. Fatta questa premessa non c’è dubbio che è in atto un confronto muscolare tra Cina e Stati Uniti e tra questi due colossi l’Europa appare irrilevante con l’Italia ancora più marginale nonostante gli sforzi e lo standing di Draghi. L’Europa è debole per vari motivi, soprattutto perché non ha una politica estera condivisa, non trova uno straccio di strategia comune sui migranti, non condivide la politica ambientale se non di facciata visto che ogni Paese ha i suoi interessi energetici, per non parlare dei paradisi fiscali interni alla stessa Unione e quindi si rivela divisa ed afona. E questo mi intristisce soprattutto per il grande patrimonio storico, culturale e sociale che le appartiene. Il fatto che un continente così grande non riesca a confrontarsi con i due giganti è molto triste. Oggi con Biden gli Usa si sono riavvicinati all’Europa dopo la parentesi Trump, ma la rinnovata alleanza tra le due sponde dell’Atlantico deve fare i conti con le questioni interne della superpotenza statunitense visto che Biden è in calo nei consensi e dovrà assecondare politiche che richiamano l’American first.      

Vedi probabile la nascita di un polo di centro o uno scenario post Draghi nella politica italiana?

Non so se mai nascerà questo polo tanto evocato e al quale si lavora alacremente per accasare politicamente Mario Draghi, magari chiedendogli di candidarsi alle prossime elezioni. La spinta nasce dalla consapevolezza che il compito dell’attuale premier non debba esaurirsi con la fine della legislatura ma che prosegua negli anni a venire, almeno fino al 2026 data della messa a terra del Recovery Plan italiano, insomma, per dirla prosaicamente, il nostro Paese non può rinunciare ad una risorsa come Draghi. Certo, questo grande rassemblement centrista al momento è caratterizzato da una sovrabbondanza di leader, ciascuno ne rivendica la guida, magari ne spunterà fuori uno nuovo, ma poi bisogna fare i conti con le urne e non so quanti italiani sarebbero disposti a votarlo. Il nostro paese ha bisogno di riforme e di grande pragmatismo, deve modernizzarsi e creare le condizioni per una crescita strutturale ma temo che, superata questa fase di “commissariamento della politica”, dopo l’uscita di scena di Draghi, si tornerà al passato, con partiti rissosi e in permanente campagna elettorale, senza la comune volontà di affrontare le priorità e dire parole di verità. Viviamo peraltro una profonda crisi culturale, di valori e di competenze, non ci sono più scuole di partito, sindacali, di impresa. E mi tremano le vene dei polsi pensando a quello che dobbiamo affrontare, come i nuovi equilibri geopolitici, la transizione ecologica ed energetica, le diseguaglianze crescenti, le pandemie.

Personaggio di punta del giornalismo italiano con Coffe break mostri gli umori della nostra società . Che ruolo hanno avuto i talk nella modernizzazione politica del paese? Dal confronto su temi cladi al dialogo su argomenti divisivi e spinosi, dai vaccini, alla pandemia, alle questioni più importanti dello scenario attuale?

Io credo che la precondizione di chi fa il giornalista sia una grande curiosità per capire le cose e farle capire e l’onestà intellettuale. Premesso questo, credo che durante la pandemia, soprattutto nella fase più drammatica, l’informazione abbia svolto onestamente e generosamente il proprio ruolo, dando conto di quello che ci stava succedendo a causa di un virus sconosciuto che ha travolto le nostre vite sprofondandoci in territori sconosciuti e in una dimensione inedita, mai vissuta prima. Disorientamento che ha investito di petto anche la scienza, la medicina, la ricerca con le ben note contraddizioni e le tante voci dissonanti dei virologi nei talk show. Per arrivare alla contrapposizione tra vaccinisti e no vax o alla protesta dei non green pass che si è riverberata sui giornali, sulle tv, sui social dando vita a prese di posizione faziose o parziali che non sempre hanno reso onore all’informazione. Andando in onda ogni giorno anch’io ho commesso degli errori, avrei potuto dare più spazio ad alcune notizie o approfondirle meglio, avrei potuto evitare di invitare certi ospiti, ma credo di aver avuto un piccolo vantaggio su altri colleghi visto che da molti anni mi occupo di salute e sanità, quindi ho maggior dimestichezza con l’informazione medico-scientifica e ho adoperato ogni prudenza e rigore nel linguaggio e nel racconto. Molti di questi esperti e clinici che ora sono diventati delle star li conoscevo e avevo avuto modo di apprezzarne la competenza ma anche di scoprirne le vanità.

 

Quali sono i tuoi riferimenti culturali sia dal punto di vista giornalistico sia letterario filosofico e politico?

Nonostante non trascuri i grandi fatti internazionali, mi occupo da sempre dell’attualità politica ed economica italiana. Mi piace raccontare il nostro Paese e credo che se ne scopra un pezzettino ogni giorno, ricco com’è di contraddizioni, eccellenze, miserie e occasioni perdute. Sono stato un gran divoratore della letteratura italiana, dagli autori storici agli scrittori contemporanei. Sono innamorato della provincia italiana, da Nord a Sud, mi piace scoprire chi sa raccontare questo paese, mi piace scoprirne le radici, informarmi sul passato. Così come mi appassiona l’arte contemporanea italiana. Nelle mie letture quotidiane cerco anche che è fuori dal coro, non amo l’omologazione e il politicamente corretto, sono pro vax ma voglio capire le ragioni di chi non lo è. Ho imparato che la politica è fatta anche di sentimenti, di rapporti personali, segnata a volte più dalla rivalità che dalla coerenza. Non mi piacciono i moralisti di ogni risma. Mi ritrovo nei libri di Piovene, Goffredo Parise, Alberto Arbasino, Curzio Malaparte, Flaiano, nella contemporaneità di Nesi, Sandro Veronesi, Marco Lodoli, solo per fare qualche nome.

Il giovane Andrea Pancani quando iniziò il suo percorso giornalistico a chi guardava, chi aveva come autori di riferimento?

La mia grande fortuna è che ho sempre voluto fare questo mestiere, fin da piccolo. Come molti giornalisti della mia generazione sono cresciuto nelle radio locali, ne ho fondato addirittura due: una in Puglia agli albori dell’emittenza privata, e una a Roma molti anni dopo. Amo moltissimo la radio e mi piacerebbe tornarci a lavorare. Maestri, ispiratori? Non saprei dire un nome, non avevo modelli di riferimento precisi, so solo che da ragazzo sognavo di approdare alla Rai, di fare il giornalista televisivo. Mi piace però la televisione calda, che coinvolge, il talk, non amo il modello anglosassone, soprattutto nei tg, più asettico. Continuo a pensare che quello del giornalista sia il più bel mestiere del mondo, ti permette di approfondire qualsiasi cosa, di assecondare ogni curiosità, di entrare in contatto praticamente con chiunque e di aprirti la mente.