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DIALOGO CON CARLO GALLI SUL ROMANTICISMO POLITICO

– Francesco Subiaco

Confrontarsi col romanticismo in Germania non vuol dire solo indagare un movimento artistico e culturale, o affrontare una tappa fondamentale della propria coscienza nazionale, ma profanare le radici di una identità che nelle figure di Novalis, Holderlin o Schlegel non ha solo dei maestri, dei pilastri, ma degli archetipi culturali. Per questo la critica fatta dal giurista tedesco Carl Schmitt nel suo “Romanticismo politico”, del 1919 da poco ripubblicato per IL MULINO, non è solo una incursione letteraria del pensatore politico più controverso del Novecento, bensì deve essere letta come una resa dei conti filosofica con l’ideologia tedesca per antonomasia e con la patologia europea per eccellenza, poiché nel movimento romantico non si nasconde solo la premessa culturale che ha fatto della Germania l’Amleto d’Europa e che può essere considerata la matrice primigenia del liberalismo, ma il principale sintomo dell’instabilità portata dalla modernità che ha realizzato con la realtà un rapporto poetico e per questo irreale. Una necrologia della morale razionalista e liberale, che ha fatto del romanticismo il suo compagno segreto, dove Carl Schmitt decodifica i lineamenti fondamentali delle nuove ideologie delle lacrime, in cui l’uomo si rifugia incapace di affrontare il baratro dell’eccezione, consolandosi con la parola, a cui l’autore oppone una via nuova, figlia delle riflessioni dei controrivoluzionari, che tramite la decisione vuole indicare la strada per oltrepassare l’abisso del nichilismo, immergendovisi. Un testo capitale da affiancare al Tramonto dell’occidente di Oswald Spengler e alle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann, per capire la crisi del paradigma positivista-parlamentarista che ha condizionato il primo Novecento. Per comprendere meglio un testo così controverso e tagliente abbiamo intervistato il professor Carlo Galli, autore della prefazione e della curatela di Romanticismo politico. Carlo Galli, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Si è occupato di storia del pensiero politico, pubblicando articoli e libri tra gli altri su Machiavelli, Hobbes, Platone, Schmitt. È direttore responsabile della rivista “Filosofia Politica”; Dal 2006 al 2012 è stato presidente del consiglio editoriale della casa editrice il Mulino. Dal 2008 al 2012 è stato presidente della classe di Scienze Morali dell’Accademia delle Scienze di Bologna. Dal 2009 al 2022 è stato presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna. Ha ideato e dirige numerose collane scientifiche presso editori come il Mulino e Laterza. Ha partecipato a convegni e seminari in diverse Università europee, statunitensi e sudamericane. Ha diretto l’Enciclopedia del pensiero politico (Roma – Bari, Laterza, 2000, II ed. 2005). Collabora con periodici culturali e politici in Italia e all’estero, ed è editorialista politico per alcuni dei più importanti quotidiani nazionali. Dal 2018 fa parte del Comitato direttivo dell’Associazione di cultura e politica “il Mulino”. Galli, tra i massimi pensatori del nostro tempo, ha scritto pagine straordinarie su Schmitt, indagandone l’opera e l’idea, come nessun altro, attraverso considerazioni definitive che lo rendono la voce più lucida ed acuta della nostra cultura accademica.

Professor Galli, che cos’è il romanticismo per Schmitt?  Può essere definito spenglerianamente una ideologia delle lacrime che estrania l’uomo dal rapporto con la realtà?

Romanticismo politico è un libro pubblicato nel 1919 che segna il passaggio di Schmitt dalla sua fase giovanile a quella matura: è di poco successivo al saggio su Daübler, e tuttavia prepara sia La dittatura del 1921 sia Teologia politica del 1922. Il romanticismo di cui parla Schmitt non è un termine metaforico né uno qualsiasi dei movimenti che hanno attraversato la storia tedesca, ma per la cultura tedesca è un passaggio decisivo e una bandiera culturale nazionale che ha influenzato artisticamente, filosoficamente e culturalmente l’Ottocento e la prima parte del Novecento, e che si configura come un momento fondamentale per capire l’ideologia tedesca. Il saggio schmittiano prende per oggetto nello specifico Adam Müller, un romantico minore rispetto a un Novalis, a uno Schlegel o un Kleist, e ha come tesi di fondo l’idea che il romanticismo non possa essere capito a partire dall’oggetto romanticizzato, ma può essere decifrato attraverso il soggetto romanticizzante. Per Schmitt il romanticismo è una patologia intellettuale del soggetto moderno che, sradicato dall’ ordine dell’essere, è divenuto, libero e fluttuante, e che oltre ad aver perduto ogni radicamento è incapace di crearne uno nuovo. Il soggetto moderno, nonostante sia caratterizzato dall’autonomia da un ordine tradizionale, è anche segnato dalla pretesa di essere capace di   trovare punti di riferimento solidi che lo rendono in grado di creare un ordine nuovo razionale che abbia al centro il soggetto – singolo o collettivo: individuo, nazione, classe –. Per Schmitt, il soggetto romantico non ha solo ha reciso il suo radicamento con l’ordine tradizionale, ma non è capace di creare un ordine nuovo perché ha perduto per sempre il contatto con la realtà, poiché con essa ha un rapporto “irreale”, ovvero un rapporto “lirico”, “occasionale”, che dissolve la realtà oggettiva trasformandola in emozione. Non è in grado di istituire un rapporto ordinativo concreto tra il soggetto e l’oggetto perché è un soggetto dilatato all’infinito, che in virtù di questa dilatazione, che lo illude di essere un superuomo, è infinitamente passivo perché non tocca mai la realtà: la sua pretesa di essere signore e superiore ad ogni ostacolo reale che faccia resistenza alla capacità poetica del soggetto di trasformando il mondo in poesia, dissolvendolo fa del soggetto romantico il portatore non del Logos, ma di un vaniloquio che fa ruotare la realtà attorno ad esso, parodiandola e distorcendola, che rovescia la sua ambizione in impotenza. Il soggetto moderno è capace solo di creare “emozioni di accompagnamento”, che accompagnano la storia senza vederla o capirla. Esso ha un rapporto occasionale con la realtà, che non vede e concepisce nella sua durezza, potenza, pregnanza, ma solo come un mezzo per la romanticizzazione del mondo e come una occasione per la produzione di una attività lirica. E’ una tesi diversa da quella di Spengler: il problema non è che il soggetto sia in lacrime, ma ciò che è problematico è l’essenza stessa del soggetto e del suo rapporto col mondo.

Quale è il bersaglio e il significato di questa immersione di Schmitt nel romanticismo e quali sono le caratteristiche di questa cecità metafisica che contamina la modernità ed ha nel romanticismo la sua massima rappresentazione?

Questa incursione nel territorio della letteratura ha per Schmitt una valenza giuridica, metafisica e politica, perché il romanticismo è strutturalmente analogo al liberalismo. Schmitt vede nel liberalismo la pretesa che il soggetto libero sia capace di creare ordine politico attraverso “la parola”: non una parola lirica, ma quella delle discussioni parlamentari (a cui dedicherà il suo saggio fortunatissimo sul Parlamentarismo del 1923), ovvero lo stesso errore che compiono i romantici. Tra queste due visioni esiste una identità strutturale, che si basa sull’idea di un soggetto libero che crede di istituire un rapporto con l’oggetto (per il liberalismo, con la politica) tramite una modalità di mediazione “logica”, e per questo non è capace di produrre nessun ordine. La borghesia, cioè i liberali, sono politicamente ineffettuali, una clasa discutidora, come diceva Donoso Cortés, capace solo di discutere. Riprendendo il pensiero controrivoluzionario Schmitt afferma che il romanticismo come il liberalismo non è in grado di afferrare il corso della storia, non ha capacità di porre in collegamento il soggetto e l’oggetto: il soggetto crede di elevarsi sopra l’oggetto, mentre in realtà perde l’oggetto perché non conosce la struttura complessiva dell’essere – che può essere colta solo con l’entrare nell’eccezione attraverso la decisione –. Quella struttura che per i controrivoluzionari è piena (la loro è una metafisica fondativa) per Schmitt è vuota: la modernità ha perso per sempre il fondamento e l’ordine politico può emergere solo dall’abisso della eccezione, attraverso la decisione sovrana orientata a scopi politici concreti, a creare un ordine determinato. I liberali, per Schmitt, non comprendono questo dato strutturale perché vedono il rapporto tra soggetto e oggetto mediato linearmente dalla parola umana, mentre, in realtà, quel rapporto è assolutamente accidentato e scabroso

Quanto nel controrivoluzionario Schmitt è presente un carattere romantico modernista che lo rende il primo vero decostruttore del pensiero giuridico?

I romantici perdono il rapporto con l’oggetto perché sono centrati sul soggetto, in una tautologia senza via d’uscita: il soggetto romantico non sa andare oltre se stesso, e pensa che la poeticizzazione del mondo equivalga a controllare il mondo. Schmitt, invece, non pensa che l’ordine politico possa essere il prodotto della parola, ovvero del contratto originario (come nel liberalismo costruttivistico) e della parola del parlamento (come nel liberalismo parlamentaristico). Non crede ciò non perché sia un controrivoluzionario fondamentalista ma anzi perché pensa che la parola non possa superare l’abisso dell’eccezione di cui è costituita la realtà: solo la decisione lo può, non la poesia né la discussione.  Ma il nesso eccezione/decisione può essere efficace ma è privo di intrinseca certezza: è necessariamente contingente, perché non deriva da un razionale rapporto di causa ed effetto. Il soggetto decidente – il sovrano – instaura con l’ordine che crea un rapporto di indeterminatezza oltre che di determinazione. Non è detto che il soggetto A tramite la decisione possa produrre solo l’ordine A, ma può creare anche gli ordini B, C, D, poiché tra il soggetto e l’oggetto non si stende un substrato ontologico fondativo, conoscibile per causas: non esiste nulla. Si può arrivare all’ordine in molti modi tramite la decisione, e sono tutti ordini contingenti: per questo il decisionismo è intrinsecamente nichilista. L’analogia fra Schmitt e i romantici – da lui aborrita e rifiutata, ma subito vista da molti – sta nel fatto che anche per Schmitt fra il soggetto e l’oggetto non esista una relazione basata sul razionalismo. L’ordine non nasce dalla ragione, dalla mediazione razionale, ma dal conflitto, dall’eccezione, cioè dall’abisso dell’inimicizia, dal rapporto amico-nemico. E questa origine non è esterna all’ordine, ma rimane al suo interno, lo destabilizza mentre lo stabilizza. L’ordine contiene la propria negazione e il proprio nemico, perché l’ordine è contenuto nel grande negativo della modernità. Gli ordini non affrancano dal disordine, ma lo portano sempre con sé poiché sono ordini contingenti, e quindi, in sostanza, sono ordini mortali. E soprattutto orientati: e ciò significa che il diritto perde la propria presunta certezza: gli ordini giuridici hanno una opacità originaria al loro interno che li orienta. Il fatto che per lui il diritto sia sempre orientato spiega perché Schmitt fu fedele all’impero, alla repubblica di Weimar, al nazismo e, se glielo avessero permesso, anche alla repubblica federale: il diritto è una costruzione occasionale, e non ha in sé nulla di assoluto e di certo.  Il “romanticismo” di Schmitt sta, quindi, nel fatto che il rapporto tra il soggetto e l’oggetto (l’ordinamento) è non razionale, ma politico ovvero è una decisione attorno all’eccezione, attorno a quella suprema contingenza che è il rapporto amico-nemico contingenza: certo, per i romantici quel rapporto è “lirico” e non ha la mortale serietà che ha per Schmitt, eppure in entrambi i casi quel rapporto non ha fondamento. Come per il romantico ogni cosa è frutto di una romanticizzazione, per Schmitt ogni ordinamento è la conseguenza di una decisione, due idee diverse che producono lo stesso effetto di insicurezza ed instabilità.

Che rapporto c’è tra Schmitt e Benjamin su romanticismo e politica?

Tra la fine degli anni Dieci e l’inizio dei Venti non è un rapporto personale, né di conoscenza reciproca, nonostante ci sia una convergenza strepitosa. La principale affinità tra Benjamin e Schmitt sta nel sostenere che il metodo con cui si pensa sia un metodo estremistico e non di normalità razionalistica: sono entrambi interni al collasso del positivismo. Quando Benjamin scrive, nel 1920, Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, pur non conoscendo affatto Schmitt dice cose analoghe, ma con un significato opposto. Mentre per l’autore di Romanticismo politico il romantico nella sua intelligenza fluttuante e nella sua fluidità, capace di vincere le leggi della logica, è un perdente perché crede di essere attivo ma in realtà è passivo perché non riesce a toccare la realtà, per Benjamin proprio la capacità romantica di evadere dalla gabbia del razionalismo rende il romantico portatore di una istanza di rottura, capace di non soggiacere alle regole di questo mondo. Benjamin vede nel romanticismo la capacità di accedere a una ermeneutica assoluta e a una interpretazione infinita della polisemia del reale: il romantico fa esplodere la realtà, non vedendola in modo limitato, determinato, ma anzi facendo emergere le infinite ulteriori possibilità che la ragione moderna ha neutralizzato.  La forza della critica romantica, per Benjamin, destabilizza il reale attraverso la sovrabbondanza dei significati e delle possibilità mentre per Schmitt la debolezza del romanticismo sta proprio nel perdersi in questa pretesa di sovrabbondanza e nel non saper vedere la minacciosa e nichilistica serietà della realtà. E quindi dall’analisi del romanticismo esce per Schmitt un moto ordinativo, mentre da parte di Benjamin esce un moto sovversivo, rivoluzionario.

Lo Zibaldone di Delfini

– Francesco Subiaco

Antonio Delfini è una anomalia italiana, una mina vagante di genialità ed inventiva stupidamente racchiusa nelle misere etichette di “irregolare”, di “imperdonabile”, che non fanno altro che pitturare il volto di questo autore unico di una patina di snobismo che non ne restituisce affatto l’originalità. Delfini fu, infatti, un caleidoscopio artistico di virtuosismi letterari e funamboliche piroette stilistiche, capaci di racchiudere nella sua opera le liriche apocalittiche delle “Poesie della fine del mondo”, con la critica prussica e corrosiva del “Manifesto per un partito conservatore e comunista italiano”, fino agli splendidi “Racconti” in cui le avanguardie e le retroguardie si incontrano in novelle sfavillanti tra surrealismo, malinconia e fantasmagoria. Un corpus che ha come sua vetta massima un testo a metà tra lo Zibaldone ed un subconscio letterario, in cui Delfini dimostra di non essere un autore di riserva capace di esprimere solo emozioni di accompagnamento, ma crea una rapsodia di esperimenti, di inquietudini, di sismografie dell’epoca: I Diari (Einaudi). Con i Diari Delfini realizza il suo capolavoro letterario, una esplosione stilistica di aforismi, appunti, poesie e resoconti che scavano il secolo, entrano nei sotterranei dell’animo umano, e soprattutto di quello del suo autore. Un “giornale” alla maniera di Gide e dei Gouncourt, che diventa anche il compagno segreto della metamorfosi dall’Italia fascista a quella dell’antifascismo, tra le adunate oceaniche di Rossoni e le riflessioni disincantate del 1944 sulla fine del fascismo. Una confessione intima, una cronaca dei tempi, uno Zibaldone visionario e surrealista con cui Delfini lascia un biglietto postumo per entrare nella grande letteratura e che dopo le operazioni della Ginzburg è ora presente in una veste nuova, più autentica e rispettosa dell’originale che può fare immergere il lettore nei miraggi e nelle stoccate di questi “giornali” di un atipico della letteratura che sa essere perfido, spietato, malinconico, umano, inquieto. Un caleidoscopio di umanità che fa emerge in ogni frase e nota il ritratto inimmaginabile degli stati coscienti dell’anima del suo autore (Il pensiero è profezia e ricordo. La vita è avvenire e passato. La vita non è mai presente. Il presente non è mai.), della sua ironia tagliente e impietosa (Sono stato promosso servo della gleba (questo è il progresso)),  della sua voce libera contro le ipocrisie del tempo e le leggende della politica («si sono buttati a togliere dall’interno i vecchi pezzi (Re, Statuto, garanzie umanitarie ottocentesche) e si sono messi a ripulire e raddrizzare le sventole del totalitarismo»). Un personaggio unico che torna dopo anno di assenza a raccontare “che il mistero in realtà è la nostra vita contemporanea”.

Il taccuino segreto di Gombrowicz

– Francesco Subiaco

Il diario è un modo unico di confessarsi, di mostrarsi istrionicamente in tutti i propri mille volti, mischiando ricordi e commenti, annotazioni e pettegolezzi. Tutto in questa forma appare intimo, unico, introspettivo e per questo falso e montato. La maggior parte degli scrittori non sceglie il diario per confessarsi, ma per esporsi, per mostrarsi. Modellando la realtà alla luce di un unico grande personaggio-narratore che diventa poi il protagonista assoluto come autore e maschera delle storie che infestano questi taccuini. Un esempio sono i diari di Renard, di Prezzolini, in cui questi autori esplodono in tutta la loro genialità riuscendo ad essere interessanti, ma non sinceri, a volte. Lo scrittore, anche quando redige un diario, rimane sempre un artefice ed un mentitore, che plasma la realtà per non subirne la scomodità, omettendo peccati, piccolezze e desideri inconfessabili. Così i grandi autori malati di ambizioni liriche, curano e allevano piccole reliquie di carta che venerano e illuminano, di segreti, di paure, di ombre, di pensieri illeciti. È il caso su tutti del tacchino segreto di Pavese, in cui l’impoliticità e le ombre della propria anima si contaminano con una rappresentazione incoffessabile della guerra civile. Ma è soprattutto il caso di Witold Gombrowicz e del suo “Kronos”(Il Saggiatore). Kronos non è solo un taccuino proibito, è un tempo ritrovato proustiano costruito per frammenti, una avventura autobiografica e retrospettiva di immagini, ricordi ed visioni del suo autore protagonista. Gombrowicz m questo testo mostra i suoi lati più intimi e proibiti dalla bisessualità alla politica, dal disincanto verso l’animo umano al backstage della letteratura che ha permesso i suoi libri. Un testo geniali in cui il maestro polacco autore di Ferdydurke e Transatlantico scrive un sotterraneo segreto della sua anima che completa ed integra il Diario precedente, diventandone l compagno segreto ed inconfessabile.Il diario è un modo unico di confessarsi, di mostrarsi istrionicamente in tutti i propri mille volti, mischiando ricordi e commenti, annotazioni e pettegolezzi. Tutto in questa forma appare intimo, unico, introspettivo e per questo falso e montato. La maggior parte degli scrittori non sceglie il diario per confessarsi, ma per esporsi, per mostrarsi. Modellando la realtà alla luce di un unico grande personaggio-narratore che diventa poi il protagonista assoluto come autore e maschera delle storie che infestano questi taccuini. Un esempio sono i diari di Renard, di Prezzolini, in cui questi autori esplodono in tutta la loro genialità riuscendo ad essere interessanti, ma non sinceri, a volte. Lo scrittore, anche quando redige un diario, rimane sempre un artefice ed un mentitore, che plasma la realtà per non subirne la scomodità, omettendo peccati, piccolezze e desideri inconfessabili. Così i grandi autori malati di ambizioni liriche, curano e allevano piccole reliquie di carta che venerano e illuminano, di segreti, di paure, di ombre, di pensieri illeciti. È il caso su tutti del tacchino segreto di Pavese, in cui l’impoliticità e le ombre della propria anima si contaminano con una rappresentazione incoffessabile della guerra civile. Ma è soprattutto il caso di Witold Gombrowicz e del suo “Kronos”(Il Saggiatore). Kronos non è solo un taccuino proibito, è un tempo ritrovato proustiano costruito per frammenti, una avventura autobiografica e retrospettiva di immagini, ricordi ed visioni del suo autore protagonista. Gombrowicz m questo testo mostra i suoi lati più intimi e proibiti dalla bisessualità alla politica, dal disincanto verso l’animo umano al backstage della letteratura che ha permesso i suoi libri. Un testo geniali in cui il maestro polacco autore di Ferdydurke e Transatlantico scrive un sotterraneo segreto della sua anima che completa ed integra il Diario precedente, diventandone l compagno segreto ed inconfessabile.

Il Risorgimento rivoluzionario di Valerio Evangelisti

– Francesco Subiaco

Il risorgimento non fu la parata trionfale della retorica nazionalistica, né la rapina feroce e crudele che descrivono alcuni. Esso fu una Rivoluzione ed una Riconquista, una guerra di liberazione ed una guerra civile, un evento duro, crudele e magnifico come sono tutte le grandi lotte che muovono i popoli. Perché la rivoluzione non è un pranzo di gala nemmeno se fatto per la più santa delle cause, e non va raccontato con la retorica falsa che ne fa una “glorious revolution” all’italiana. Essa fu principalmente una guerra popolare, una lotta diplomatica, uno scontro indimenticabile in cui i patrioti mazziniani cercarono di rovesciare i troni di un ordine antico e fatiscente che cercò con ogni mezzo di opporsi a quel vento di cambiamento. Non fu solo l’esperienza dei mille, fu il risultato di anni di guerriglia, di cacce, di rappresaglie in cui i poliziotti austriaci e papalini venivano definiti dei servi del tiranno, mentre i patrioti dei terroristi e dei demoni. Una storia che non può essere raccontata come il trionfo senza sangue delle truppe sabaude, ma va descritto come uno slancio rivoluzionario di una gioventù italiana votata al martirio, al sacrificio, all’inizio di una nuova rivoluzione italiana, stroncata sul nascere. Una riconquista fatta di guerriglie e rese dei conti, tra i Demoni di Dostoevskij e le battaglie dei film di Sergio Leone, con lo scenario della guerra civile americana, che sono lo scenario dell’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti: “Gli anni del coltello” (Mondadori). Evangelisti, da poco scomparso, riesce nel suo romanzo a scrivere una epica del risorgimento, che ne fa una saga popolare del movimento mazziniano dopo la caduta della repubblica romana, che sbandato e perseguitato sui luoghi oscuri e rivoluzionari del nostro risorgimento, aldilà di un giudizio storico, trasformando la storia del popolano e rivoluzionario Gabariol in una grande avventura fatta di sangue e lotta, patria e libertà.

LA FORBICE DI JUNGER: UNA SINFONIA FILOSOFICA

– Francesco Subiaco

Non sempre le verità del mondo sono rappresentabili come sistemi, come costruzioni causali. Il pensiero non ha simpatia per l’ordine fisso e i grandi filosofi di ogni tempo hanno capito fin da subito che la verità non si muove su linee rette. Segue spirali e smarrimenti, oblii e rivelazioni, un sapere che appare come una preveggenza, come un’epifania. Dando la possibilità alle mille voci della realtà di risuonare, di espandersi, senza i tagli e le cesure della logica. Pochi pensatori hanno creato un corpus filosofico che più che un ordigno o un circuito sapesse essere una sinfonia, una rivelazione. Ernst Junger fu sicuramente uno di questi, che con il suo “La forbice”, ripubblicato dall’editore GUANDA con una postfazione di Quirino Principe, riesce attraverso una struttura aforistica a dare la consistenza di una verità simbolica e spirituale che appare paganamente nella sua sgargiante chiarezza, come la visione di un fauno in un bosco sacro. La forbice del titolo in questo groviglio di massime, non è un tema abituale, né lo scenario del libro di Junger ma la destinazione di un labirinto che non vuole enunciare nuove verità, ma mostrare nuovi simboli. Una rivelazione che congiunge il mondo del mito pagano e circolare con il regno della forbice, che spezza, divide e dà un significato al mondo. Il tempo, la morte, il mito, l’arte, sono le allusioni di questo oggetto magico, che rimanda l’autore alla meditazione con la fine, al senso dell’esistenza di fronte alla vecchiaia. Ad una visione dell’arte ricca di raffinatezza e sacralità, in cui l’artista e la sua opera diventano agenti del numinoso, che al contrario delle mode e dei sogni che vengono consumati dai minuti, essi sono nobilitati dallo stile che solo i secoli ed i millenni possono consumare. Riflessioni che la penna di Junger riesce ad alludere in ogni discorso, in ogni frammento. Parlando di musica e di botanica, di entomologia e storia, kultur tedesco e stato planetario. Decostruendo le ideologie del mondo della quantità e il sigillo della tecnica, che incanta le sue vittime e si circonda di ideologie deboli e pessimiste, incapaci di creare le grammatiche di una nuova civiltà, ma subalterni al linguaggio unico, dove l’essere è in esilio, del mondo della tecnica. Uno Junger sibillino e senile, che alla soglia dei cento anni riesce con poche nude, chiare ed esoteriche frasi , a far sentire al suo lettore, il profumo inconsistente ed ammaliante dei segreti dell’assoluto, tramite le forbici antiche e lontane delle parche.

CI LASCIA L’ON. FRANCESCO NUCARA. UN RICORDO INDELEBILE, COME LA SUA PASSIONE

– Francesco Subiaco

Con l’On. Francesco Nucara se ne va uno degli ultimi grandi maestri della politica italiana, una personalità unica che con la sua esperienza ha lasciato un apprendistato di valori, di idee, educazione sentimentale alla libertà, alla solidarietà, al senso della patria e delle istituzioni. Una vocazione che ha sempre impersonificato nella sua attività politica durata oltre mezzo secolo, sia come parlamentare sia come viceministro e membro delle istituzioni, portando avanti il simbolo dell’edera e gli ideali mazziniani che sin dalla giovinezza lo hanno avvicinato al Partito Repubblicano Italiano, di cui è stato per quasi vent’anni il protagonista indiscusso come segretario e presidente. Un galantuomo calabrese, tenace e colto, di umanità struggente, che lo ha reso uno dei maestri di molti giovani repubblicani per il suo senso pratico, capace di immedesimarsi nella realtà e nei territori, e per la sua immensa cultura, che comprendeva quella visione umanistica e repubblicana dei Mazzini, dei Bovio e dei Pacciardi, di cui lui fu l’ultimo testimone. Conoscendo l’onorevole Nucara ho scoperto cosa significa veramente essere mazziniani. Essere mazziniani vuol dire credere nel popolo ed appartenervi sentimentalmente, senza cedere ai pregiudizi delle masse, è pensare la scuola, l’educazione e la cultura come il pane dell’anima e l’ossigeno della coscienza, è appartenere alla propria terra, come lui apparteneva alla sua Calabria, e in virtù di questo legame vivere la Patria, non come oggetto, ma come sentimento. È pensare alla comunità e in nome di essa lottare perché le sue parti più popolari possano sognare e realizzare un futuro migliore. Una visione che ha insegnato attraverso la sua azione politica, i suoi saggi, che mostrano qual è il carattere principale di un repubblicano: la fede nell’avvenire. Una fede che ha dimostrato ogni giorno, sostenendo e supportando le nuove generazioni repubblicane, i sogni di chi tramite lui imparava che Dio e Popolo, Libertà e associazione non sono solo slogan, ma le più sincere verità della vita. Idee che riusciva a caricare del loro massimo significato, mostrandosi più vivo e più spontaneo di tanti personaggi torvi e grigi, molto più giovani di lui, ma solo anagraficamente. Di lui conservo gelosamente due ricordi indelebili. Il primo di un incontro in un ristorante romano con alcuni amici della giovanile, in cui ci raccontò i dettagli di 50 anni di battaglie e lotte, ed il secondo relativo alla nostra ultima intervista, in occasione dell’anniversario dell’apostolo. In quell’occasione parlammo di Mazzini, del futuro, degli autori repubblicani, soprattutto Giovanni Bovio, che mi aveva fatto scoprire lui, peraltro, e mi regalò un testo, curato dal nipote, Alessandro Massimo Nucara, col titolo “I repubblicani all’Assemblea costituente”, per scoprire che cosa volesse dire “essere Mazziniani con la M maiuscola”. Oggi posso dire, ripensando all’On. Nucara, che cosa voglia dire esserlo.

La redazione di Generazione Liberale, l’autore Francesco Subiaco ed i giovani repubblicani Tommaso Alessandro De Filippo, Francesco Peirce e Francesco Corona inviano la massima vicinanza alla famiglia Nucara per la loro perdita.

INSEGNA CREONTE: LUCIANO VIOLANTE RACCONTA LA COSCIENZA DEGLI UOMINI

– Francesco Subiaco

Luciano Violante è uno dei personaggi più interessanti della storia politica contemporanea, che si è mosso nella scena politica, come il protagonista segreto degli ultimi vent’anni. Lucido, indipendente, acuto e coltissimo, ha fatto della sua esperienza da giurista e membro delle istituzioni, un patrimonio unico di conoscenza e profondità, che lo rendono uno dei più affidabili e interessanti analisti delle sfide del presente. Una capacità che emerge in ogni pagina di “Insegna Creonte. Tre errori nell’esercizio del potere” (IL MULINO). Un testo in cui l’ex presidente della camera, si immerge nei meandri e negli abissi delle coscienze degli uomini che hanno fatto la storia della cosa pubblica. Dal Terrorismo a Tangentopoli, da Maastricht alla guerra fredda, passando per la scomparsa della classe politica, Violante con il suo testo crea una vera e propria fenomenologia dell’errore politico. Un terreno che, come ammette lo stesso autore nel testo, lo ha sempre interessato, poiché riguarda “la caduta della persona e la sua possibile riabilitazione”. Utilizzando la figura letteraria di Creonte, personaggio straordinario dell’Antigone, egli mostra come il potere, vittima del proprio delirio di onnipotenza, tenda ad astrarsi dalla realtà finendo per autodistruggersi. Perseguire fini giusti in modo sbagliato, credersi vincitori senza conquistarsi questo ruolo nella realtà, rinchiudersi nelle prigioni della propria infallibilità trasformano gli errori in crimini, i crimini in castighi, che prima poi si dovranno subire. Sopravvalutare se stessi, inseguire le emozioni al posto che dirigerle, esasperare il conflitto senza averne la padronanza sono tre dei grandi errori che compiono i politici vittima di una mai accettata cupio dissolvi, da cui le uniche vie di fuga sono la lucidità, l’ascolto, il contatto col cosiddetto common touch. Insegna Creonte, non è solo un saggio sull’errore, ma la via della redenzione, della soluzione contro gli sbagli dell’uomo politico che andrebbero conosciuti prima di trasformare la propria esperienza politica in un caso da manuale.

MASSIMO FRANCO RACCONTA “IL MONASTERO”

– Francesco Subiaco

“Essere ammessi nel Monastero significa entrare in una sorta di area protetta, rarefatta e vagamente inquietante. È un impasto di spiritualità, di mistero, di segreti inconfessabili, che alla fine parlano il linguaggio impalpabile ma onnipresente di un potere antico, insieme sacro e spietato”. Così Massimo Franco descrive la sua entrata nella residenza vaticana del papa emerito nel suo ultimo straordinario saggio sugli ultimi 9 anni di “papato ombra” di Benedetto XVI: “Il monastero” (SOLFERINO). Un saggio che indaga e scruta le ombre, le atmosfere e le storie che hanno accompagnato il pontificato ratzingeriano, i suoi protagonisti ed i silenti abitanti del monastero. Un luogo diventato il paradigma di una chiesa in tumulto, di fronte ai cambiamenti rivoluzionari della curia, alle sfide della contemporaneità alle opposte tendenze delle corti dei due papi, che si muovono nell’atmosfera rarefatta delle mura vaticane come dei fantasmi di un’epoca lontana ed anacronistica. Massimo Franco, vaticanista, tra i massimi interpreti del giornalismo italiano, dopo avere reso immortali le ombre del divo, l’esilio di Craxi e gli enigmi del papato bergogliano traccia con il suo ultimo saggio su Benedetto XVI una fenomenologia delle anomalie che sta vivendo la chiesa, in uno scritto che unisce il rigore del giornalista con lo stile dello scrittore, immergendo il lettore in un castello kafkiano, una residenza landolfiana che diventa il subconscio di pietra dei tormenti del cattolicesimo contemporaneo.

Che cos’è il monastero e cosa ci racconta del suo illustre inquilino? E come esso diventa il paradigma di un papato anomalo?

Il Monastero è l’emblema dell’anomalia di questa fase della Chiesa cattolica e del Vaticano. Siamo abituati a pensare che sia Casa Santa Marta, l’albergo dentro le mura vaticane dove abita Francesco. In realtà, quella scelta è figlia delle “dimissioni” di Ratzinger. E l’intero papato è condizionato da quello strappo epocale. Lo stesso uomo del Monastero, Benedetto XVI, oggi papa emerito, simboleggia quell’anomalia. Ha mantenuto il nome che aveva da papa, si definisce “papa emerito”, veste con l’abito bianco e vive dentro il Vaticano. In cima a giardini curati, punteggiati da roseti, altari e cactus e garitte della Gendarmeria. Probabilmente, temeva di ammalarsi come Giovanni Paolo II e di essere condizionato dalla sua cerchia curiale, a cominciare dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone, figura controversa. E dunque ha anticipato i tempi. Ma credo che credesse di sopravvivere poco, mentre ormai è stato per più tempo papa emerito che papa: 9 anni contro 8.

Tra i personaggi che abitano la galassia di questo monastero landolfiano, quale la ha colpita di più e perché?

 Senz’altro il prefetto della Casa pontificia, monsignor Georg Gaenswein. E’ stato per anni il punto di raccordo, e il simbolo della continuità tra i due pontificati. E alla fine è stato schiacciato da questo doppio ruolo, strategico e insieme oggettivamente ambiguo, per dinamiche di potere che alla lunga non potevano non scaricarsi anche su di lui, al di là della sua volontà e di quella dei cosiddetti “due papi”. Il fatto che oggi rimanga Prefetto ma gli sia impedito di fatto di svolgere il suo lavoro è l’emblema dello scontro sotterraneo tra le “corti parallele” del Monastero e di Casa Santa Marta.

L’emerito del monastero e il regnante di Santa Marta sono due figure archetipiche della chiesa di oggi. Che rapporto intercorre tra i due papi e che differenza c’è con le narrazioni degli opposti schieramenti riguardo i due inquilini pontifici?

Sono due persone molto diverse, consapevoli entrambe del trauma vissuto dalla Chiesa con la rinuncia di Benedetto, e dunque intenzionati a salvaguardare l’unità della Chiesa. Per questo all’inizio Francesco ha chiesto a Benedetto di non essere troppo in disparte, di partecipare alle cerimonie pubbliche, di intervenire. Si disegnava una sorta di “copapato”, con Francesco prosecutore delle riforme che Benedetto non aveva potuto portare a termine. Ma col passare del tempo, quando le riforme sono entrate in affanno, il Monastero è stato percepito dalla cerchia di Bergoglio come un ingombro, e gli interventi di Benedetto come inopportuni. E alla fine tra gli uomini di Bergoglio il Monastero è stato percepito come una sorta di luogo-simbolo di una sorta di contro-potere: quasi un polo antagonista, dietro il quale si muove una potente filiera tradizionalista. E Casa Santa Marta è stata vista da molti dai ratzingeriani come una sorta di enclave che dietro lo schermo della continuità cambiava non solo gli equilibri di potere ma l’approccio dottrinale e riferimenti diplomatici tradizionali della Santa Sede. E questo a dispetto, va ribadito, dell’impegno dei <due papi> (tra virgolette perché di papa ce n’é uno solo) a evitare fratture e scontri interni.

Dalla coesistenza alla rottura apparente, nonostante la popolarità di Bergoglio, Ratzinger in questi anni ha assunto un fascino per alcuni ambienti della cristianità forse superiore a quello che aveva quando era in carica. Come si spiega il successo “postumo” di questo papa di “cristallo”?

Si spiega con un’ostilità sempre più aperta e pregiudiziale dei cattolici tradizionalisti nei confronti di Francesco e delle sue riforme visionarie, profetiche ma anche caotiche; e con un rigore dottrinale e una finezza teologica di Benedetto che oggi, a torto o a ragione, vengono considerati carenti nel pontificato di Bergoglio. In più, l’essersi defilato e appartato nel Monastero ha fatto dimenticare gli scandali e le tensioni che hanno accompagnato la fine del pontificato di Ratzinger.

Il monastero è il peacemaker del potere Vaticano che riesce a garantire una unità forzata tra il progressismo dei bergogliani e il tradizionalismo dei loro oppositori?

Certamente lo è stato. Il Monastero è stato a lungo l’argine con il quale Benedetto ha frenato e assorbito le spinte contro Francesco provenienti dagli ambienti iper-ortodossi del cattolicesimo. Ha, di fatto, “coperto” questo versante della Chiesa, diffidente e poi ostile nei confronti di Francesco. Nel libro il cardinale Gerhard Muller arriva a sostenere che il Monastero è il luogo “dove vengono curate le persone ferite da Francesco. E sono molte…”: una frase che lascia indovinare le tensioni e gli scontri di questi anni, per quanto diplomatizzati o addirittura rimossi.

Perché nel libro lei definisce, in realtà, più rivoluzionario Benedetto di Francesco?

Perché la rinuncia, o “le dimissioni”, sono state uno strappo ben più epocale e inedito dei presunti strappi di Francesco. Il Monastero è l’emblema di quello che rimane tuttora un tabù: tanto che dopo nove anni non è stata ancora regolata da nessuna norma la rinuncia di un pontefice. E tuttora si parla di “due papi”, con frange minoritarie ma agguerrite che o non riconoscono come valide le dimissioni di Benedetto, o lo accusano di avere lasciato troppo spazio a Francesco e alla sua “rivoluzione”. In realtà, in modo diverso entrambi hanno desacralizzato l’istituzione papale.

Le anomalie portate dal rinuncio di Benedetto XVI e dall’insolita diarchia di questi anni come stanno cambiando per sempre la figura del papa e la condotta della chiesa?

L ’hanno cambiata nel senso di “umanizzare” il papa, con conseguenze molto controverse e ancora oggetto di dibattito e di imbarazzo. Il tema di fondo, mai affrontato pubblicamente, è se la rinuncia di Ratzinger sia un unicum, o un precedente che aprirà la strada ad altre dimissioni papali. La mia impressione, tuttavia, è che nei prossimi anni il tentativo sarà quello di ricostruire una figura papale su presupposti diversi; di rafforzare il governo vaticano; e di riaffermare il ruolo fondamentale di Roma, rispetto alle spinte centrifughe e alla narrativa anti-Curia e anti-italiana che hanno profondamente condizionato l’ultimo Conclave: sebbene gli scandali intorno a Benedetto avessero giustificato certi pregiudizi…

In più occasioni lei ha potuto conoscere ed intervistare il papa emerito, che immagine si è fatto di questo personaggio così particolare, freddo e distaccato durante il pontificato, ma allo stesso tempo umano e cordiale come nel suo incontro con il vignettista Giannelli? Può raccontarci un aneddoto?

In effetti sono rimasto sorpreso dalla sua semplicità, dalla sua fragilità fisica, dall’aura di autorevolezza e di mistero che trasmette, e insieme dalla sua rapidità intellettuale. Non riesce quasi più a articolare le parole, eppure in certo momenti, sforzandosi, si fa capire eccome. L’ha dimostrato quando, nel colloquio che abbiamo avuto con lui insieme col direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, ha voluto dire con chiarezza che il papa è uno solo, disarmando i critici di Francesco. E quando ha visto il nostro vignettista Emilio Giannelli, che gli spiegava di non essere affatto religioso, al contrario di un fratello che era mancato in tempi recenti, Benedetto ha replicato, pronto: “Ha tempo per rimediare”. E’ un aneddoto riportato nel mio libro.

Il terzomondismo bergogliano ha mostrato forse la più grande frattura tra i due papi: l’Europa. Cosa divide i “diarchi” sul tema delle sorti del vecchio mondo e come ciò influenzerà la linea futura della chiesa?

Il Vaticano tende a percepirsi e a presentarsi come un’istituzione che garantisce continuità. E questo avviene anche quando la continuità in realtà si adatta ai nuovi tempi. La mia impressione è che Benedetto sia stato un papa europeo e <italiano>, che voleva cercare di rianimare il cattolicesimo in Occidente; e che credeva e crede nei valori dell’Occidente. Ma l’operazione non è riuscita. Francesco è un americano, flglio di un’America latina che da terra di missione è diventata o ritiene di essere diventata terra missionaria, chiamata a rievangelizzare un’Europa e un Occidente ritenuti scristianizzati e senza futuro. Per questo Bergoglio è stato visto come un papa post-occidentale, che ha puntato molto sul Terzo Mondo; e, in parallelo, sui rapporti con la Russia, per sanare la frattura con la religione ortodossa; e con la Cina, per concordare la nomina dei vescovi e proiettare il cattolicesimo in Asia, dove fatica a penetrare. Ma l’aggressione militare russa all’Ucraina, di fatto assecondata dalla Cina,  ha mostrato i limiti e le contraddizioni di questa strategia, impedendo almeno fino all’inizio di maggio al papa di esercitare la sua azione per la pace, nella quale il Vaticano è storicamente maestro. Le sue parole a favore dell’Ucraina sono state chiare e forti. E il fatto che durante due mesi e più di guerra Benedetto non abbia mai parlato dimostra come, se anche esistono delle differenze di giudizio, al Monastero  ha prevalso una linea di unità e di ubbidienza a Francesco, per evitare fraintendimenti e speculazioni in una Chiesa cattolica percorsa da  tensioni profonde e irrisolte.  

OLTRE LE MASCHERE DEL QUOTIDIANO, GIOVANNI BALDUCCI PRESENTA IL SUO LIBRO A FONDI

– Redazione

Domenica 15 maggio alle ore 18:00 all’interno del Castello Caetani a Fondi si terrà la presentazione del libro «La vita quotidiana come gioco di ruolo» di Giovanni Balducci (MIMESIS EDIZIONI). Un testo che riprendendo gli sviluppi della Labeling theory e delle tesi del sociologo Irving Goffman, vuole analizzare i meccanismi delle realtà sociale occupandosi principalmente dell’Io umano immerso nella vita di tutti i giorni e colto nella sua duplice opera di co-creatore di sé stesso e della realtà sociale circostante, intrappolato nella “metafora teatrale” che fa di lui un attore sulla scena delle finzioni sociali, ma allo stesso tempo un personaggio di tale messa in scena, partecipando ad una mascherata volontaria o involontaria di pirandelliana memoria, in cui l’esistenza della persona si tramuta in un gioco di ruolo, in cui si è l’avatar e il giocatore della storia. L’evento organizzato da “La cinearte produzioni” sarà svolto in collaborazione con l’accademia Internazionale Maurizia, l’associazione culturale Musicinecultura, l’associazione fotografichementi e casa della cultura, l’evento è patrocinato dal Comune di Fondi, media partner Radio Antenna Musica. Durante l’evento, moderato da Francesco Subiaco ( La civiltà delle macchine, Dissipatio) interverranno l’autore Giovanni Balducci e l’analista de Il giornale off e Il borghese Francesco Latilla.

CARI NEMICI DELL’OCCIDENTE, UNA RIFLESSIONE SULLO SPAVENTO SENZA FINE DELL’OPEN SOCIETY

– Francesco Subiaco

“Cari jihadisti, sottovalutate parecchio gli effetti della battaglia in cui vi siete gettati a capofitto. Siete le prime vittime della nostra propaganda, credete di mettere sotto scacco la nostra civiltà. Ci dispiace, non è così. Mirate al mulino a vento sbagliato. Qui non c’è nessuna civiltà”. Tagliente, ironico, disincantato, scorretto, lucidissimo è uno dei testi più affilati di uno dei pensatori più atipici della controcultura francese: “Cari Jihadisti” di Philip Muray (Miraggi Edizioni). Il testo si presenta come una lunga e cinica epistola agli esecutori dell’attentato delle Torri gemelle alla viglia della tragedia che aveva messo in ginocchio l’intero occidente. Una lettera in cui il pensatore francese riesce a mettere in luce le debolezze, le paure, le illusioni della società globale. Per Muray l’occidente non è una civiltà, ma un grande minimarket multietnico, un bazar underground in cui gli uomini, ridotti a consumatori autoconsumanti sono il prodotto e l’acquirente di una realtà distorta e inoffensiva, repressa e inibita, che vive del suo unico vero valore: l’inconsapevolezza. L’inconsapevolezza che pone gli occidentali nella condizione di non capire, e forse nemmeno vedere, la cappa di postverità di cui si circondano. Popoli, soprattutto quelli europei, che ridotti ad una condizione di meri agglomerati umani di consumatori omologati, separati solo da lingua e posizione geografica, vivono una vita erbivora, ignorando i giochi di potenza che si affrontano nei complessi legami geopolitici tra stati, vittime più che della menzogna della fine della storia, dell’illusione della fuga dalla storia. La realtà, questo l’acerrimo nemico di questi iperborei, però è quella cosa che non svanisce nemmeno quando smetti di credergli, infatti essa si è manifestata come una calamità che ha turbato il lungo sonno dell’occidente illuso di potersi rifugiare sotto l’ombrello della Nato vita natural durante. Un sogno che dal 11.09. 2001 agli atroci sviluppi dell’evacuazione afgana e della guerra ucraina, da cui sembra non poterci essere un risveglio definitivo. Come i personaggi descritti nella lettera di Muray gli europei sono una comitiva di stati sovrastanti che galleggiano sulla storia senza farne parte, senza capirla, vivendo in una specie di asilo nido incantato, un luogo di musichette che li stordisce mentre fuori c’è la morte. Dimostrando ancora una volta come l’occidente sia una mamma marcia che ha abolito ogni forma di tragedia e di resistenza al destino, cullandosi nella duplice missione, di abolire l’umano e di lottare per la totale decostruzione e distruzione del proprio patrimonio culturale. Dalla decostruzione della storia come processo di rapporti di forza, allo smantellamento dei classici, dei sistemi, del canone, riscritti secondo un terribile moralismo nichilista nutrito dalla religione di una falsa tolleranza che non è altro che una disperazione passione, tutto cospira per creare la fiaba di una open society autosufficiente dalla realtà. Scossi dalle guerre, dalle pestilenze e dalle crisi essi si dimostrano disarmati di fronte alle sfide del futuro, marci, vuoti, divisi, interconnessi, ma dissociati. Non più decadenti, ma decaduti, vivono come il pubblico del mondo, con indifferenza e rassegnazione, nel privilegio e nella disperazione. Gli europei davanti alla guerra, alla crisi, al fato che muove i destini dei popoli, come in Ucraina ed in Afganistan, si credono innocenti quando al limite sono solo ingenui. Ingenui perché continuano ad ignorare che la legge intrinseca della vita è lotta, che le religioni delle lacrime, umanitarismo, globalismo e universalismo, non sono altro che ornamenti del suicidio occidentale di fronte all’avanzata dei barbari, gli altri, pronti a conquistare i selvaggi, noi. Una stroncatura potente e crudele che però mette in guardia i nemici di questo paese dei balocchi, in primis, poiché il globalismo, come un ellenismo postmoderno, conquisterà i suoi futuri conquistatori, in caso di loro vittoria. In secundis perché nonostante per la nuova classe precaria globale morire per la Nato equivalga a sacrificarsi per la propria compagnia telefonica, essi si sono dimostrati in tutte le occasioni che il tempo gli ha offerto pronti per lottare affinchè il loro sonno secolare non venga disturbato. “ci batteremo e vinceremo. Eccome se vinceremo. Perché i più morti siamo noi e non abbiamo nulla da perdere”. Invece di lottare per la giustizia, per la patria, per la libertà dei popoli affianco dei loro alleati, anche loro purtroppo non più in grado di essere quella Republique imperiale teorizzata da Aron, essi preferiscono lottare per il loro sonno.