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EDWARD LUTTWAK E LA LOGICA PARADOSSALE DELLA GUERRA

– Francesco Subiaco

La guerra non è un pranzo di gala o un sistema matematico, razionale e coerente, ma è il regno del paradosso, dell’imprevisto, dell’irrazionale. Per questo l’unica logica lungimirante e capace di concepire una visione strategica coerente e concreta è quella paradossale, quella che nell’assurdo che infesta i campi di battaglia è capace di cogliere le regole contraddittorie della guerra. È la visione portata avanti da Edward Luttwak, consigliere strategico per la politica estera della Casa Bianca ed economista di fama mondiale, che nei suoi saggi sulla strategia, sulle logiche delle grandi potenze della storia ha esposto una visione della geopolitica unica capace di spiegare ed interpretare il cambiamento degli equilibri dopo la fine della guerra fredda, la crisi e le sfide degli stati nazionali, l’analisi geoeconomica di un mondo complesso che dalla ritirata della globalizzazione alle tensioni tra Occidente ed autocrazie sta facendo saltare tutte le categorie “corrette” della scienza strategica. Una visione che non smette di ricordarci che la politica non è altro che una sublimazione della guerra con altri mezzi.

Professor Luttwak, l’Europa in questi anni si è dimostrata un continente ” erbivoro” e gli Stati Uniti ancora riescono nel loro tentativo di rimanere la “Republique imperiale” descritta da Aron?

Raymond Aron scrisse la Republique imperiale ai tempi della prima guerra fredda, di fronte alla crisi degli Stati europei dopo la seconda guerra mondiale, in un contesto in cui gli Stati Uniti svolgevano una funzione di sostegno e aiuto ad essi, massimizzando lo sviluppo economico di questi paesi assicurando delle possibilità di sviluppo, come l’accesso al petrolio a prezzi favorevoli, per garantire la ricostruzione dell’Europa. Permettendo agli europei di passare da essere sudditi delle autocrazie a alleati delle democrazie e dell’Occidente. Un processo che l’Italia, a differenza di alcuni Stati europei come la Francia, ha faticato ad intraprendere, per una certa vicinanza ad ideologie totalitarie presenti al suo interno, e che ha difficoltà ad intraprendere tuttora, come mostra la vicinanza e il sostegno di alcune frange del paese alla Russia di Putin. La visione statunitense però non è una visione colonialr poiché ha sempre favorito il passaggio dalla sudditanza delle autocrazie alla visione di libertà dell’alleanza atlantica, che è il contrario dell’imperialismo e che ha visto sempre nell’ottica imperiale una debolezza, mentre gli americani hanno una vocazione verso l’autonomia e la libertà dei popoli che è poi lo spirito della Nato

La guerra in Ucraina sta facendo riscoprire all’occidente i suoi valori e come valuta la gestione degli Stati europei di questa crisi internazionale?

La guerra in Ucraina ha mostrato la profonda differenza tra la guerra in paesi del terzo mondo, sottosviluppati e divisi in tribù, e quella verso un paese europeo, armato e difeso da patrioti che vogliono combattere per la propria nazione, una differenza che ha caratterizzato le profonde difficoltà dei russi durante l’invasione dell’Ucraina. Oggi l’Ucraina sta ricordando agli ufficiali russi, che forse se lo sono dimenticato, che le nazioni europee di fronte ad una guerra reagiscono in maniera opposta di stati come l’Afghanistan, combattendo e reagendo unitariamente ad un conflitto, come è sempre accaduto nella storia europea.

La guerra è secondo lei una costante della storia dei popoli?

Certamente, infatti, l’Europa, per restare in tema, è sempre stata caratterizzata dalla guerra nella sua storia, ed il ciclo di distruzione creatrice che la accompagna è insita nello sviluppo dei popoli. Gli UOMINI  “amano” la guerra COME LE DONNE AMANO I GUERRIERI , non è un caso che tutte LE GUERRE DELLA STORIA , escluse le due guerre mondiali FENOMENI DI STATALISMO, , siano state fatte da volontari, che hanno aderito ad esse, che hanno spontaneamente deciso di partecipare ad esse. La distruzione portata dai campi di battaglia ha sempre portato ad una risposta  demografica su cui si è articolata la ricostruzione accelerata delle nazioni coinvolte nei conflitti bellici. Dal 1945 in poi questa dinamica di guerra e ricostruzione, è stata interrotta per varie ragioni. Il nucleare, ad esempio, ha cambiato per sempre il volto della guerra convenzionale e la presenza di questo stravolgimento è un fenomeno fondamentale anche nella guerra in Ucraina. Il nucleare in Ucraina pregiudica profondamente le possibilità degli eserciti in gioco limitando profondamente le opzioni dei paesi belligeranti. Oltre al nucleare un altro elemento di cambiamento introdotto dopo il 45 è l’emersione di una cultura post bellica che è insostenibile. Tutti i gruppi sociali ed individuali orientati al pacifismo sono demograficamente deboli e culturalmente stanno scomparendo, come possono mostrare le statistiche sulla fertilità nei paesi più orientati al conflitto e non. Dobbiamo capire che la civiltà occidentale è stata orientata alla guerra come fenomeno incidentale, in cui piccoli stati tra loro rivali hanno generato un fenomeno di concorrenza e conflitti che ha segnato lo sviluppo dei popoli europei, mentre nei paesi orientali, dominati da grandi spazi caratterizzati da imperi secolari si è sviluppato un fenomeno di “grande letargia”. Gli Stati europei invece erano più bellicosi ed energicamente più fertili, affinati dallo scontro e dalla concorrenza hanno invece creato un dominio planetario nell’ottocento derivato dal loro spirito concorrenziale e belligerante, opposto all’immobilismo ottomano o cinese, che ne ha garantito la potenza e lo sviluppo. Quelle energie possono essere orientare solo dalla libertà e non dall’immobilismo di un dittatore.

La crisi internazionale portata dalla guerra in Ucraina segna la fine della globalizzazione e della mondialità occidentale ?

È sicuro che anche nel momento in cui stiamo registrando questa intervista tutti i paesi, di fronte alla crisi del modello di commercio globale, gli agenti economici e statali stanno cercando di ridurre la loro interdipendenza, causando una ritirata della globalizzazione. Come sta accadendo con la Russia e con la Cina, dove sta avvenendo una evacuazione delle grandi aziende dalle loro economie, poiché si è capito che è irresponsabile proiettare grandi investimenti in paesi autocratici guidati da amministrazioni arbitrarie che un giorno parlano, pensiamo alla Cina ad esempio, di una MEGA AZIENDA  del calibro di Alibaba, come una minaccia ed il giorno seguente come una risorsa

Secondo lei la Cina lancia una sfida, molto più sottile di quella dell’URSS all’occidente, l’egemonia invisibile di Pechino e il suo neoimperialismo come stanno cambiando il volto dei rapporti di forza nell’occidente?

No no la Cina lancia all’occidente una sfida molto naif, provincialissima ed antiquata, pregiudicata da una ideologia storica che li illude di essere una grande potenza strategica, quando invece sono una nazione che nonostante l’ampia mitografia nazionale, ha subito sempre le conseguenze delle proprie scelte sbagliate in politica estera e che se non ci fossero stati gli americani oggi sarebbe ancora sotto la dittatura militare giapponese. Essi sono capacissimi in ogni settore meno che la guerra, infatti con l’Ucraina, hanno mostrato la loro totale dipendenza commerciale dalle altre nazioni. Mentre i russi e gli americani sono autosufficienti sia dal punto di vista energetico sia dal punto di vista alimentare, infatti dopo il G7, hanno smesso di parlare di invadere Taiwan.

In questo scenario la Turchia che ruolo chiave sta svolgendo?

I turchi sono un popolo che è in parte europeo ed in parte imperialista, che sta subendo con Erdogan una lunga fase di arretratezza fatta di chiusure e proclami assurdi, come quando hanno provato ad intimidire Israele e poi sono dovuti andare a Canossa per le loro pessime scelte. Credo che invece i turchi con una guida diversa, determinata da una amministrazione più “europea” potranno invece riscattare anni di errori strategici e strutturali, tornando protagonisti, dopo le farse degli esperimenti diplomatici di Erdogan di questi mesi.

Che libro consiglierebbe per comprendere il presente?

Consiglio il mio libro sulla logica della strategia poiché la vera logica della guerra è la logica paradossale. La guerra è implicitamente paradosso. Pensiamo al presente: la Nato è debole e per questo le autocrazie la attaccano, ma questo attacco non fa altro che consolidarne le fondamenta. Uno dei tanti paradossi tipici della guerra.