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MAGNANI: “CAVALCARE L’ONDA DEL CAMBIAMENTO È L’UNICO MODO PER NON ESSERNE TRAVOLTI”

MAGNANI: “CAVALCARE L’ONDA DEL CAMBIAMENTO È L’UNICO MODO PER NON ESSERNE TRAVOLTI”

Di Francesco Subiaco

Dai conflitti internazionali all’avvento del digitale, dall’obsolescenza professionale portata dall’AI alla costruzione di estese catene globali del valore. In ogni sua manifestazione il cambiamento ha ridefinito le regole, le convinzioni e le sovrastrutture della contemporaneità in maniera radicale e ravvicinata. Un cambiamento che si è caratterizzato come dirompente e continuo che ha ridefinito in maniera radicale e permanente il tessuto economico e il contesto sociale, come mai è stato possibile nel passato. Di fronte al cambiamento continuo, tsunami minaccioso e pronto a travolgerci, subirne senza reazione gli effetti equivale ad esserne travolti. È necessario quindi conoscerne le caratteristiche ed imparare ad affrontarne le possibilità ed opportunità al fine di cavalcare “l’onda perfetta”, seguendo come bussola due concetti: “learn” and “adapt”, imparare ed adattarsi. Una tesi che è alla base dell’ultimo libro del Professor Marco Magnani, “L’Onda Perfetta. Cavalcare il cambiamento senza esserne travolti” (IlSole24Ore Editore, 2022) con cui l’autore indaga le metamorfosi del presente con uno sguardo attento su come trasformare le sfide del presente di opportunità per l’avvenire.

Un libro che come il precedente “Fatti non foste a viver come robot. Crescita, lavoro, sostenibilità: sopravvivere alla rivoluzione tecnologica (e alla pandemia)”(Utet, 2020) indaga le contraddizioni, i cambiamenti, le mutazioni che caratterizzano l’innominabile attuale sia sul piano economico sia sul piano etico e culturale. Dalla robotica all’emergenza, dalle sfide della transizione digitale alle necessità di un ripensamento delle regole del welfare capaci di tenere il passo con i cambiamenti dell’infosfera. Opere che non vogliono solo descrivere le sfide del futuro, ma rivelarne i meccanismi profondi che ne causeranno il destino. Per approfondire queste tematiche abbiamo intervistato il Professor Magnani, economista e docente di International Economics presso Luiss Guido Carli a Roma e presso Università Cattolica a Milano, oltre che Senior Research Fellow presso Harvard Kennedy School.

L’Onda Perfetta
Cavalcare il cambiamento senza esserne travolti
IlSole24Ore Editore, 2022



Come nasce “L’ onda perfetta. Cavalcare il cambiamento senza esserne travolti”?
Il mio libro nasce dalla constatazione che oggi viviamo in un’epoca che ha un livello ed una rapidità di cambiamenti che non ha precedenti nel corso della storia. Un cambiamento continuo che si compone di mutamenti di diversa tipologia, ma che si presentano soprattutto come “cambiamenti dirompenti“, nell’accezione che a questo termine diede il grande economista Joseph Schumpeter. Una tipologia di stravolgimenti che dal punto di vista economico, sociale ed individuale con la loro manifestazione obbligano a ripensare completamente il modo di produrre, consumare, lavorare. Se pensiamo, infatti, agli ultimi anni, e guardiamo lo scenario economico e geopolitico, si sono susseguiti rapidamente, in un lasso di tempo molto breve, una sequenza di “disruptive changes”. Dall’11 settembre alla crisi finanziaria negli USA del 2008, passando per quella del debito sovrano in Europa del 2015, a cui si sono aggiunti poi la pandemia e la guerra in Ucraina, il cambiamento ha ridefinito il mondo degli ultimi anni in una maniera che mai era stata pensata prima. Nell’epoca caratterizzata da una delle maggiori intensità di cambiamento nel corso della storia, imparare a gestirlo è una questione di sopravvivenza. Cavalcare l’onda è l’unico modo per non esserne travolti.

Quanto la necessità di adattamento ai cambiamenti tecnici ha modificato il modo di concepire le imprese e il loro ruolo nel contesto sociale?
Naturalmente l’innovazione tecnologica da sempre cambia e ridefinisce il business model, il rapporto con i dipendenti, con i clienti e con il mercato conformandosi come una delle principali variabili del cambiamento. Di fronte all’innovazione tecnologica i business model subiscono radicali cambiamenti, come abbiamo visto per esempio con l’economia digitale. L’innovazione tecnologica produce sia delle criticità, sia delle nuove opportunità. Generalmente aumentano la produttività, trasformano i luoghi di lavoro, modificano la sensibilità dei consumatori così come il ruolo dell’impresa nel contesto sociale. Una mutazione che investe tutta la supply chain, dalla produzione al marketing, causando cambiamenti profondi in tutto il sistema economico.


Come la retorica del cambiamento è diventata uno strumento ideologico propagandistico e che conseguenze ha avuto nella politica moderna?
I politici sono maestri nell’utilizzare la retorica e il mito del cambiamento come strumento di propaganda politico, a volte per fare paura e per poi rassicurare guadagnando consenso elettorale, oppure per dare speranza e guidare lo sviluppo, riuscendo ad aggregare le forze sociali ottenendo legittimazione da parte della società. “Cambiamento” è una parola che il mondo politico padroneggia con grande abilità, ma non sempre ne sa controllare le potenzialità, infatti gli stessi politici non sempre sono bravi a gestire il cambiamento ed a volte ne sono travolti.

Le due crisi della pandemia e della guerra in Ucraina hanno ridefinito i confini della “catena globale del valore”?
Abbiamo capito che le catene globali del valore sono profondamente fragili e che quindi la stessa globalizzazione è vulnerabile. Dopo 30 anni di continua espansione, con tantissimi benefici, la globalizzazione ha mostrato limiti profondi e pericolose distorsioni. Le catene globali del valore si sono rivelate spesso troppo lunghe, vulnerabili e lontane dai mercati di sbocco. A fronte di shock esterni quali la pandemie e la guerra, hanno mostrato la loro intrinseca fragilità. Ora la tendenza è quella di accorciarle. La Apple, ad esempio, per produrre un iPad realizza componenti in più di 40 paesi diversi, al fine di massimizzare l’efficienza. Nel mondo globalizzato in cui non ci sono barriere tariffarie, problemi internazionali, guerre e pandemie, si può attingere a fornitori di paesi diversi e lontani e massimizzare l’efficienza, minimizzando i costi e ampliando i margini di profitto delle imprese coinvolte in tali cicli produttivi. Ma nel momento in cui sorgono delle emergenze (una pandemia, una guerra o una catastrofe naturale), questa catena così lunga ed efficiente va in frantumi. Ci siamo concentrati in questi anni a massimizzare l’efficienza rinunciando alla resilienza, ovvero alla capacità di reagire con successo agli shock esterni. Adesso il trend è esattamente l’opposto, si accorciano le catene del valore minimizzando l’efficienza al fine di valorizzare la resilienza.

Come possono le piccole e medie imprese affrontare i cambiamenti dirompenti senza esserne travolte?
Lo potranno fare se seguiranno queste due indicazioni di fondo, (che sono descritte anche nella quarta di copertina del mio libro): learn e adapt, imparare ed adattarsi.
Se le piccole e medie imprese punteranno su questo binomio non solo potranno sopravvivere ai cambiamenti prodotti dallo sviluppo tecnico, ma riusciranno, anche, ad avere un vantaggio competitivo rispetto alle grandi imprese dominanti nel mercato.
Infatti, la maggiore flessibilità, combinata con la minore complessità organizzativa e burocratica, permetterà alle piccole imprese di adattarsi meglio e più velocemente rispetto alle grandi strutture complesse e rigide delle grandi corporates. Le piccole e medie imprese se seguiranno il learn e adapt, riusciranno a governare il cambiamento e a non esserne travolte.

Lo sviluppo ipertrofico di “infomi”, come smartphone ad esempio, in che modo ha cambiato l’ossatura della nostra società?
Se analizziamo gli sviluppi del metaverso nei campi dell’intrattenimento e dei giochi possiamo dire che ci troviamo già in un mondo immersivo, cioè capace di fondere mondo virtuale e fisico. La cui applicazione produrrà un mutamento totale nei diversi ambiti economici. Ciò mi fa ripensare ad un libro di Vittorino Andreoli: “Il cervello in tasca”. Un testo dove si affronta il grande rischio che all’aumentare dei mezzi tecnici ci sia una tendenza a delegare le nostre capacità di approfondimento, calcolo e analisi ai mezzi tecnici impoverendoci drasticamente. Producendo il rischio di vivere in un mondo sdoppiato, tra reale e virtuale, che non ci metterebbe più nella condizione di riuscire a cogliere le differenze tra i due.

Perché mai oggi gestire il cambiamento è ancora più complesso?
Il cambiamento dirompente, c’è sempre stato nella storia dell’uomo. Oggi però ha tre caratteristiche differenti che ne causano la maggiore complessità rispetto al passato: è più frequente e ravvicinato a causa della moltiplicazione e combinazione delle sue conseguenze in tutti gli ambiti in cui esso si manifesta; il mondo di oggi è molto più interdipendente rispetto al passato, avendo come conseguenza che il cambiamento influenza tutte le parti in gioco; anche se non si è influenzati direttamente dal cambiamento, ne siamo comunque a conoscenza (pensiamo al disastro di Fukushima), e questo genera un senso di ansia diffuso. Per questo sia a livello politico che a livello manageriale oggi è molto più difficile governare e confrontarsi con il cambiamento.

Oggi il digitale e la specializzazione tecnica prefigurano l’alba di una nuova ridefinizione del concetto elaborato da John K. Galbraith di tecnostruttura?
Così come negli anni ‘50-‘60 i grandi gruppi industriali e commerciali avevano un grande potere, attraverso le lobby, i media di massa e il mercato con capacità di influenza e condizionamento pari a quelle degli stati, oggi il peso delle big tech è ancora più rilevante nella società globale rispetto al passato. Dalla AI alla robotica fino alle tecnologie di ultima generazione, (caratterizzate dal forte impiego di capitali), c’è un forte squilibrio nei processi produttivi tra il peso della forza lavoro e quello del capitale.

Lei per esempio in alcuni suoi saggi parla di una ristrutturazione della piramide del lavoro. Cosa intende?
Oggi la piramide del lavoro è caratterizzata da un forte divario tra l’oligarchia tecnologica, composta da pochi operatori altamente specializzati e remunerati all’apice della piramide, contro una base composta da “in-person servers” (servitori personali), cioè coloro che svolgono mestieri al servizio dell’oligarchia tecnologica (per esempio rider, giardinieri, camerieri, etc.). Tra questi due estremi esiste un gap molto profondo, causato dalle conseguenze sia della sostituzione tecnologica sia dalla crisi della classe media di fronte al cambiamento.

Fatti non foste a viver come robot
Crescita, lavoro, sostenibilità: sopravvivere alla rivoluzione tecnologica (e alla pandemia)
Utet, 2020


E invece riguardo al tema della tecnostruttura, ovvero di una classe burocratico organizzativa che rappresenta il vero centro della corporate, pensa sia ancora attuale?
Galbraith diceva che per le grandi aziende del sistema industriale il vero obiettivo non erano più i profitti bensì la sopravvivenza e l’espansione. Una riflessione che è più che mai valida rispetto alle big tech, in cui la logica priorità è quella dell’espansione e della maggiore diffusione.

-Siamo passati da una tecnostruttura industriale ad una tecnostruttura high tech?
Si perché da una parte c’è la necessità di avere sia grandi capacità organizzative e tecniche, caratterizzate da un maggiore primato tecnico dovuto ad una tecnostruttura di esperti, sia a grandi disponibilità di capitali e mezzi capaci di investire nell’innovazione.

Rispetto al testo di Galbraith in cui c’era un maggior peso della componente della forza lavoro, dai quadri agli operai, ora c’è invece un primato del capitale?
C’è uno sbilanciamento rispetto al capitale che è dovuto dall’orientamento all’innovazione di mezzi tecnici. L’automazione delle produzioni porta a premiare gli investimenti del capitale e a ridurre la parte di ricchezza prodotta che viene destinata al lavoro. Ma il lavoro è stato negli ultimi due secoli il maggiore strumento di redistribuzione della ricchezza prodotta.

Come si può sopperire a questa seconda emergenza?
Una proposta potrebbe essere il reddito universale, ma la storia ci insegna quanto sia dannoso ed inefficiente un tale provvedimento. Ciò non toglie che lo sviluppo di nuove tecnologie e di frontiere come l’e-commerce portano ad una “disintermediazione” del mercato, la cui conseguenza è la distruzione di categorie come commercianti, prestatori di servizi e impiegati a favore dei mercati digitali dove la componente lavorativa si concentra o sull’oligarchia tecnica o sui servitori personali. Un problema politico che non va sottovalutato. Facciamo un esempio. Un tempo una banca aveva molte figure, il cassiere, l’impiegato, il direttore di filiale che componevano la classe media. Oggi negli Usa, ad esempio, non esistono più grandi filiali in tutte le città, ma punti di distribuzione Atm, quindi mezzi tecnici, in cui ci sono degli operatori che non svolgono un ruolo da quadro o da intermediario, ma servono solo come punto di collegamento col servizio clienti e con i tecnici. Soggetti che in sostanza svolgono un lavoro non qualificato e con pagamenti molto bassi, da servitori personali appunto, il cui ruolo è relegato alla mera assistenza. Non esistono più i corpi intermedi come erano nel testo di Galbraith, ma solo la polarizzazione tra queste due classi sociali tra loro molto sbilanciate.

Nel suo libro “Fatti non foste a viver come robot” (Utet) propone in alternativa a modelli come il reddito di cittadinanza un sistema di “pre-distribuzione” in alternativa alla redistribuzione. Cosa intende?
La transizione digitale genera una ricchezza che investe e riguarda la collettività intera. Tale ricchezza, a mio avviso, non va però erogata come assegno o sussidio ma va pensata in un’ottica di “pre-distribuzione“. La proposta che esprimevo nel mio libro era, in estrema sintesi, l’istituzione di un fondo del 1% di tutte le società nel digitale, che dava delle quote ad ogni bambino nato un investimento di base dovuto ad una condivisione dell’allargamento “della torta” tramite dei fondi di investimento sull’istruzione in vista di una formazione maggiore. L’ipotesi formulata nel mio libro è che per rispondere alle sfide della transizione digitale sia necessaria la combinazione di tre misure che mirano non a distribuire, bensì a pre-distribuire i mezzi necessari per generare ricchezza. Ognuna di queste tre misure è pensata per sostenere il cittadino in una diversa fase della sua vita: istruzione di base e gratuita (per la scuola), prestito universale (per formazione universitaria o professionale) e capitale di dotazione (per il periodo lavorativo e della pensione). Un’idea che propone un’evoluzione del welfare, da una definizione dei bisogni in cui diritti sociali standardizzati sono sostituiti da diritti ritagliati sui bisogni effettivi delle persone, capace di tenere il passo con la transizione tecnologica.

KEEN: “GALBRAITH HA PORTATO LA REALTÀ NELL’ECONOMIA E PER QUESTO È STATO DIMENTICATO”

KEEN: “GALBRAITH HA PORTATO LA REALTÀ NELL’ECONOMIA E PER QUESTO È STATO DIMENTICATO

Di Francesco Subiaco

Steven Keen è il Lutero dell’economia contemporanea. Un intellettuale ed uno studioso libero che di fronte alle frodi e alle mistificazioni di una visione economica irreale e dogmatica ha il coraggio di essere eretico, rivoluzionario, ribelle non seguendo la Chiesa neoclassica né le sette della “saggezza convenzionale”. Keen seguendo l’esempio di Schumpeter, Keynes e Minsky invece all’idea vuole contrapporre la realtà, alla finzione l’analisi, utilizzando il suo spirito critico per smascherare le finzioni del panorama economico. Lo ha fatto con “Debunking economics” del 2001 e lo ha fatto recentemente col suo ultimo visionario libro “The New economics: a Manifesto”. Un manifesto unico, integrale di una alternativa alla dogmatica visione neoclassica che vuole decodificare le complessità del reale e riformare la scienza economica per permettergli di andare oltre gli schematismi del passato. Per comprendere meglio le idee di Keen lo abbiamo intervistato per confrontare le sue idee con quelle del pensatore John Kenneth Galbraith e per cercare di comprendere i cambiamenti del mondo del Nuovo stato digitale.


Quanto è attuale la visione dell’economia e del sistema economico americano proposta da John K. Galbraith nel suo “The new industrial state”?
Rileggere “The New Industrial State” (Galbraith e Galbraith 1967), sei decenni dopo la sua prima pubblicazione, ha evidenziato per me quanto la teoria economica si sia allontanata dalla realtà a partire dagli anni ’60.
Il Nuovo Stato Industriale (di seguito denominato TNIS) descriveva la struttura attuale di una moderna economia industriale. Non ha nulla a che fare con la visione di Alfred Marshall di un’economia di mercato, in cui una moltitudine di piccole imprese imprenditoriali vendevano beni omogenei direttamente ai consumatori in mercati anonimi e in cui i prezzi erano fissati dall’intersezione di domanda e offerta. Al contrario, l’economia è dominata da grandi società, a loro volta gestite da una “tecnostruttura” burocratica – il termine inventato da Galbraith – che tenta di gestire tutta la filiera produttiva, dai costi di input alla domanda finale dei consumatori (che manipolano tramite il marketing e i media). I prezzi sono addomesticati da contratti a lungo termine e l’unica fonte di instabilità dei prezzi proviene da un lato dalle richieste salariali e dall’altro dai capricci della produzione agricola ed energetica.
Questa era la realtà della metà degli anni ’60 commentata da Galbraith. All’epoca in cui scriveva, Galbraith era fiducioso che questa realtà avrebbe soppiantato la fantasia marshalliana delle curve di domanda e offerta, che dominava la teoria economica.
L’ottimismo di Galbraith riguardo alla sua professione di economista era mal riposto: di fronte a un conflitto tra realtà e teoria, la teoria economica tradizionale venne elevata rispetto ai fatti scomodi del mondo reale. I principali cambiamenti del mondo reale dai tempi di Galbraith sono stati lo schiacciamento dei sindacati, che ha in gran parte eliminato la capacità dei lavoratori di contrattare per gli aumenti salariali, lo sviluppo della globalizzazione, che ha creato catene di approvvigionamento lunghe ed estremamente fragili, con gran parte della produzione in corso offshore piuttosto che nelle fabbriche americane e la finanziarizzazione del sistema industriale e produttivo. Ma una “tecnostruttura” è ancora al comando e le realtà della produzione, della gestione e del marketing sono gli stessi che osservava Galbraith a metà degli anni ’60.
Niente di tutto questo realismo è penetrato nella teoria economica.
Galbraith ha acquisito la sua conoscenza dell’effettiva natura della gestione del capitalismo industriale dalla semplice osservazione e, soprattutto, essendo coinvolto negli sforzi di approvvigionamento e controllo dei prezzi della seconda guerra mondiale. Negli anni ’90, l’economista mainstream Alan Blinder ha acquisito una conoscenza simile attraverso un’indagine casuale molto attenta di aziende americane con vendite superiori a $ 10 milioni all’anno.
Le risposte che queste aziende hanno dato a Blinder sulle loro operazioni hanno capovolto tutti gli assiomi presenti nell’economia tradizionale, proprio come aveva fatto il libro di Galbraith 30 anni prima. Le imprese affrontano costi marginali in calo, non i costi marginali in aumento ipotizzati dalla teoria economica. Oltre il 70% della loro produzione viene venduta ad altre società, non ai consumatori finali. I prezzi dei beni industriali sono soggetti a contratti a lungo termine e cambiano raramente. Parola per parola, il sondaggio riproduceva la visione del settore aziendale che Galbraith aveva tracciato. Lo stesso Blinder ha osservato che “la notizia assolutamente negativa qui (per la teoria economica) è che, a quanto pare, solo l’11% del PIL è prodotto in condizioni di aumento del costo marginale”, e che “le loro risposte dipingono un’immagine della struttura dei costi del tipico impresa molto diversa da quella immortalata nei libri di testo” (Blinder 1998, pp. 102, 105).
Il mondo reale è “una notizia estremamente negativa” per la teoria economica perché, con la diminuzione del costo marginale, la curva di offerta da manuale non esiste: la produzione delle imprese non è vincolata dall’aumento dei costi, ma, invece, qualsiasi impresa che si assicuri una quota di mercato maggiore anche assicura un profitto maggiore. Il netto equilibrio del libro di testo è sostituito da una lotta evolutiva per la sopravvivenza e il dominio.
Non una parola di quella realtà è entrata nei libri di testo economici. Perfino il libro di testo universitario di Blinder (Baumol e Blinder 2015) finge che il modello di Marshall sia accurato, nonostante lui sappia che i risultati del suo sondaggio erano “una notizia schiacciante in modo schiacciante qui (per la teoria economica)”.
Il libro di Galbraith rimane quindi rilevante come descrizione della realtà economica, ma l’ottimismo che aveva sul fatto che la sua visione realistica avrebbe sostituito le fantasie dei libri di testo era mal riposto.

Pensa che oggi siamo passati da una tecnostruttura industriale a una tecnostruttura digitale e high tech?
Gran parte del circuito industriale statunitense è stato trasferito in Cina e in altre economie in via di sviluppo, ma semmai ciò ha rafforzato l’importanza della tecnostruttura: il coordinamento che Galbraith ha visto svolgersi negli Stati Uniti continentali è ora molto più complesso.
La crescita del software ha inoltre reso l’analisi di Galbraith ancora più appropriata. Sebbene i costi marginali delle aziende industriali siano bassi e in calo – l’opposto del modello dei libri di testo – i costi marginali delle aziende di software sono più vicini allo zero. I margini di profitto derivanti dalla posizione dominante sul mercato sono quindi ancora maggiori. Non esiste un secondo posto nel mercato dei word processor (Microsoft Word) o nel mercato dei browser (Google Chrome), e il secondo posto nel mercato dei sistemi operativi (Apple MacOs) è molto distante dal primo posto (Windows).
La necessità di controllare i prezzi e gestire la domanda è ancora maggiore nel mondo digitale/high-tech di quanto non fosse ai tempi industriali di Galbraith, mentre la capacità di dominare il mercato da parte del leader di mercato è ancora più forte dove i prodotti hanno un sostanziale effetto di rete. Questo vale per i prodotti dei social media come Twitter e Facebook, banalmente. Il predominio di Word nel mercato dei word processor è in gran parte dovuto al fatto che era il programma utilizzato dalla maggior parte degli utenti. Gli utenti di prodotti di minoranza, come una volta ero io, che utilizzavano Lotus Word Pro invece di Word a causa delle sue funzionalità di desktop publishing superiori, furono costretti ad adottare Word per compatibilità con le persone con cui dovevamo comunicare. Rivali come Word Pro appassirono e morirono sul mercato, semplicemente perché non erano il prodotto numero uno.
I libri di testo trattano questa come un’eccezione interessante, e facilmente ignorabile, alla presunta regola dell’aumento del costo marginale. Ma in realtà si tratta di un’amplificazione dei processi individuati da Galbraith nello stato industriale, che rendono il modello da manuale ancora più irrilevante per il mondo reale.

-Il ruolo del proletariato e della forza lavoro in questo nuovo stato digitale è oggi svolto dal capitale e dai mezzi tecnici che sostituiscono il peso sociale della forza lavoro?
Il declino del potere politico della classe operaia dalla pubblicazione di TNIS è stato drammatico. Galbraith prevedeva questa possibilità, notando fino a che punto la tecnostruttura tentava di far identificare i lavoratori con l’azienda piuttosto che con la loro classe sociale. Qui Galbraith merita un elogio per la sua grande preveggenza:
“Il sistema di pianificazione, sembra chiaro, è sfavorevole al sindacato. Il potere passa alla tecnostruttura, e questo attenua il conflitto di interessi tra datore di lavoro e dipendente che ha dato al sindacato gran parte della sua ragion d’essere. Capitale e tecnologia permettono all’impresa di sostituire colletti bianchi e macchine che non si possono organizzare a colletti blu che possono. La regolazione della domanda aggregata, l’alto livello di occupazione che ne deriva insieme all’aumento generale del benessere, tutto sommato rende il sindacato meno necessario o meno potente o entrambe le cose. La conclusione sembra inevitabile.
Il sindacato appartiene a una fase particolare nello sviluppo del sistema di pianificazione. Quando quella fase passa, anche l’unione passa in qualcosa di simile alla sua originaria posizione di potere. E, come ulteriore tocco di paradosso, le cose per le quali i sindacati si sono battuti energicamente – la regolamentazione della domanda aggregata per garantire la piena occupazione e un reddito reale più elevato per gli iscritti – hanno contribuito al loro declino. (Galbraith e Galbraith 1967, p. 337)

Partendo dal testo “L’economia della frode innocente” come il ruolo della finanza ha cambiato il legame tra tecnostruttura e mercati?
Un fattore che Galbraith non aveva previsto nel 1967 era l’aumento dell’importanza del settore finanziario, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo. Quando è stato pubblicato il TNIS, il debito privato era inferiore al 90% del PIL e il settore industriale era il settore dominante dell’economia statunitense. Oggi, il debito privato è più del doppio rispetto al PIL e la coda finanziaria ora agita il cane industriale (vedi Figura 1).



Di conseguenza, l’America non è più dominata dal complesso militare-industriale – per usare l’espressione inventata non da Galbraith, ma dal suo contemporaneo presidente Dwight D. Eisenhower – ma da quello che io chiamo il complesso politico-finanziario. Dobbiamo guardare, non a Galbraith nel 1967, ma a Marx un secolo prima, per un’accurata caratterizzazione di ciò che questo ha significato per la sopravvivenza del sistema capitalista:
“Parliamo di centralizzazione! Il sistema creditizio, che ha il suo fulcro nelle cosiddette banche nazionali e nei grandi prestatori di denaro e usurai che le circondano, costituisce un enorme accentramento, e dà a questa classe di parassiti il potere favoloso, non solo di depredare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche per interferire nella produzione effettiva in un modo molto pericoloso – e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa.” (Marx 1894, capitolo 33)

Qual è la principale eredità di Galbraith?
Rileggere TNIS mi ha fatto venire nostalgia degli anni ’60, non perché la musica fosse migliore – anche se, ovviamente, lo era – ma perché la visione del futuro che aveva Galbraith era migliore del futuro stesso. La prosa erudita di Galbraith era sostenuta dalla presunzione che la conoscenza che aveva acquisito – di come funzionava effettivamente il settore industriale americano – avrebbe soppiantato le rassicuranti finzioni dei mercati marshalliani che gli economisti accademici continuavano a spacciare nei loro libri di testo del primo anno.
Non è successo. I libri di testo economici oggi sono ancora più arcani dei prodotti accademici degli anni ’60, che Galbraith sentiva di poter tranquillamente denigrare mentre delineava quella che chiamava la “sequenza rivisitata” di come le merci vengono prodotte e commercializzate in un’economia capitalista avanzata:
Nella forma appena presentata, la sequenza riveduta non sarà, credo, messa in discussione da molti economisti. C’è una certa difficoltà a sfuggire all’ineluttabile. C’è più pericolo che il punto venga ammesso e il suo significato quindi ignorato…
La sequenza rivista invia al museo delle idee obsolete l’idea di un equilibrio nelle spese dei consumatori che riflette il massimo della soddisfazione del consumatore. (Galbraith e Galbraith 1967, p. 265)

Invece, i contributi di Galbraith hanno in gran parte fatto la fine del Dodo (manuale di economia neoclassica caduto in disuso, ndr). I moderni studenti di economia non sono a conoscenza dei suoi contributi, dal lavoro pratico che ha intrapreso per consentire agli Stati Uniti di espandere notevolmente la produzione in tempo di guerra senza causare inflazione nei prezzi dei beni militari o di consumo, alla sua eloquente erudizione di un’economia alternativa in opere come TNIS, The Affluent Society (Galbraith 2010) e The Great Crash 1929 (Galbraith 1955).
Galbraith contribuì in parte alla sua successiva irrilevanza, non fornendo un mezzo con cui la sua eloquenza potesse essere trasformata in equazioni. Il suo contemporaneo Hyman Minsky (Minsky 1975, 1982), che all’epoca era molto meno noto di Galbraith — anche in circoli economici non ortodossi — è quello la cui visione non ortodossa sopravvive dopo di lui, soprattutto perché la sua visione poteva essere messa in una gamma di forme analitiche (Keen 1995; Delli Gatti e Gallegati 1996; Dymski 1997; Wray 2010; Keen 2020). Persino i neoclassici, che rimangono ignoranti delle vere intuizioni di Minsky quanto lo sono di Galbraith, devono riconoscere l’esistenza di “Minsky Moments” (Bressler 2021). Non esiste un equivalente Galbraithiano.


Quali sarebbero le caratteristiche di un “Nuovo Stato Digitale”?
La principale differenza tra lo stato industriale descritto da Galbraith e lo stato digitale (e finanziario) in cui risiediamo oggi è l’importanza degli effetti di rete per l’economia digitale.
I beni prodotti dalle società di Galbraith considerati dal trattato non dipendevano dalla diffusa conformità del consumatore. Il New Industrial State ha portato al dominio delle mega-corporazioni (come Ford, General Electric e IBM), ma il loro dominio non significava che le società rivali (come General Motors, Westinghouse e Burroughs) non fossero in grado di raggiungere quote di mercato. Tuttavia, nello stato digitale di oggi, è quasi impossibile per un rivale di Facebook raggiungere la massa critica, perché Facebook ha già quella massa critica. Ciò rende il Digital State un regime di mercato molto più aut-aut rispetto al New Industrial State della metà degli anni ’60.
L’effetto è profondo. Se il mercato aveva motivo di lamentarsi del prodotto di un gigante industriale, ad esempio la Ford Edsel, era facile passare a un prodotto concorrente di un produttore rivale. Ma lamentarsi come fanno oggi i consumatori su Google, Facebook e Twitter, la capacità di trasformare tali reclami in un prodotto rivale è praticamente inesistente.
In questo modo, il predominio della tecnostruttura sul mercato che Galbraith identificò negli anni ’60 è ancora maggiore oggi. Ma gli hipster della Silicon Valley che potrebbero benissimo usare la parola mentre discutono dell’Internet delle cose davanti a un latte di soia non saprebbero mai che la parola che li descrive così bene è stata inventata da John Kenneth Galbraith.

COTTARELLI:”ECCO QUALI SONO I PECCATI CAPITALI DELL’ECONOMIA ITALIANA”

COTTARELLI:”ECCO QUALI SONO I PECCATI CAPITALI DELL’ECONOMIA ITALIANA”

Di Francesco Subiaco


Come mai l’Italia non riesce a crescere? È questa la domanda che avvia l’indagine del professor Carlo Cottarelli e trova risposta nelle pagine del suo libro “I sette peccati capitali dell’economia italiana”(Feltrinelli). Un testo con cui l’autore indaga i sette mali cronici che impediscono la crescita dell’economia italiana: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud, la difficoltà a convivere con l’euro. Criticità il cui confronto sarà ancora più necessario a seguito delle conseguenze economiche della guerra e della pandemia e dalle innovazioni portate dalla transizione digitale e dall’intelligenza artificiale. Per approfondire questi temi abbiamo intervistato l’autore, che da poco ha pubblicato il suo ultimo “All’inferno e ritorno. Per la nostra rinascita economica e sociale” in cui si mostra l’indirizzo ideale necessario per una rinascita italiana: “la possibilità per tutti di avere un futuro nella vita, indipendentemente dalle condizioni in cui si è nati”

-Secondo lei il sistema industriale sta transitando verso una forma ibrida che unisce componente industriale e il mondo dell’alta tecnologia e del digitale?
Penso che non dovremmo sopravvalutare troppo questo fenomeno. La questione principale che ci dobbiamo porre è: quanto è ampio e rilevante l’effetto della rivoluzione ICT nel sistema produttivo? Credo si possa sostenere che l’effetto dell’innovazione tecnologica a cui abbiamo assistito negli ultimi 30 anni sia abbastanza modesto rispetto a quella che abbiamo osservato nei primi anni del novecento o nel dopoguerra, ad esempio. Una tesi che è confermata dal cambiamento della produttività tra il 1890 e il 1950, drasticamente diverso rispetto al passato, e quello dagli anni 90 a oggi, molto meno rilevante. Negli ultimi trent’anni non abbiamo cambiato profondamente le nostre abitudini, il nostro modo di vivere o di pensare, cosa accaduta invece nel periodo precedentemente analizzato, ma abbiamo migliorato e affinato gli strumenti che già avevamo. Alle sveglie convenzionali si sono sostituite quelle dei telefoni, ai telefoni a cabina o fissi i cellulari. Si sono quindi perfezionate le strutture del passato, ma non si sono realizzate le previsioni ottimiste che si pensavano per questo periodo, pensiamo agli auspici di Clarke e Kubrick per il 2001… Un fatto che è confermato dalle limitate variazioni della produttività. La crescita della produttività è stata infatti molto più lenta negli ultimi decenni rispetto al boom che ha subito nel dopoguerra. La rivoluzione che abbiamo avuto in questi anni è stata minore rispetto al passato, non a caso tutti i principali brevetti e papers di ricerca sono non di innovazione, ma di consolidamento. L’ICT non è ancora maturo, almeno per ora.


-Di fronte alle emergenze che minano la catena globale del valore pensa che l’orientamento dei paesi occidentali faciliterà il reshoring o il friendshoring?
Ci sarà una parziale deglobalizzazione caratterizzata da fenomeni come reshoring e friendshoring, ma ciò non riporterà ai sistemi e alle categorie novecentesche. In termini di flussi di importazioni ed esportazioni c’è stata una riduzione delle esportazioni su PIL, ma si tratta di una piccola modificazione di tale rapporto, ma non così rilevante, come nel 2008 ad esempio, e nemmeno in grado di mettere completamente in discussione la globalizzazione. C’è stato un effetto, anche molto a livello comunicativo, sulle esigenze strategiche da parte degli Stati Uniti, attraverso l’Inflation Reduction Act (di cui aspettiamo la risposta europea), ma non ci sarà un ritorno alle logiche primo novecentesche. Le catene globali del valore si stanno accorciando e ridefinendo, ma non ci saranno né un ritorno massiccio e generale nei territori nazionali delle aziende che hanno delocalizzato (perché sarebbe molto costoso ed infattibile per esse), né un ritorno, improbabile, all’autarchia.


-Stiamo assistendo ad una fase in cui le grandi aziende stanno cannibalizzando le piccole imprese locali?
Si però non si tratta di un fenomeno nuovo, ma di un consolidamento di un processo già avviato in precedenza. Pensiamo alla nascita e allo sviluppo dei supermercati e dei grandi ipermercati. Anche in quel caso il ruolo delle piccole imprese è stato certamente ridimensionato, ma non completamente ridefinito o sostituito, una valutazione che vale anche per i fenomeni a cui stiamo assistendo.
-Secondo lei l’Italia negli ultimi anni ha subito una regressione o una stagnazione del proprio patrimonio produttivo fatto di imprese, corporate e complessi industriali?
Non parlerei di regressione, ma di una fase in cui dalla fine degli anni 90 ad oggi la crescita è stata prossima allo zero. Non siamo tornati indietro, ma non siamo nemmeno cresciuti.


Quali sono stati i peccati capitali dell’economia italiana che hanno favorito questa “paralisi”?
Si tratta di una sequenza di eventi critici che non possiamo trascurare, un insieme di fattori transitori, ma le cui conseguenze permanenti sono la causa di questa condizione. Noi siamo entrati nell’euro impreparati a gestire la concorrenza senza ricorrere all’arma della svalutazione. Abbiamo per alcuni anni provato a mantenere un aumento dei costi della produzione, con un livello di inflazione più alto, rispetto agli altri paesi dell’eurozona, che ci ha fatto perdere la nostra competività, mandando in rosso i conti con l’estero. Tali errori hanno permesso che nel 2008, in piena crisi, l’Italia sia diventata l’obiettivo delle ondate speculative che si sono acuite nel 2011, creando un senso di insicurezza negli investitori che ha ancora di più minato la produttività nazionale. Il primo peccato capitale è stato, quindi, l’esposizione dell’Italia al rischio di attacchi speculativi dopo l’entrata nell’euro. Un peccato acuito a sua volta dalla incapacità di risolvere gli altri problemi storici del nostro paese che io chiamerei peccati capitali del nostro paese: la lentezza della giustizia; l’evasione fiscale; un maggiore livello di corruzione rispetto agli altri paesi europei; eccesso di burocrazia; il crollo demografico; il divario tra Nord e Sud.


Oggi secondo lei sarebbe auspicabile una maggiore pianificazione pubblica? Occorrerebbe una terza via tra privatizzazioni selvagge e statalismo?
Prima di pianificare o intervenire è necessario che lo stato risolva le proprie criticità. Lo Stato dovrebbe avere come obiettivo la risoluzione dei peccati capitali della giustizia, della burocrazia, della pubblica amministrazione cercando di avere una macchina amministrativa funzionante. Non vedo l’esigenza di uno stato pianificatore, anche se forse si potrebbe pensare ad una minima pianificazione in alcuni ambiti strategici. Mentre c’è certamente necessità di una maggiore attenzione riguardo i temi della concorrenza. Però tali operazioni hanno come prerequisito la risoluzione delle criticità della macchina amministrativa di cui abbiamo parlato in precedenza.


Quali sono i suoi riferimenti culturali?
Senza dubbio autori come Joseph A. Schumpeter, John Maynard Keynes e Ugo La Malfa, che leggevo negli anni della mia gioventù mentre i miei coetanei leggevano Marcuse, Marx e Berlinguer. Se dovessi dire un romanzo direi “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, perché è un grande monumento della incompletezza dell’uomo.

James Galbraith e l’attualità del “Nuovo stato industriale”

James Galbraith e l’attualità del “Nuovo stato industriale”

Di Francesco Subiaco


“Il nuovo stato industriale” di John Kenneth Galbraith è uno dei testi cardine del novecento americano. Esso infatti non svolse solo una lunga analisi e disamina delle forze e delle mutazioni prodotte dall’affermazione del sistema industriale, ma anche una lente chiara e limpida per comprendere l’evoluzione delle istituzioni sociali che hanno caratterizzato la società americana. Per riflettere sull’attualità di questo testo visionario del 1967 abbiamo intervistato il Professor James Galbraith, studioso, economista ed accademico, la cui visione progressista e istituzionalizza ha ripreso e interpretato le istanze della visione economica del New industrial state, partendo dal ruolo predatorio delle grandi corporate nell’economia americane, e la loro applicazione nel settore militare racchiusa nel saggio “The predator state”.
James K. Galbraith detiene la Lloyd M. Bentsen Jr. Chair in Government/Business Relations presso la Lyndon B. Johnson School of Public Affairs e una cattedra di Government presso l’Università del Texas ad Austin. È stato direttore esecutivo del Joint Economic Committee del Congresso degli Stati Uniti nei primi anni ’80 e, prima ancora, economista per il House Banking Committee. Ha presieduto il consiglio degli economisti per la pace e la sicurezza dal 1996 al 2016 e dirige il progetto di disuguaglianza dell’Università del Texas . È caporedattore di Structural Change and Economic Dynamics .
Dal 1993 al 1997 Galbraith è stato consulente tecnico capo per la riforma macroeconomica della Commissione per la pianificazione statale della Repubblica popolare cinese. Nel 2010 è stato eletto all’Accademia Nazionale dei Lincei . Nel 2014 è stato co-vincitore del Leontief Prize for Advancing the Frontiers of Economics . Nel 2020 ha ricevuto il Veblen-Commons Award dell’Association for Evolutionary Economics. Ha conseguito lauree presso l’Università di Harvard (AB, magna cum laude), in economia presso l’Università di Yale (MA, M.Phil, Ph.D.) e onori accademici presso università in Ecuador, Francia e Federazione Russa . È un Marshall Scholar; membro a vita del Council on Foreign Relationse la Texas Philosophical Society.


Che ruolo ha avuto Il Nuovo Stato Industriale nel lavoro e nel pensiero di tuo padre?
Poiché la domanda si riferisce al titolo del libro di mio padre del 1967, l’ho interpretata come riferita specificamente a quel libro, e non come una domanda generale sul concetto di un nuovo stato industriale.
Il libro di mio padre del 1967 “The New Industrial State” è stato per molti versi il culmine del suo lavoro di economista teorico e dei suoi sforzi per portare l’intera disciplina dell’economia in contatto con il mondo così com’è – un mondo di grandi organizzazioni, di tecnologie complesse e di progettazione. Il suo lavoro immediatamente precedente, The Affluent Society, era in parte una rassegna ed una critica del pensiero economico classico, e in parte un ritratto del panorama sociale della ricchezza del dopoguerra e di un’economia non basata sulla scarsità fondamentale. Il “New Industrial State”, quindi, riguardava le corporazioni industriali, l’istituzione economica americana allora dominante, e i loro sforzi per modellare l’intero universo economico – dalla progettazione alla produzione, dalla finanza al marketing – secondo le loro specifiche.
Mio padre considerava il “Nuovo stato industriale” come la seconda parte di una trilogia, la terza era Economics and the Public Purpose, di cui dei tre libri, era lo sforzo dominante e il libro principale. All’epoca ebbe un formidabile impatto sul pubblico – nella lista dei bestseller del New York Times per oltre un anno – e generò la reazione più feroce tra gli economisti accademici. In seguito, il tempo di mio padre fu occupato dal movimento contro la guerra del Vietnam, dalle campagne politiche nel 1968 (McCarthy) e nel 1972 (McGovern), dai traumi del dipartimento di economia di Harvard, e successivamente negli anni ’70 dal progetto della BBC “L’Età dell’incertezza”. Quindi il “TNIS” ha rappresentato anche un punto di svolta nella sua traiettoria professionale; i suoi scritti sull’economia in seguito furono per lo più più brevi, e in seguito dedicò anche tempo alla narrativa, alle memorie e ad altre forme letterarie.
A differenza di “The Affluent Society” o (soprattutto) “The Great Crash”, 1929, “The New Industrial State” sparì dalla scena a partire dalla fine degli anni ’80, ed era fuori stampa da diversi decenni quando mio padre morì nel 2006. Era contento di lasciarlo andare; Io non lo ero. Mi sono quindi impegnato a riportarlo in stampa, e ci sono riuscito con le edizioni della Princeton University Press e della Library of America.

Pensa che oggi, come il blocco comunista e quello liberaldemocratico, avevano come tendenza di fondo la pianificazione, oggi le big tech occidentali e il big state cinese hanno una tendenza di fondo del loro sistema economico che li accomuna?

Sì e no. I parallelismi tra il capitalismo manageriale e l’industrializzazione statale dell’URSS nelle sue fasi di maggior successo erano governati dal loro scopo comune, che era quello di padroneggiare le complesse tecnologie della produzione industriale avanzata e di pianificare il funzionamento del sistema economico più ampio in modo da garantire una serie di obiettivi sociali: stabilità, piena occupazione, controllo dell’inflazione, stato sociale.
Nella misura in cui “Big Tech” e lo stato cinese hanno uno scopo comune, è l’applicazione delle tecnologie digitali alle comunicazioni, all’informazione, alla sorveglianza e al controllo sociale. Inoltre, “Big Tech” è nel business privato della riduzione dei costi, eliminando gran parte del lavoro umano e irreggimentando il resto, e concentrando la ricchezza di capitale associata alle tecnologie dell’informazione avanzate in poche mani oligarchiche. Gran parte di questo funziona per minare le istituzioni del “nuovo stato industriale”, creando precarietà dove in precedenza la sicurezza era un obiettivo sociale primario. Mentre l’economia cinese ha le sue versioni di “Big Tech”, con alcune delle stesse caratteristiche generali, lo stato cinese ha una serie di obiettivi molto più ampia e conserva in misura maggiore un impegno per la stabilità sociale come parte dei suoi obiettivi fondamentali. Al giorno d’oggi è lo stato più affine allo studio galbraithiano è quello cinese rispetto a quello americano.

Che ruolo ha oggi la finanza rispetto al sistema industriale e se secondo lei figure come quelle dei manager della Silicon Valley dimostrano la fine della gestione collegiale delle imprese?

Una caratteristica fondamentale del sistema industriale nei primi tre decenni del secondo dopoguerra fu il ruolo subordinato della Grande Finanza alla corporazione industriale. La maggior parte delle grandi società americane erano redditizie e finanziavano i loro nuovi progetti in gran parte con gli utili non distribuiti. Questo comportamento è stato fortemente favorito dal codice tributario, che tassava pesantemente gli utili distribuiti ma consentiva ampie detrazioni per gli investimenti. L’attività scientifica aziendale è stata svolta da professionisti stipendiati. Anche le elevate aliquote marginali dell’imposta sul reddito delle persone fisiche hanno tenuto sotto controllo la remunerazione dei dirigenti aziendali. Non è un caso che questa fosse un’epoca di costruzione iconica delle sedi aziendali (lo skyline di Manhattan, in particolare, prima che fosse rovinato dai condomini a molti piani).
Le grandi banche americane erano generalmente limitate nelle loro operazioni, i tassi di interesse erano regolamentati, il finanziamento ipotecario era in gran parte separato dalle banche commerciali e c’era una netta separazione tra banche commerciali e di investimento. Quindi le dimensioni e il potere del settore bancario all’interno degli Stati Uniti erano di gran lunga inferiori a quelli che sono diventati da allora.
La grande finanza iniziò a sfuggire alla regolamentazione con il crollo di Bretton Woods nel 1971, il riciclaggio globale dei petrodollari dopo il 1973, l’uso di alti tassi di interesse per “combattere l’inflazione” a metà e alla fine degli anni ’70 e una spinta concertata per abrogare il New Deal. Questi provvedimenti sono culminati in una sostanziale deregolamentazione del settore finanziario negli anni ’80, ’90 e negli anni 2000, con anche una riduzione dei fondi e del personale delle agenzie di applicazione della regolamentazione.
Il settore tecnologico si separò dalla società industriale negli anni ’80, quando quest’ultima iniziò a fallire a causa degli alti tassi di interesse, del dollaro sopravvalutato e della concorrenza estera. La grande finanza lo ha reso possibile e ha reso possibile alla tecnostruttura delle aziende di tecnologia dell’informazione di catturare le valutazioni del capitale delle loro tecnologie. Ha trasformato i laboratori aziendali in iniziative speculative, estremamente ben pagate ma estremamente instabili. Ne ho scritto in due libri: “Balancing Acts: Technology, Finance and the American Future” (1989) e “Created Unequal” (1998).
L’ampio contrasto che vorrei tracciare con l’era della società industriale è che, in quell’epoca, c’erano criteri ragionevoli su ciò che avrebbe costituito un buon investimento. Non perfetto, ma ragionevole. Il design, l’invenzione, l’ingegneria e il marketing giocavano un ruolo, c’erano incertezze in ogni funzione, ma la qualità dei team che svolgevano ogni attività poteva, in modo ragionevole, essere valutata da coloro che prendevano le decisioni per fornire finanziamenti. Nell’era post-industriale, le decisioni vengono prese dagli analisti finanziari – dagli operatori di Wall Street – che mancano di capacità indipendenti, sono vulnerabili all’hype e alle frodi e spesso possono essere loro stessi complici delle frodi. Gli ingegneri finanziari non sono veri ingegneri, ovviamente.
Il risultato non sorprendente furono ondate di speculazioni finanziarie: risparmi e prestiti, Internet, il boom dei mutui subprime. Ognuno ha portato a un incidente nel giro di un decennio. Senza regolatori aggressivi, indipendenti e competenti, sostenuti dalle forze dell’ordine, i problemi continuano a ripresentarsi. I risparmi e i prestiti erano massicciamente fraudolenti. Molte società del digitale negli anni ’90 erano basate su modelli di business ridicoli. L’intero settore dei mutui subprime, insieme ai rating e alle cartolarizzazioni, avevano una impostazione fallace.
Siamo ormai entrati nella prossima ondata di questo tipo di attività. Nel caso più recente, abbiamo ad esempio broker di criptovalute, che hanno esasperato le pericolosità del sistema finanziario rispetto ai già disastrosi precedenti che avevamo potuto osservare. Diventa abbastanza chiaro che il sistema, così com’è, manca di controlli sia interni che esterni. È improbabile che tali controlli possano essere ripristinati, anche se la classe politica si muove in questo orizzonte.

Circa sessant’anni dopo, quanto è attuale la visione dell’economia e del sistema economico americano proposta da John K. Galbraith nel suo “Il nuovo stato industriale”?

Come visione dell’economia americana, il ritratto di mio padre del ruolo dominante delle grandi corporazioni industriali è stato superato dagli eventi. La General Motors è fallita alcuni anni fa. General Electric si sta scomponendo in tre società specializzate, nessuna delle quali legata al core business degli elettrodomestici. Molte altre grandi aziende di quell’epoca non esistono più. Invece la finanza ha recuperato il suo ruolo centrale nell’economia americana, insieme ai settori tecnologico e sanitario e militare-industriale. Questa è una situazione squilibrata e instabile.
Tuttavia, esistono ancora aziende del tipo descritto da mio padre: grandi aziende avanzate, ingegneristiche e manifatturiere. Rimangono dominanti in Germania, Giappone, Corea, Cina e probabilmente anche nella Federazione Russa. In tutti questi paesi, mio padre ha goduto di un’influenza diretta o indiretta e la sua eredità intellettuale è ancora riconosciuta. Naturalmente si possono vedere le conseguenze nei modelli del commercio mondiale e nell’equilibrio della forza manifatturiera.

Pensa che oggi siamo passati da una tecnostruttura industriale a una tecnostruttura digitale e high tech? Il ruolo, un tempo del circuito industriale, è stato assunto oggi da big tech e corporate legate ai social network?

Come prevedevo già nel 1989 in un libro intitolato “Balancing Acts: Technology, Finance and the American Future” – che all’epoca fece poco successo – il settore tecnologico e quello finanziario sono oggi i poli dominanti del sistema economico americano. È lì che si concentrano ricchezza e potere, a parte (di nuovo) le imprese aerospaziali e militare-industriali. Tuttavia, la concentrazione è così estrema che solo una piccolissima parte della popolazione e della superficie del Paese si trova nell’orbita diretta di questi settori. Alcuni anni fa abbiamo calcolato che nel boom tecnologico della fine degli anni ’90, la metà dell’aumento della disparità di reddito misurata tra le 3150 contee degli Stati Uniti era dovuta all’aumento del reddito in sole cinque contee: New York, New York (Manhattan); tre contee nel nord della California (Silicon Valley); e King County Washington, che è Seattle, che è Microsoft. Da allora c’è stata una certa diffusione della ricchezza, ma non così tanto estesa da essere rilevante. La maggior parte del paese vive con l’occupazione nel settore dei servizi. E nel settore immobiliare e dell’edilizia residenziale, che sono sempre stati una parte importante dell’economia americana, i costi delle abitazioni sono ora stimati in oltre il 30% dell’indice dei prezzi al consumo.

Il ruolo del proletariato e della forza lavoro in questo “Nuovo stato digitale” è oggi svolto dal capitale e dai mezzi tecnici che sostituiscono il peso sociale della forza lavoro?
Penso di no. I mezzi tecnici sono cresciuti per esercitare un ampio grado di controllo sulla forza lavoro, in particolare (ad esempio) nella distribuzione di merci (Amazon, Wal-Mart) e nei trasporti (Uber, Lyft) e così via. Ma la forza lavoro in sé è ancora vasta e praticamente tutti i nuovi posti di lavoro negli ultimi decenni sono stati nel settore dei servizi. Quello che sta accadendo ora – dal 2000, più dal 2008 e ancora di più dalla pandemia – è stato un ritiro di un certo numero di persone dalla forza lavoro attiva. Un discreto numero è andato in pensione, spesso alla prima età della previdenza sociale, che è di 62 anni; altri erano lavoratori supplementari nelle loro famiglie che decisero che il lavoro (e le spese associate) non valevano la pena. Questo è il motivo per cui il tasso di disoccupazione è così basso: cattura solo coloro che sono in cerca di lavoro. In termini di “peso sociale” – questa è una grande difficoltà della forza lavoro oggi. I lavoratori dei servizi hanno scarso potere contrattuale ed è molto difficile per loro trovare ed esercitare una voce politica comune.

Quanto sono attuali le critiche che fa nel suo “The predator state” delle amministrazioni GOP e cosa è cambiato in meglio o in peggio negli ultimi anni?

“The Predator State” è stato scritto durante un’amministrazione (Bush-Cheney) particolarmente aggressiva nell’erodere le assicurazioni sociali al fine di arricchire gli interessi commerciali e industriali, e in un momento in cui la bandiera rossa dei deficit di bilancio (ha creato in parte da ampi tagli fiscali) è stata agitata per promuovere la privatizzazione dei programmi pubblici. È stato anche il momento della deregolamentazione e depenalizzazione della finanza che ha portato a massicce frodi finanziarie; la crisi del 2007-2009 ne è stata la conseguenza. Queste tendenze non sono scomparse, anche se penso che le minacce alla Social Security, Medicare e Medicaid potrebbero non essere così gravi come prima, e i deficit della pandemia hanno mostrato chiaramente quanto si potrebbe fare per sostenere le entrate pubbliche senza danneggiare il credito del governo. Forse l’elemento più aggressivo dello stato predatore al momento è il complesso militare-industriale.

Cosa ne pensa del ruolo delle grandi aziende durante la pandemia e la crisi internazionale?

Durante la pandemia, ingenti prestiti e sovvenzioni sono andati a sostenere la struttura allora esistente del business americano, comprese le compagnie aeree, il settore dell’ospitalità e molto altro che non verrà riportato ai precedenti livelli di attività. È difficile immaginare cosa si sarebbe potuto fare altrimenti nell’emergenza, ma ora che l’emergenza immediata è passata, i cambiamenti strutturali operati dalla pandemia si svilupperanno nel tempo. La transizione più ampia, che potrebbe essere verso un settore degli investimenti focalizzato su risorse (sempre più scarse e costose), in particolare l’energia e comprese le rinnovabili, e lontano dai settori legacy (sempre più non redditizi), sarà dolorosa, indipendentemente da come verrà gestita.
La guerra in Ucraina è una miniera d’oro per le grandi aziende militari-industriali, che continueranno a trarre profitto dagli ordini di sostituzione per le scorte di munizioni esaurite per molti anni dopo la fine della guerra. Penso che la maggior parte dei contratti concessi dal febbraio 2022 non avrà alcun effetto sulla situazione sul campo, perché i tassi di produzione sono troppo bassi e i tassi di utilizzo sono troppo alti per essere compensati da una nuova produzione finché durano i combattimenti. Forse la lezione chiave dell’attuale guerra sarà l’inutilità delle attuali strutture del potere militare statunitense, ma ci sono ancora pochi segnali che questa lezione sia stata appresa.

Quali sono i suoi riferimenti culturali?

Una grande domanda! Tra gli economisti, Thorstein Veblen e John Maynard Keynes sono stati fondamentali nella mia formazione, sebbene io sia diventato più istituzionalista ed evoluzionista nel corso degli anni, e meno keynesiano nel senso comune del termine. Veblen è sempre un piacere rileggerlo. Il mio apprezzamento per Keynes si basa soprattutto sulla sua comprensione del ruolo della psicologia sociale nel più ampio schema della vita economica, e sono orgoglioso di un saggio che ho scritto molti anni fa sull’ispirazione che ha tratto da Einstein. Non sono un gran lettore di testi filosofici, ma allo stesso tempo sono molto attratto dalla comprensione della tradizione pragmatista; suppongo che questo abbia un collegamento con la mia prima carriera nello staff del Congresso. In letteratura, i miei gusti vanno maggiormente verso gli autori dell’età dell’argento sovietica, come Bulgakov per molti anni, Krzhizhanovsky e Tynyanov più recentemente; ciò è dovuto, credo, alla loro combinazione di sensibilità allegorica con un apprezzamento dell’assurdità della vita moderna. Il mio autore italiano preferito, veneziano nello specifico, è ovviamente Casanova. Finora ho letto circa 2.500 pagine dell’edizione in tre volumi LeBorgne/Igalens di “Histoire de ma Vie”, e non c’è una frase che non sia indimenticabile o che sia semplicemente superflua in nessuna di esse.

NÉ LIBERISTI, NÈ SOCIALISTI: REPUBBLICANI. ARCANGELO GHISLERI E L’ECONOMIA VISTA DA UN MAZZINIANO

– Francesco Subiaco

L’agire umano non ha simpatia per l’ordine fisso. Cercare di racchiudere in schemi, protocolli, algoritmi il complesso groviglio di bisogni e desideri umani è uno sforzo interessante, ma vano. Ne parla bene Simon affermando l’insufficienza di ogni visione dogmatica, geometrica, per lo studio delle scienze sociali, dato che gli uomini possono avere certamente intenzioni razionali, ma non possono compiere azioni razionali. Il dramma dell’economia contemporanea si riassume in questa difficoltà, quella di avere un metodo assoluto per situazioni contingenti. Tale affermazione vale per tutte le scienze sociali, l’economia soprattutto. L’economia non è , da Petty a Caffè, passando per La Malfa e Keynes, una scienza naturale, essa muta col cambiare dei bisogni umani, dei compimenti delle sorti “magnifiche e progressive” della Storia. Non è un caso che di fronte ai cambiamenti della società veterocapitalista americana, i dogmatismi del sinedrio liberista del GOP, non siano riusciti a salvare gli States dalla Grande Depressione. Una visione antidogmatica è la cifra dell’attualità del pensiero economico di Arcangelo Ghisleri, tra i fondatori del Partito Repubblicano Italiano. Ghisleri, mazziniano, positivista e massone, è uno dei grandi ideologi della Questione economica del PRI. Visione che il pensatore repubblicano scandisce negli scritti ed articoli che compongono: “La questione economica e il Partito Repubblicano”(Bonanno), curata da Mauro Cascio, con prefazione di Corrado De Rinaldis Saponaro.

Il testo è una raccolta di articoli in cui il pensatore repubblicano illustra ed espone le premesse e l’originalità del programma economico del Pri alle porte del novecento. Una visione antidogmatica, egualmente distante sia dal liberismo sia dal socialismo turatiano e massimalista. Il pensiero ghisleriano affonda le sue radici nelle visioni di Melchiorre Gioja, dei Romagnosi, dei Cattaneo, di Mazzini soprattutto. Perché il centro del progetto sociale dei Repubblicani è nel motto mazziniano di Libertà ed Associazione. L’associazione che diventa il mezzo, per la distribuzione della proprietà, per il progresso politico e morale dei ceti produttivi, che non può essere scissa dalla volontà di libertà, di affermazione del singolo, di autodeterminazione della persona. Attraverso un’idea della Libertas, che affonda nella comunità, nelle relazioni organiche e solidaristiche tra i cittadini, molto simile a quella libertà oltre il liberalismo, tipica dei movimenti democratici e del pensiero hegeliano. Nei suoi scritti Ghisleri prende le distanze dalle principali scuole politiche del tempo. Il socialismo marxista e marxiano è l’antitesi di una visione interclassista, capace di conciliare gli agenti economici, diventando una Chiesa di classe, che non dice nulla di nuovo rispetto alla visione sociologica dei vati del repubblicanesimo, ma al contrario la fraintende, la storpia, incasellandola in un materialismo spicciolo e monodimensionale, deterministico e impersonale, che non è altro che il rovescio inefficiente del capitalismo dei monopoli. Il liberismo di Smith non è di estrazione dissimile, sia per la sua incapacità di produrre una società frantumata e atomistica, sia per la sua idea di mercato dogmatica di libertà come estensione del dominio della lotta. A queste due scuole opposte, Ghisleri propone una visione popolare e democratica, partecipativa e solidaristica, che si basa sull’azione e la cooperazione delle classi, non sulla lotta o “l’anarchia consuetudinaria delle leggi del mercato”, mostrando che la questione sociale è la più importante per la democrazia e per lo sviluppo di una società veramente repubblicana. Una idea di progresso economico che risolvendo la questione sociale compie il processo democratico, mostrando la vocazione profondamente popolare di quel pensiero mazziniano che poi verrà organizzato da Giovanni Conti. Un pensiero che in questo periodo in cui le democrazie sono nella morsa tra il Big State cinese e l’anarchia delle Big Tech globaliste, segna quella terza via laica e popolare che tanto è necessaria ai popoli europei

FERRANTE DE BENEDICTIS ED IL PATRIOTTISMO CONSERVATORE


Abbiamo intervistato Ferrante De Benedictis, 41 anni Ingegnere e Dottore di Ricerca di Energetica, attualmente vicepresidente di Nazione Futura e membro del “Future Energy Leaders Community” del World Energy Council. È autore del libro “L’uomo custode della Natura” e di diverse pubblicazioni scientifiche per riviste e convegni internazionali sui temi energetici ed ambientali. Pertanto, l’ascolto delle sue analisi e prospettive è per noi fonte di preziosa formazione culturale e politica.

In che modo prospetta la partita politica del Quirinale?

Innanzitutto, grazie per l’intervista, oggi più che mai abbiamo bisogno di confronto e di unire le forze, in particolare quelle delle realtà come Generazione Liberale e Nazione Futura, entrambe animate dall’amore per l’Italia e per la cara vecchia Europa.

Le elezioni del capo dello Stato sono sempre state caratterizzate dalla complessità, questo anche quando il risultato appariva scontato, in quanto alle solite imprevedibili strategie parlamentari ed ai franchi tiratori si aggiungono i grandi elettori regionali che possono cambiare gli equilibri e riservare qualche sorpresa. Di certo si tratterà di un passaggio fondamentale per la sopravvivenza della nostra democrazia rappresentativa, questo perché mai come negli ultimi anni stiamo assistendo ad un Parlamento sempre più svuotato dei propri poteri, oserei dire delegittimato. È per questo che occorrerà scegliere una guida che ristabilisca le normali funzioni ed i giusti equilibri tra i poteri. Non mi azzardo di certo a fare pronostici, ma ho il sospetto che anche questa volta a spuntarla “quasi a sorpresa” possa essere un democristiano, nessuno può permettersi in una condizione di fragilità parlamentare come questa di avere un Presidente polarizzato, occorrerà eleggere una figura che navighi bene su entrambe le sponde, quella del centro-destra e quella del centro-sinistra.

 

Ritiene che una riforma costituzionale, incentrata sul presidenzialismo, potrebbe introdurre maggiore stabilità politica? Sarebbe favorevole ad una svolta simile?

Favorevolissimo, questo è da sempre un cavallo di battaglia del centro-destra, già Giorgio Almirante auspicava una svolta presidenziale, che appare sempre più urgente viste le sfide della modernità, le pandemie, le crisi economiche e sociali, la sfiducia nelle Istituzioni. Gli stessi sondaggi ci dicono che i cittadini vorrebbero eleggere direttamente il loro Presidente così come avviene in tantissimi Paesi occidentali. La svolta Presidenziale potrebbe rappresentare quella scintilla in grado di fare innamorare nuovamente i cittadini della politica, rappresentando l’opportunità di avviare quelle riforme costituzionali necessarie a cominciare dalla revisione del Titolo V.

Come valuta il lavoro comunicativo svolto dalla classe giornalistica nel corso della pandemia?

Posso essere diretto e non utilizzare mezzi termini? Pessimo, ma non solo sulla gestione delle informazioni riguardo la pandemia. In generale questo Paese paga oggi una classe giornalistica asservita al mainstream comunicativo e al “politically correct”, salvo rare e preziose eccezioni. Il giornalismo ha purtroppo perso il suo spirito critico.

 Ha spesso trattato e scritto del rapporto tra uomo e natura, incentrato anche sulla necessità di rilanciare un ambientalismo conservatore. Quanto è importante difendere l’ambiente, senza sfavorire imprenditori e lavoratori?

Quello dell’ambiente è un tema a me molto caro, tanto da aver voluto scrivere un libro dal titolo “L’uomo custode della Natura” edito da Giubilei Regnani. Lo scopo del libro è quello di mettere in guardia da un ambientalismo di facciata, infarcito di slogan e luoghi comuni, che vorrebbero nell’uomo il nemico dell’ambiente e più in generale del nostro pianeta. Secondo il mio punto di vista l’ambiente non si salva senza salvare l’uomo e senza recuperare quel sano rapporto tra uomo e natura. Pertanto, solo una visione conservatrice dell’ambiente potrà farsi portavoce di un messaggio davvero innovativo per la salvaguardia e la tutela del pianeta. Non è colpevolizzando l’uomo ma rendendolo responsabile o meglio custode del creato, attraverso un efficace recupero del rapporto con il suo territorio, la sua cultura millenaria e la sua storia, che si potranno ottenere i frutti sperati. Per farlo occorrerà riprendere quella sana cultura rurale, che per secoli ha saputo sapientemente creare le perfette condizioni di coesistenza tra uomo e natura, tra uomo e territorio, spesso reso ancor più bello ed accogliente. La nostra visione dell’ambiente è dunque una visione che si accompagna alla crescita sostenibile, senza preconcetti e/o pregiudizi verso gli imprenditori e verso la tecnica, quella tecnica che ci offre oggi opportunità concrete per uno sviluppo rispettoso e amico dell’ambiente.

 Sarà possibile creare un fronte conservatore compatto già in vista delle prossime elezioni politiche nazionali?

Me lo auguro, sarebbe un salto di qualità importante per il centro-destra italiano, che lo avvicinerebbe ai Paesi Europei. I tempi sono davvero maturi. Per questo consentitemi di fare un plauso ad un giovanissimo talento del mondo politico culturale italiano, Francesco Giubilei, che ha dimostrato come con le qualità, lo studio e la perseveranza si possa arrivare dove nessun altro aveva mai osato, creando un movimento conservatore di nome Nazione Futura, che oggi rappresenta un solido riferimento nel panorama politico italiano con ottimi collegamenti internazionali. Il tutto in un Paese dove fino a qualche anno fa era già solo impensabile definirsi conservatori senza ricevere le invettive del mondo politico e del giornalismo.

Che ruolo può e deve svolgere l’Italia in ambito geopolitico, dato il clima di tensione ed incertezza tra le maggiori potenze globali?

Quello che ci ha da sempre caratterizzati. Essere il centro del Mediterraneo, ponte tra oriente ed occidente. Per il primo occorre recuperare il ruolo del Mediterraneo nel dibattito Europeo, evitando di spostarne il baricentro sempre più verso i Paesi Nordici che per storia, tradizione e cultura non posso assurgere al ruolo di garanzia e di equilibrio che da secoli l’Italia ha rivestito, in particolare come ponte di dialogo con il mondo arabo e l’est Europeo. Dell’assenza dell’Italia nelle dinamiche geopolitiche ne possiamo cogliere oggi tutto l’impatto negativo con la crisi energetica, in particolare del gas. Mattei con la sua ENI non ha solo rappresentato un’azienda, ma l’Italia per il cui conto ha saputo tessere relazioni e rinsaldare amicizie, grazie alle quali abbiamo vissuto di rendita per interi decenni.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Lavorare e contribuire a far crescere la casa comune dei conservatori italiani.