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LIBERA EDITORIA E CONSERVATORISMO DEL FUTURO: DIALOGO CON DANIELE DELL’ORCO

Daniele Dell’Orco è un volto importante dell’ambito culturale e conservatore italiano. Fondatore ed editore della casa editrice Idrovolante, oltre che giornalista e direttore della rivista cartacea di Nazione Futura. Ha sviluppato la propria carriera all’insegna della libertà di pensiero, convinto che etichette e giudizi provenienti dall’esterno di qualsiasi contesto non debbano condizionare l’operato di chi ne sia parte integrante. Pertanto, grazie al suo impegno anche diverse tematiche storiche sono state pubblicate e pubblicizzate, risultando gradite ai lettori. Abbiamo dialogato con lui, al fine di scoprirne analisi e prospettive personali, oltre ai progetti futuri dei contesti di cui fa parte.

Cosa ti ha spinto, ormai più di 6 anni fa, ad intraprendere la carriera di editore?

Si è trattato di un percorso naturale, scaturito dagli studi in comunicazione e dall’esperienza accumulata in anni di collaborazione con altre realtà editoriali. Pertanto, nel 2015 ho ritenuto che fosse arrivato il momento giusto per far nascere un marchio editoriale indipendente, Idrovolante Edizioni.

Su cosa si basa l’idea di nascita e quali sono i principi della casa editrice?

È nata dalla necessità di reperire e valorizzare dei libri, in particolare quelli dei primi anni del ‘900, che erano ormai difficili da rintracciare, perchè usciti fuori catalogo o mai più ristampati dall’epoca. Rieditare in chiave moderna ed attuale questi testi è stata la principale ragione che mi ha convinto ad iniziare tale percorso. Tuttavia, non mancano in catalogo anche dei saggi strettamente contemporanei, riguardanti l’ambito filosofico o quello della narrativa.

Quanto è complesso superare gli ostacoli ideologici di una società come la nostra, spesso avversata da pensiero unico e politicamente corretto?

Credo che ci sia un equivoco di fondo: pensare che la cultura ed i concetti ad essa collegati debbano necessariamente essere di carattere limitante. Ritengo che i progetti culturali possano rivolgersi ad un target principale di lettori, senza però connotare per forza politicamente un progetto. Pertanto, la “scorretezza” viene spesso affiliata dall’esterno, dato che si tende a voler collocare anche i progetti culturali all’interno di un universo. Ritengo che tale premessa a cui siamo abituati sia completamente sbagliata, dato che un editore è di base un impreditore, oltre che un operatore culturale. Anche in ragione di ciò, in caso di fuoriuscita di idee che possano coinvolgere un margine di lettori più ampio è un dovere provare a pubblicarle.

Svolgi un ruolo importante all’interno di Nazione Futura, essendo direttore della rivista cartacea. Quali sono i vostri riferimenti ideologici e le proposte per l’attualità culturale e politica italiana?

I punti di riferimento potrei definirli infiniti, dato che Nazione Futura è un movimento di idee che nasce nel 2017 per essere mezzo di confronto e mediazione tra il mondo culturale e quello politico. All’interno dell’associazione sono presenti molteplici anime ideologiche differenti, che spaziano dai sentimenti conservatori e liberali a quelli della destra sociale. Tali visioni cercano di convivere e condividere un percorso comune, attraverso una mentalità che si rispecchia nel confronto e nella riscoperta della diversità.

Nazione Futura ha recentemente lanciato “L’agenda verde per il centrodestra” volta a sensibilizzare la creazione di un ambientalismo conservatore, che rispetti la natura ma non sfavorisca imprenditori e lavoratori. Quali sono le vostre proposte nel merito?

Il rispetto di imprenditori e lavoratori è la base delle nostre proposte, riteniamo lo sarebbe sempre dovuta essere per chiunque. Il tema dell’ecologismo è diventato molto popolare negli ultimi anni, anche se pure in ambito conservatore è sempre esistito. Tuttavia, si rischia di incappare in una deriva di carattere ideologico, quasi il tema fosse da anteporre agli altri campi di applicazione della vita societaria. Pertanto, l’ecologismo è un singolo campo di essa, da collegare e far coesistere con gli altri, senza però sfavorirne alcuno.

Sarà possibile ampliare e costruire, in accordo con il centrodestra, un fronte conservatore già in vista delle prossime elezioni politiche?

È ciò di cui si sta discutendo attualmente. Tuttavia, conteranno alla fine sentimento popolare e progetti effettivi dei partiti a lungo termine, da osservare anche a seconda delle discussioni interne ad essi. Anche la geopolitica svolgerà un ruolo fondamentale, con movimenti in ambito conservatore che stanno avvenendo in altre nazioni europee, che potrebbero generare ripercussioni in chiave elettorale alle prossime elezioni. Pertanto, sarà fondamentale da quì al voto costruire un fronte compatto e convincente per gli italiani, che superi le divisioni e le distanze presenti anche con il governo attuale tra i partiti del centrodestra.

L’emergenza infinita: così il centrosinistra tiene alta la tensione per salvare la (sua) legislatura


Tommaso Alessandro De Filippo
21/11/2021 – Il Primato Nazionale


Roma, 21 nov – Avevamo previsto il possibile ritorno alle restrizioni in avvicinamento al periodo invernale, motivate da un presunto riacutizzarsi dell’emergenza pandemica. I continui appelli di esponenti della maggioranza nel corso dell’estate, in particolar modo di quelli del centrosinistra e del ministro Roberto Speranza in particolare, avevano preannunciato nuove limitazioni. Anche in ragione di ciò, non sorprende affatto che si prevedano nuove quarantene e chiusure dei locali pubblici, soprattutto nel corso delle imminenti festività natalizie.

Non esiste alcuna ragione per chiudere

Quel che appare assurdo è la mancanza di motivazione sanitaria di tali decisioni, che andrebbero comunque osteggiate e criticate in ogni caso perchè lesive della libertà dei cittadini. E’ doveroso annotare come la percentuale nazionale delle terapie intensive occupate sia stabile da settimane al 5% e che il numero dei nuovi contagi sia ampiamente inferiore a quello delle altre nazioni europee.

Questo dovrebbe rappresentare ulteriori ragioni per promuovere esclusivamente degli appelli rasserenanti attraverso la comunicazione governativa e mediatica. In particolar modo risulterebbe utile paragonare i dati attuali di contagi ed occupazioni ospedaliere con quelli dell’anno scorso: centinaia di posti letto in più risultano oggi disponibili in ogni regione, dimostrando come l’attuale allarmismo non abbia alcuna solida motivazione scientifica.

Lo stato di emergenza come unica salvezza per il centrosinistra

La vera ragione per cui l’esecutivo utilizzi la tensione e lo spettro dell’emergenza sulla popolazione è motivata nella stabilità politica che da essa deriva. Sin dal principio la pandemia ha fornito un alibi utile ai governi per evitare le crisi e, soprattutto, scongiurare il ritorno alle urne. Eventualità che comporterebbe il crollo elettorale di numerosi partiti e la non rielezione di buona parte degli attuali parlamentari. Ad essere maggiormente sfavorito risulterebbe il centrosinistra, in totale ridefinizione interna e con un possibile schieramento unico delle forze liberal-progressiste ancora in cantiere.

Inoltre, la prossima partita politica dell’elezione del Capo dello Stato risulta fondamentale per le forze parlamentari, con il centrosinistra impegnato nel cercare di mantenere lo status quo. Con la scusa dell’emergenza pandemica risulterebbe possibile impedire l’elezione di Draghi al Colle, motivata dall’impossibilità di trovare una degna figura sostitutiva. In tal modo Pd e M5S potrebbero tentare di convincere Mattarella, rieleggendolo temporaneamente al Quirinale, a rimanere in carica sino alla scadenza naturale della legislatura. L’attuale Presidente della Repubblica sembrerebbe non interessato ad una rielezione, soprattutto se limitata nel tempo e priva del prospetto di un ulteriore settennato. E’ però risaputo che le vie della politica sono infinite. E fino all’elezione del nuovo Capo dello Stato nessun nome possa realmente ritenersi fuori dai giochi. Tantomeno quello di un uomo che risulterebbe così comodo alle intenzioni politiche del centrosinistra.

Tommaso Alessandro De Filippo

Antonio Mocciola e la sindrome di “Stoccolma” come analisi dell’uomo


Antonio Mocciola è un autore teatrale-cinematografico in continua ricerca verso una libertà espressiva che possa far emergere punti di domanda agli spettatori delle sue opere. In veste di scrittore ha  pubblicato sette libri e ha scritto ben venticinque commedie. Inoltre lavora per il cinema e per la televisione. Ha curato le edizioni di alcuni lavori dedicati alla cantante Giuni Russo e ha collaborato con Franco Battiato.  Nel 2016 va in scena “La Cella Zero” scritto con Pietro Ioia, tratto dal libro di quest’ultimo sull’esperienza della violenza del sistema carcerario. Nel 2020 ecco andare in scena “Santo Stefano” sulla vita dell’anarchico Gaetano Bresci. Il suo ultimo spettacolo “Stoccolma”, finalista al Premio Annoni 2021, è un forte che prende come pretesto la Sindrome di Stoccolma per affrontare gli abissi legati alle relazioni familiari e all’identità.  Il suo debutto, in anteprima per la stampa, si è tenuto domenica 10 ottobre al Teatro Avamposto di Napoli.

Adesso è in scena il tuo spettacolo dal titolo “Stoccolma”. Di cosa si tratta?

La sindrome di Stoccolma, a cui si riferisce il titolo, è l’innamoramento che può scattare da parte della vittima nei confronti del proprio carnefice. Mi intrigava ambientare lo spettacolo in una cantina, dove uno studente (Michele Capone) rapisce il proprio professore-aguzzino (Antonio De Rosa), con esiti inimmaginabili. La regia di Maria Verde e le musiche di Antonio Gillo hanno completato il quadro, e speriamo di portare in giro questo testo, finalista peraltro al Premio Annoni 2021 per la drammaturgia. A novembre tengo molto al debutto di Adolf prima di Hitler, con Vincenzo Coppola, Francesco Barra e la partecipazione di Gabriella Cerino, per la regia di Diego Sommaripa, in un teatro da noi napoletani assai amato, l’Elicantropo.

La tua è una visione artistica che cerca di scuotere gli animi, raccontando storie anche controverse e di forte impatto. Quanto hanno inciso gli enfant terrible su di te?

Amo tutti gli autori controversi, scomodi, spesso non capiti. Diffido della “popolarità”, o comunque mi sento meno partecipe quando c’è un prodotto amato da tanti. Da Gide a Sade, da Lautréamont a Gadda, mi affeziono a tutti coloro che osano, che rischiano. Mai essere innocui, mi diceva Battiato, la cui presenza manca tanto a tutti noi, nell’anno in cui, peraltro, abbiamo perso anche Piera Degli Esposti, per la quale scrissi il mio primo testo, nel 2007. Un anno davvero infausto.

Il teatro italiano è ancora vivo?

Il teatro si, gli autori anche, gli attori più che mai. Il pubblico non lo so. Il covid ha spaventato molti, e già il piatto “piangeva” prima. Spero che si capisca che le sale teatrali, e cinematografiche, sono i posti più sicuri del mondo, sia perché sono sanificati, sia perché non sono mai frequentatissimi. Manca però il coraggio delle produzioni, affezionate al guadagno immediato. Cosa davvero ironica, per il teatro…

Il tuo libro “Le belle addormentate” è legato ai sacri luoghi ormai in totale abbandono, quelli dell’Italia profonda. Quanto credi siano importanti le radici in un momento in cui la rimembranza verso gli avi pare essersi persa?Torneremo fatalmente alla terra, alle radici. Le città hanno raggiunto la saturazione, stravolte da un’urbanizzazione selvaggia e da un peggioramento deciso della vita nelle periferie. E’ anche vero che città come Milano, ad esempio, stanno vivendo una vera e propria golden age, a differenza di Napoli, Roma, e ahimè anche Torino. Abbiamo abbandonato l’Appennino a sé stesso, ad esempio. Eppure veniamo tutti da lì. Mi sembra un suicidio tattico: la montagna è una risorsa. Le belle addormentate, che pubblicai sei anni fa, è più che mai attuale. E infatti tuttora me lo chiedono.

Oltre la letteratura e il teatro, hai scritto anche per il cinema. Quali sono le principali differenze, in termini di scrittura, tra i due mondi?La sintesi che ti chiede il cinema, il peso dei silenzi, il valore delle immagini, la possibilità di lavorare sui volti, le sfumature, è eccitante per uno sceneggiatore. Devo ammettere di essere più nei miei panni quando vedo il respiro dell’attore in sala, ma se penso al successo di alcuni film che ho scritto, tipo Papà uccidi il mostro per Fabio Vasco, Ubbidire per Giuseppe Bucci o a La controra di Paolo Sideri, con i miei amati Lucianna De Falco e Giovanni Allocca, in rampa di lancio, non posso che amare anche la scrittura cinematografica. In fondo sono lo stesso ragazzo che scriveva bei temi al liceo classico. Cambia solo il vestito, e l’habitat. Nessuno può sfuggire alla propria natura.
 

TRA SATIRA ED IRRIVERENZA: GIORGIO MAGRI CI RACCONTA L’INSULT COMEDY

Graffiante, cinico, spietato, ma anche divertentissimo è Giorgio Magri il santo patrono dell’insult comedy italiana, che nei suoi spettacoli porta avanti una idea di satira irriverente ed anticonvenzionale. In scena il 24 novembre al gattaglios pub di Reggio Emilia e il 3 febbraio al cinema Martinitt di Milano

Che cos’è l’insult comedy?

È un genere che esiste da sempre nella cultura anglosassone e che rappresenta un sottogenere dalla stand up comedy. Che deriva dall’uso del roast, dove i colleghi si sfottono a vicenda prima delle vacanze. Fondando il proprio umorismo sul prendersi in giro a vicende

Come ti sei avvicinato alla comicità?

Beh da quando esiste internet, ho sempre tenuto d’occhio tutti i progetti di satira e comicità, soprattutto quelli provenienti dal mondo anglosassone. Partecipando ai primi laboratori di satira e alle serate di cabaret a Milano, con cui ho iniziato e si è sviluppata così.

Come nasce in te il processo creativo?

Io non improvviso mai niente. Sono molto ligio al mio lavoro, i pezzi che faccio sono scritti in ogni dettaglio, dalla punteggiatura ad una divisione per argomenti. Invento una struttura ed inserisco le battute per comporre un discorso organico, ben ritmato, limandolo finchè non lo trovo soddisfacente

Cosa ne pensi del politically correct nell’arte?

Sembra un discorso che a molto a che fare col narcisismo. Quando io prendo di mira l’omosessuale, il migrante, il fan di un cantante, non mi interessa schernire lui anzi. Il mio vero bersaglio è il moralista che si indigna, lo sceriffo di turno che bacchetta la mia comicità. È lui il mio bersaglio. Quindi quando mi attaccano e mi critiche, mi fanno un favore e vuol dire che ho fatto colpo con il mio pezzo.

Sul DDL Zan?

 Per quello che ho avuto modo di leggere, non sono un giurista, sono d’accordo con la sostanza, ma in realtà mi sembra un disegno di legge nato morto, perché fin dalla sua formulazione, non c’erano i numeri. Mi è sembrato un ciurlare nel manico, poiché era chiaro che nonostante tutte le tarantelle contro  o pro, i numeri non potevano cambiare così drasticamente. Come non era vincente ad inizio campagna non si è dimostrato alla fine. Nonostante io sia d’accordo col ddl zan. In un clima come questo di crisi mi sembra un po’ provarci nonostante si sappia che i numeri non ci sono