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DIALOGO CON CARLO GALLI SUL ROMANTICISMO POLITICO

– Francesco Subiaco

Confrontarsi col romanticismo in Germania non vuol dire solo indagare un movimento artistico e culturale, o affrontare una tappa fondamentale della propria coscienza nazionale, ma profanare le radici di una identità che nelle figure di Novalis, Holderlin o Schlegel non ha solo dei maestri, dei pilastri, ma degli archetipi culturali. Per questo la critica fatta dal giurista tedesco Carl Schmitt nel suo “Romanticismo politico”, del 1919 da poco ripubblicato per IL MULINO, non è solo una incursione letteraria del pensatore politico più controverso del Novecento, bensì deve essere letta come una resa dei conti filosofica con l’ideologia tedesca per antonomasia e con la patologia europea per eccellenza, poiché nel movimento romantico non si nasconde solo la premessa culturale che ha fatto della Germania l’Amleto d’Europa e che può essere considerata la matrice primigenia del liberalismo, ma il principale sintomo dell’instabilità portata dalla modernità che ha realizzato con la realtà un rapporto poetico e per questo irreale. Una necrologia della morale razionalista e liberale, che ha fatto del romanticismo il suo compagno segreto, dove Carl Schmitt decodifica i lineamenti fondamentali delle nuove ideologie delle lacrime, in cui l’uomo si rifugia incapace di affrontare il baratro dell’eccezione, consolandosi con la parola, a cui l’autore oppone una via nuova, figlia delle riflessioni dei controrivoluzionari, che tramite la decisione vuole indicare la strada per oltrepassare l’abisso del nichilismo, immergendovisi. Un testo capitale da affiancare al Tramonto dell’occidente di Oswald Spengler e alle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann, per capire la crisi del paradigma positivista-parlamentarista che ha condizionato il primo Novecento. Per comprendere meglio un testo così controverso e tagliente abbiamo intervistato il professor Carlo Galli, autore della prefazione e della curatela di Romanticismo politico. Carlo Galli, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna. Si è occupato di storia del pensiero politico, pubblicando articoli e libri tra gli altri su Machiavelli, Hobbes, Platone, Schmitt. È direttore responsabile della rivista “Filosofia Politica”; Dal 2006 al 2012 è stato presidente del consiglio editoriale della casa editrice il Mulino. Dal 2008 al 2012 è stato presidente della classe di Scienze Morali dell’Accademia delle Scienze di Bologna. Dal 2009 al 2022 è stato presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna. Ha ideato e dirige numerose collane scientifiche presso editori come il Mulino e Laterza. Ha partecipato a convegni e seminari in diverse Università europee, statunitensi e sudamericane. Ha diretto l’Enciclopedia del pensiero politico (Roma – Bari, Laterza, 2000, II ed. 2005). Collabora con periodici culturali e politici in Italia e all’estero, ed è editorialista politico per alcuni dei più importanti quotidiani nazionali. Dal 2018 fa parte del Comitato direttivo dell’Associazione di cultura e politica “il Mulino”. Galli, tra i massimi pensatori del nostro tempo, ha scritto pagine straordinarie su Schmitt, indagandone l’opera e l’idea, come nessun altro, attraverso considerazioni definitive che lo rendono la voce più lucida ed acuta della nostra cultura accademica.

Professor Galli, che cos’è il romanticismo per Schmitt?  Può essere definito spenglerianamente una ideologia delle lacrime che estrania l’uomo dal rapporto con la realtà?

Romanticismo politico è un libro pubblicato nel 1919 che segna il passaggio di Schmitt dalla sua fase giovanile a quella matura: è di poco successivo al saggio su Daübler, e tuttavia prepara sia La dittatura del 1921 sia Teologia politica del 1922. Il romanticismo di cui parla Schmitt non è un termine metaforico né uno qualsiasi dei movimenti che hanno attraversato la storia tedesca, ma per la cultura tedesca è un passaggio decisivo e una bandiera culturale nazionale che ha influenzato artisticamente, filosoficamente e culturalmente l’Ottocento e la prima parte del Novecento, e che si configura come un momento fondamentale per capire l’ideologia tedesca. Il saggio schmittiano prende per oggetto nello specifico Adam Müller, un romantico minore rispetto a un Novalis, a uno Schlegel o un Kleist, e ha come tesi di fondo l’idea che il romanticismo non possa essere capito a partire dall’oggetto romanticizzato, ma può essere decifrato attraverso il soggetto romanticizzante. Per Schmitt il romanticismo è una patologia intellettuale del soggetto moderno che, sradicato dall’ ordine dell’essere, è divenuto, libero e fluttuante, e che oltre ad aver perduto ogni radicamento è incapace di crearne uno nuovo. Il soggetto moderno, nonostante sia caratterizzato dall’autonomia da un ordine tradizionale, è anche segnato dalla pretesa di essere capace di   trovare punti di riferimento solidi che lo rendono in grado di creare un ordine nuovo razionale che abbia al centro il soggetto – singolo o collettivo: individuo, nazione, classe –. Per Schmitt, il soggetto romantico non ha solo ha reciso il suo radicamento con l’ordine tradizionale, ma non è capace di creare un ordine nuovo perché ha perduto per sempre il contatto con la realtà, poiché con essa ha un rapporto “irreale”, ovvero un rapporto “lirico”, “occasionale”, che dissolve la realtà oggettiva trasformandola in emozione. Non è in grado di istituire un rapporto ordinativo concreto tra il soggetto e l’oggetto perché è un soggetto dilatato all’infinito, che in virtù di questa dilatazione, che lo illude di essere un superuomo, è infinitamente passivo perché non tocca mai la realtà: la sua pretesa di essere signore e superiore ad ogni ostacolo reale che faccia resistenza alla capacità poetica del soggetto di trasformando il mondo in poesia, dissolvendolo fa del soggetto romantico il portatore non del Logos, ma di un vaniloquio che fa ruotare la realtà attorno ad esso, parodiandola e distorcendola, che rovescia la sua ambizione in impotenza. Il soggetto moderno è capace solo di creare “emozioni di accompagnamento”, che accompagnano la storia senza vederla o capirla. Esso ha un rapporto occasionale con la realtà, che non vede e concepisce nella sua durezza, potenza, pregnanza, ma solo come un mezzo per la romanticizzazione del mondo e come una occasione per la produzione di una attività lirica. E’ una tesi diversa da quella di Spengler: il problema non è che il soggetto sia in lacrime, ma ciò che è problematico è l’essenza stessa del soggetto e del suo rapporto col mondo.

Quale è il bersaglio e il significato di questa immersione di Schmitt nel romanticismo e quali sono le caratteristiche di questa cecità metafisica che contamina la modernità ed ha nel romanticismo la sua massima rappresentazione?

Questa incursione nel territorio della letteratura ha per Schmitt una valenza giuridica, metafisica e politica, perché il romanticismo è strutturalmente analogo al liberalismo. Schmitt vede nel liberalismo la pretesa che il soggetto libero sia capace di creare ordine politico attraverso “la parola”: non una parola lirica, ma quella delle discussioni parlamentari (a cui dedicherà il suo saggio fortunatissimo sul Parlamentarismo del 1923), ovvero lo stesso errore che compiono i romantici. Tra queste due visioni esiste una identità strutturale, che si basa sull’idea di un soggetto libero che crede di istituire un rapporto con l’oggetto (per il liberalismo, con la politica) tramite una modalità di mediazione “logica”, e per questo non è capace di produrre nessun ordine. La borghesia, cioè i liberali, sono politicamente ineffettuali, una clasa discutidora, come diceva Donoso Cortés, capace solo di discutere. Riprendendo il pensiero controrivoluzionario Schmitt afferma che il romanticismo come il liberalismo non è in grado di afferrare il corso della storia, non ha capacità di porre in collegamento il soggetto e l’oggetto: il soggetto crede di elevarsi sopra l’oggetto, mentre in realtà perde l’oggetto perché non conosce la struttura complessiva dell’essere – che può essere colta solo con l’entrare nell’eccezione attraverso la decisione –. Quella struttura che per i controrivoluzionari è piena (la loro è una metafisica fondativa) per Schmitt è vuota: la modernità ha perso per sempre il fondamento e l’ordine politico può emergere solo dall’abisso della eccezione, attraverso la decisione sovrana orientata a scopi politici concreti, a creare un ordine determinato. I liberali, per Schmitt, non comprendono questo dato strutturale perché vedono il rapporto tra soggetto e oggetto mediato linearmente dalla parola umana, mentre, in realtà, quel rapporto è assolutamente accidentato e scabroso

Quanto nel controrivoluzionario Schmitt è presente un carattere romantico modernista che lo rende il primo vero decostruttore del pensiero giuridico?

I romantici perdono il rapporto con l’oggetto perché sono centrati sul soggetto, in una tautologia senza via d’uscita: il soggetto romantico non sa andare oltre se stesso, e pensa che la poeticizzazione del mondo equivalga a controllare il mondo. Schmitt, invece, non pensa che l’ordine politico possa essere il prodotto della parola, ovvero del contratto originario (come nel liberalismo costruttivistico) e della parola del parlamento (come nel liberalismo parlamentaristico). Non crede ciò non perché sia un controrivoluzionario fondamentalista ma anzi perché pensa che la parola non possa superare l’abisso dell’eccezione di cui è costituita la realtà: solo la decisione lo può, non la poesia né la discussione.  Ma il nesso eccezione/decisione può essere efficace ma è privo di intrinseca certezza: è necessariamente contingente, perché non deriva da un razionale rapporto di causa ed effetto. Il soggetto decidente – il sovrano – instaura con l’ordine che crea un rapporto di indeterminatezza oltre che di determinazione. Non è detto che il soggetto A tramite la decisione possa produrre solo l’ordine A, ma può creare anche gli ordini B, C, D, poiché tra il soggetto e l’oggetto non si stende un substrato ontologico fondativo, conoscibile per causas: non esiste nulla. Si può arrivare all’ordine in molti modi tramite la decisione, e sono tutti ordini contingenti: per questo il decisionismo è intrinsecamente nichilista. L’analogia fra Schmitt e i romantici – da lui aborrita e rifiutata, ma subito vista da molti – sta nel fatto che anche per Schmitt fra il soggetto e l’oggetto non esista una relazione basata sul razionalismo. L’ordine non nasce dalla ragione, dalla mediazione razionale, ma dal conflitto, dall’eccezione, cioè dall’abisso dell’inimicizia, dal rapporto amico-nemico. E questa origine non è esterna all’ordine, ma rimane al suo interno, lo destabilizza mentre lo stabilizza. L’ordine contiene la propria negazione e il proprio nemico, perché l’ordine è contenuto nel grande negativo della modernità. Gli ordini non affrancano dal disordine, ma lo portano sempre con sé poiché sono ordini contingenti, e quindi, in sostanza, sono ordini mortali. E soprattutto orientati: e ciò significa che il diritto perde la propria presunta certezza: gli ordini giuridici hanno una opacità originaria al loro interno che li orienta. Il fatto che per lui il diritto sia sempre orientato spiega perché Schmitt fu fedele all’impero, alla repubblica di Weimar, al nazismo e, se glielo avessero permesso, anche alla repubblica federale: il diritto è una costruzione occasionale, e non ha in sé nulla di assoluto e di certo.  Il “romanticismo” di Schmitt sta, quindi, nel fatto che il rapporto tra il soggetto e l’oggetto (l’ordinamento) è non razionale, ma politico ovvero è una decisione attorno all’eccezione, attorno a quella suprema contingenza che è il rapporto amico-nemico contingenza: certo, per i romantici quel rapporto è “lirico” e non ha la mortale serietà che ha per Schmitt, eppure in entrambi i casi quel rapporto non ha fondamento. Come per il romantico ogni cosa è frutto di una romanticizzazione, per Schmitt ogni ordinamento è la conseguenza di una decisione, due idee diverse che producono lo stesso effetto di insicurezza ed instabilità.

Che rapporto c’è tra Schmitt e Benjamin su romanticismo e politica?

Tra la fine degli anni Dieci e l’inizio dei Venti non è un rapporto personale, né di conoscenza reciproca, nonostante ci sia una convergenza strepitosa. La principale affinità tra Benjamin e Schmitt sta nel sostenere che il metodo con cui si pensa sia un metodo estremistico e non di normalità razionalistica: sono entrambi interni al collasso del positivismo. Quando Benjamin scrive, nel 1920, Il concetto di critica nel romanticismo tedesco, pur non conoscendo affatto Schmitt dice cose analoghe, ma con un significato opposto. Mentre per l’autore di Romanticismo politico il romantico nella sua intelligenza fluttuante e nella sua fluidità, capace di vincere le leggi della logica, è un perdente perché crede di essere attivo ma in realtà è passivo perché non riesce a toccare la realtà, per Benjamin proprio la capacità romantica di evadere dalla gabbia del razionalismo rende il romantico portatore di una istanza di rottura, capace di non soggiacere alle regole di questo mondo. Benjamin vede nel romanticismo la capacità di accedere a una ermeneutica assoluta e a una interpretazione infinita della polisemia del reale: il romantico fa esplodere la realtà, non vedendola in modo limitato, determinato, ma anzi facendo emergere le infinite ulteriori possibilità che la ragione moderna ha neutralizzato.  La forza della critica romantica, per Benjamin, destabilizza il reale attraverso la sovrabbondanza dei significati e delle possibilità mentre per Schmitt la debolezza del romanticismo sta proprio nel perdersi in questa pretesa di sovrabbondanza e nel non saper vedere la minacciosa e nichilistica serietà della realtà. E quindi dall’analisi del romanticismo esce per Schmitt un moto ordinativo, mentre da parte di Benjamin esce un moto sovversivo, rivoluzionario.