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ANTOLOGIA DI UN AUTORE LIBERO: UN LIBRO ALL’INSEGNA DELLA LIBERTÀ

Abbiamo già di recente intervistato Adalberto Ravazzani, autore di testi e provulgatore di idee liberali, sul nostro blog. Convinti dell’importanza del suo apporto e delle sue opinioni, siamo stati felici di ascoltarne prospettive ed analisi. Tuttavia, di lì a poco è stata pubblicata la nuova fatica letteraria di Ravazzani, con prefazione di Gugliemo Piombini, intitolata “Antologia di un autore libero”. Una raccolta di articoli e lavori che hanno segnato il suo inizio di carriera, così come il rapporto con i suoi maestri, nella convinzione della bontà di idee e tematiche trattate. Dal confronto tra individuo e limitazioni statali, fino alle difficoltà di convivenza con una visione statalista che avversa la nostra società, otteniamo importante spunto per lo sviluppo di una reazione culturale ed ideologica. Pertanto, crediamo che acquisto e lettura del testo rappresentino azione importante per ribadire la necessità di immettere nel nostro panorama societario maggiori dosi di libertà. Inoltre, all’interno del libro è contenuta l’intervista che su Generazione Liberale abbiamo fatto all’autore. Motivazione ulteriore di gratitudine e stima nei suoi confronti.

È appena uscita la tua pubblicazione “Antologia di un autore libero”.
Come è nata l’idea di scrivere questo libro?

“Antologia di un autore libero” è la mia terza pubblicazione. Si tratta di una raccolta armonica, selezionata e metodica (ispirata alla ragioneria) dei centinaia di articoli pubblicati durante la mia breve ma consolidata carriera di scrittore e di divulgatore della cultura. L’idea di dare alle stampe questa pubblicazione è da rintracciarsi in primis nel rapporto affettivo che esiste tra i miei scritti ed il palato dei miei lettori. Attraverso i social ho notato sempre un’ottima interazione con i lettori, basata sulla discussione e l’ascolto. In secondo luogo lo scopo dell’opera è quel tentativo di dare struttura e stabilità alla forma mentis del mio pensiero. Le mie idee conservatrici, cristiane, liberali e di libero mercato meritavano una sistemazione ben approfondita attraverso quegli uomini e quegli autori che hanno portato con orgoglio, come se fossero un vessillo, i frutti di quelle visioni del mondo. Non da ultimo il leitmotiv che attraversa il filo logico dell’Antologia è l’eleutheria, la libertà nel senso etimologicamente più profondo del termine. La mia considerazione della libertà è totalmente avversa all’idea licenziosa e viziosa di cui si facevano portatori i sessantottini. Io credo che il concetto di libertà sia totalmente connesso alle tematiche della responsabilità e dei doveri. Questo libro può essere definito come una spada o uno scudo contro i disvalori sessantottini, in un’epoca come la nostra post sessantottina, collassata nella retorica dei diritti separata dai doveri. Per concludere questa prolusione, vorrei ringraziare Guglielmo Piombini per aver scritto una bella prefazione all’opera.

Credi che le tematiche liberali e conservatrici siano adeguatamente concepite e trattate dall’opinione pubblica?

La risposta può apparire banale: no, le tematiche liberali e conservatrici non sono ben accolte dall’opinione pubblica. Domina incontrastata un’ideologia di fondo nella letteratura e nel giornalismo, così come nella filosofia e nella storiografia delle idee, basata sull’eliminazione sistematica di quei valori autenticamente innovativi e non negoziabili. Ovviamente mi sto riferendo ai centri assiologici della libertà, del Cristianesimo, della proprietà privata, del libero mercato, dell’impresa privata, dell’identità e del conservatorismo. L’egemonia culturale della sinistra domina incontrastata. L’idea gramasciana di invadere ogni settore nevralgico della vita pubblica per condizionare sistematicamente l’ordine sociale e culturale ha trionfato. E così come un parassita, l’ideologia progressista è la Bibbia di scuole, università e giornalisti. Pochi individui dinnanzi a queste macerie riescono a salvarsi o a distinguersi dai deliri marxisti. Nel mio libro, per esempio, ho voluto dare spazio alla prima intervista che feci su Generazione Liberale. Era doveroso mettere in risalto giovani uomini e giovani donne, liberali e conservatori che, con coraggio e con speranza, si battono ogni giorno per mutare il nostro orizzonte culturale, riuscendo a sensibilizzare la popolazione su quelle tematiche oramai controcorrenti e invise dai potenti.

Nel tuo testo raccogli numerosi tuoi articoli incentrati sulle figure ideologiche per te di riferimento.
Quale pensi sia maggiormente attuale?

Non esiste una definizione univoca di quello che è il mio pensiero. La mia ideologia, se così può essere definita, è frutto delle mie esperienze di vita e di ricerca. Scrive bene Piombini nella prefazione:” Il fatto è che Adalberto è un vero e proprio entusiasta della libertà. Negli Stati Uniti sarebbe considerato un libertarian, cioè un deciso antistatalista sostenitore della libertà di scelta dell’individuo in ogni ambito della vita sociale.  Attenzione però a non equivocare questo aggettivo: lungi dall’essere un relativista, un nichilista o un “progressista”, come talvolta in Italia si intende il termine “libertario”, Adalberto è dal punto di vista culturale un conservatore cristiano, consapevole che la libertà individuale si fonda sulla tradizione giudaico-cristiana fiorita storicamente nella nostra civiltà occidentale.”
Da questa straordinaria descrizione di uno dei massimi autori del pensiero libertario posso affermare, senza ombra di dubbio, di essere un conservatore cristiano avverso al progressismo. Credo nella famiglia e nelle identità. Sono antistatalista e individualista, in un mondo dove domina incontrastato il collettivismo che inculcano nei giovani dalle scuole alle università.

All’interno del testo un bel pensiero è dedicato ai tuoi “maestri”.
Curi ancora rapporti umani e lavorativi con loro?


La mia Antologia è un riquadro ben definito dei ritratti dei miei maestri. Essi lasciano il segno, radicalizzano il pensiero, forniscono esempi, valori e contenuti. Penso solo a Leonardo Facco, Guglielmo Piombini o Marco Bassani, insuperabili figure del pensiero libertario. Per non parlare di personaggi storici che, con le loro azioni o le loro radici teoriche, hanno difeso la libertà senza giungere a patti col leviatano o con la tirannia collettivista e fiscale. I rapporti con i miei maestri sono ottimi: più che di rapporti lavorativi vorrei definirli come esempi immortali per il mio animo assetato di libertà e conoscenza. Sono il mio baluardo di speranza! Ma la divulgazione del mio pensiero è stata possibile per mezzo di quelle persone che hanno creduto in me e che mi hanno concesso, dinnanzi al nichilismo odierno, di poter pubblicare senza filtri o censure. Ho trattato degli argomenti “scomodi” e complessi. Nella complessità sono stati resi accessibili a tutti per mezzo della mia scrittura.

Hai in programma la scrittura di nuovi libri nel prossimo futuro?


Giunto ormai alla terza pubblicazione libresca, valorizzato da oltre centinaia di articoli pubblicati nel corso del tempo, credo di voler ancora lasciare un segno perenne nell’universo della scrittura. Prometto di non fermarmi e scrivere ancora articoli e libri con la stessa grinta che ho infuso nel calice del mio inchiostro. Bisogna usare la penna come una spada ben affilata. Il resto viene di conseguenza.

Ritieni che avvicinare le nuove generazioni alle idee liberali possa essere principio di progresso per la nostra società nei prossimi anni?

Assolutamente si!
Bisogna insegnare ai giovani ad essere degli estremisti della libertà e non dei semplici schiavi in mano all’istruzione pubblica, a delle marionette come gli influencer che sono, e lo dico senza remore, pessimi esempi di vita. In mezzo a una mandria di giovani ossessionata dai titoli, dalle mode passeggere o dal “non pensiero”, esistono tanti giovani volenterosi e combattivi che non si piegano alla disfatta odierna del neo marxismo e dei suoi derivati liberticidi. Occorre creare argini per i nostri sentieri e non inciampare nelle tenebre della decadenza. Occorre lavorare sodo e sfidare il destino. “Se il destino è contro di noi, peggio per lui!”

L’ECO DELLA LIBERTÀ: ADALBERTO RAVAZZANI ED UN INDIVIDUALISMO ANCORA POSSIBILE

Abbiamo intervistato Adalberto Ravazzani, giornalista, scrittore ed autore di libri, oltre che divulgatore di argomenti e visioni liberali. Infatti, nel complesso momento attraversato dalla nostra nazione, con una prevaricazione dello Stato sull’individuo sempre più evidente, ascoltare analisi di matrice liberale ed individualista è preziosa fonte d’ossigeno.

In che modo valuti l’attuale scenario politico italiano?

Lo scenario politico italiano è l’immagine tangibile della decadenza culturale dell’Italia. Il popolo italiano ha scelto una classe politica miserrima, inefficiente e rinchiusa nella torre d’avorio dei propri privilegi, perché ha perso completamente il proprio baricentro morale. Per anni si è parlato solo e solamente di diritti, inebriati dalla retorica sessantottina dei diritti separati dai doveri. Non dobbiamo stupirci se poi vengono eletti politici privi di scrupoli o responsabilità. Quello che bisogna tenere a mente è che la rinascita politica può avvenire solamente attraverso una rivoluzione culturale, dominata da sani principi, obblighi, doveri e responsabilità. Max Weber, insuperabile sociologo del ‘900, ne “La politica come professione” distingueva il vivere “di” politica (von die Politik), dal vivere “per la” politica (für die Politik), esercitandola cioè per passione o per responsabilità verso la comunità. Dobbiamo recuperare questo secondo aspetto per sperare contro ogni speranza in una nuova alba istituzionale e politica, contro le rendite parassitarie del parlamentarismo come “professione”.

Di che misure economiche avrebbe bisogno la nostra nazione in tale momento storico?

L’Italia è una delle roccaforti dello statalismo più sfrenato. L’intero impianto accademico, culturale, burocratico e politico è avverso alla libera impresa privata. È passata l’idea che il “fare impresa” sia sinonimo di sfruttamento e schiavitù. Ma non è così. In Italia c’è uno stato che soffoca e opprime gli agenti economici e le imprese private. La pressione fiscale ha toccato punte impressionanti. Se poi aggiungiamo le imposte indirette, il cuneo fiscale o banalmente le imposte sugli immobili, troviamo un terreno arido ove creare ricchezza. Lo sviluppo economico, date queste condizioni, è quasi impossibile. Questa situazione inoltre danneggia i lavoratori dipendenti privati, i quali si ritrovano con meno liquidità in busta paga per far fronte ai consumi e agli imprevisti. Ogni risorsa che viene sottratta ai cittadini tramite “la spoliazione legale” (per citare Bastiat) serve per finanziare servizi pubblici scadenti e obsoleti, per non parlare di un esercito di dipendenti pubblici alle spese del libro paga della burocrazia centrale, quindi a carico dei contribuenti. L’Italia ha bisogno, a mio avviso, di un’unica manovra economica: quella del laissez faire; del lasciare fare al mercato e alle imprese private. Solo in questo modo si può raggiungere un optimum, un tale livello di ricchezza da far prosperare l’intera nazione. Come diceva Adam Smith, padre del liberismo economico, nel cercare il proprio interesse personale, l’individuo aumenta la ricchezza ed il benessere generale.

Ritieni che la classe giornalistica italiana abbia svolto un buon lavoro informativo durante l’emergenza pandemica?

I giornalisti sono complici di un sistema di informazione che si è contraddistinto per l’utilizzo di un linguaggio del terrore o apocalittico. A causa dei giornalisti o, banalmente, dei virologi televisivi, molte persone hanno perso completamente fiducia nella scienza. Tutto questo è imperdonabile. Io credo che un giornalista debba essere il più obiettivo possibile. Tutta la sfera dell’irrazionale, come le emozioni negative, il panico, la paura, il terrorismo psicologico, devono essere espulsi dal vocabolario giornalistico. Le armi concettuali devono essere la chiarezza e l’amore per la verità. Il giornalista deve essere come un ragioniere e deve utilizzare il metodo del raziocinio e della compostezza. Tutto il resto è demagogia giornalistica che alimenta odio e disinformazione.

In che modo è possibile cambiare la nostra cultura sociale, che vede quasi sempre inserirsi lo Stato in economia ed in ogni ambito individuale?

Bisogna intervenire nel mondo dell’istruzione. Javier Milei, economista libertario argentino, rifacendosi alla grande tradizione liberale, ha affermato che la nostra società è malata di collettivismo proprio a causa dell’ideologia distorta che viene inculcata nei giovani dagli apparati dell’istruzione pubblica, come scuole e università. Non è un caso che giovani studenti delle scuole o delle università siano accecati dall’ideologia progressista. Io sono un antiaccademico per definizione come Schopenhauer e non tollero nessun tipo di educazione basata sulla sottomissione, sullo statalismo e sui residui del marxismo. Non è un caso che gli interi programmi scolastici e accademici siano basati sull’astio e su una montagna di falsità per esempio sul periodo storico della Rivoluzione Industriale. Come se ciò non bastasse, nelle aule passa quasi sempre il messaggio che la libera impresa sia un male da affossare dialetticamente e moralmente. Se fossimo capaci di privatizzare totalmente l’istruzione saremmo in grado di limitare anche la sfera di intervento dello stato nella vita degli individui. Dobbiamo tutelare i diritti inalienabili della persona: la proprietà privata, la libertà e la sicurezza. Il resto sono chiacchiere. Per questo va limitato il monopolio pubblico dell’istruzione.

Parlaci delle tue ultime pubblicazioni letterarie e giornalistiche.
A cosa ti stai dedicando principalmente?

Il primo articolo l’ho pubblicato a quindici anni, sulla Provincia Pavese. Ora ho 26 anni e collaboro con “Il Settimanale Pavese della mia città”. Ho collaborato (come articolista)con Istituto Liberale e con il centro studi della Libreria Del Ponte di Bologna, edificio del sapere fondato da uno dei miei maestri liberali: Guglielmo Piombini. Ho appena pubblicato due libri: Il primo volume dal titolo: Cavalieri d’Italia a Pavia dal 2010, Per solidarietà e cultura, contiene una disanima di quali sono le benemerenze ed i titoli onorifici civili, del sistema premiale che sta alla base del loro conferimento, nonché una rassegna stampa a testimoniare i numerosi riconoscimenti che la stampa del territorio ha voluto significativamente elargire all’Unione Nazionale Cavalieri d’Italia della provincia di Pavia. Il libro contiene numerosi articoli di cultura che ho pubblicato nel corso della mia consolidata carriera. Il secondo volume dal titolo: Cavalieri d’Italia a Pavia dal 2010, Un patrimonio di valore e di valori, contiene un breve ma significativo profilo dei soci che hanno inteso partecipare al progetto, offendo una significativa descrizione delle persone. Tra poco pubblicherò un terzo libro che è la raccolta divulgativa dei miei articoli pubblicati nel corso del tempo, con una particolare attenzione alle dinamiche liberali, libertarie e conservatrici.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?


Continuare l’impegno nella divulgazione, nel giornalismo e nella scrittura. Sono la mia motivazione di vita. Nella mia vita privata sono un instancabile lavoratore nell’impresa di famiglia. Con dedizione e impegno porto avanti con passione una mission, incominciata tanti anni fa, da quei grandi uomini che hanno reso insuperabile il nostro paese. Nella mia esistenza non c’è spazio per le cose esteriori e banali: disciplina, scrittura e lavoro sono la mia linfa vitale. Per questo devo ringraziare la mia famiglia che mi ha insegnato la responsabilità, la laboriosità e la tenacia. Ed è la famiglia il nucleo centrale, oggi, da salvaguardare con tutte le nostre forze.