Onore a Lino Capolicchio, artista libero in un cinema di burattini

– Tommaso De Brabant

La prima scelta di Dario Argento per il ruolo del pianista e, suo malgrado, investigatore protagonista di “Profondo Rosso”, girato nell’autunno del 1974 e diffuso nei cinema l’anno seguente, era Lino Capolicchio; l’attore alto-atesino però, uno dei più richiesti del momento, si era infortunato a causa di un incidente in auto. Cavallerescamente, il regista romano propose di rinviare le riprese in attesa della guarigione di Capolicchio; il quale però, generosamente, insistette perché il film cominciasse senza di lui. “Profondo rosso”, pur maltrattato dalla critica, si impose come “cult”; Capolicchio però non ebbe però troppo tempo per rimpiangerlo, dato che nella primavera del 1976 girò un’altra pietra miliare dell’orrore: “La casa dalle finestre che ridono”, la cui uscita agostana salvò Pupi Avati (il quale, mentre Argento girava “Profondo Rosso”, sceneggiava per Pier Paolo Pasolini “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, e per Lucio Fulci “Il cav. Costante Nicosia demoniaco, ovvero Dracula in Brianza”) dai guai che si era recentissimamente procurato con “Bordella”, un musical grottesco che gli attirò le ire della censura (e di Al Lettieri, noto al grande pubblico come il vile Virgil Sollozzo di “Il padrino”, che provò a uccidere il regista bolognese perché infastidito dallo spazio lasciato alle improvvisazioni di Gigi Proietti). Con un sofismo si potrebbe notare che, come “Profondo rosso”, il film di Avati non è propriamente un horror, ma un thriller: non vi è alcun intervento sovrannaturale (eccezion fatta forse per la seduta medianica fatale alla sensitiva Ulmann), le efferatezze sono interamente affidate a dei “serial killer”; eppure, l’opus magnum di Argento e “La casa dalle finestre che ridono” restano dei superclassici del cinema dell’orrore, grazie alle loro trovate spaventose e a un finale ad effetto. Se “Profondo rosso” scade facilmente nella macelleria compiaciuta e nel raccapriccio fine a se stesso (come tutta la filmografia di Argento), “La casa dalle finestre che ridono” (scritto dal regista assieme al fratello Antonio e a Maurizio Costanzo) che pure è tutt’altro che un film raffinato, non offre soltanto sequenze da Grand Guignol, ma è anche l’esplorazione d’un mondo a sé: quel Gotico Padano che di Pupi Avati è creazione esclusiva. Il regista-sceneggiatore-produttore emiliano sceglierà, nel 1983, uno degli attori di “Profondo rosso” (Gabriele Lavia, nel ruolo di Carlo, amico fragile del protagonista Marc) quale protagonista d’un altro dei suoi film migliori, “Zeder” (storia di zombie con spettacolare finale a Milano Marittima, di gran successo negli USA): tuttora il film di maggior successo di cui l’attore milanese (assai più attivo a teatro) sia stato protagonista, nonché la sua sola collaborazione con Avati. Lavia è stato uno dei pochi attori a recitare più volte per Argento (che, a parte la figlia Asia, non ha sviluppato sodalizi con “attori feticcio”): dopo “Profondo rosso”, si sono ritrovati per “Inferno” (1980, fascinoso ma pasticciato secondo episodio della trilogia delle Madri inaugurata da “Suspiria”) e “Non ho sonno” (2001, scialbo remake di “Profondo rosso”). Diversamente dal collega romano, Pupi Avati ha cresciuto, fin dai suoi primi film, una sua compagnia di attori: Lavia non si è trattenuto, Capolicchio sì. Tra il ’75 e il ’76, travolto dallo scandalo di “Bordella” (il film fu sequestrato per nove mesi, precludendo al regista – già sposato e padre di tre figli – qualsiasi guadagno dal suo lavoro), Pupi Avati decise di trarre un film da una delle storie dell’orrore che la madre raccontava a lui e al fratello Antonio ancora da bambini tra il ’75 e il ’76. Oltre al film dello scandalo e alle sceneggiature per Pasolini e Fulci, Avati aveva all’attivo i primi due film del Gotico Padano (“Balsamus l’uomo di Satana”, presentato a Bologna come un kolossal, e “Thomas e gli indemoniati”) e un film grottesco con Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio e Lucio Dalla, “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone”: film nei quali i cultori possono cercare i primi volti ricorrenti del cinema avatiano (Pina Borione, Ines Ciaschetti, Bob Tonelli, Giulio Pizzirani, Pietro Brambilla). Per quanto fosse ambizioso, pur avendo da poco potuto dirigere due attori già celeberrimi (Tognazzi – che tornerà con Avati in “Ultimo minuto” – e Villaggio) e credendo fortemente nel nuovo film, Avati sapeva di non potersi permettere guai anche più lievi di “Bordella”: quasi quarantenne, con una famiglia da crescere, aveva già accantonato la carriera da clarinettista jazz e un impiego (soffertissimo) alla Findus. Ingaggiato il grande amico d’una vita, il concittadino Gianni Cavina, presente in tutti i film avatiani precedenti e in gran parte di quelli che seguiranno (e che negli anni ’90 ritroverà popolarità con gli spot televisivi, con dispetto di Avati, della Findus), oltre a Eugene Walter (uno scrittore trasferitosi dall’Alabama a Parigi e poi a Roma, dove Fellini lo farà recitare in “8 e ½”, il film la cui visione farà decidere ad Avati di diventare regista), i fratelli Avati provarono il colpaccio: contattare uno degli attori più famosi del momento, Lino Capolicchio. Il divo di Merano, attirato dalla speranza di compensare la rinuncia a “Profondo rosso”, lasciò alla moglie la sceneggiatura: stava partendo per una trasferta di lavoro, al ritorno le avrebbe chiesto un parere. La sventurata gli telefonò in albergo, rimproverandolo: come poteva lasciarla sola la notte, dopo averle fatto leggere una storia così terrificante? Di fronte a tale prova del grande potenziale di “La casa dalle finestre che ridono”, l’attore accettò, facendo intravedere ai fratelli Avati il concretizzarsi della loro riscossa: Capolicchio era un nome parecchio pesante da scrivere sulla locandina d’un film. Tuttora ricordato come il classico horror di Avati, “La casa dalle finestre che ridono” fu presentato come il primo film dell’orrore interpretato da Capolicchio, accolto sul set con timore reverenziale: la sua esperienza surclassava quella di chiunque altro fosse impegnato con le riprese, sia per quantità che per qualità. Allievo di Strehler e D’Amico, aveva recitato Goldoni e Shakespeare al Piccolo di Milano e al cinema, dove aveva debuttato con Zeffirelli. Già al suo secondo film (“Escalation” di Roberto Faenza, 1968, dove è un hippy che si innamora della sua psicoterapeuta – Claudine Auger, la magnifica Bond-girl di “Thunderball” – per poi rivelarsi più spregiudicato del padre industriale) fu promosso a protagonista; si imporrà quindi come figura di spicco del cinema della contestazione, da “Vergogna, schifosi” di Mauro Severino all’ultimo film di Giuseppe De Santis (già regista di “Riso amaro”), “Un apprezzato professionista di sicuro avvenire”, passando per alcuni dei film più importanti dell’epoca: “Metti, una sera a cena” (1969, adattamento cinematografico di Giuseppe Patroni Griffi dal suo stesso dramma per il teatro), dove è uno studente gigolò coinvolto negli scambi erotici fra la Bolkan, Trintignant e Musante; “Mussolini, ultimo atto” (Carlo Lizzani, 1974: con Rod Steiger nel ruolo del Duce, Lisa Gastoni nella parte della Petacci, Franco Nero in quella di Walter Audisio ed Henry Fonda in quella del cardinale Schuster: una delle scelte più assurde della storia del cinema), dove è Pier Luigi Bellini delle Stelle, il partigiano aristocratico e comunista che avrebbe preferito consegnare vivo Mussolini agli angloamericani; ma fu “Il giardino dei Finzi Contini” (Vittorio De Sica, 1970, dal romanzo di Giorgio Bassani – che ebbe col regista disaccordi riguardo la sceneggiatura, tanto gravi che lo scrittore chiese di non essere menzionato nei titoli – di otto anni prima) a rendere Capolicchio (che interpreta Giorgio, il laureando ebreo che a Ferrara, tra le leggi razziali e la guerra incombente, è innamorato non corrisposto di Micol – Dominique Sanda, che gli preferisce Giampiero – Fabio Testi) una star internazionale: il fotogramma di Giorgio-Capolicchio in bicicletta accanto a Micol-Sanda è tuttora l’immagine più celebre della gloriosissima tradizione del cinema ferrarese. Scaraventato di fronte all’attenzione del cinema mondiale, Capolicchio divenne ritroso: rifiutò la proposta, danarosissima, di diventare il volto delle pubblicità per la Coca-Cola (dopo aver scoperto quanti soldi aveva rifiutato, la madre rimase in stato catatonico per diverse ore) e si rifugiò nell’insegnamento dell’arte recitativa, oltre che in una fitta attività da attore e regista a teatro. L’incontro con Avati fu la salvezza per entrambi: avere per protagonista uno dei divi più adorati dell’epoca garantì a “La casa dalle finestre che ridono” un degno successo, rilanciando la carriera del regista; e l’incontro con Pupi (pur di soli cinque anni più anziano) offrì a Capolicchio una nuova figura paterna (negli ultimi anni di vita l’attore ha più volte esternato il dolore provocatogli dall’inimicizia col padre) e un regista di riferimento. Pur non onnipresente come Gianni Cavina, Capolicchio parteciperà a buona parte dei film di Avati: il sottovalutatissimo “Le strelle nel fosso” (1979), “Noi tre” (1984) dove è Leopold Mozart, padre di Wolfgang Amadeus in un loro passaggio italiano, “Ultimo minuto” (1987) dove è il neo-presidente che prova a esautorare Walter-Ugo Tognazzi, maniacale direttore sportivo d’una squadra di calcio ispirata al Lanerossi Vicenza; poi “Fratelli e sorelle” (1992), “Una sconfinata giovinezza” (2010), sino a “Il signor Diavolo” (2019), il grande ritorno del Gotico Padano, dove è don Dario, il parroco tisico connivente col culto satanico di cui è gran sacerdote Gino, il suo sagrestano fanatico, interpretato da Cavina. Un ritorno alle atmosfere, alle inquietudini, ai misteri di “La casa dalle finestre che ridono”: e quanto fosse stato armonioso e felice l’incontro tra Avati e Capolicchio è testimoniato dagli sceneggiati televisivi che i due girarono tra “La casa dalle finestre che ridono” e “Le strelle nel fosso”: “Cinema!!!” e soprattutto l’adorabile “Jazz Band”, dove Capolicchio impersona l’alter ego dello stesso Pupi Avati, ritraendone sogni, passioni, progetti e ambizioni. Ho incontrato il cinema di Avati nell’agosto del 2019, proprio con l’ultimo suo film interpretato da Capolicchio, “Il signor Diavolo”, rimanendone conquistato. Fu grazie a un mio articolo su quel film meraviglioso, che incontrai Avati stesso a settembre, per un’intervista (portai, per farlo firmare, il libro scritto da Andrea Maioli sul cinema di Pupi, con in copertina proprio Capolicchio che, nel ruolo dell’esperto d’arte Stefano, studia il terrificante affresco del martirio di San Sebastiano dipinto dal “pittore d’agonie”, Buono Legnani). Ho poi partecipato da comparsa e cronista, tra l’agosto e il settembre del 2020, a un altro recentissimo film di Pupi, “Lei mi parla ancora”, ambientato in quella Ferrara nella quale, tra negozi di libri e dischi usati, è frequente vedere l’immagine di Capolicchio in bici con la Sanda in “Il giardino dei Finzi Contini”: eppure, “Lei mi parla ancora” è uno dei pochissimi film di Pupi nel quale non compaiano né Capolicchio né Cavina. Durante le riprese mi recai in pellegrinaggio da Comacchio a Minerbio: dalla “villa delle sorelle Legnani” alla chiesa di San Giovanni in Triario, due dei luoghi di sventura di Stefano-Capolicchio, capostipite dei personaggi avatiani che pur sapendo che si stanno cacciando nei guai sono tanti curiosi da dannarsi. Ho comunque incontrato dal vivo Capolicchio nel febbraio 2020, pochi giorni prima delle chiusure dovute al Covid (ma se ne parlava già: un tale si presentò all’evento con una mascherina elaboratissima): era ospite della cineteca di Milano, per presentare “La casa dalle finestre che ridono” e il suo libro autobiografico, “D’amore non si muore”. Era un uomo bellissimo: tanto esile da sembrare fragilissimo, gentilissimo, con un sorriso meraviglioso. Comprai il libro per farglielo firmare, quando si trattò di scriverci la dedica restò sorpreso, come Pupi pochi mesi prima, dal constatare che sono omonimo dei loro figli. Il capriccio delle circostanze fece sì che in sala finissi in prima fila, per non separare una coppia dove invece sarei dovuto stare: potei così assistere da vicino a una bella intervista, durante la quale Capolicchio raccontò cosa fosse fare cinema negli anni Settanta, un periodo tanto controverso, tragico eppure entusiasmante. Sapeva che “La casa dalle finestre che ridono” è un importante tassello di storia (del cinema, italiana, locale, del folklore…), e trasmetteva la felicità di averne partecipato. “La casa dalle finestre che ridono” era già uno dei miei film preferiti, aver assistito a quella proiezione me lo rese tanto più caro, e questo spiega il mio viaggio sui luoghi delle sue riprese. Lino Capolicchio non era soltanto un volto sullo schermo: era un attore completo, un grande uomo di cultura (prima che di spettacolo). Era coltissimo (il suo incontro con Pupi Avati è stato propiziato anche dai loro interessi librari), sceglieva i film da interpretare anteponendo ciò che potevano trasmettergli al ritorno che ne avrebbe avuto in termini di notorietà; fu, colpevolmente, emarginato da un cinema italiano che, terminate le follie degli anni ’70, si sarebbe poi rinchiuso nella mediocrità dei film da salotto pariolino. Bel volto del Sessantotto, quando scoprì che gli era stata apposta questa etichetta la rifiutò, assieme alla convenienza di mettersi una divisa e, come il suo regista preferito, rimase libero: messo all’angolo, ma libero. Lode a te, Lino Capolicchio, artista intelligente e libero in un cinema di burattini. Mancavi già, mancherai sempre più.

Lo Zibaldone di Delfini

– Francesco Subiaco

Antonio Delfini è una anomalia italiana, una mina vagante di genialità ed inventiva stupidamente racchiusa nelle misere etichette di “irregolare”, di “imperdonabile”, che non fanno altro che pitturare il volto di questo autore unico di una patina di snobismo che non ne restituisce affatto l’originalità. Delfini fu, infatti, un caleidoscopio artistico di virtuosismi letterari e funamboliche piroette stilistiche, capaci di racchiudere nella sua opera le liriche apocalittiche delle “Poesie della fine del mondo”, con la critica prussica e corrosiva del “Manifesto per un partito conservatore e comunista italiano”, fino agli splendidi “Racconti” in cui le avanguardie e le retroguardie si incontrano in novelle sfavillanti tra surrealismo, malinconia e fantasmagoria. Un corpus che ha come sua vetta massima un testo a metà tra lo Zibaldone ed un subconscio letterario, in cui Delfini dimostra di non essere un autore di riserva capace di esprimere solo emozioni di accompagnamento, ma crea una rapsodia di esperimenti, di inquietudini, di sismografie dell’epoca: I Diari (Einaudi). Con i Diari Delfini realizza il suo capolavoro letterario, una esplosione stilistica di aforismi, appunti, poesie e resoconti che scavano il secolo, entrano nei sotterranei dell’animo umano, e soprattutto di quello del suo autore. Un “giornale” alla maniera di Gide e dei Gouncourt, che diventa anche il compagno segreto della metamorfosi dall’Italia fascista a quella dell’antifascismo, tra le adunate oceaniche di Rossoni e le riflessioni disincantate del 1944 sulla fine del fascismo. Una confessione intima, una cronaca dei tempi, uno Zibaldone visionario e surrealista con cui Delfini lascia un biglietto postumo per entrare nella grande letteratura e che dopo le operazioni della Ginzburg è ora presente in una veste nuova, più autentica e rispettosa dell’originale che può fare immergere il lettore nei miraggi e nelle stoccate di questi “giornali” di un atipico della letteratura che sa essere perfido, spietato, malinconico, umano, inquieto. Un caleidoscopio di umanità che fa emerge in ogni frase e nota il ritratto inimmaginabile degli stati coscienti dell’anima del suo autore (Il pensiero è profezia e ricordo. La vita è avvenire e passato. La vita non è mai presente. Il presente non è mai.), della sua ironia tagliente e impietosa (Sono stato promosso servo della gleba (questo è il progresso)),  della sua voce libera contro le ipocrisie del tempo e le leggende della politica («si sono buttati a togliere dall’interno i vecchi pezzi (Re, Statuto, garanzie umanitarie ottocentesche) e si sono messi a ripulire e raddrizzare le sventole del totalitarismo»). Un personaggio unico che torna dopo anno di assenza a raccontare “che il mistero in realtà è la nostra vita contemporanea”.

Il taccuino segreto di Gombrowicz

– Francesco Subiaco

Il diario è un modo unico di confessarsi, di mostrarsi istrionicamente in tutti i propri mille volti, mischiando ricordi e commenti, annotazioni e pettegolezzi. Tutto in questa forma appare intimo, unico, introspettivo e per questo falso e montato. La maggior parte degli scrittori non sceglie il diario per confessarsi, ma per esporsi, per mostrarsi. Modellando la realtà alla luce di un unico grande personaggio-narratore che diventa poi il protagonista assoluto come autore e maschera delle storie che infestano questi taccuini. Un esempio sono i diari di Renard, di Prezzolini, in cui questi autori esplodono in tutta la loro genialità riuscendo ad essere interessanti, ma non sinceri, a volte. Lo scrittore, anche quando redige un diario, rimane sempre un artefice ed un mentitore, che plasma la realtà per non subirne la scomodità, omettendo peccati, piccolezze e desideri inconfessabili. Così i grandi autori malati di ambizioni liriche, curano e allevano piccole reliquie di carta che venerano e illuminano, di segreti, di paure, di ombre, di pensieri illeciti. È il caso su tutti del tacchino segreto di Pavese, in cui l’impoliticità e le ombre della propria anima si contaminano con una rappresentazione incoffessabile della guerra civile. Ma è soprattutto il caso di Witold Gombrowicz e del suo “Kronos”(Il Saggiatore). Kronos non è solo un taccuino proibito, è un tempo ritrovato proustiano costruito per frammenti, una avventura autobiografica e retrospettiva di immagini, ricordi ed visioni del suo autore protagonista. Gombrowicz m questo testo mostra i suoi lati più intimi e proibiti dalla bisessualità alla politica, dal disincanto verso l’animo umano al backstage della letteratura che ha permesso i suoi libri. Un testo geniali in cui il maestro polacco autore di Ferdydurke e Transatlantico scrive un sotterraneo segreto della sua anima che completa ed integra il Diario precedente, diventandone l compagno segreto ed inconfessabile.Il diario è un modo unico di confessarsi, di mostrarsi istrionicamente in tutti i propri mille volti, mischiando ricordi e commenti, annotazioni e pettegolezzi. Tutto in questa forma appare intimo, unico, introspettivo e per questo falso e montato. La maggior parte degli scrittori non sceglie il diario per confessarsi, ma per esporsi, per mostrarsi. Modellando la realtà alla luce di un unico grande personaggio-narratore che diventa poi il protagonista assoluto come autore e maschera delle storie che infestano questi taccuini. Un esempio sono i diari di Renard, di Prezzolini, in cui questi autori esplodono in tutta la loro genialità riuscendo ad essere interessanti, ma non sinceri, a volte. Lo scrittore, anche quando redige un diario, rimane sempre un artefice ed un mentitore, che plasma la realtà per non subirne la scomodità, omettendo peccati, piccolezze e desideri inconfessabili. Così i grandi autori malati di ambizioni liriche, curano e allevano piccole reliquie di carta che venerano e illuminano, di segreti, di paure, di ombre, di pensieri illeciti. È il caso su tutti del tacchino segreto di Pavese, in cui l’impoliticità e le ombre della propria anima si contaminano con una rappresentazione incoffessabile della guerra civile. Ma è soprattutto il caso di Witold Gombrowicz e del suo “Kronos”(Il Saggiatore). Kronos non è solo un taccuino proibito, è un tempo ritrovato proustiano costruito per frammenti, una avventura autobiografica e retrospettiva di immagini, ricordi ed visioni del suo autore protagonista. Gombrowicz m questo testo mostra i suoi lati più intimi e proibiti dalla bisessualità alla politica, dal disincanto verso l’animo umano al backstage della letteratura che ha permesso i suoi libri. Un testo geniali in cui il maestro polacco autore di Ferdydurke e Transatlantico scrive un sotterraneo segreto della sua anima che completa ed integra il Diario precedente, diventandone l compagno segreto ed inconfessabile.

La musica per Alberto Chines, il pianista degli affetti

– Lorenzo Cianti

Alberto Chines, nato e cresciuto a Palermo, si è formato presso l’Accademia di Imola con Franco Scala e Piero Rattalino, e al Conservatorio di Bolzano con Davide Cabassi. Ha debuttato a quindici anni presso il Teatro Massimo di Palermo e nel 2011 ha vinto il primo premio al Concorso Pianistico Internazionale “Palma d’Oro” di Finale Ligure. Un giovane pianista dalla grande sensibilità interpretativa, ha tenuto numerosi concerti nelle principali città italiane e negli Stati Uniti, in Spagna, Portogallo, Inghilterra, Austria, Francia e Germania. Nel 2019 è stato pubblicato il suo primo CD con musiche di Bach, Schumann, Ravel e Bartók. Molto attivo nell’ambito cameristico, Alberto Chines ha ideato la rassegna concertistica internazionale Musica Manent Festival e collabora con la Primavera di Baggio di Milano. È Steinway Artist dal 2020.
 
 
Come descriveresti il tuo stile musicale? Quali sono le tue fonti d’ispirazione nell’attività artistica?
 
Stravinskij sosteneva che, così come l’appetito vien mangiando, il lavoro può far sorgere l’ispirazione quando questa non sia presente in anticipo. Mi trovo a essere molto più creativo quando sono costretto a lavorare tanto, anche se le innumerevoli cose non strettamente musicali di cui mi interesso nel tempo libero hanno sicuramente contribuito alla formazione dell’uomo, e quindi del musicista che sono. Tentare di descrivermi dal punto di vista artistico non è facile per me come, del resto, per chiunque altro: cambiamo continuamente, cresciamo, ripeschiamo concetti che avevamo accantonato, ne abbandoniamo altri. Se c’è qualcosa che mi ha sempre accompagnato è l’amore infinito per Bach e Beethoven, così come la curiosità per la musica antica e il fascino del Novecento. Altro proprio non saprei dire. 
 
Sei uno tra i pochi pianisti contemporanei ad eseguire brani del repertorio antico e rinascimentale, non concepiti per il moderno pianoforte. Le tue Variazioni su “Mein Junges Leben hat ein End” di Sweelinck, ad esempio, hanno incontrato il grande apprezzamento del pubblico. Cosa significa, per te, riportare in vita questi capolavori di così rara bellezza?
 
Come ho detto prima, per me è sempre stata una ricerca entusiasmante e ricca di soddisfazioni. Non ho mai capito lo sdegno che il suonare certa musica sullo strumento moderno provoca in qualcuno: all’epoca si utilizzava serenamente qualsiasi tastiera ci fosse a disposizione e, sebbene alcune composizioni avessero un taglio più organistico (come, ad esempio, il brano di Sweelinck che citi) o clavicembalistico, credo che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di scandalizzarsi. Ecco perché, molto semplicemente, ritengo che il pianoforte possa essere un’alternativa valida tanto quanto le altre, purché si affronti questo repertorio con un po’ di consapevolezza storica e qualche nozione di prassi, utilissime anche – e soprattutto – quando è necessario adattare alcune scelte al timbro dello strumento. 
 
Parliamo del tuo ultimo CD, “Dances and Tales”. Qual è la scelta alla base di questo titolo, profondamente suggestivo?
 
Beh, non è altro che il contenuto! Le danze stilizzate della Suite Francese in sol maggiore di Bach, il racconto a tempo di valzer dell’Op.2 di Schumann, direttamente mutuato dal capitolo finale di Flegeljahre di Jean Paul, poi ancora valzer con Ravel (nobles et sentimentales, con Schubert in filigrana, sempre così meravigliosamente sfuggenti ed enigmatici) e poi la Suite di Danze di Bartók, che davvero non mi spiego come mai non sia così frequentata dai pianisti e che, attraverso i continui richiami stilistici al folklore delle zone limitrofe all’Ungheria, vuol essere una sorta di racconto e una celebrazione della pace e dell’armonia fra i popoli. Ho sempre inteso il disco come una sorta di manifesto, una dichiarazione d’intenti più che una replica del concerto dal vivo. Preferisco il disco in studio piuttosto che il “live” proprio per questa sua caratteristica di interpretazione astratta, non legata al “qui e ora”, ragionata e accuratamente distillata. Di conseguenza, ho scelto un programma che mi intrigasse e che auspicabilmente mettesse in luce alcune caratteristiche del mio modo di pensare, piuttosto che una selezione di ciò che avevo sottomano al momento. 
 
Ti sei cimentato in molte epoche e in altrettanti autori sulla tastiera. Se dovessi fare una ‘scelta di campo’, preferiresti il Classicismo o la stagione romantica? Sei più vicino al principio di “Nobile semplicità, quieta grandezza” o alla passione dello “Sturm und drang?”
 
Da amante della musica, che poi è ciò che sono prima ancora di essere musicista, avrei grandissime difficoltà a rispondere. Tuttavia, dovendo investire tempo ed energie nello studio di nuovi programmi e nella scelta di nuovo repertorio, mi rendo conto di essere attratto da ciò che è più affine alla mia personalità, poco incline alla lotta e più alla contemplazione. Ecco forse perché nei miei programmi non si incontra spesso certo repertorio lisztiano, che pur ammiro, né troppa musica che faccia della sfida tra l’uomo e lo strumento il proprio fulcro. Credo, inoltre, che il repertorio affrontato durante la mia formazione e il tipo di lavoro svolto su di esso con i miei maestri abbia avuto un ruolo fondamentale, così come anche le esperienze sul palcoscenico, il dialogo con gli altri musicisti, gli approfondimenti culturali e le letture che hanno lasciato un segno nel mio sviluppo personale.
 
Come ritieni si possa avvicinare i giovani alla musica classica?
 
Lavorando sulla diffusione di un’idea semplice quanto fondamentale, ossia quella che l’opera d’arte, che così tanto è in grado di regalare a chi ne fruisce, per rivelarsi richiede un po’ di sacrificio. La musica che dà tutto subito, quella “orecchiabile”, come si sente spesso dire ai più maldestri, chiede poco ma dà ancor meno, esattamente all’opposto di ciò che avviene con una grande composizione, che, pur esigendo tempo e attenzione, apre un universo di meraviglia tale da sconvolgerci nel profondo.
 
 
Dal 27 al 29 maggio terrai un Piano Symposium a Montaldeo, in provincia di Alessandria, insieme al collega Leonardo Pierdomenico. Puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?
 
Grazie per la domanda, sono molto felice di parlarne perché si tratta di un progetto a cui ho lavorato con amore insieme a Leonardo e ai ragazzi della Casa della Musica San Michele, che ci ospiterà e che non esiterei a definire una specie di paradiso per musicisti: ampie camere con vista sui boschi del Piemonte, una bella sala attrezzata per registrazioni professionali, pianoforte eccellente e persino una SPA. Piano Symposium sarà una masterclass breve e molto intensa all’insegna della condivisione e dell’amicizia; suoneremo tantissimo, rifletteremo e ci confronteremo su alcuni tra i temi più importanti legati al fare musica e alla vita del musicista.
 

Il Risorgimento rivoluzionario di Valerio Evangelisti

– Francesco Subiaco

Il risorgimento non fu la parata trionfale della retorica nazionalistica, né la rapina feroce e crudele che descrivono alcuni. Esso fu una Rivoluzione ed una Riconquista, una guerra di liberazione ed una guerra civile, un evento duro, crudele e magnifico come sono tutte le grandi lotte che muovono i popoli. Perché la rivoluzione non è un pranzo di gala nemmeno se fatto per la più santa delle cause, e non va raccontato con la retorica falsa che ne fa una “glorious revolution” all’italiana. Essa fu principalmente una guerra popolare, una lotta diplomatica, uno scontro indimenticabile in cui i patrioti mazziniani cercarono di rovesciare i troni di un ordine antico e fatiscente che cercò con ogni mezzo di opporsi a quel vento di cambiamento. Non fu solo l’esperienza dei mille, fu il risultato di anni di guerriglia, di cacce, di rappresaglie in cui i poliziotti austriaci e papalini venivano definiti dei servi del tiranno, mentre i patrioti dei terroristi e dei demoni. Una storia che non può essere raccontata come il trionfo senza sangue delle truppe sabaude, ma va descritto come uno slancio rivoluzionario di una gioventù italiana votata al martirio, al sacrificio, all’inizio di una nuova rivoluzione italiana, stroncata sul nascere. Una riconquista fatta di guerriglie e rese dei conti, tra i Demoni di Dostoevskij e le battaglie dei film di Sergio Leone, con lo scenario della guerra civile americana, che sono lo scenario dell’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti: “Gli anni del coltello” (Mondadori). Evangelisti, da poco scomparso, riesce nel suo romanzo a scrivere una epica del risorgimento, che ne fa una saga popolare del movimento mazziniano dopo la caduta della repubblica romana, che sbandato e perseguitato sui luoghi oscuri e rivoluzionari del nostro risorgimento, aldilà di un giudizio storico, trasformando la storia del popolano e rivoluzionario Gabariol in una grande avventura fatta di sangue e lotta, patria e libertà.

LA FORBICE DI JUNGER: UNA SINFONIA FILOSOFICA

– Francesco Subiaco

Non sempre le verità del mondo sono rappresentabili come sistemi, come costruzioni causali. Il pensiero non ha simpatia per l’ordine fisso e i grandi filosofi di ogni tempo hanno capito fin da subito che la verità non si muove su linee rette. Segue spirali e smarrimenti, oblii e rivelazioni, un sapere che appare come una preveggenza, come un’epifania. Dando la possibilità alle mille voci della realtà di risuonare, di espandersi, senza i tagli e le cesure della logica. Pochi pensatori hanno creato un corpus filosofico che più che un ordigno o un circuito sapesse essere una sinfonia, una rivelazione. Ernst Junger fu sicuramente uno di questi, che con il suo “La forbice”, ripubblicato dall’editore GUANDA con una postfazione di Quirino Principe, riesce attraverso una struttura aforistica a dare la consistenza di una verità simbolica e spirituale che appare paganamente nella sua sgargiante chiarezza, come la visione di un fauno in un bosco sacro. La forbice del titolo in questo groviglio di massime, non è un tema abituale, né lo scenario del libro di Junger ma la destinazione di un labirinto che non vuole enunciare nuove verità, ma mostrare nuovi simboli. Una rivelazione che congiunge il mondo del mito pagano e circolare con il regno della forbice, che spezza, divide e dà un significato al mondo. Il tempo, la morte, il mito, l’arte, sono le allusioni di questo oggetto magico, che rimanda l’autore alla meditazione con la fine, al senso dell’esistenza di fronte alla vecchiaia. Ad una visione dell’arte ricca di raffinatezza e sacralità, in cui l’artista e la sua opera diventano agenti del numinoso, che al contrario delle mode e dei sogni che vengono consumati dai minuti, essi sono nobilitati dallo stile che solo i secoli ed i millenni possono consumare. Riflessioni che la penna di Junger riesce ad alludere in ogni discorso, in ogni frammento. Parlando di musica e di botanica, di entomologia e storia, kultur tedesco e stato planetario. Decostruendo le ideologie del mondo della quantità e il sigillo della tecnica, che incanta le sue vittime e si circonda di ideologie deboli e pessimiste, incapaci di creare le grammatiche di una nuova civiltà, ma subalterni al linguaggio unico, dove l’essere è in esilio, del mondo della tecnica. Uno Junger sibillino e senile, che alla soglia dei cento anni riesce con poche nude, chiare ed esoteriche frasi , a far sentire al suo lettore, il profumo inconsistente ed ammaliante dei segreti dell’assoluto, tramite le forbici antiche e lontane delle parche.

CI LASCIA L’ON. FRANCESCO NUCARA. UN RICORDO INDELEBILE, COME LA SUA PASSIONE

– Francesco Subiaco

Con l’On. Francesco Nucara se ne va uno degli ultimi grandi maestri della politica italiana, una personalità unica che con la sua esperienza ha lasciato un apprendistato di valori, di idee, educazione sentimentale alla libertà, alla solidarietà, al senso della patria e delle istituzioni. Una vocazione che ha sempre impersonificato nella sua attività politica durata oltre mezzo secolo, sia come parlamentare sia come viceministro e membro delle istituzioni, portando avanti il simbolo dell’edera e gli ideali mazziniani che sin dalla giovinezza lo hanno avvicinato al Partito Repubblicano Italiano, di cui è stato per quasi vent’anni il protagonista indiscusso come segretario e presidente. Un galantuomo calabrese, tenace e colto, di umanità struggente, che lo ha reso uno dei maestri di molti giovani repubblicani per il suo senso pratico, capace di immedesimarsi nella realtà e nei territori, e per la sua immensa cultura, che comprendeva quella visione umanistica e repubblicana dei Mazzini, dei Bovio e dei Pacciardi, di cui lui fu l’ultimo testimone. Conoscendo l’onorevole Nucara ho scoperto cosa significa veramente essere mazziniani. Essere mazziniani vuol dire credere nel popolo ed appartenervi sentimentalmente, senza cedere ai pregiudizi delle masse, è pensare la scuola, l’educazione e la cultura come il pane dell’anima e l’ossigeno della coscienza, è appartenere alla propria terra, come lui apparteneva alla sua Calabria, e in virtù di questo legame vivere la Patria, non come oggetto, ma come sentimento. È pensare alla comunità e in nome di essa lottare perché le sue parti più popolari possano sognare e realizzare un futuro migliore. Una visione che ha insegnato attraverso la sua azione politica, i suoi saggi, che mostrano qual è il carattere principale di un repubblicano: la fede nell’avvenire. Una fede che ha dimostrato ogni giorno, sostenendo e supportando le nuove generazioni repubblicane, i sogni di chi tramite lui imparava che Dio e Popolo, Libertà e associazione non sono solo slogan, ma le più sincere verità della vita. Idee che riusciva a caricare del loro massimo significato, mostrandosi più vivo e più spontaneo di tanti personaggi torvi e grigi, molto più giovani di lui, ma solo anagraficamente. Di lui conservo gelosamente due ricordi indelebili. Il primo di un incontro in un ristorante romano con alcuni amici della giovanile, in cui ci raccontò i dettagli di 50 anni di battaglie e lotte, ed il secondo relativo alla nostra ultima intervista, in occasione dell’anniversario dell’apostolo. In quell’occasione parlammo di Mazzini, del futuro, degli autori repubblicani, soprattutto Giovanni Bovio, che mi aveva fatto scoprire lui, peraltro, e mi regalò un testo, curato dal nipote, Alessandro Massimo Nucara, col titolo “I repubblicani all’Assemblea costituente”, per scoprire che cosa volesse dire “essere Mazziniani con la M maiuscola”. Oggi posso dire, ripensando all’On. Nucara, che cosa voglia dire esserlo.

La redazione di Generazione Liberale, l’autore Francesco Subiaco ed i giovani repubblicani Tommaso Alessandro De Filippo, Francesco Peirce e Francesco Corona inviano la massima vicinanza alla famiglia Nucara per la loro perdita.

INSEGNA CREONTE: LUCIANO VIOLANTE RACCONTA LA COSCIENZA DEGLI UOMINI

– Francesco Subiaco

Luciano Violante è uno dei personaggi più interessanti della storia politica contemporanea, che si è mosso nella scena politica, come il protagonista segreto degli ultimi vent’anni. Lucido, indipendente, acuto e coltissimo, ha fatto della sua esperienza da giurista e membro delle istituzioni, un patrimonio unico di conoscenza e profondità, che lo rendono uno dei più affidabili e interessanti analisti delle sfide del presente. Una capacità che emerge in ogni pagina di “Insegna Creonte. Tre errori nell’esercizio del potere” (IL MULINO). Un testo in cui l’ex presidente della camera, si immerge nei meandri e negli abissi delle coscienze degli uomini che hanno fatto la storia della cosa pubblica. Dal Terrorismo a Tangentopoli, da Maastricht alla guerra fredda, passando per la scomparsa della classe politica, Violante con il suo testo crea una vera e propria fenomenologia dell’errore politico. Un terreno che, come ammette lo stesso autore nel testo, lo ha sempre interessato, poiché riguarda “la caduta della persona e la sua possibile riabilitazione”. Utilizzando la figura letteraria di Creonte, personaggio straordinario dell’Antigone, egli mostra come il potere, vittima del proprio delirio di onnipotenza, tenda ad astrarsi dalla realtà finendo per autodistruggersi. Perseguire fini giusti in modo sbagliato, credersi vincitori senza conquistarsi questo ruolo nella realtà, rinchiudersi nelle prigioni della propria infallibilità trasformano gli errori in crimini, i crimini in castighi, che prima poi si dovranno subire. Sopravvalutare se stessi, inseguire le emozioni al posto che dirigerle, esasperare il conflitto senza averne la padronanza sono tre dei grandi errori che compiono i politici vittima di una mai accettata cupio dissolvi, da cui le uniche vie di fuga sono la lucidità, l’ascolto, il contatto col cosiddetto common touch. Insegna Creonte, non è solo un saggio sull’errore, ma la via della redenzione, della soluzione contro gli sbagli dell’uomo politico che andrebbero conosciuti prima di trasformare la propria esperienza politica in un caso da manuale.

MASSIMO FRANCO RACCONTA “IL MONASTERO”

– Francesco Subiaco

“Essere ammessi nel Monastero significa entrare in una sorta di area protetta, rarefatta e vagamente inquietante. È un impasto di spiritualità, di mistero, di segreti inconfessabili, che alla fine parlano il linguaggio impalpabile ma onnipresente di un potere antico, insieme sacro e spietato”. Così Massimo Franco descrive la sua entrata nella residenza vaticana del papa emerito nel suo ultimo straordinario saggio sugli ultimi 9 anni di “papato ombra” di Benedetto XVI: “Il monastero” (SOLFERINO). Un saggio che indaga e scruta le ombre, le atmosfere e le storie che hanno accompagnato il pontificato ratzingeriano, i suoi protagonisti ed i silenti abitanti del monastero. Un luogo diventato il paradigma di una chiesa in tumulto, di fronte ai cambiamenti rivoluzionari della curia, alle sfide della contemporaneità alle opposte tendenze delle corti dei due papi, che si muovono nell’atmosfera rarefatta delle mura vaticane come dei fantasmi di un’epoca lontana ed anacronistica. Massimo Franco, vaticanista, tra i massimi interpreti del giornalismo italiano, dopo avere reso immortali le ombre del divo, l’esilio di Craxi e gli enigmi del papato bergogliano traccia con il suo ultimo saggio su Benedetto XVI una fenomenologia delle anomalie che sta vivendo la chiesa, in uno scritto che unisce il rigore del giornalista con lo stile dello scrittore, immergendo il lettore in un castello kafkiano, una residenza landolfiana che diventa il subconscio di pietra dei tormenti del cattolicesimo contemporaneo.

Che cos’è il monastero e cosa ci racconta del suo illustre inquilino? E come esso diventa il paradigma di un papato anomalo?

Il Monastero è l’emblema dell’anomalia di questa fase della Chiesa cattolica e del Vaticano. Siamo abituati a pensare che sia Casa Santa Marta, l’albergo dentro le mura vaticane dove abita Francesco. In realtà, quella scelta è figlia delle “dimissioni” di Ratzinger. E l’intero papato è condizionato da quello strappo epocale. Lo stesso uomo del Monastero, Benedetto XVI, oggi papa emerito, simboleggia quell’anomalia. Ha mantenuto il nome che aveva da papa, si definisce “papa emerito”, veste con l’abito bianco e vive dentro il Vaticano. In cima a giardini curati, punteggiati da roseti, altari e cactus e garitte della Gendarmeria. Probabilmente, temeva di ammalarsi come Giovanni Paolo II e di essere condizionato dalla sua cerchia curiale, a cominciare dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone, figura controversa. E dunque ha anticipato i tempi. Ma credo che credesse di sopravvivere poco, mentre ormai è stato per più tempo papa emerito che papa: 9 anni contro 8.

Tra i personaggi che abitano la galassia di questo monastero landolfiano, quale la ha colpita di più e perché?

 Senz’altro il prefetto della Casa pontificia, monsignor Georg Gaenswein. E’ stato per anni il punto di raccordo, e il simbolo della continuità tra i due pontificati. E alla fine è stato schiacciato da questo doppio ruolo, strategico e insieme oggettivamente ambiguo, per dinamiche di potere che alla lunga non potevano non scaricarsi anche su di lui, al di là della sua volontà e di quella dei cosiddetti “due papi”. Il fatto che oggi rimanga Prefetto ma gli sia impedito di fatto di svolgere il suo lavoro è l’emblema dello scontro sotterraneo tra le “corti parallele” del Monastero e di Casa Santa Marta.

L’emerito del monastero e il regnante di Santa Marta sono due figure archetipiche della chiesa di oggi. Che rapporto intercorre tra i due papi e che differenza c’è con le narrazioni degli opposti schieramenti riguardo i due inquilini pontifici?

Sono due persone molto diverse, consapevoli entrambe del trauma vissuto dalla Chiesa con la rinuncia di Benedetto, e dunque intenzionati a salvaguardare l’unità della Chiesa. Per questo all’inizio Francesco ha chiesto a Benedetto di non essere troppo in disparte, di partecipare alle cerimonie pubbliche, di intervenire. Si disegnava una sorta di “copapato”, con Francesco prosecutore delle riforme che Benedetto non aveva potuto portare a termine. Ma col passare del tempo, quando le riforme sono entrate in affanno, il Monastero è stato percepito dalla cerchia di Bergoglio come un ingombro, e gli interventi di Benedetto come inopportuni. E alla fine tra gli uomini di Bergoglio il Monastero è stato percepito come una sorta di luogo-simbolo di una sorta di contro-potere: quasi un polo antagonista, dietro il quale si muove una potente filiera tradizionalista. E Casa Santa Marta è stata vista da molti dai ratzingeriani come una sorta di enclave che dietro lo schermo della continuità cambiava non solo gli equilibri di potere ma l’approccio dottrinale e riferimenti diplomatici tradizionali della Santa Sede. E questo a dispetto, va ribadito, dell’impegno dei <due papi> (tra virgolette perché di papa ce n’é uno solo) a evitare fratture e scontri interni.

Dalla coesistenza alla rottura apparente, nonostante la popolarità di Bergoglio, Ratzinger in questi anni ha assunto un fascino per alcuni ambienti della cristianità forse superiore a quello che aveva quando era in carica. Come si spiega il successo “postumo” di questo papa di “cristallo”?

Si spiega con un’ostilità sempre più aperta e pregiudiziale dei cattolici tradizionalisti nei confronti di Francesco e delle sue riforme visionarie, profetiche ma anche caotiche; e con un rigore dottrinale e una finezza teologica di Benedetto che oggi, a torto o a ragione, vengono considerati carenti nel pontificato di Bergoglio. In più, l’essersi defilato e appartato nel Monastero ha fatto dimenticare gli scandali e le tensioni che hanno accompagnato la fine del pontificato di Ratzinger.

Il monastero è il peacemaker del potere Vaticano che riesce a garantire una unità forzata tra il progressismo dei bergogliani e il tradizionalismo dei loro oppositori?

Certamente lo è stato. Il Monastero è stato a lungo l’argine con il quale Benedetto ha frenato e assorbito le spinte contro Francesco provenienti dagli ambienti iper-ortodossi del cattolicesimo. Ha, di fatto, “coperto” questo versante della Chiesa, diffidente e poi ostile nei confronti di Francesco. Nel libro il cardinale Gerhard Muller arriva a sostenere che il Monastero è il luogo “dove vengono curate le persone ferite da Francesco. E sono molte…”: una frase che lascia indovinare le tensioni e gli scontri di questi anni, per quanto diplomatizzati o addirittura rimossi.

Perché nel libro lei definisce, in realtà, più rivoluzionario Benedetto di Francesco?

Perché la rinuncia, o “le dimissioni”, sono state uno strappo ben più epocale e inedito dei presunti strappi di Francesco. Il Monastero è l’emblema di quello che rimane tuttora un tabù: tanto che dopo nove anni non è stata ancora regolata da nessuna norma la rinuncia di un pontefice. E tuttora si parla di “due papi”, con frange minoritarie ma agguerrite che o non riconoscono come valide le dimissioni di Benedetto, o lo accusano di avere lasciato troppo spazio a Francesco e alla sua “rivoluzione”. In realtà, in modo diverso entrambi hanno desacralizzato l’istituzione papale.

Le anomalie portate dal rinuncio di Benedetto XVI e dall’insolita diarchia di questi anni come stanno cambiando per sempre la figura del papa e la condotta della chiesa?

L ’hanno cambiata nel senso di “umanizzare” il papa, con conseguenze molto controverse e ancora oggetto di dibattito e di imbarazzo. Il tema di fondo, mai affrontato pubblicamente, è se la rinuncia di Ratzinger sia un unicum, o un precedente che aprirà la strada ad altre dimissioni papali. La mia impressione, tuttavia, è che nei prossimi anni il tentativo sarà quello di ricostruire una figura papale su presupposti diversi; di rafforzare il governo vaticano; e di riaffermare il ruolo fondamentale di Roma, rispetto alle spinte centrifughe e alla narrativa anti-Curia e anti-italiana che hanno profondamente condizionato l’ultimo Conclave: sebbene gli scandali intorno a Benedetto avessero giustificato certi pregiudizi…

In più occasioni lei ha potuto conoscere ed intervistare il papa emerito, che immagine si è fatto di questo personaggio così particolare, freddo e distaccato durante il pontificato, ma allo stesso tempo umano e cordiale come nel suo incontro con il vignettista Giannelli? Può raccontarci un aneddoto?

In effetti sono rimasto sorpreso dalla sua semplicità, dalla sua fragilità fisica, dall’aura di autorevolezza e di mistero che trasmette, e insieme dalla sua rapidità intellettuale. Non riesce quasi più a articolare le parole, eppure in certo momenti, sforzandosi, si fa capire eccome. L’ha dimostrato quando, nel colloquio che abbiamo avuto con lui insieme col direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, ha voluto dire con chiarezza che il papa è uno solo, disarmando i critici di Francesco. E quando ha visto il nostro vignettista Emilio Giannelli, che gli spiegava di non essere affatto religioso, al contrario di un fratello che era mancato in tempi recenti, Benedetto ha replicato, pronto: “Ha tempo per rimediare”. E’ un aneddoto riportato nel mio libro.

Il terzomondismo bergogliano ha mostrato forse la più grande frattura tra i due papi: l’Europa. Cosa divide i “diarchi” sul tema delle sorti del vecchio mondo e come ciò influenzerà la linea futura della chiesa?

Il Vaticano tende a percepirsi e a presentarsi come un’istituzione che garantisce continuità. E questo avviene anche quando la continuità in realtà si adatta ai nuovi tempi. La mia impressione è che Benedetto sia stato un papa europeo e <italiano>, che voleva cercare di rianimare il cattolicesimo in Occidente; e che credeva e crede nei valori dell’Occidente. Ma l’operazione non è riuscita. Francesco è un americano, flglio di un’America latina che da terra di missione è diventata o ritiene di essere diventata terra missionaria, chiamata a rievangelizzare un’Europa e un Occidente ritenuti scristianizzati e senza futuro. Per questo Bergoglio è stato visto come un papa post-occidentale, che ha puntato molto sul Terzo Mondo; e, in parallelo, sui rapporti con la Russia, per sanare la frattura con la religione ortodossa; e con la Cina, per concordare la nomina dei vescovi e proiettare il cattolicesimo in Asia, dove fatica a penetrare. Ma l’aggressione militare russa all’Ucraina, di fatto assecondata dalla Cina,  ha mostrato i limiti e le contraddizioni di questa strategia, impedendo almeno fino all’inizio di maggio al papa di esercitare la sua azione per la pace, nella quale il Vaticano è storicamente maestro. Le sue parole a favore dell’Ucraina sono state chiare e forti. E il fatto che durante due mesi e più di guerra Benedetto non abbia mai parlato dimostra come, se anche esistono delle differenze di giudizio, al Monastero  ha prevalso una linea di unità e di ubbidienza a Francesco, per evitare fraintendimenti e speculazioni in una Chiesa cattolica percorsa da  tensioni profonde e irrisolte.  

OLTRE LE MASCHERE DEL QUOTIDIANO, GIOVANNI BALDUCCI PRESENTA IL SUO LIBRO A FONDI

– Redazione

Domenica 15 maggio alle ore 18:00 all’interno del Castello Caetani a Fondi si terrà la presentazione del libro «La vita quotidiana come gioco di ruolo» di Giovanni Balducci (MIMESIS EDIZIONI). Un testo che riprendendo gli sviluppi della Labeling theory e delle tesi del sociologo Irving Goffman, vuole analizzare i meccanismi delle realtà sociale occupandosi principalmente dell’Io umano immerso nella vita di tutti i giorni e colto nella sua duplice opera di co-creatore di sé stesso e della realtà sociale circostante, intrappolato nella “metafora teatrale” che fa di lui un attore sulla scena delle finzioni sociali, ma allo stesso tempo un personaggio di tale messa in scena, partecipando ad una mascherata volontaria o involontaria di pirandelliana memoria, in cui l’esistenza della persona si tramuta in un gioco di ruolo, in cui si è l’avatar e il giocatore della storia. L’evento organizzato da “La cinearte produzioni” sarà svolto in collaborazione con l’accademia Internazionale Maurizia, l’associazione culturale Musicinecultura, l’associazione fotografichementi e casa della cultura, l’evento è patrocinato dal Comune di Fondi, media partner Radio Antenna Musica. Durante l’evento, moderato da Francesco Subiaco ( La civiltà delle macchine, Dissipatio) interverranno l’autore Giovanni Balducci e l’analista de Il giornale off e Il borghese Francesco Latilla.