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Intervista a Stefano Bisi – Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

STEFANO BISI: “LA MASSONERIA SPESSO CRITICATA DA CHI NON
LA CONOSCE. I NOSTRI SEGRETI COMPRENSIBILI SOLO DA CHI
VIVE LA NOSTRA COMUNIONE”


Abbiamo intervistato Il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia
Stefano Bisi, al fine di scoprire gli ideali ed i principi che la
Massoneria ancora oggi trasmette e rappresenta.
Pertanto, le analisi e le prospettive di Bisi si riveleranno per noi
importante fonte di formazione umana e culturale.

Cosa la spinse ad avvicinarsi al mondo massonico?
Ero attratto ed affascinato da questa associazione “misteriosa” e
cominciai ad approfondirne la storia e le finalità nel 1978. Nella
mia città, Siena, conobbi una persona facente parte della
Massoneria ed ebbi dunque l’occasione di cominciare a dialogare
con lei. Questi colloqui cominciarono ad infittirsi fino a quando
chiesi di essere ammesso nel contesto. Pertanto, il 24 settembre
del 1982 venni iniziato alla loggia Monteaperti di Siena del
Grande Oriente d’Italia. Lì è iniziato e poi proseguito il mio
percorso massonico.
Quali sono i principali ideali che il Grande Oriente prova a
tramandare a chi si avvicina al contesto?
Libertà, Uguaglianza e Fratellanza sono i principi fondanti della
nostra Comunione che si trovano scritti nei nostri Templi. Tre
definizioni che vanno declinate secondo i tempi attuali. Ad
esempio, oggi libertà è sinonimo di responsabilità. Pensiamo al
problema pandemico, dove ognuno di noi è chiamato ad essere
responsabile se vuole essere libero. Ciò vuol dire anche

vaccinarsi, così da tutelare la salute altrui e la nostra. Questa è
una declinazione molto attuale della parola libertà.
Che valutazione esprime sulle critiche e le considerazioni
negative che la Massoneria spesso riceve in società?
Molti criticano perché non ci conoscono. Tuttavia, la critica serve
a crescere e migliorarsi, dunque è ben accetta. Quel che dispiace
sono le offese che talvolta subiamo, soprattutto da parte di chi
non conosce il nostro mondo. Apprendere la storia e le finalità
della Massoneria è semplice, vivere l’esperienza massonica è più
complesso. In tal caso bisogna essere ammessi nella comunione
del Grande Oriente d’Italia e poi cominciare il proprio percorso
che permetterà di scoprirne i segreti. Trattasi di segreti non
trasmissibili, comprensibili solo da chi vive l’esperienza
massonica, il rituale di iniziazione, i passaggi di grado, la
partecipazione, le tornate rituali. Questo è vivere la Massoneria.
Il suo incarico e ruolo di Gran Maestro del Grande Oriente è un
impegno che le comporta responsabilità e le sottrae molto tempo
della sua vita?
È un impegno gravoso ed oneroso ma anche estremamente
gratificante. Per un fratello entrato nella comunione 39 anni fa
essere arrivato al ruolo di Gran Maestro è soddisfacente. Certo,
tenere insieme i fratelli è stato complesso, soprattutto nel
periodo pandemico. Tuttavia, ben volentieri svolgo questo
compito con passione.
Come si è svolta la vostra comunione nel corso dell’emergenza
pandemica? In che modo è stato possibile proseguire il vostro
impegno e percorso?

Noi abbiamo cercato di essere responsabili, promuovendo tra
fratelli la cultura della responsabilità. Quando non è stato
possibile riunirci per via delle limitazioni derivanti dalla pandemia
siamo stati in contatto telefonico e telematico. Ci siamo poi
ritrovati in presenza seguendo le regole e le prescrizioni per la
salute, utilizzando le mascherine, l’igienizzazione delle mani ed il
mantenimento della distanza. Questo è il contributo che abbiamo
dato alla campagna di sicurezza comune di tutti i cittadini.
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Cercherò di continuare a migliorarmi personalmente e di
mantenere sempre forte il legame tra i fratelli, questa catena di
unione che deve esistere fra noi. È questo l’obiettivo che mi
pongo e che voglio portare avanti nella maniera migliore.

Intervista ai Fratelli Latilla

DIALOGO SU CULTURA, CINEMA E TEATRO CON I FRATELLI LATILLA

I fratelli Francesco e Gianmarco Latilla rappresentano due delle principali figure del panorama artistico e culturale giovanile italiano. Prediligono l’ambito teatrale e vantano già numerose apparizioni che hanno registrato sold out e successo, da parte della critica e del pubblico. Abbiamo avuto il piacere di dialogare con loro, al fine di ascoltarne analisi e prospettive future. Siamo certi che la loro professionalità comporterà il raggiungimento dei propri sogni e progetti.

Come nasce la vostra passione per il mondo della cultura e dell’arte?

G: Tutto è nato per sbaglio, quando all’età di otto anni sono stato iscritto dai miei genitori ad un corso di recitazione per combattere la timidezza. Da lì c’è stata una vera immersione nel mondo del teatro. Anni dopo, durante la visione del film “Nuovo Cinema Paradiso” è nato questo amore infinito per il cinema.

F: Io invece sono sempre stato un bambino estroverso che amava mascherarsi e fare il pagliaccio di famiglia. Dato che mamma e papà vedevano in me un probabile talento attoriale decisero di iscrivermi in Accademia. Da lì non mi sono più fermato e li ringrazio, perché col passare del tempo ho capito che posso vivere soltanto attraverso l’arte.

In che modo spieghereste il contesto del cinema e del teatro a chi è distante da esso?

G e F: è pura emozione e magia. Si vive nella finzione per poi tornare alla realtà. Vivi mondi e vite che non ti appartengono, perché dopotutto sono storie scritte per gli spettatori.

Quali sono i vostri progetti attuali?

G e F: A settembre siamo andati in scena con lo Spettacolo “Ad ammirar…le stelle” per omaggiare il sommo poeta Dante Alighieri, ora stiamo preparando un cortometraggio e un nuovo spettacolo teatrale.

Che tipi sono, nella vita comune, i fratelli Latilla?

G e F: Due ragazzi normali, con mille sogni e tanta voglia di imparare.

Valutate positivamente l’attuale attenzione del mondo politico al contesto che rappresentate?

G e F: Assolutamente no. Viviamo nell’era in cui la tecnica sta prendendo il posto dell’arte e lo si vede anche dagli scenari politici. Questo paese sembra aver perso completamente il senso della parola cultura.  

Quanto ha inciso la crisi pandemica sul vostro settore?

G e F: Tantissimo. Il nostro è uno dei settori più colpiti da questa crisi, ma dato che “dal letame nascono i fior” come diceva De André, possiamo ammettere che in questo periodo, soprattutto durante il primo lockdown, abbiamo scritto tantissimo.  

Cosa cerca e che si aspetta, al giorno d’oggi, lo spettatore dalle vostre opere?

G e F: Sognare, sognare, sognare. Colui il quale s’imbatte in una nostra opera sicuramente può aspettarsi di tutto, patendo dalla concezione di sogno e di fiaba. Quando parliamo di visione fiabesca ovviamente ci riferiamo all’orige del mito e quindi alla parte oscura dell’essere umano, l’inconscio. In tutto ciò , l’emozione con cui vogliamo colpire lo spettatore nasce proprio dal voler raccontare storie forti che possano condurre ognuno negli abissi più profondi.

Sarà possibile avvicinare ulteriormente le nuove generazioni al vostro lavoro?

G e F: Certamente. Bisogna però indirizzare i giovani non verso l’attrazione industriale, non verso il semplice voler fare film, ma piuttosto esortare gli animi verso la pura arte del cinema, mostrando loro i capolavori del periodo muto e non solo, raccontandogli dei veri maestri che hanno segnato la storia.

Cosa vi aspettate dal futuro?

G e F: Di arrivare a Cannes. Sai com’è, a volte i sogni possono diventare realtà

Intervista a Giovanni Balducci

LA CULTURA ED I GIOVANI: DIALOGO CON GIOVANNI BALDUCCI

Abbiamo intervistato Giovanni Balducci, giovane intellettuale e firma di CulturaIdentità e de Il Giornale Off, che ha pubblicato per Mimesis “La vita quotidiana come gioco di ruolo”. Pertanto, l’ascolto delle sue analisi e delle sue prospettive future è per noi importante, data la certezza di dover costruire il futuro culturale della nostra nazione con l’apporto delle nuove generazioni.

In che modo è nata la tua passione per il mondo intellettuale?

Quella per il mondo intellettuale e, dunque, per la cultura, è una passione che coltivo sin da bambino, a partire dal mio rapporto di amore/odio per i libri della libreria del nonno, i quali mi affascinavano, ma che immancabilmente  gettavo giù dalla libreria quasi in impeti di precoci papiniane stroncature; poi, alle elementari, la lettura dei miti greci mi proiettava in un “mondo altro”, dove diventavo “contemporaneo”, per citare Dante, de “le donne antiche e’ cavalieri”, ciò che più in là negli anni ho appunto compreso essere il mondo della cultura. Che, per me, è bildung, e dunque non qualcosa di scisso dalla vita quotidiana, esaurendosi quasi in un hobbie fra i tanti, come si tende a fare in una società a “compartimenti stagni” quale è la nostra ma, proprio come appunto lo era all’epoca dei greci e dei romani, formazione, che sedimentandosi, andava a costituire retaggio, usi e costumi: e una buona cultura la riconosci da come una civiltà veste, da come mangia, da come costruisce, dal modo in cui gestisce le sue risorse spirituali, umane, artistiche, economiche. Ad esempio, dinanzi alla parola “religione”, un mio illustre conterraneo, Carmelo Bene, diceva che si sarebbe piuttosto dovuto parlare di “educazione”, ecco, oggi non c’è nemmeno quella. C’è maleducazione.

Come è scaturita in te la voglia di scrivere libri, trovando argomenti meritevoli di esser trattati?

Innanzitutto, ho iniziato scrivendo articoli per varie testate, tra cui il think tank Barbadillo, grazie al quale ho potuto esercitare la mia innata verve polemica (sic!) ed esprimere compiutamente e far conoscere le mie idee, e fondando un sito di notizie e sponsorizzazione di eventi culturali nella mia provincia di appartenenza che e quella di Barletta-Andria-Trani, in seguito ho partecipando alle attività culturali della Federazione Giovanile Repubblicana e di CulturaIdentità, altri progetti in cui mi è stata data un’opportunità di affinare alcune mie qualità e di esprimere una mia certa tensione ribellistica ma del tutto costruttiva. C’e da dire, tuttavia, che ciò, chiaramente, non sarebbe accaduto senza, da parte mia, un preliminare (e tuttora continuo) quasi leopardiano “studio matto e disperatissimo” e, dunque, un certo dongiovannismo cerebrale costellato di conquiste intellettuali e scoperte, soprattutto dei grandi classici della letteratura, della filosofia e del pensiero in generale. Ecco, ora, con la mia attività di scrittore, voglio semplicemente rendere ad altri ciò che “quei giganti sulle cui spalle sono”, a parafrasare stavolta Newton, mi hanno trasmesso.

Ci parli della tua ultima pubblicazione?

La mia ultima pubblicazione, di recente uscita (7 ottobre) per Mimesis, si intitola “La vita quotidiana come gioco di ruolo. Dal concetto di Face in Goffman alla Labeling Theory della Scuola di Chicago”, ed è essenzialmente un testo di sociologia,  più nello specifico di “microsociologia”, trattando non già di grandi strutture storico-politiche, ma, appunto, della nostra “vita quotidiana”, dell’Io umano immerso nella sua prosaica dimensione sociale, con tutte le sue convenzioni, idiosincrasie, ritualità e… purtroppo,  tragedie, dovute, soprattutto queste ultime, proprio a quell’incultura (non tanto libresca, ma umana) sempre più pervicace al giorno d’oggi, a causa di una concezione della vita di tipo utilitaristico e dell’aprioristico evitamento di ogni profondità nei rapporti umani. Non un ripiego minimalistico dunque, ma la volontà di ri-partire dalle basi su cui si fonda la nostra più vicina esperienza del mondo (come il saluto al vicino di casa, o la chiacchierata al bar, o la tenuta sul luogo di lavoro), peraltro, in un momento di massimo pericolo per la sicurezza e i diritti dei singoli.

Come valuti l’ambiente giornalistico e culturale italiano? Offre sbocchi lavorativi anche alle classi giovanili?

L’ambiente giornalistico e, in genere, culturale dei nostri tempi è – non lo scopriamo certo oggi – un ambiente asfittico e  inconcludente sul piano teoretico quanto su quello della prassi, asservito a logiche economico-politche, piuttosto che capace di “illuminarle”. Tutto si risolve nella creazione dei cosiddetti “contenuti”, secondo un’unica spietata  e, quel che è peggio, spesso ingiusta legge, quella della domanda e dell’offerta (non sempre errata certo, dipende dalla  qualità delle parti contraenti e della “merce”), in cui a farla da padrone sono i triti e ritriti “buoni sentimenti” in scatola ad uso e consumo di masse non qualificate, e la volgare propaganda attuata dagli opposti interessi lobbistici, a  scapito di un più alto sentire, che, certo, è sempre stato è e sarà dei pochi; a scapito di uomini e progetti tesi a fare la Storia (non solo in termini di progresso tecnico) e non ad arrestarsi paralizzati come galline dinanzi ad un cerchio di gesso alla semplice constatazione dell’attuale stato delle cose; a scapito della creazione artistica, del “grande stile”, come diceva uno strambo filosofo tedesco dai folti baffoni ricurvi, su cui all’epoca in pochi scommisero,  ma i cui vaticinii, evidentemente, ci hanno visto lungo… Quanto agli sbocchi, in tutta franchezza, mi viene da pensare al titolo di un tormentone degli anni ’80: “No tengo dinero”, perchè questa è la risposta che ci si sente dare, poi, immancabilmente, spese folli per manager che fanno i balzeri tra pubblico e privato e denaro (nostro) elargito dai “nostri rappresentanti” (mediante il cosiddetto “reddito di cittadinanza) a completi nullafacenti senza arte (sicuramente) e senza parte (questo è tutto da vedere…).

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Futuro?

Ormai si naviga a vista, il tempo per il lavoro (o per la sua ricerca) ci toglie quello per creare, e viceversa. O si muore di fame, o si muore di noia! Laddove si vive in un mondo in cui difficilmente ci è dato di conciliare arte e vita, se non per i più nel caso sfortunato presentato da Cioran: accedendo alla poesia fallendo la propria vita. Ma, un dono ci lasciarono gli dei, la speranza!

Intervista al Prof. Angelo Panebianco

ANGELO PANEBIANCO: “IL RECOVERY FUND È OCCASIONE DI RIPRESA, SPERIAMO NON VENGA STRAVOLTO. STO LAVORANDO ALL’ULTIMO LIBRO DI UNA TRILOGIA SULLA TEORIA SOCIALE”

Abbiamo intervistato il Prof. Angelo Panebianco, esponente di spicco del panorama culturale italiano, attualmente firma del Corriere della Sera. Pertanto, le sue analisi e prospettive sul mondo giornalistico, culturale e sociale italiano sono per noi fonte di notevole spunto e formazione.

Prof. Panebianco, come valuta il lavoro informativo svolto dalla categoria giornalistica nel corso dell’emergenza pandemica?

Nella prima fase dell’emergenza tutto il mondo ha vissuto un momento di profonda confusione, dato che nessuno conosceva le modalità con cui affrontare la problematica sanitaria.                Con il passare dei mesi abbiamo fortunatamente ottenuto maggiore chiarezza, grazie a scienza e politica che hanno saputo collaborare. Tuttavia, i giornali si sono divisi secondo le linee tradizionali: quelli più sensazionalisti hanno continuato a praticare il sensazionalismo, gli altri hanno provato ad informare. L’informazione è spesso stata confusa per causa delle voci discordanti interne ad essa, la polemica sul Green Pass è esempio calzante.

Lei crede che l’estensione del Green Pass e l’eventuale introduzione dell’obbligo vaccinale potranno rivelarsi soluzioni efficaci al contrasto della pandemia?

Sono favorevole all’estensione massima del Green Pass, dato che la ritengo una spinta a fare il vaccino. Impedendo ai cittadini di recarsi in numerosi luoghi si farà in modo che essi siano portati a vaccinarsi. Sull’obbligo per legge tocca alle autorità decidere ed a riguardo non saprei esprimermi. Tuttavia, ritengo che non sarebbe una grave limitazione di libertà, dato che essere liberi non significa poter violare la salute altrui.

Di che misure sociali ed economiche avrebbe bisogno la nazione italiana per ripartire?

Sappiamo che ci vorrebbero determinate riforme in Italia, quella della giustizia e del fisco in particolare. Tuttavia, dobbiamo scindere tra quel che andrebbe fatto e quel che potrà farsi, dato che determinate “resistenze” della burocrazia in Italia sono ben risapute. Pertanto, spero che il Recovery Fund non venga stravolto e che non vada perduta una grande occasione di ripresa.

Come prospetta il futuro dell’informazione italiana?

Volendo esprimere la mia modesta impressione direi che nel lungo periodo credo si possa arrivare ad un’informazione generalizzata, basata principalmente su quella online, spesso poco attendibile e povera di contenuti. Tuttavia, penso sarà presente anche una piccola percentuale di informazione molto qualificata, sicuramente costosa, dove le testate ed il proprio marchio faranno la differenza. Tutto ciò significherà un pubblico ristretto, pagante, che potrà usufruire della massima qualità del prodotto d’informazione. Questa è almeno la prospettiva che ritengo possibile si verifichi a lungo termine.

In chiusura, quali sono i suoi progetti lavorativi futuri?

Sto lavorando alla stesura del terzo volume di una trilogia di teoria sociale. Impiego parecchi anni a scrivere libri, dato che il primo dei tre è stato pubblicato nel 2009. Il secondo è uscito nel 2018 ed è un’applicazione della teoria sociale alle relazioni internazionali. Pertanto, il terzo sarà applicazione della teoria ad alcune forme di governo che si sono negli anni succedute. Credo che ci vorranno però altri due o tre anni per riuscire a terminarlo

Intervista a FRANCESCO SUBIACO

LA CULTURA ED I GIOVANI: DIALOGO CON FRANCESCO SUBIACO

Abbiamo intervistato Francesco Subiaco, giovane intellettuale e raffinata firma de Il Giornale Off, al fine di scoprire i suoi spunti e le sue ambizioni future in ambito lavorativo e cultural.

In che modo valuti l’attuale scenario intellettuale e culturale italiano?

L’attuale scenario culturale italiano è disastroso sotto molti aspetti. È uno scenario sterile, da museo, da culto delle ceneri. In cui il trionfo di una visione neopuritana ha totalmente annientato una qualsiasi attenzione allo stile, alla forma, alla complessità del personaggio, preferendo la moralità, la giusta causa, la bontà dei personaggi. In letteratura, soprattutto, non si possono non notare le ipocrisie e le demagogie dell’arte contemporanea. Una arte vittoriana per certi versi, che vive di una morale intollerante, ma permissiva, totalizzante e totalitaria, che diventa l’alibi la giusta causa con cui si scusa il totale asservimento dello stile e della forma al consumo, al mercato. Tali difetti sono evidenti nel global novel, un genere divenuto deteriore, con lingue e personaggi da operetta. Stereotipati nella loro ricerca di fare “il bene”, di “migliorare” il lettore, guarirlo dai suoi Mali, perfezionarlo nel perfetto prototipo del cittadino globale. Una letteratura, insomma, che non riesce nemmeno ad essere propaganda, ma diventa al limite pubblicità, anche se di pessima fattura

Quali sono le tue principali figure di riferimento ideologiche?

Nonostante non mi riconosca in un discorso ideologico e sistematico, non sfuggì certamente ad un canone, a dei riferimenti culturali. Filosoficamente la mia formazione risente di pensatori irregolari, da Pascal a Onfray, da Gómez Davila a Nietzsche, riassumendo le mie idee etiche ed estetiche in due doppi binomi. Il pessimismo eroico e lo scetticismo attivista. Il primo si fonda sulla visione della limitatezza dell’agire umano, delle illusioni della ragione e delle ragioni delle illusioni, ovvero noi creiamo delle certezze, dei fantasmi, che come le utopie di Galeano esistono per permetterci di avanzare, per tenere vive le fiamme dei nostri sentimenti. Ma tutte le idee, nascono dall’illusione, dal sortilegio che noi o altri creiamo per noi stessi. Dalle finzioni della ragione, del progresso, dell’umanità, ma anche della gloria, della giustizia, dell’integrità. Tali finzioni però sono il nostro unico patrimonio, la nostra unica vera eredità. Una eredità di sogni, ricordi, che in realtà mascherano o giustificano bisogni e cambiamenti inaccettabili. Gli uomini non possono sottrarsi a questa parata, a questo perenne carnevale perché in realtà il senso dell’uomo è vanità. Vanità tutto è vanità, ma non per questo è futile. Non per questo l’uomo deve sottrarsi alla vita, del resto l’unica vera patria dell’anima è il viaggio, è la lotta, è il sentimento. Per questo l’uomo deve inseguire i propri sentimenti, i propri dei o archetipi.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Spero di poter continuare la mia attività di recensore per le testate con cui collaboro e poi finire le mie ricerche per iniziare a costruire l’architettura per i miei progetti narrativi.

 Una passione culturale che è anche collegata a quella della militanza politica. Ce ne parli?

Penso che la politica non possa prescindere da un riferimento culturale, di idee e valori condivisi, che ogni grande utopia dell’uomo  non possa fare a meno di ispirarsi all’arte. Per questo ho scelto di entrare nei giovani Repubblicani, per poter rendere forti i vecchi sogni ora che a lume spento viviamo in una epoca di insonnia delle idee. Portando avanti le idee di Mazzini, restituendo ad una dimensione contemporanea, popolare, nazionale. Una dimensione che non può prescindere da una identità culturale che non vuol dire solo essere se stessi, ma diventare sé stessi. Da qui la necessità di una doppia militanza una politica nel gruppo fondato da Marco Spina, per costruire una Italia forte, nazionale, popolare, presidenzialista e garantista. Ed una coscienza nazionale che nasca in contrapposizione al globalismo e sia capace di attraversare la globalizzazione consapevolmente

Come ritieni dovrebbe evolversi lo scenario politico nazionale in futuro?

L’Italia dovrà superare l’ottica del multipolarismo e raggiungere un più consapevole bipartitismo, in cui un grande partito Repubblicano del centro destra si scontra con un grande partito democratico del centro sinistra, in uno scenario in cui vengono meno i retaggi meschini dell’immobilismo del regime parlamentare, superabile attraverso un semipresidenzialismo alla francese, e della collusione tra magistratura, politica e media attraverso una riforma della magistratura in senso garantista, donando finalmente una dignità alla dimensione politica che da Tangentopoli ad oggi è stata negata. Penso che in questo senso la battaglia della FGR  per trasformare in questo senso il nostro paese non sia solo necessaria, ma santa e rivoluzionaria.

INTERVISTA CAMILLA SCARPA

L’editoria italiana in questi anni sta vivendo la rinascita di una prospettiva controcorrente, lontana dai dogmi del politicamente corretto, che lotta per sottrarre alle mani avide della cancel culture, autori straordinari e immensi, colpevoli di aver scelto posizioni controverse, idee spregevoli. Ma nemmeno l’onta delle scelte sbagliate può impedire a questi autori di essere riconosciuti come maestri, come capolavori. Da Drieu la Rochelle a Carli, da Dugin a Orwell. Proponendo una editoria non ideologica, che rinuncia al culto dei santini della parte sbagliata e sfida le convenienze politiche per portare avanti il vessillo di una letteratura aristocratica, estetizzante. Tra queste figure spicca l’editrice Camilla Scarpa, intellettuale e traduttrice veneziana che ha proposto, tramite la sua Aspis,opere di spessore. Dal D’Annunzio intimo di Marinetti alla Quarta teoria politica di Dugin. Proponendo una letteratura non di parte, ma una parte della letteratura che non si può ignorare. Attraverso traduzioni raffinate e acconce(come direbbe Gadda) . Abbiamo incontrato l’editrice Scarpa mentre nel suo ufficio traduceva una delle nuove opere del suo catalogo.

Che opera sta traducendo?

Sto traducendo il romanzo allegorico di uno psichiatra, amico di Jung, “Come il giorno e la notte” un romazo inedito degli anni trenta, che in questo libro del 1934 ricostruisce e dà vita attraverso l’allegoria di una città utopica divisa in due parti che rispecchiano le parti dell’animo umano, di giorno e di notte, in cui il protagonista viene condotto in un viaggio virgiliano all’interno dell’inconscio umano, delle parti di Individua e Collettivopoli che rappresentano la parte più individualista e collettivista dell’animo umano. Una romanzesca divina commedia all’interno dell’inconscio umano tra archetipi e suggestioni.

Come è nata l’idea di fondare la casa editrice Aspis? Quale è il significato del suo nome?

Successivamente ai miei studi universitari mi sono unita d un gruppo di studiosi e ricercatori che hanno dato vita alla casa editrice Novaeuropa. Dopo quattro anni, vedendo che avevamo obiettivi e progetti diversi, ho deciso di seguire un mio indirizzo, per affiancare ad una parte storica-filosofica una dimensione più narrativa, attraverso pubblicazioni di romanzi, come i testi di Drieu La Rochelle, che ho proposto tramite Aspis. Ispirandomi poi ai progetti editoriali dell’Adelphi,riproponendo molti classici della letteratura francese segreta, grazie anche alla collaborazione con Marco Settimini. Il nome Aspis nasce dall’aspide, il serpente che ha morso Cleopatra, e dalla pianta dell’aspidistra. Una pianta che è centrale nell’opera di due grandi autori a cui sono legata. All’Orwell di  Fiorirà l’aspidistra e poiché è una ad una delle piante della tradizione esoterica di Evola

Cosa legge, quali sono i riferimenti culturali?

I miei riferimenti nella saggistica sono soprattutto Carl Schmitt e le sue opere, nella narrativa invece preferisco le opere di Drieu La Rochelle e Mishima, nonostante io provenga da una area politica di sinistra, che non impedisce che io abbia una propensione estetica verso Mishima, Oscar Wilde, Cacciari.

La sua casa editrice ha autori controcorrente ed interessanti, quale è la sua idea dell’editoria?

Io ho una idea di editoria adelphiana, attraverso l’uso di eleganza, imperdonabilità, una visione di editoria aristocratica, quasi iniziatica. Che però non deve scadere nell’imitazione. Infatti la mia Aspis anche graficamente è molto diversa soprattutto perché le mie copertine si ispirano al futurismo russo, ad una visione grafica di avanguardia, un po’ elegante un po’ punk

Quali saranno le prossime uscite? Ce ne può parlare?

Intermazzo romano è già in stampa e l’anno prossimo porterò il terzo inedito di Drieu La Rochelle, che secondo me è anche il più bello ed intenso, una favola byroniana tra esotismo ed estetismo di cui non riveleremo il nome ancora. Ciò soprattutto perchè preferisco il Drieu più dandy che politico, più narratore che saggista. Del periodo dell’Uomo a cavallo e dei Cani di paglia, Fuoco fatuo, amo molto il Drieu sucida ed infatti porteremo anche alle stampe un opera di Rigaut

Intervista a FABIO AMENDOLARA

FABIO AMENDOLARA: “LE MISURE GOVERNATIVE PRESE CONTRO LA PANDEMIA SONO STATE IMPROVVISATE E DANNOSE PER ECONOMIA E SALUTE DEI CITTADINI”

Abbiamo intervistato Fabio Amendolara, pregevole firma del giornalismo italiano ed autore di inchieste e pubblicazioni relative alle pagine storiche maggiormente oscure verificatesi dal secondo dopoguerra ad oggi. Attualmente, è firma di La Verità e Panorama. Pertanto, le sue prospettive e considerazioni relative alla situazione pandemica, così come al futuro della politica e della giustizia in Italia sono per noi formative e fonte di notevole spunto per il futuro.

In qualità di giornalista, come valuta il lavoro comunicativo ed informativo svolto dalla sua categoria nel corso di questa emergenza?

I media italiani non erano pronti. C’è stata molta disinformazione, soprattutto nella prima fase della pandemia. Poi la comunicazione si è adattata all’epidemia appiattendosi sulle posizioni ufficiali delle autorità. C’è stata poca controinformazione, insomma. A me, per esempio, è bastato seguire qualche inchiesta giudiziaria sui morti causati dai vaccini per essere additato come un negazionista. Ecco, chi cerca di capire cosa ci sia dietro alle notizie ufficiali, ovvero chi fa giornalismo investigativo, non è tollerato. Apriti cielo quando ho scoperto che in Veneto nel drammatico conto dei morti per Coronavirus c’era finito di tutto: dagli incidenti stradali ai morti sul lavoro. Piace, e viene invitato in tv, invece, chi parla alla pancia: magari con le interviste tragiche che servono ad alimentare il clima di terrore verso il virus. Ma che non spiegano dinamiche, non raccontano gli errori e le errate valutazioni di chi governa. C’è poi stata una fase piena di fake news che hanno creato e alimentato i gruppi di complottisti e di negazionisti.

Pensa che misure al vaglio della politica, come l’estensione del Green Pass ed eventuali obblighi vaccinali, possano realmente rivelarsi efficaci? Oppure si rischia di limitare libertà personali senza produrre neanche dei benefici?

Penso che le misure prese dal governo siano state molto improvvisate e che abbiano danneggiato l’economia e la salute dei cittadini. Mi riferisco ai pazienti oncologici, per esempio, che hanno rinviato visite e cure. Penso anche che gli uomini scelti dal governo per gestire la pandemia si siano rivelati totalmente inadeguati. Uno su tutti l’ex commissario straordinario Domenico Arcuri.

Ritiene utile la battaglia per i referendum sulla giustizia, al fine di scardinare il marcio presente attualmente in parte della Magistratura?

Lo ritengo assolutamente utile. Bisognerebbe accompagnarlo però con un’attività informativa più fitta. Dopo tutto quello che è accaduto con la giustizia in Italia, i cittadini hanno bisogno di una informazione reale. I giornali della vulgata, invece, continuano a schierarsi con gli amichetti che hanno nei posti chiave.

Di quali misure economiche crede abbia bisogno l’Italia?

L’Italia deve ripartire. Spero che la gestione del Pnrr non finisca all’italiana, ovvero come tutte quelle misure che hanno immesso grandi flussi finanziari e che poi sono finiti nelle mani sbagliate. Non dimentichiamo quello che è accaduto con il terremoto del 1980. Per far funzionare il meccanismo del Pnrr serve che anche chi è delegato al controllo faccia la sua parte e con una certa celerità. 

Come giudicherebbe l’eventuale formazione di un partito unico del centrodestra? Magari proprio sulla scia del Partito Repubblicano Americano..

Non mi occupo di politica, ma mi sembra che sia diventata così fluida che tra poco parleremo già di schieramenti diversi. L’idea del partito unico del centrodestra potrebbe essere stata già superata. Purtroppo i partiti si adattano con troppa facilità alle leggi elettorali, senza tenere troppo in conto idee e tradizioni.

Quali sono i suoi progetti lavorativi e letterari per il futuro?

La mia ultima pubblicazione s’intitolava VelEni, mi ero occupato degli strani meccanismi usati dalle compagnie petrolifere ai tempi di Mattei. Ma dopo essermi occupato del faccendiere Piero Amara ed aver scoperto che le strategie dell’epoca non erano tanto distanti da quelle usate oggi, credo che debba concentrarmi su un VelEni II. Ma per ora è solo un’idea.

Intervista a BEATRICE GIGLI

BEATRICE GIGLI:”L’INFORMAZIONE DI QUALITÀ DEVE ESSERE CONCRETA E DEVE PRODURRE CHIAREZZA. DURANTE LA PANDEMIA NE ABBIAMO VISTA POCA

Abbiamo intervistato Beatrice Gigli, professionista della comunicazione e del giornalismo italiano. Con le sue prospettive ed analisi sul mondo lavorativo giovanile, sull’operato giornalistico durante l’emergenza e sull’apporto della comunicazione in ambito politico è stata per noi di notevole spunto.

Da professionista della comunicazione, ritiene che il mondo giornalistico abbia svolto correttamente il proprio ruolo informativo, nel corso dell’emergenza pandemica?

Oggi, con un semplice smartphone e attraverso i tanti canali social, chiunque fa notizia. L’informazione però è qualcosa di più, è, secondo me, una comunicazione di qualità che distingue chi dovrebbe saperla fare, cioè il giornalista, da un qualsiasi divulgatore. Sempre secondo me, un’informazione di qualità deve essere concreta,  efficace ed inequivocabilmente finalizzata a produrre chiarezza. Nel periodo pandemico, quanta comunicazione è stata fatta con queste peculiarità? Forse poca…

In che modo nasce la sua passione ed il suo avvicinamento a questo settore?

Gli studi umanistici sono stati fondamentali per la mia formazione, per il metodo di studio ma ancor di più per relazionarmi con gli altri. Ho scelto la laurea in economia perché volevo una mia azienda, e per farlo avevo bisogno di una buona base per le giuste strategie di marketing e di gestione d’impresa. Ho avuto subito molto chiara la Beatrice Gigli Communication: mettere in comunicazione persone, aziende, istituzioni, sviluppare progetti di comunicazione e di co-marketing, gestire ufficio stampa e le media Relations, organizzare eventi culturali e corporate. I lavori sono venuti per caso, a volte per fortuna. Al giornalismo proprio non ci pensavo ma  lavorando nel settore della comunicazione me ne sono appassionata, e adesso scrivo di cultura e società per diversi giornali.

Quali sono le prospettive lavorative e di studio in questo settore? Soprattutto per le nuove generazioni..

Secondo me la formazione, oltre quella scolastica e universitaria, è nutrirsi continuamente: leggere molto e tutto, guardare film e documentari, interessarsi all’arte, andare a teatro, ascoltare musica. Le prospettive, poi, dipendono da noi.

Che tipo di persona è Beatrice Gigli, al di là dell’ambito professionale?

Conduco uno stile di vita semplice e cerco di lavorare molto su me stessa.

Di che misure sociali e politiche avrebbe bisogno la nazione italiana?

In un contesto indissolubilmente globale e sovranazionale, come la nostra Unione Europea, parlare di politica a carattere nazionale è  riduttivo e illusorio. Sicuramente per tutti è necessaria una politica per il sociale, cioè di un sistema che restituisca dignità ai cittadini esclusivamente attraverso la garanzia di un lavoro dignitoso, riducendo l’assistenzialismo solo per coloro che fisicamente non hanno possibilità di lavorare. Lo Stato ha il dovere di aiutare nelle difficoltà i propri cittadini per incentivarli ad essere produttivi e non per viziarli alla passività…

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Avere progetti.

Intervista a MAURO CASCIO

MAURO CASCIO: “LA MASSONERIA È UNA RAPPRESENTAZIONE DI CONCETTI FILOSOFICI. LA SUA BRUTTA REPUTAZIONE È DOVUTA ALLA FALSA NARRAZIONE DI ESSA, DA PARTE DEI GIORNALISTI”

Mauro Cascio, editorialista de La Voce Repubblicana, curatore dell’Almanacco Repubblicano, è un filosofo che ha all’attivo decine di curatele e tanti libri come autore. Il suo “Piazza Dalmazia” ha conosciuto anche una riduzione teatrale qualche anno fa al Tertulliano di Milano con Margò Volo. Anche “Dove sei?” è stato bene accolto dalla stampa, un dialogo a due voci con il rabbino capo della comunità ebraica di Trieste. Infine, “Davanti alla fine del mondo” ha ispirato l’omonimo disco di Roberto Kunstler, lo storico autore di Sergio Cammariere, pubblicato da Sony. Noi di Generazione Liberale abbiamo avuto il piacere di dialogare con lui, al fine di scoprire i suoi punti di vista, le sue radici ideologiche e culturali ed i suoi progetti futuri.

La sua formazione culturale è certo collegata anche ai suoi studi filosofici. Quali sono i suoi principali riferimenti in materia?

«L’idealismo. Hegel su tutti, preparato da Kant, da Fichte, da Schelling. E poi gli italiani: Vera, Gentile, Croce. Interessante una lettura hegeliana del pensiero più profondo della contemporaneità, quello di Emanuele Severino, per come è stato proposto dall’Abbagnano o da alcuni allievi dello stesso Severino, come Massimo Donà».

Spesso i filosofi vengono tacciati di eccessiva distanza dai canoni della società. Come invertire questa tendenza ideologica?

«Perché invertirla? Si è creduto forse a torto che la filosofia dovesse cambiare il mondo, non pensarlo. Forse è giusto che ognuno faccia il suo mestiere. La filosofia deve arrivare alla comprensione del tutto, al Sapere Assoluto, qualsiasi cosa questo voglia dire oggi. Non possiamo immaginare di usare la filosofia per andare a fare gli opinionisti televisivi. Per questo bastano i virologi. È tempo che si torni a fare filosofia sul serio, senza clamori, senza riflettori, senza claque. La filosofia non è mondana, o almeno non necessariamente. Non consiste in un parco autori per farsi belli nei salotti o negli editoriali dei giornali più alla moda. La filosofia è studio, disperato, appassionato. Ed è condivisione con chi si fa carico dello stesso travaglio. Non è spettacolo, non è intrattenimento. Certo, un dibattito qualificato, o la produzione di significativi contributi, utili alla crescita della società, possono servire per far maturare lo Spirito di un popolo, cioè la sua cultura. Ci farebbe bene. Ma non possiamo immaginare che la filosofia adesso si metta a far politica»

All’interno dei suoi lavori saggistici e giornalistici compare con frequenta l’argomento Massoneria. Può spiegarci i valori ed i concetti principali che rappresenta questo mondo? Ci sono delle diffidenze, come le spiega?

«Il giornalismo fa il suo mestiere. Che è quello di raccontarci un mondo che non c’è. È per via di quel mattone fondamentale per chi si occupa di comunicazione che il Lepri, uno dei manuali storici, chiamava ‘notiziabilità del dato di informazione’. Banalmente: se un cane mi morde, non c’è notizia. Se io mordo un cane, allora sì. Cosa succede? Che finiamo per dar retta allo stra-ordinario, non all’ordinario. E descriviamo e raccontiamo un mondo paradossale, dove gli uomini mordono i cani. La Massoneria è finita in questa lente deformata. Per cui non viene raccontata per quello che è. Viene raccontata per quello che certo appetito o certa curiosità vuole che sia. La si adatta a un gusto, per così dire. La Massoneria cos’è? Una chiesa, laica, della filosofia. Definizione troppo essenziale e in sé lacunosa, ma ci accontentiamo per ora. Hegel diceva che i concetti hanno bisogno di ‘rappresentazioni’, così la Massoneria è una ‘rappresentazione’ di concetti filosofici. Funziona così anche con le religioni a dire il vero e più in generale, con tutte le produzioni della nostra cultura. I nostri valori, per dire così, si oggettivizzano, si danno una dimensione plastica. La Massoneria oggettivizza un certo modo di vedere il mondo. Non ha una verità assoluta, ma la cerca. Si pone in posizione speculare opposta alla religioni rivelate. La religione ritiene di avere un accesso privilegiato all’Assoluto. La Massoneria no. Ritiene che l’uomo possa tendere verso, ma non possedere. Una mentalità che in alcuni momenti del divenire della storia (l’unico palcoscenico dello Spirito) ha dato origine all’Illuminismo, alla modernità. Ma c’è un particolare. Che a sentire parlare della Massoneria per quello che è stata o è, incluso il suo ruolo nei risorgimenti nazionali o nelle Rivoluzioni Francesi e Americana, uno si annoia. Ti stai annoiando persino tu. E in questo momento siamo in due. Io che parlo e tu che ascolti. Quindi? Quindi il giornalismo si occupa di quello che non annoia, di quello che crea interesse. Del pepe. E quando non c’è glielo si mette. La Massoneria si presta particolarmente, essendo la progenitrice stessa delle teorie del complotto, già dai tempi dei Protocolli dei Savi dei Sion. Gli altri oggi sono dilettanti. Ed ecco che nei giornali leggiamo ogni sorta di patologia, vera o presunta. Poco importa se è una patologia che riguarda lo zero virgola qualcosa. La trovi ogni giorno sui giornali. Non serve a nulla fare osservare che sono fenomeni marginali. Poi, ovvio la Massoneria ha dei difetti, ci mancherebbe. Si tratta anche di vedere se oggi sia all’altezza del suo ruolo storico. Ma non essere all’altezza vuol dire essere mediocri, al peggio, non delinquenti».

Di che interventi sociali avrebbe bisogno la nazione italiana dal suo punto di vista?

«Non saremmo repubblicani se non avessimo interesse nel sociale. Ma vanno superate, e in questo dobbiamo recuperare le nostre radici mazziniane, le contrapposizioni. Questa legge elettorale ci ha inguaiato. Ha esaltato il tifo da stadio. Non ce la possiamo permettere. Riusciamo a dividerci in opposte fazioni e ideologizzare la qualunque. Non mi piace pensare a una classe sociale o a una parte qualsiasi, ma alla totalità degli italiani. Un’armonica composizione delle differenze. Non una guerra partigiana, ma una compiuta sintesi tra le diverse istanze. Lo Stato non è una maggioranza rancorosa che governa a dispetto di una minoranza che studia il modo per diventare a sua volta maggioranza. Siamo ridotti a questo. Dobbiamo educare alla responsabilità comune. Dobbiamo educare ad un grande centro e a un progetto condiviso che non insegua emergenze, ma pianifichi strategie. Invece siamo schiavi di un contingente che non ci fa respirare, ma che alimenta i nostri litigi, che esaspera le differenze, che inquina i toni. Oggi fa politica chi ha l’offesa più intelligente o la battuta più arguta. Perché, di fatto, basta demonizzare l’avversario. Educare al centro vuol dire questo. Costruire insieme la nostra ipotesi di futuro».

Valuta positivamente la battaglia per i 6 referendum sulla giustizia?  Crede possa servire per scardinare il marcio presente in parte della magistratura?

«Assolutamente sì. La giustizia è tra l’altro uno dei temi in cui i repubblicani si sono impegnati in Programma per l’Italia con il prof. Cottarelli, assieme alle altre forze lib-dem (radicali, Azione di Calenda, Ali e Oscar Giannino, liberali)».

Quali sono i suoi progetti lavorativi e letterari per il futuro?

«Ho fatto tanti di quei libri che mi auguro i lettori nuovi, intanto, scoprano o riscoprano. Sta per uscire, per Mimesis, “Introduzione alla filosofia di Hegel” di Augusto Vera. Un grande classico a mia cura in prima edizione italiana»