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ADDIO A LINO CAPOLICCHIO

– Francesco Subiaco

Il 3 maggio 2022, ci ha lasciato l’ultimo divo del cinema italiano: Lino Capolicchio. Capolicchio tra i protagonisti più interessanti di mezzo secolo di cinema nostrano ha cambiato per sempre l’idea che molte generazioni si sono fatte della settima arte, attraverso ruoli indimenticabili. Da “La casa delle finestre che ridono” di Pupi Avati al “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica, passando per l’esperienza teatrale con Giorgio Strehler. Nato a Merano nel 1943, ma vissuto a Torino, inizia ad affacciarsi al mondo dello spettacolo dopo essersi diplomato all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, esordendo con Giorgio Strehler del Piccolo Teatro di Milano ne Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni, nel 1964, mentre l’anno dopo sempre sotto la regia del maestro del Piccolo prenderà parte a Il gioco dei potenti, tratto dall’Enrico VIII. Seguono altri successi sul palcoscenico, poi la Rai lo chiama a interpretare il ruolo di Andrea Cavalcanti nello sceneggiato Il conte di Montecristo. Una carriera che inizierà brillantemente con la partecipazione alla Bisbetica domata di Franco Zeffirelli, con Richard Burton e lo porterà a lasciare il segno in tutte le sfumature dello spettacolo, dagli sceneggiati bulgakoviani, alle pellicole più innovative di Pupi Avati, eternandosi nel ruolo del giovane Giorgio, elegante e disperato, del “Giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica. Tra le rappresaglie della resistenza del Mussolini ultimo atto di Lizzani e il settecento gotico e fiabesco, nostalgico e poetico di Le strelle nel fosso e Noi tre di Avati, declinando nei suoi ruoli tutte le sfumature, i turbamenti, le crisi, dell’animo umano, diventando un monumento immortale di cosa voglia dire il mestiere dell’attore. Attore, uomo di spettacolo, ma anche regista, che nel Diario di Matilde Manzoni e I pugili ha mostrato una capacità registica che giustificano gli accostamenti fatti a Kubrick, a Visconti. Un personaggio dal sapore shakespaeriano, che già in vita poteva essere già definito un classico ed un immortale della cultura italiana, che lascia ai posteri un ritratto di un teatro e di un cinema lontano, poiché, come affermò in una intervista: “I grandi autori classici tendono ad essere sostituiti in nome della modernità e del successo da mediocri e insignificanti scrittori. La qualità viene sostituita da un’idea di quantità e questo porta inevitabilmente alla paralisi di ogni possibilità espressiva e creativa”. Dopo aver lavorato con Carmelo Bene, con Pasolini, con Avati, di fronte ad un cinema piegato al mondo della quantità e della volgarità, in cui nulla è unico e tutto è riproducibile ed insignificante, Capolicchio resta l’ultimo testimone di un cinema e di una vocazione attoriale che fanno dell’arte un trampolino per l’assoluto, una presenza del sacro, che vedono nel teatro e nel cinema non solo una visione becera ed economicistica dello spettacolo, ma un sortilegio che si crea tra l’interprete e il pubblico, che non vuole fare arte per far passare il tempo, ma per renderlo favoloso. Una visione artistica, che viene portata avanti dagli allievi di Capolicchio, soprattutto dai fondani Fratelli Gianmarco e Francesco Latilla, che nella loro opera, nei loro progetti portano il segno di un apprendistato per l’assoluto, della missione sacrale e visionaria del cinema, maturata formatasi grazie alla lezione del maestro di Merano, facendola propria nel loro cinema e nella loro idea di spettacolo. Mentre i media diffondono la notizia della sua scomparsa, non si può non pensare al suo Leopold Mozart, a Silvano, a Giorgio, a Emilio, a Stefano, ai mille volte e ai mille nomi che ha saputo evocare in più di mezzo secolo di carriera, non interpretando soltanto dei personaggi, ma dando un nome e un volto a degli stati d’animo, a dei miti, dell’animo umano, lasciandoci con la desolante constatazione che con Lino Capolicchio l’Italia perde un altro unico ed imperdonabile maestro.

FI: Rina Grasso nuova vice-coordinatrice di Giovani Roma Capitale

Roma, 29 apr – (Nova) – Ieri nel corso del Direttivo Capitolino di Forza Italia Giovani e’ stata annunciata la nomina di Rina Grasso quale nuova vice coordinatrice di Roma. Una nomina che si inserisce in un complessivo riassetto del movimento volto ad affrontare al meglio le prossime sfide. Cosi’ una nota stampa del Coordinamento Capitolino di Forza Italia Giovani. “Ringrazio il Coordinatore Regionale Simone Leoni e il Coordinatore Capitolino Riccardo Serino per l’incarico che hanno deciso di affidarmi – dichiara Grasso – dimostrandomi una fiducia che ripaghero’ con impegno e dedizione verso il nostro movimento giovanile”. (Com) NNNN

LORENZO PREGLIASCO: “PUTIN HA SOTTOVALUTATO LA COMPATTEZZA OCCIDENTALE. ORA GLI ITALIANI VEDONO LA RUSSIA COME UNA MINACCIA REALE”

– Tommaso Alessandro De Filippo

Abbiamo intervistato Lorenzo Pregliasco, fondatore di YouTrend, volto televisivo ed esperto sondaggista ed analista italiano. Autore del testo “Benedetti Sondaggi”, Pregliasco svolge un ruolo informativo e comunicativo importante in un momento storico così complesso ed instabile, dove gli stravolgimenti anche geopolitici impattano notevolmente sulla percezione e gli interessi dei cittadini italiani.

Dott. Pregliasco, quali sono le sue considerazioni in merito all’evoluzione del conflitto tra Russia ed Ucraina? Crede che l’Occidente stia attuando una strategia di risposta compatta ed efficace verso il nemico russo?

Ritengo che la Russia abbia sottovalutato la capacità di risposta occidentale, scommettendo erroneamente sulla disgregazione politica dell’Unione Europea e sulla distanza tra essa e l’alleato USA. Nel mio articolo pubblicato sul primo numero della rivista Domino, mensile di geopolitica diretto da Dario Fabbri ed edito da Enrico Mentana, spiego come l’Occidente si sia allontanato dalla figura di Putin dall’inizio del conflitto in Ucraina. Le azioni politiche del Cremlino hanno prodotto una riluttanza nelle nostre opinioni pubbliche e nel nostro tessuto popolare. In Italia si è rapidamente allargato l’indice di cittadini che disprezzano la figura di Vladimir Putin e le istituzioni russe, dimostrandosi intenzionati ad agire contro di esse. C’è un indice favorevole verso lo strumento delle sanzioni europee, mentre l’approvazione è inferiore sull’invio di armi ed equipaggiamenti ed è bassa sull’ipotesi di inviare militari nostrani a combattere direttamente in Ucraina. Resta da vedere se questo sentimento di paura che identifica Putin e la Russia come una minaccia concreta reggerà nel tempo: dipenderà dalle conseguenze economiche delle sanzioni e dall’evolversi della guerra.

Come prospetta le elezioni politiche italiane del 2023? Che riscontro elettorale si attende?

Sarebbe impossibile ad un anno di distanza dalle elezioni politiche prevedere un esito ed uno scenario esatto. Il fattore chiave della legislatura attuale è stato quello dell’imprevedibilità, dato che dal 2018 in poi abbiamo assistito a stravolgimenti, inversioni di tendenza e nuove alleanze che nessuno si sarebbe mai aspettato. Il mondo in generale sta dando ampi segnali di instabilità da qualche anno a questa parte, pertanto in un anno sarà possibile assistere ad ulteriori novità politiche e sociali in Italia. Quel che sembra probabile è la possibilità di assistere ancora in futuro a governi di larghe intese, frutto di accordi politici ed istituzionali figli della necessità. Con il taglio dei parlamentari in vigore dalla prossima legislatura le maggioranze politiche, soprattutto al Senato, potrebbero essere piuttosto risicate, così da determinare nuovi accordi tra forze parlamentari che in campagna elettorale si son date battaglia.

Quali sono i principali interessi degli italiani in ambito politico?

In questo biennio pandemico la salute è balzata al primo posto tra gli interessi degli italiani, come pienamente comprensibile. In linea generale il nostro è un popolo abbastanza concreto, attento alle necessità quotidiane come quella di trovare lavoro e realizzarsi economicamente e professionalmente. L’interesse verso l’ambiente si è parecchio incrementato negli anni recenti, anche se subisce il grande solco generazionale tra i giovani elettori, che pongono l’ambientalismo al primo posto, e gli elettori adulti, meno interessati e coinvolti in questa dinamica. Pertanto, nonostante l’incremento riscontrato l’ambiente è ancora “battuto” dall’interesse lavorativo per la maggior parte dei cittadini del nostro paese.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Al primo posto c’è quello di continuare a migliorarmi, proseguendo ed ampliando i contesti di mio interesse umano e lavorativo. Scrivere e pubblicare il mio testo “Benedetti Sondaggi” mi ha impegnato abbastanza, ma al tempo stesso dato soddisfazione. Inoltre, la realtà di YouTrend si è ormai strutturata negli anni ed ha intrapreso collaborazioni importanti con associazioni, ambiti istituzionali ed aziende che commissionano lavori ed indagini. Questo ha permesso incremento e perfezionamento professionale per coloro che lavorano con noi, soprattutto in ambito comunicativo e di analisi dei dati.

 

ED È SUBITO 1994: BERLUSCONI SI RIPRENDE LA SCENA POLITICA DEL CENTRO DESTRA

Pubblichiamo di seguito l’articolo di RINA GRASSO, originariamente caricato su Lalanternaweb.it e dedicato al ritorno di Silvio Berlusconi nella scena politica del centrodestra.

“In questi 28 anni abbiamo scritto la storia politica dell’Italia abbiamo reso possibile l’esistenza di un centrodestra di governo, un centrodestra che senza di noi non sarebbe mai esistito, non esisterebbe oggi e non potrebbe esistere neppure per il futuro. Siamo consapevoli che tutto questo è indispensabile e insostituibile per il futuro dell’Italia”. Così Silvio Berlusconi ha aperto il suo intervento alla “due giorni di lavori ed incontri” di Forza Italia, che si è tenuto in presenza dopo la pandemia con una risposta fortissima in termini di partecipazione.

Molti gli argomenti affrontati durante l’intervento del Presidente Berlusconi, dalla nascita del partito a quella del bipolarismo in Italia, ribadendo la centralità del nostro Paese nel mondo. Berlusconi ha rimarcato come la sua politica internazionale sia stata fondamentale “al noto accordo Nato-Russia, di  Pratica di Mare nel 2002”, che cercava di “includere anche la Russia in un nuovo progetto di sicurezza europea raccogliendo consensi anche dagli americani”.  Il Cavaliere si dice fortemente deluso dal comportamento dell’ormai ex amico Putin, confermando la sua posizione europeista e disapprovando l’invasione dell’Ucraina.

Il Grande leader italiano nei suoi quasi 60 minuti di intervento ha ribadito l’unità e la lealtà che lega gli azzurri agli alleati di centro destra rimarcando però una diversità infatti Berlusconi conferma che “Forza Italia è l’alternativa alla sinistra ma anche distinta dalla destra”.

Diversi sono stati gli ospiti, rappresentanti di varie categorie, che sono intervenuti con contributi molto seguiti, in particolare risonante la partecipazione di Bonomi, Presidente di Confindustria, che ha lanciato un appello poiché, dopo i governi Berlusconi, la politica non ha più parlato alle imprese.

E così Berlusconi ribadisce la centralità delle imprese nella visione politica di FI, promuove il Premier Draghi e mette in guardia l’esecutivo sulla questione casa, contestando la riforma del catasto e opponendosi alla prospettiva di nuove tasse ,ribadendo che gli azzurri non permetteranno “mai a nessun governo di mettere le mani nelle tasche degli italiani”.

Ancora una volta il Presidente Berlusconi ha indicato la linea che riporterà il centro destra al governo, e come disse una volta Giulio Andreotti: “So di essere di media statura, ma non vedo giganti intorno a me.”

LA GRECIA ETERNA DI NIKOS KAZANTZAKIS

– Francesco Subiaco

Il paesaggio onnipotente greco abbaglia l’uomo come una sfavillante fondale, in cui si inscena le commedia dell’eterno, dove il capocomico, Dioniso, in ogni squarcio, in ogni lampo sembra alludere al mito, al passato epico e divo del suo popolo, agli sprazzi folli della tragedia, della rivolta, degli eroi. È una Grecia iniziatica, mistica, eroica, quella raccontata da Nikos Kazantzakis nel suo “La mia Grecia” (CROCETTI). Una raccolta di scritti di viaggio in cui l’autore del monumentale sequel dell’Odissea, racconta ed eterna il paesaggio del Peloponneso durante il suo gran tour dei luoghi primigeni della civiltà ellenica. Da Micene a Sparta, dal fascino di Elena alle Olimpiadi, il viaggio di Kazantzakis, commissionatogli dal giornale greco “Kathimerinì”, racconta al lettore una Grecia unica, misterica e areteica, aristocratica e popolare, in cui le braci della tradizione e del passato ardono e infiammano ancora il presente. Un viaggio tra i luoghi nativi dell’occidente in cui l’autore desidera una nuova Grecia, capace di raccogliere le ambizioni del passato, di essere degna dei suoi antenati. Una Grecia non di custodi o guardiani, ma di fondatori, di avventurieri, di eroi. Capaci di considerare il loro passato non una eredità, ma una linfa vitale per una nuova resurrezione ellenica, in cui i suoi cimeli attici sanguinino ancora, poiché l’unico modo di venerare una tradizione è viverla. Mentre si aggira tra le rovine spartane, i ruderi micenei e i fantasmi dei Dori, Kazantzakis scrive un rapporto su quel mondo contadino, popolare e perduto, arcaico e paesano, eterno e crudele, che vuole conservare. Salvando le parole del vecchio greco demotico, in cui si annidano ancora termini omerici, ricordi mitici, significati lontani che nei suoi viaggi raccoglie, fa resuscitare e mette nei suoi testi. Una immersione in un mondo lontano, ciclico, che vive in sintesi con le stagioni, poiché sa ancora respirare gli echi dei passati perduti, senza rimpiangerli, e capace di una disperata vitalità che non vede il significato della vita nel denaro, nella morale, nella bellezza fine a sé stessa, ma nella lotta. La lotta che l’uomo compie ogni giorno contro il proprio destino, trasformando quella mera sopravvivenza in un rito, in un segreto. In questo ritorno all’eterno Kazantzakis riscopre le radici dell’uomo, il vero compito dell’arte, in relazione al mondo classico. Il suo non è un classicismo d’imitazione, una estetizzazione dell’epoca antica, ma una resurrezione del sangue, delle inquietudini e delle tragedie che si nascondono nelle prigioni di marmo e di bronzo degli artisti dai nomi sconosciuti di quel passato arcaico, che vedevano nello stile l’armonia e nell’arte un legame carnale e indissolubile con la vita, con la lotta, con la tragedia. Un viaggio fatto di incontri illustri di conversazioni impossibili, dai sogni del filosofo bizantino Pletone, alle ombre di Costantino Paleologo, attraversando i silenzi dei monasteri, i templi arsi dai tramonti, i mercati popolari, le bettole goffe e amichevole dell’entroterra popolare. Mostrando quanto artista sia chi ancora vede nel mito il linguaggio segreto dell’eterno.

IL DIO SENSIBILE E IL PANTEISMO

– Francesco Subiaco

C’è un fiume carsico nella storia della filosofia che da sempre ha cercato di rompere i dualismi che compongono e formano l’animo umano, attraverso una sintesi ed identità tra essi. Cuore e ragione, Mente e Corpo, Res cogitans e Res Exstensa, ciò che è contro ciò che appare. Il mondo e l’uomo sono sempre stati rappresentati tramite delle separazioni, quando invece andavano descritti attraverso delle distinzioni. È questa la svolta filosofica che porta il panteismo. Rappresentare l’identità tra mente e materia, tra libertà e necessità, tra il mondo e Dio. Una rappresentazione che da David di Dinant a Spinoza, passando per Bruno e Cusano ha rappresentato un punto di rottura con la tradizione occidentale. Per riscoprire questa visione è necessario leggere il testo di Emanuele Dattilo “Il dio sensibile. Saggio sul panteismo” (NERI POZZA). Attraverso il saggio il lettore si trova di fronte alla realtà di un mondo in cui il trascendente si fonde con l’immanente, l’intellegibile col sensibile, una visione che libera, secondo il suo autore, gli uomini dalle prigioni dei paradisi perduti delle religioni, dalle trappole degli spiritualismi, già decostruite nel Trattato teologico politico di Spinoza, che con la promesse di un altrove soprannaturale e il timore-tremore della crociata tra bene e male, rinchiudono l’uomo nei paradisi artificiali della provvidenza, del libero arbitrio, del castigo millenario. Il panteismo, che per Bruno, David di Dinant e altri autori, si configura come un materialismo, permette all’uomo di ripensare la realtà e il concetto stesso di felicità, superando i dualismi e le narrazioni messianiche. Tramite una visione per cui nell’unità tra sensibile e intellegibile il male non esiste, la coscienza è un frutto della sensibilità, ripensando le maggiori categorie dell’occidente. In questo periodo di crisi del modello dualistico occidentale, di fusione tra singolo e società il panteismo diventa il tema capace di interrogare gli uomini sulla sofferenza, sulla possibilità di una felicità nella necessità, di un’etica senza dannazione e giudizio universale. Una sfida che Dattilo pone, attraverso un saggio meticoloso su tale filosofia, che non può non sconvolgere un tempo in cui alla a-theologia abbiamo sostituito la atheo-òlogia.

“Intervistare gli irregolari è fondamentale per ragionare meglio”: Gianmarco Aimi e il valore dell’intervista

– Francesco Latilla

Gianmarco Aimi, tra le giovani firme più interessanti del giornalismo nostrano, è lo sguardo che fortunatamente ancora esiste in questo campo. Una penna che non si accontenta del semplice chiacchiericcio in forma d’intervista ma invece tenta di riportare alla luce la galassia interna a determinate figure strane e dalle mille contraddizioni che rispondono al sacro nome di “artisti”. Aimi si tuffa nelle storie da raccontare con la cultura e il modo di intendere l’intervista come nel passato, partendo dalla concezione di mestiere che è alla base di un lavoro artigianale come quello del giornalista, ma con uno sguardo verso il futuro e a volte anticipando i tempi. Dopo la collaborazione con Il Fatto Quotidiano arriva a scrivere per Rolling Stone e Mow. In questo nostro dialogo abbiamo cercato di cogliere gli aspetti fondamentali di una sana intervista e cosa davvero significa oggi essere un giornalista.

Perché qualcuno dovrebbe voler diventare un giornalista al giorno d’oggi?

Questa è una bella domanda. Parto col dire che sconsiglierei a tutti di fare il giornalista se non ci credono davvero, se non pensano che questo possa essere il loro lavoro, anche perché a volte diviene una missione personale. Non si tratta soltanto di un lavoro, preferisco la definizione di “mestiere” come si usava un tempo chiamare gli antichi mestieri e quindi sono legato ad una visione artigianale. Oggi tutti provano a mascherarsi da giornalista, anche coloro che in realtà non vogliono fare questo nella vita ed infatti la macchina del giornalismo la trovo ingolfata di tantissima gente e questo è dovuto anche al fatto che le testate pagano sempre meno e tutti ci provano, anche per farsi conoscere. C’è anche chi svolge un altro lavoro nella vita e per passione si dedica alla scrittura giornalistica. Diciamo che i veri giornalisti sono coloro che cercano di andare oltre lo scrivere semplicemente per esserci, per apparire, insomma si tratta più di un lavoro di ricerca che tenta di fornire diverse chiavi di lettura al pubblico. È un lavoro che non ha a che fare col marketing e lo sconsiglio perché oggi è abbastanza difficile riuscire ad avere una retribuzione che possa mantenere te ed una eventuale famiglia ma dall’altro lato per me si tratta del lavoro più bello del mondo.

Scrivi per testate importanti e hai intervistato personalità influenti e diverse tra loro. Qual è stata l’intervista che più ti ha reso soddisfatto?

Sicuramente quella a Piergiorgio Bellocchio per “L’inchiesta” che risale ad alcuni anni fa. Prendo questa come riferimento perché trovo che ci sia proprio tutto ciò che io desidero da un’intervista ossia un personaggio da (ri)scoprire, una figura non appartenente al mainstream e che magari è stato accantonato per tanti motivi. Poi facendola dal vivo ed essendo entrambi piacentini ho potuto scavare meglio proprio perché ci siamo trovati su una stessa linea d’onda. Infine, dato che si tratta di una delle prime interviste svolte in uno stile approfondito, senza tener conto del numero di battute, riportando il dialogo come un flusso di coscienza tra me e lui, è sicuramente quella che ricordo con più affetto.

Cosa ricerchi attraverso un’intervista?

Ad un certo punto della mia vita mi sono trovato senza lavoro perché ha chiuso la radio per cui lavoravo e si è interrotta la mia collaborazione con “Il Fatto Quotidiano”. Siccome era tanto forte la mia voglia di tornare nel giornalismo ho incontrato dei personaggi e partendo da semplici chiacchierate sono venute fuori delle nuove interviste. Per cui mi sono accorto che non si diventa artisti per caso o perché lo si vuole ma invece lo si è a causa di vite particolari, di scelte che sono state fatte prima di creare un’opera e quindi la mia ambizione sta nel tirare fuori dalla loro memoria la genesi della loro creatività e delle relative opere. Cerco di scavare nella personalità dell’intervistato, artisti per la maggior parte, per tirare fuori quel che davvero sono queste figure da un punto di vista personale. Un tempo si cercava di fare delle interviste per mostrare qualcosa di originale della figura in questione studiandola a fondo prima di tutto, sia la vita che le opere. Oggi si è perso un po’ questo modo di concepire le interviste, forse per il fatto che ormai tutto deve essere veloce e pronto per il giorno dopo o addirittura un’ora dopo. Per quanto mi riguarda posso dire di aver recuperato lo spirito del passato e quindi di valorizzare l’intervista come genere giornalistico.

Spesso i personaggi da te intervistati sono degli irregolari, dei politicamente scorretti come il già citato Massimo Fini ma anche Morgan, Isabella Santacroce, Stefano Bonaga, Enrico Ruggeri, Giovanni Lindo Ferretti. In un’era stracolma di presunti buoni, quanto serve invece essere dalla parte sbagliata?

Credo sia fondamentale per riuscire a ragionare bene. Anni fa mi sono accorto che leggere i giornali o le testate online che la pensavano come me, seguire soltanto i personaggi che erano del mio mondo non mi dava più nulla e allora ho cominciato a cercare figure che potevano pensarla diversamente da me e con i quali potevo anche trovarmi in disaccordo e devo dire che tutto ciò mi ha arricchito. Ho cercato personaggi scorretti, controversi, controcorrente che dessero a me e soprattutto al lettore delle chiavi di lettura originali sul mondo e credo sia stata una grossa crescita dal mio punto di vista.  MI hanno anche portato molta fortuna facendomi ritornare nel giornalismo. Insomma, posso dire che uscire dai soliti schemi ha pagato sia per un mio interesse personale, tornare a divertirmi con quello che era il mio lavoro primario, e anche per i lettori che sono rimasti stupiti ed hanno apprezzato il mio modo di introdursi nelle storie. La mia ricerca è nel riscoprire coloro che sono usciti dal grande mercato oppure portare alla luce qualcuno di nuovo, anticipando i tempi, come la filosofa Ilaria Gasparri la cui intervista è stata la più letta di Rolling Stone per vari giorni o Mattia Tarantino, un poeta giovanissimo che ho paragonato a Rimbaud. Il contemporaneo è importante per me però sento che è già troppo abusato da chi giornalmente fa un lavoro standard.

Quali sono i lampi di genio che possono venir fuori dal dialogo con uno di questi personaggi?

Guarda, io in realtà non li definirei neanche personaggi perché altrimenti li confonderei con quelli televisivi che puntano solo all’immagine. Invece li chiamo per quello che sono, artisti. Dialogando con loro ti accorgi che non riuscirai mai a delineare un vero profilo, sono come un fiume che scorre, li incontri un giorno e credi che in trentamila battute riesci a coglierne tutte le sfumature ma poi li ritrovi l’anno dopo e cambiano tutto. Sono in completa trasformazione, certe volte non sono neanche d’accordo con quanto hanno detto qualche mese prima addirittura. Per quanto riguarda Morgan, credo sia uno degli artisti più originali non solo dal punto di vista musicale ma anche perché ad ogni domanda di qualunque argomento riesce a spiazzati per la sua cultura, infatti penso anche che sia molto sottovalutato. Devo dire che gli artisti veri sono persone scoperte, perché si spogliano completamente a differenza delle star televisive e non hanno paura di raccontare determinati passaggi della loro vita. Citando Aurelio Picca, un grande scrittore che ho intervistato, è come se gli artisti avessero una ferita che tutti possono vedere ma che li nobilita e non li rende fragili ma più veri.

Un tuo ricordo di Antonio Pennacchi?

Quando ho saputo della sua scomparsa mi sono davvero commosso perché l’intervista che gli feci fu molto particolare. Nel lavoro del giornalista servono tanti fattori tra cui l’intuito nel capire quando scrivere di una determina cosa o di una persona. Non appena venni a sapere che sarebbe uscito il suo nuovo libro “La strada del mare” proposi un’intervista e il suo ufficio stampa non mi fece sapere nulla e non so perché. Allora sono andato sulle pagine bianche, ho trovato il numero del telefono di casa sua e l’ho chiamato. Di questa storia mi ha stupito il fatto che ho sentito di dovergli fare quell’intervista e dopo un mese è scomparso e quello che mi ha toccato di più è che lui dopo tanti anni di successi nella letteratura, dopo il Premio Strega, sognava ancora di notte i suoi compagni di fabbrica. In fondo è rimasto fino alla fine quell’operaio lì, incazzato.

 

Mauro Cascio racconta la logica di Hegel

Tommaso Alessandro De Filippo

Intervista al filosofo Mauro Cascio in occasione della pubblicazione, per la casa editrice Mimesis, di due volumi a sua cura: Introduzione alla filosofia di Hegel di Augusto Vera, già presentato a Urbino e Ravenna, e il Commentario alla Logica di Hegel di John Ellis McTaggart.
Già Croce si chiedeva: cosa è vivo e cosa è morto della filosofia di Hegel? Lei cosa risponderebbe?
“Nel 1970 a Pechino si incontrano Mao e Henry Kissinger. Certo, al centro delle loro riflessioni c’erano gli equilibri geopolitici, ma saltò fuori Hegel. Due mondi lontanissimi tra di loro e altrettanto distanti dal cuore dell’Europa da cui Hegel proviene. Potremo citare anche Lenin, che a momenti ferma la Rivoluzione d’Ottobre, e si mette a studiare la Grande Logica. Ogni Paese lo ha assimilato a suo modo, per carità, ma tutte le culture mature ci hanno dovuto fare i conti. Quella anglo-americana non ha grande profondità di pensiero, ma è molto pragmatica-pratica, con forti tentazioni empiriche, e lo ha visto, avendolo poco studiato e ancor meno capito, come un nemico da abbattere. Quella francese molto tendente all’eclettismo lo ha dapprima citato, spesso a sproposito: «Cousin non ha pescato nessun pesce dalle mie acque, ma lo ha cucinato nelle sue salse», diceva già Hegel in vita, poi lo ha rimesso al centro della cultura europea, con Jean Hyppolite e la lettura di Kojève. In Italia lo abbiamo prima vivificato con Augusto Vera e Bertrando Spaventa, poi lo abbiamo voluto riformare per renderlo più potabile, con Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Ma per farla breve si tratta sempre della stessa cosa. Ci si è affrettati con troppa leggerezza a dare per morte cose che si trattava invece di approfondire e capire”.
In che modo nasce l’idea di strutturare un commentario alla sua logica? Che spunto vuole offrire ai lettori?
“La filosofia di Hegel ha questa caratteristica fondamentale: è la filosofia del tutto, è il Sistema. Diciamo meglio: sistematizza, mette a sistema, tutte le scienze particolari, per un’unica e coerente visione del mondo. Detta così sembrerebbe solo un mettere in ordine quel che c’è, e non è proprio questa la questione ma qualcosa di più profondo: saper cioè cogliere i momenti necessari che legano un sapere a un altro. L’obiettivo è il sapere assoluto, che si dà come autoriflessione di un’epoca storica. Non è qualcosa di definitivamente conquistato dalla storia, se non teleologicamente, cioè come fine. È uno sviluppo. E la storia è il palcoscenico dello Spirito, il palcoscenico di questo sviluppo di contenuti che sono metastorici. Se li dovessi studiare isolati dal loro farsi evento, dal loro farsi ente, studierei il logos astratto, fatto di pure essenzialità, cioè l’insieme di tutte le configurazioni con cui il pensiero, il logos, mi permette di interpretare il mondo. Io interpreto il mondo a partire da un pensiero che è mio, tuo, degli altri, tutti partecipiamo di un unico pensare universale che è la condizione preliminare di ogni conoscenza, è il nostro sistema operativo, il nostro software, che tramite l’hardware e le periferiche (la sensibilità) mi permette di comunicare, di partecipare ad una rete di connessioni, di far parte di una intersoggettività, di connessioni. Certo, ogni software è figlio di un tempo e di una cultura, a partire dall’ambiente operativo (OS X, Windows), giù giù fino ai linguaggi di programmazione, con cui, ancora più giù, creerò la singola App o il singolo programma. L’idea di un unico linguaggio macchina che sta dietro a tutti questi diversi livelli di programmazione è l’idea di un software universale, le sue regole, sono le regole che usano tutte le singole macchine, i singoli computer, che lo sappiano o no. Che ne siano consapevoli oppure no. Io digerisco, anche se non conosco ogni singola fase della digestione. Anche se la ignoro del tutto, la digestione farà comunque il suo mestiere. Così è anche il pensiero. Pensa pure se non mi accorgo di farlo. Pensa pure se non mi pongo il problema di pensare. Pensa pure se ne ignoro le regole. La Logica speculativa di Hegel ha avuto tanti epigoni entusiasti, che hanno semplicemente ripetuto la lezione del Maestro. McTaggart è un discolo, diciamo così. Non si accontenta. Vuole migliorare. Correggere non vuol dire mancare di rispetto. E allora si toglie le pantofole in segno di devozione, come si fa in un luogo santo. E si mette sotto. Quello che ne esce è un rapporto alla pari, senza timori reverenziali. Questo funziona, questo no”.
In che modo è possibile attualizzare l’autore in questa fase storica?
“Oggi va di moda la tendenza opposta. Oggi il sapere si è parcellizzato e le varie parti non sono nemmeno più in dialogo tra di loro. È il destino che è toccato in sorte alla stessa filosofia. Ieri era la scienza fondante, appunto, perché la logica in qualche modo è epistemologia, sta prima. Oggi la filosofia si è frantumata. Non cerca la totalità ma si accontenta di studiare il particolare. Non persegue più come obiettivo l’et-et, cioè la correlazione, ma l’aut-aut, la disgiunzione. Così esiste l’estetica, la politica, la filosofia morale, la teoretica, la filosofia della scienza e così via. Ambiti disciplinari che non ambiscono più ad avere una visione organica dell’esistente. Sta già qui l’inattualità di Hegel, nel pensare una filosofia forte, che voglia conoscere le cose. Dopo Hegel la filosofia si è messa a piangere, ci ha detto che conoscere è vanità, che siamo una zanzara svolazzante nel cosmo, che Dio è morto e con lui ogni tentativo di mettere ordine sui dati della scienza che, senza una guida sicura e un punto di riferimento, è una scienza a culo, un puro collezionare e catalogare dati empirici. Come collezionare farfalle, e saperle chiamare, conservandole in una teca di vetro. Le conosci, cioè le classifichi, ma non conosci il loro volare e non conosci il prato. Non possiamo conoscere un’oggettività senza conoscere a fondo il soggetto che la interpreta”.
Hegel per lei non è una novità..
“Ho già proposto Vita di Gesù. La Passione di David F. Strauss. Anche Collingwood ha proposto una visione della storia urticante rispetto al neopositivismo inglese. E la sua teoria estetica è stata fortemente influenzata da Croce e Gentile. Abbiamo proposto in italiano Lo svanire della ragione che abbiamo presentato ad Oxford in un importante convegno internazionale. Ora Augusto Vera e McTaggart. Più in generale ho proposto di leggere Hegel con Mazzini. Non una comunità di atomi individuali dove ognuno fa il cazzo che gli pare, non uno Stato autoritario che va a inseguire tutte le emergenze per governare per decreto e calpestare tutti i miei più elementari diritti, consentendomi a condizione cose che mai avrebbe potuto togliermi, ma uno Stato fatto della libertà di tutti i cittadini che lo compongono. In questo senso, nel dovere, cioè nella legge, io posso trovare la più ampia garanzia delle mie libertà”.
Ritiene che la nostra nazione abbia bisogno di approfondire maggiormente studio e comprensione di materie come la filosofia? È possibile farlo?
“C’è bisogno di studiare in generale. A Roma ogni mattina si alza un fregno, diceva Flaiano. Ed oggi, complici i social, il fregno dice la sua su tutti gli argomenti. Bisognerebbe studiare per tornare a restituire la complessità alle cose complesse. Io temo che oggi si tenda a semplificare, a banalizzare, a dare letture semplificate del presente. E questo porta a creare etichette comode, fatte per dividere, ed esasperare, esaltare il tifo. Tutto diventa occasione per autocelebrazioni morali di una parte sull’altra, perché siamo sempre i migliori, non ho mai sentito dire qualcuno dire: io ho torto. Nemmeno: mi sono sbagliato. No. Hanno sempre percorso il sentiero della Verità senza mai un tentennamento, una marcia indietro. E gli altri, solo che mettano in dubbio anche un solo passo, sono pro-Putin come ieri no-Vax. Purtroppo per questi talebani della comunicazione la realtà difficilmente si presta ad analisi del genere. La differenza la fa la cultura. Che alimenta il pensare altrimenti. Non è bianca o nera, o almeno non necessariamente. In genere è fatta di sfumature di grigio”.
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
“Incontrare un mecenate che mi dia tanti soldi. E poi spendermeli”.
Tommaso Alessandro De Filippo

Il Re, la nuova serie televisiva con Zingaretti, sbarca su Sky


– Tommaso Alessandro De Filippo


Dal 18 marzo su Sky Atlantic è visibile la nuova serie di 8 episodi intitolata “Il Re”, con protagonista principale Luca Zingaretti, abile a cimentarsi in un ruolo piuttosto differente rispetto al celebre Commissario Montalbano.

Il Re “della legalità”?

In effetti, anche in questo prodotto Zingaretti sarebbe schierato “dalla parte della legalità”, data l’interpretazione di Bruno Testori, rispettato e temuto direttore del carcere San Michele. Tuttavia, sin dal primo episodio appare chiara la trama ben distante dai consueti polizieschi prodotti in Italia negli anni recenti, poveri di adeguati colpi di scena ed impantanati spesso in un intrattenimento dei telespettatori poco emozionante ed innovativo. In questo caso la storia è cruda, con il protagonista abituato ad una direzione del carcere incentrata sulla creazione di un “sistema” interno, con meritocrazia per i detenuti intenzionati a collaborare e lo spaccio di droga ad opera degli stessi supervisori usato come arma per evitare proteste ed eventuali rivolte interne.

Infatti, la fama positiva della casa circondariale è dovuta alla capacità di contenere e gestire i detenuti più cruenti e spietati, che avevano contribuito a provocare tensioni negli altri carceri. Nonostante le premesse, due morti inattese ed improvvise sconvolgono la routine quotidiana della struttura e catapultano Bruno ed i suoi colleghi nel girone di indagini ed interrogatori della Polizia, che ben presto si accorgerà delle inusuali abitudini con cui è gestito il San Michele. Un prodotto nuovo ed italiano, capace di dare linfa al settore delle serie tv nostrane spesso deriso ed escluso dai palcoscenici internazionali.

Le serie italiane nella percezione internazionale

È risaputo come l’Italia abbia spesso incontrato delle difficoltà nella creazione di lavori capaci di influenzare positivamente la critica estera. Tuttavia, nell’ultimo decennio pare esser cominciata una inaspettata inversione di tendenza, con alcuni prodotti che hanno migliorato la nostra considerazione anche come produttori di serie tv di adeguayo livello. Siamo certi che Il Re otterrà un riscontro positivo e sarà ulteriore conferma delle ottime capacità dei nostri attori, produttori e registi.

Tommaso Alessandro De Filippo

CARI NEMICI DELL’OCCIDENTE, UNA RIFLESSIONE SULLO SPAVENTO SENZA FINE DELL’OPEN SOCIETY

– Francesco Subiaco

“Cari jihadisti, sottovalutate parecchio gli effetti della battaglia in cui vi siete gettati a capofitto. Siete le prime vittime della nostra propaganda, credete di mettere sotto scacco la nostra civiltà. Ci dispiace, non è così. Mirate al mulino a vento sbagliato. Qui non c’è nessuna civiltà”. Tagliente, ironico, disincantato, scorretto, lucidissimo è uno dei testi più affilati di uno dei pensatori più atipici della controcultura francese: “Cari Jihadisti” di Philip Muray (Miraggi Edizioni). Il testo si presenta come una lunga e cinica epistola agli esecutori dell’attentato delle Torri gemelle alla viglia della tragedia che aveva messo in ginocchio l’intero occidente. Una lettera in cui il pensatore francese riesce a mettere in luce le debolezze, le paure, le illusioni della società globale. Per Muray l’occidente non è una civiltà, ma un grande minimarket multietnico, un bazar underground in cui gli uomini, ridotti a consumatori autoconsumanti sono il prodotto e l’acquirente di una realtà distorta e inoffensiva, repressa e inibita, che vive del suo unico vero valore: l’inconsapevolezza. L’inconsapevolezza che pone gli occidentali nella condizione di non capire, e forse nemmeno vedere, la cappa di postverità di cui si circondano. Popoli, soprattutto quelli europei, che ridotti ad una condizione di meri agglomerati umani di consumatori omologati, separati solo da lingua e posizione geografica, vivono una vita erbivora, ignorando i giochi di potenza che si affrontano nei complessi legami geopolitici tra stati, vittime più che della menzogna della fine della storia, dell’illusione della fuga dalla storia. La realtà, questo l’acerrimo nemico di questi iperborei, però è quella cosa che non svanisce nemmeno quando smetti di credergli, infatti essa si è manifestata come una calamità che ha turbato il lungo sonno dell’occidente illuso di potersi rifugiare sotto l’ombrello della Nato vita natural durante. Un sogno che dal 11.09. 2001 agli atroci sviluppi dell’evacuazione afgana e della guerra ucraina, da cui sembra non poterci essere un risveglio definitivo. Come i personaggi descritti nella lettera di Muray gli europei sono una comitiva di stati sovrastanti che galleggiano sulla storia senza farne parte, senza capirla, vivendo in una specie di asilo nido incantato, un luogo di musichette che li stordisce mentre fuori c’è la morte. Dimostrando ancora una volta come l’occidente sia una mamma marcia che ha abolito ogni forma di tragedia e di resistenza al destino, cullandosi nella duplice missione, di abolire l’umano e di lottare per la totale decostruzione e distruzione del proprio patrimonio culturale. Dalla decostruzione della storia come processo di rapporti di forza, allo smantellamento dei classici, dei sistemi, del canone, riscritti secondo un terribile moralismo nichilista nutrito dalla religione di una falsa tolleranza che non è altro che una disperazione passione, tutto cospira per creare la fiaba di una open society autosufficiente dalla realtà. Scossi dalle guerre, dalle pestilenze e dalle crisi essi si dimostrano disarmati di fronte alle sfide del futuro, marci, vuoti, divisi, interconnessi, ma dissociati. Non più decadenti, ma decaduti, vivono come il pubblico del mondo, con indifferenza e rassegnazione, nel privilegio e nella disperazione. Gli europei davanti alla guerra, alla crisi, al fato che muove i destini dei popoli, come in Ucraina ed in Afganistan, si credono innocenti quando al limite sono solo ingenui. Ingenui perché continuano ad ignorare che la legge intrinseca della vita è lotta, che le religioni delle lacrime, umanitarismo, globalismo e universalismo, non sono altro che ornamenti del suicidio occidentale di fronte all’avanzata dei barbari, gli altri, pronti a conquistare i selvaggi, noi. Una stroncatura potente e crudele che però mette in guardia i nemici di questo paese dei balocchi, in primis, poiché il globalismo, come un ellenismo postmoderno, conquisterà i suoi futuri conquistatori, in caso di loro vittoria. In secundis perché nonostante per la nuova classe precaria globale morire per la Nato equivalga a sacrificarsi per la propria compagnia telefonica, essi si sono dimostrati in tutte le occasioni che il tempo gli ha offerto pronti per lottare affinchè il loro sonno secolare non venga disturbato. “ci batteremo e vinceremo. Eccome se vinceremo. Perché i più morti siamo noi e non abbiamo nulla da perdere”. Invece di lottare per la giustizia, per la patria, per la libertà dei popoli affianco dei loro alleati, anche loro purtroppo non più in grado di essere quella Republique imperiale teorizzata da Aron, essi preferiscono lottare per il loro sonno.