Archivio dell'autore: Generazione Liberale

Il modello “Anglosfera” – dialogo sui valori della democrazia

Come Generazione Liberale riteniamo i valori sociali e politici
dell’anglosfera il modello da seguire, il vero esempio di
democrazia che potrà mantenersi forte ed assodato nel corso dei
secoli. Infatti, una società basata sul rispetto e sulla libertà
dell’individuo pone di fatto le migliori premesse per la ribellione
ad ogni tipo di totalitarismo, che può nascere e strutturarsi
solamente attraverso logiche collettiviste della società. Pertanto,
abbiamo avuto il piacere di conservare con dei giovani esperti
dell’ambito anglo-americano, che si occupano di seminare idee
liberalconservatrici sulle piattaforme online. Ad oggi, curano la
pagina Instagram “Conservatives Friends” ed hanno in cantiere
l’allargamento della propria struttura, con cui saremmo ben felici
di collaborare in futuro.

Come nasce ed in che modo si struttura il vostro contesto?
Abbiamo aperto questa pagina ormai da un anno e il suo intento
primordiale era quello di trattare di politica senza però parlarne
direttamente. Infatti la nostra idea iniziale era quella di postare
delle foto che ritraessero i più grandi leader conservatori di
stampo atlantista che hanno fatto la storia come Ronald Reagan,
Margaret Thatcher, Winston Churchill, George H. W. Bush ma
anche molti altri meno noti in Italia come Macmillan, Eden,
Coolidge, Eisenhower. Tutto questo per far incuriosire i nostri
followers e spingerli ad informarsi sulle loro vite, scelte, storie e
ideali.
Quali sono i vostri riferimenti ideologici nel campo del
conservatorismo?

Il nostro conservatorismo si ispira ai valori della Reagan
Revolution e del Thatcherismo, due scuole di pensiero così simili
ma anche così diverse che hanno in comune la rinascita
economica e culturale dell’Occidente. In campo economico
sposiamo l’idea di un free-market con tasse basse, bassa
inflazione e deregulation, perché l’uomo non è libero senza
libertà economica. Questa è la ricetta per avere uno Stato e una
società sana, che permette ad ogni persona, di qualunque ceto
sociale, di poter aspirare ad un futuro migliore per lei e per la sua
famiglia. Più piccolo è il Governo e più grandi sono i Cittadini. Una
comunità composta da individui e famiglie sa prendersi cura di sé
stessa, soprattutto nel momento del bisogno, senza uno Stato
paternalista che guidi le loro vite come un avido patrigno. La
libertà è fondamentale, ma la libertà annullerebbe sé stessa se
non fosse contenuta in una cornice morale e legale che detti
alcune semplici regole per disciplinarla e farla prosperare. Infine i
due più grandi riferimenti ideologici sono l’Ottimismo Reaganiano
e la Perseveranza Thatcheriana, che ci fanno sperare in un mondo
migliore per cui vale la pena battersi.
Sarà possibile introdurre nella società italiana i valori cari al
popolo dell’anglosfera?
Noi non crediamo che la società italiana possa mai comprendere
e aderire ai principi del conservatorismo di stampo anglosassone,
proprio per una ragione di tipo culturale e antropologica. Come
diceva anche Gustave Le Bon, antropologo francese, alla fine
dell’Ottocento e all’inizi del Novecento, quando le democrazie
moderne si stavano consolidando, nel mondo dell’anglosfera il
sentimento di democrazia si esprimeva attraverso lo sviluppo
della volontà individuale e della limitazione dei poteri dello Stato,

mentre nel mondo dell’Europa latina le folle si preoccupavano
solo dell’indipendenza collettiva del partito o movimento a cui
appartenevano. Questo ha permesso negli anni di sviluppare due
percorsi paralleli nella vita politica e culturale dei diversi paesi
che si sono accentuati soprattutto dopo i conflitti mondiali.
Ovviamente ci possano essere degli amatori dei sentimenti di
libertà di stampo anglosassone, come noi e molti altri, ma alla
maggior parte della popolazione italiana, o in generale europea, il
mondo dell’angolosfera risulterà per molti aspetti estraneo.
In che modo procede la ripartenza economica post pandemica
nel Regno Unito?
La pandemia ha colpito duramente i nostri amici dell’oltremanica,
che insieme alle incertezze del post Brexit, ha fatto perdere quasi
il 10% del Pil nazionale, ma il governo Conservatore ha dato il via
ad una politica economica espansiva ben ragionata che ha
permesso al Regno Unito di riprendersi velocemente nei primi
mesi del 2021. Dopo la grande ripresa economica, nel secondo
semestre di quest’anno la crescita è rallentata, l’inflazione è
cresciuta e la crisi energetica è iniziata. I problemi per Downing
Street non sono finiti, con i suoi partners europei che minacciano
dazi e l’Irlanda sempre più vicina a mettere le sue grinfie sulle sei
contee nordirlandesi. Sono tempi difficili per essere un
conservatore inglese, anche per questo il Primo Ministro Boris
Johnson ha deciso di diventare un Tony Blair 2.0 piuttosto che un
“Uomo di Ferro”, il rientro prepotente dell’industria pubblica nel
tessuto economico britannico rischia di riportare i Tories agli anni
’50. Dopo l’enorme spesa degli ultimi due anni e l’estremo
interventismo, il governo, secondo noi, deve tornare alle sue
radici conservatrici e riaffermare l’importanza delle tasse basse e

delle forze di mercato, ammettendo le limitazioni del settore
pubblico ma anche di quello privato, questo non
rappresenterebbe un ritorno al thatcherismo, ma piuttosto uno
sviluppo di esso. Se nell’ambito economico Downing Street non ci
convince, in campo di politica estera il ritorno alla “Splendid
Isolation” salisburiana ci rende molto fiduciosi. Così come nel
Diciannovesimo secolo il Primo Ministro Salisbury guidava
l’impero britannico in una politica estera globale lontana dalle
dispute particolaristiche europee, il “Global Britain” di Boris e del
suo Ministro degli Esteri Liz Trus punta ad avere più alleati
possibili al di fuori delle coste del Vecchio Continente con accordi
commerciali e di cooperazioni vantaggiosi con molti stati come
Australia, Canada, Giappone, Norvegia, Islanda e i Paesi della
Penisola Arabica. Anche sul fronte interno il governo di Sua
Maestà sta preparando una serie di riforme di stampo
conservatore a noi gradite con il superamento del “Human Rights
Act”, il rinnovo del NHS, una nuova politica migratoria e
un’agenda politica e culturale antitetica al “wokerismo”. Il futuro
ha in serbo tempi duri per gli inglesi ma i Conservatori ne saranno
all’altezza.
Quali sono i vostri progetti per il futuro?
Noi vogliamo continuare con il nostro percorso per ottenere
sempre più visibilità e divulgare sempre di più le nostre idee. Il
nostro sogno e progetto futuro è di creare una community
quanto più internazionale possibile che parli un’unica lingua,
quella dei Conservatori.

Recensione su “Per una nuova destra”

Recesione di Tommaso de Filippo

LA VIA DELLA LIBERTA’: PER UNA NUOVA DESTRA E’ L’ARMA PER
LA RIVOLUZIONE ECONOMICA E POLITICA


Lo stavamo aspettando! Probabilmente è questa l’esclamazione
più adatta al testo “Per una nuova destra” di Daniele Capezzone.
Un libro denso di speranze e proposte per il centrodestra italiano,
frutto delle convinzioni liberali dell’autore, volte ad ottenere
stabilità e maggiore concretezza nella coalizione.
In primis, appaiono punti cardine quelli relativi all’approccio
economico e sociale da presentare ai cittadini: superare le
chimere stataliste sarà fondamentale per ottenere una forza
liberale e rispettosa dell’individuo, soprattutto nell’epoca dei
lockdown e delle repressioni dello stato sui cittadini.
Infatti, è solo il singolo a poter realizzare il proprio successo e
poter reggere il peso dei propri fallimenti, rimanendo in ogni caso
estraneo a logiche collettiviste, spargitrici di dolci illusioni ed
amare realtà sul proprio cammino.
Capezzone menziona adeguatamente la figura di un mito come
Clint Eastwood per simboleggiare l’individuo sovrano, che può di
conseguenza ergersi a guida ed esempio per gli altri.
Inoltre, anche la figura di Grover Norquist con il suo Americans
for Tax Reform (ispiratore di Mercatus, centro studi liberista di
cui l’autore è fondatore) travolge e cattura l’attenzione del
lettore, in virtù del fondamentale stravolgimento fiscale di cui vi è
bisogno in Italia. Effettuare un radicale taglio delle tasse sarà la
conditio sine qua non per apportare reali benefici alle aziende ed
ai cittadini oppressi e perseguitati dal fisco.
Anche in ambito geopolitico si concentrano le immediate priorità
di azione. Lo scontro bipolare tra USA e Cina per la supremazia

mondiale non può vederci estranei o protagonisti di ambiguità
politiche e comportamentali.
E’ pertanto necessario che l’Italia eserciti in prima persona il
proprio ruolo di alleato degli Stati Uniti, provando a contrastare
l’avanzata del regime di Pechino, impedendo ovunque sia
possibile la nascita di partnership commerciali con il dragone.
Lungimirante e condivisibile è soprattutto la linea tracciata ed
auspicata per l’avvento di una nuova struttura del centrodestra,
basata sulla creazione di un Republican Party italiano.
Esso diventerebbe contenitore di differenti sfumature
ideologiche, basando sulle lunghe ed affascinanti primarie
all’americana la scelta del proprio candidato unitario.
Anche in ragione di ciò, sarebbe fondamentale concentrarsi su
due battaglie principali, quella per il Federalismo ed il
Presidenzialismo. La necessità di arrivare all’elezione diretta della
massima carica dello Stato rappresenterebbe una rivoluzione
portatrice di benefici per la stabilità politica nazionale.
Insomma, questo testo potrebbe rappresentare un manuale di
consigli utili ai tre leader della coalizione, bisognosi di una guida
ideologica e programmatica, federatrice delle proprie rispettabili
diversità. Nel 1962 il Senatore del Grand Old Party Barry
Goldwater diede alla stampa “Il Vero Conservatore”, un suo
manifesto elettorale che purtroppo non gli evitò la sconfitta alle
elezioni presidenziali, contro Lyndon B. Johnson.
Tuttavia, quel piccolo manoscritto ebbe un compito
maggiormente prezioso e di attuale valenza storica. Quello di
fungere da ispirazione per Ronald Reagan, che nel corso delle sue
memorabili amministrazioni applicò alcune idee contenute nel

libro, riconoscendosi nella bontà e nell’efficacia di esse.
Pertanto, il nostro auspicio è che questo testo possa
intraprendere un percorso simile, dimostrandosi di aiuto per il
leader del centrodestra che verrà, nella convinzione della
rivoluzione di idee e visioni sociali che una nuova destra dovrà
apportare.

Recensione su “La Società chiusa in casa”

Recensione di: Tommaso De Filippo

LA SOCIETA’ CHIUSA IN CASA: L’INDIVIDUO DEVE AFFRONTARE E
SUPERARE I RISCHI DELLA MODERNITA’


Zero Covid. Quante volte abbiamo udito queste parole da quasi
due anni ad oggi? Probabilmente anche gli osservatori più attenti
e precisi non avranno saputo tenere il conto. Infatti, la gran parte
dell’agorà sociale, mediatica e politica è sin dal principio
dell’emergenza pandemica invasa da tale vana speranza.
Il clima di attesa creatosi, nell’auspicio di un frettoloso epilogo
totale della vicenda coronavirus, ha profondamente modificato i
nostri comportamenti e la società stessa.
Eppure, con lo scorrere dei mesi si è compresa l’importanza che
avrebbe avuto tenere un differente approccio al problema
sanitario, dato che nonostante le nostre rigide misure di
prevenzione osserviamo un bollettino sanitario ben peggiore di
quello delle nazioni maggiormente “aperturiste”. A cosa
dobbiamo tali risultati? Come possiamo trarre tesoro dagli errori
e rivoluzionare, migliorandolo, il nostro approccio sociale? Sono
questi i principali quesiti che scaturiscono dalla lettura di “La
società chiusa in casa”, ultima fatica letteraria di Gilberto
Corbellini ed Alberto Mingardi, edita da Marsilio.
Testo che spazia dalla sociologia alla medicina, dalla formazione
di pandemie e virus infettivi che hanno contornato l’esistenza
della nostra società, fino ai modelli culturali che influenzano i
comportamenti dei popoli. Il manoscritto non pretende di
esporre risposte e soluzioni effettive alle nostre problematiche,
piuttosto tenta (riuscendoci) di produrre in noi un ragionamento.
In primis, quello relativo all’approccio dei singoli dinanzi al
mondo contornante. La visione collettivista è la matrice da cui

scaturiscono repressioni e limitazioni delle libertà personali da
parte dello stato. Infatti, a dover giocare un ruolo fondamentale è
proprio l’individuo, maggiormente consapevole del proprio peso
e della propria sacrosanta libertà. Un approccio di tipo liberale
che l’Italia è titubante ad assumere, ma che rappresenta l’unica
sana sfida da affrontare per ottenere l’interesse generale.
Nell’epoca della globalizzazione le distanze tra i singoli stati sono
andate affievolendosi, permettendo l’incremento della ricchezza
e degli scambi commerciali, come il rischio di propagazione di
virus e tradizioni popolari in passato distanti dalle nostre.
Anche in ragione di ciò, sta al singolo comprendere benefici e
rischi di ciò che lo circonda, convincendosi che la propria salute
sia strettamente collegata alla propria libertà ed al rispetto di se
stesso. Ambizioni colme di valore e convinzioni che, si spera,
potranno espandersi in società anche grazie all’apporto di testi
liberali di così netta e preziosa valenza.

“Riunificazione sarà realizzata e chi si oppone non farà una bella fine”

di Alberto Capone

Queste sono le parole, o meglio le minacce, del presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping riferendosi all’isola di Taiwan che continua a riaffermare la propria indipendenza. La risposta del presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, non si è fatta attendere: “non ci piegheremo alle pressioni della Cina”.

Il futuro di queste due nazioni appare evidentemente carico di tensioni ma un ruolo chiave per la pace lo potrebbe giocare la comunità internazionale, in particolar modo l’Europa e gli USA, a patto naturalmente che non rimangano spettatori di una possibile tragedia esattamente come è successo durante le proteste di Hong Kong nel 2019 e nel 2020. Può darsi infatti che il Grande Dragone Rosso stia approfittando dei nuovi rapporti di forza internazionali post-Covid e della dimostrazione di debolezza del presidente Biden durante la crisi dell’Afghanistan, per assumere questo atteggiamento da “bulletto” dell’Oriente, quasi consapevole quindi che nessuno interverrà. Alcuni ritengono che questa sorta di guerra fredda abbia cominciato a prendere una brutta piega già dopo la crisi di Hong Kong, quando le strade di Taiwan si sono riempite di proteste anti-cinesi, in segno di solidarietà ai vicini hongkonghesi, infastidendo così il presidente Xi Jinping. Secondo altri invece la Cina sarebbe spaventata da quelle nazioni vicine, come il Giappone o la Corea del Sud, da lei ritenute troppo occidentali e su cui ritiene sia necessario esercitare pressioni politiche, economiche e militari; a suo modo di vedere infatti tali pressioni sono necessarie per allontanarle dall’influenza del nemico americano e garantirne il controllo. Gli aerei militari cinesi che stanno sorvolando i cieli di Taiwan, violando le norme internazionali, oggi mettono in serio pericolo l’incolumità dei taiwanesi che un domani potrebbero essere privati della loro democrazia, e ritrovarsi sottomessi ad una dittatura comunista, irrispettosa dei diritti sindacali, dei diritti politici e perfino dei diritti umani

L’AMORE è Più FORTE DELLA POESIA?

di Francesco Subiaco

“Due mesi senza incontrarci./Un secolo/e nove secondi”

L’amore è sempre stato uno dei temi principali della poesia e della letteratura. È la più potente e crudele delle passioni umane. Passione ibrida che in sé riesce ad innescarne e raccontarle tutte. C’è l’amore dantesco e stilnovista che innalza l’uomo verso la sapienza, verso il divino, elevandolo dalla sua materialità. Quello ariostesco e tragico, che invece fa smarrire, annichilisce l’amante, imprigionandolo nelle sue ossessioni, nei suoi umori. Quello malinconico, mai sbocciato, che più di pianti è fatto di rimpianti, gozzaniano per indole e temperamento, oppure quello traumatico, patologico degli scapigliati e della tremenda Fosca. L’amore e la sensualità ha da sempre infestato la letteratura, come posa, come un mezzo, come sfogo. Sfogo di una parola che supera l’inconscio e il sentimento e si butta nell’estasi o nel delirio delle parole. È l’amore dannunziano, quello che è amato solo come porta per l’assoluto, come annunciazione di bellezza, epifania di un segreto della vita irraggiungibile. Un amore che diventa l’occasione della poesia, facendo sfumare l’amata nei labirinti di specchi e simboli che solo la letteratura offre. Chi è Ermione? O Fosca, o Mosca, o Clizia, o la cocotte? Sono le ombre di un’idea dell’amore, di una trasfigurazione dell’amata. Per questi autori sembra essere più forte il sentimento poetico che quello erotico, più l’anima, anche se ritratta nella sua carnalità, che la carne. Un grande poeta, che invece nella sua poesia ha fatto affiorare la carnalità, la sensualità, il rosso della passione e del sangue, sull’idealità, la moralità, la bellezza, sul bianco della letteratura e dell’anima è certamente Ghiannis Ritsos. Ritsos tra i massimi poeti del novecento, ricco di una produzione poetica sterminata che va dalla politica al mito, riesce a restituire nella raccolta “Erotica”(CROCETTI EDITORE) il primato del sentimento sull’assoluto, di Eros su Pan. Nelle tre sezione di Erotica, scritta nel 1980, all’indomani della tragica esperienza della dittatura dei colonnelli, l’autore compie una rappresentazione sincera e sensuale dell’eros. In “Piccola suite in rosso maggiore”, prima delle tre sezioni, il rosso è il protagonista cromatico dei testi. Un rosso sanguigno, carnale, ardente, passionale. Diventando lo scenario della carnalità, della terrestrità dell’amore. Vedendo la poesia come “coito infinito”, “profumo della terra, di fiore di limone”, l’amore non come ascesi o contemplazione, ma come fame, come bisogno, come atto. “Hanno fame gli occhi/ha fame il corpo”. Un rosso che divampa negli incontri, nelle occasioni. All’esaltazione del rosso e della carnalità segue l’utilizzo dell’assoluto, della parola pura, ermetica a tratti, come di un ponte mistico verso il sentimento. In “Corpo nudo”, la purezza e astrattezza della parola, squarcia lembi di vita per penetrare nella concretezza di un sentimento esplicito, schietto, chiaro. “Bello il tuo corpo, infinito il tuo corpo. Mi sono perso nell’infinito”. Una raccolta quella di Erotica che segna un distacco con la tradizione poetica del tempo, rompendo con quella visione arcana, lontana, dell’amore poiché, come ammette il poeta, “l’assenza di perifrasi-diceva-ostracizza la poesia. E sia, preferisco il tuo corpo”. Cercando di rappresentare una raccolta in cui oltre alle migliaia di volte si ripete il nome dell’amata, si riesca, per una volta, a pronunciarlo.

Intervista ai Fratelli Latilla

DIALOGO SU CULTURA, CINEMA E TEATRO CON I FRATELLI LATILLA

I fratelli Francesco e Gianmarco Latilla rappresentano due delle principali figure del panorama artistico e culturale giovanile italiano. Prediligono l’ambito teatrale e vantano già numerose apparizioni che hanno registrato sold out e successo, da parte della critica e del pubblico. Abbiamo avuto il piacere di dialogare con loro, al fine di ascoltarne analisi e prospettive future. Siamo certi che la loro professionalità comporterà il raggiungimento dei propri sogni e progetti.

Come nasce la vostra passione per il mondo della cultura e dell’arte?

G: Tutto è nato per sbaglio, quando all’età di otto anni sono stato iscritto dai miei genitori ad un corso di recitazione per combattere la timidezza. Da lì c’è stata una vera immersione nel mondo del teatro. Anni dopo, durante la visione del film “Nuovo Cinema Paradiso” è nato questo amore infinito per il cinema.

F: Io invece sono sempre stato un bambino estroverso che amava mascherarsi e fare il pagliaccio di famiglia. Dato che mamma e papà vedevano in me un probabile talento attoriale decisero di iscrivermi in Accademia. Da lì non mi sono più fermato e li ringrazio, perché col passare del tempo ho capito che posso vivere soltanto attraverso l’arte.

In che modo spieghereste il contesto del cinema e del teatro a chi è distante da esso?

G e F: è pura emozione e magia. Si vive nella finzione per poi tornare alla realtà. Vivi mondi e vite che non ti appartengono, perché dopotutto sono storie scritte per gli spettatori.

Quali sono i vostri progetti attuali?

G e F: A settembre siamo andati in scena con lo Spettacolo “Ad ammirar…le stelle” per omaggiare il sommo poeta Dante Alighieri, ora stiamo preparando un cortometraggio e un nuovo spettacolo teatrale.

Che tipi sono, nella vita comune, i fratelli Latilla?

G e F: Due ragazzi normali, con mille sogni e tanta voglia di imparare.

Valutate positivamente l’attuale attenzione del mondo politico al contesto che rappresentate?

G e F: Assolutamente no. Viviamo nell’era in cui la tecnica sta prendendo il posto dell’arte e lo si vede anche dagli scenari politici. Questo paese sembra aver perso completamente il senso della parola cultura.  

Quanto ha inciso la crisi pandemica sul vostro settore?

G e F: Tantissimo. Il nostro è uno dei settori più colpiti da questa crisi, ma dato che “dal letame nascono i fior” come diceva De André, possiamo ammettere che in questo periodo, soprattutto durante il primo lockdown, abbiamo scritto tantissimo.  

Cosa cerca e che si aspetta, al giorno d’oggi, lo spettatore dalle vostre opere?

G e F: Sognare, sognare, sognare. Colui il quale s’imbatte in una nostra opera sicuramente può aspettarsi di tutto, patendo dalla concezione di sogno e di fiaba. Quando parliamo di visione fiabesca ovviamente ci riferiamo all’orige del mito e quindi alla parte oscura dell’essere umano, l’inconscio. In tutto ciò , l’emozione con cui vogliamo colpire lo spettatore nasce proprio dal voler raccontare storie forti che possano condurre ognuno negli abissi più profondi.

Sarà possibile avvicinare ulteriormente le nuove generazioni al vostro lavoro?

G e F: Certamente. Bisogna però indirizzare i giovani non verso l’attrazione industriale, non verso il semplice voler fare film, ma piuttosto esortare gli animi verso la pura arte del cinema, mostrando loro i capolavori del periodo muto e non solo, raccontandogli dei veri maestri che hanno segnato la storia.

Cosa vi aspettate dal futuro?

G e F: Di arrivare a Cannes. Sai com’è, a volte i sogni possono diventare realtà

Intervista a Rosaria Migliore

 I GIOVANI E LA POLITICA: DIALOGO CON ROSARIA MIGLIORE

Siamo fermamente convinti che la ripartenza nazionale debba basarsi sulle nuove generazioni, sui propri spunti e sui propri programmi per il futuro. Pertanto, poter ascoltare chi contribuisce a formare la nuova classe dirigente è per noi occasione importante da cogliere. Anche in ragione di ciò, abbiamo intervistato Rosaria Migliore, uno dei volti principali della classe politica giovanile italiana, al fine di scoprirne le prospettive e le ambizioni future.

In che modo nasce la tua passione per la politica?

Ho iniziato a fare politica 9 anni fa, dopo una fase adolescenziale in cui guardavo i telegiornali e mi arrabbiavo per le cose ingiuste che accadevano quotidianamente, ci stavo male e mi chiedevo se io avessi potuto un giorno fare qualcosa per contribuire al benessere collettivo e per questo ho scelto di fare politica. Parimenti a 18 anni ho scelto non solo di fare politica attiva, ma anche di intraprendere un percorso formativo inerente e perciò ho conseguito una laurea in scienze politiche e una specializzazione in Governo e Politiche. Il senso del dovere mi appartiene da sempre e in conseguenza di ciò ho sviluppato la voglia di mettermi al servizio del mio Paese perché in fondo, non c’è mezzo più bello e utile della politica, quella vera, per fare qualcosa nell’interesse di tutti. Anche perché l’indifferenza nei confronti della politica non significa fare un torto ai politici, significa disinteressarsi al proprio destino dei propri figli e a quello del Paese in cui si vive. Fin dall’inizio mi sono sempre ispirata ai grandi leader del centro destra di oggi, perché con grande determinazione hanno costruito non solo se stessi come politici, ma dei progetti politici lungimiranti, che rispecchiano le difficoltà dell’Italia. Tutto ciò non è scontato perchè fare politica non è semplice, bisogna scontrarsi, fare delle scelte dovendo trovare sempre la convergenza tra i propri valori e il bene della collettività mettendo a disposizione le proprie competenze e idee per il bene comune.

Ritieni che questo mondo abbia la giusta e dovuta vicinanza alle classi giovanili?

Oggi le classi giovanili vengono interpretate come categorie di abusatori di social il cui consenso è facilmente manovrabile da pensieri e luoghi comuni sulla società, sulla politica e sui valori. Per questo ritengo che superficialmente si crede che i giovani siano vicini alla politica solo perché seguono le opinioni social su determinati temi, ma non si considera affatto che la maggior parte di queste opinioni non sono frutto di analisi, competenze o interesse verso la politica, ma semplicemente moda del politicamente corretto deliberata da influencers e seguaci alla ricerca di approvazione.

Fallacemente si ritiene che grazie ai social la politica abbia iniziato a destare maggiore interesse nel mondo giovanile, ma interessarsi alle opinioni di Fedez su Giorgia Meloni non significa avvicinarsi alla politica né capirci qualcosa in più. Ciò detto, a mio parere l’approccio in questo senso è totalmente fuorviante e per far si che le classi giovanili abbiano la giusta e dovuta vicinanza al mondo della politica, non devono essere influenzati, devono sviluppare capacità di analisi, ragionamento critico e devono conoscere la politica, l’educazione civica e la storia (la storia tutta, non la memoria che insegnano a scuola, quella non basta). L’apparenza e il futile e superficiale opinionismo da tastiera non stanno avvicinando né sviluppando alcuna capacità di analisi nei giovani di oggi che vivono il mondo dei social in modo quasi totalizzante. Li stanno solo influenzando e rendendo passivi.

In che modo valuti l’attuale scenario partitico nazionale?

Il multipartitismo all’italiana con l’obiettivo di rappresentare più categorie sociali e non, contemporaneamente in realtà ha sviluppato nient’ altro che un mercato politico. Oggi è in voga l’affermazione “non vado a votare perché nessun partito mi rappresenta”, beh, considerando che non siamo in un negozio di vestiti e da che mondo è mondo non esistono partiti su misura, direi che questa affermazione non nasce dall’ignoranza di qualcuno, ma è una diretta conseguenza del nostro sistema partitico e del modo di fare politica in generale. Ad esempio si fanno scelte di Governo che privilegiano il consenso elettorale piuttosto che il vero interesse del Paese, come se chi fa politica si dovesse vendere per forza. Chi più chi meno, ma molte forze politiche stanno ragionando ormai così. Tutto questo è deleterio non solo per il nostro sistema politico e per il vero interesse del Paese, ma anche per la governabilità di quest’ultimo dato che se non ci sono i presupposti per la governabilità un Paese va avanti per inerzia e non per scelte lungimiranti. Chi fa politica non deve vendere nulla deve fare ciò che giusto, machiavellicamente parlando e i cittadini devono rendersi conto che la politica non è un mercato, ma costei che decide la vita di tutti.

Quali sono i tuoi punti di riferimento ideologici?

La libertà innanzitutto, come diretta conseguenza del rispetto della Legge e della Legalità da parte di tutti. La giustizia, quella in cui i criminali pagano e scontano pene severe in un Paese in cui oggi, i criminali e i delinquenti suscitano pietà e diventano eroi perché i diritti sono diventati pretese assolute e i doveri, nulla di importante. L’amore per la Patria, che non so perché a molti faccia ridere. Cosa c’è da ridere nell’amare se stessi e il luogo che ci dà da vivere non lo comprendo.

Se ne hai piacere, parlaci dei tuoi progetti per il futuro..

Qualsiasi cosa farò nella mia vita non avrà il solo scopo di soddisfare me stessa, ma vorrà dare un apporto utile al Paese. Quando si parla di mettersi al servizio del Paese non significa necessariamente, a differenza di quanto comunemente si creda, arruolarsi nell’Esercito o lavorare nel settore pubblico. Significa gestire aziende, start up innovative, significa sapere fare un mestiere, laurearsi, fare ricerca. Significa partecipare allo sviluppo economico del sistema paese semplicemente. Colgo l’occasione per esprimere un’opinione: chi studia, fa ricerca e partecipa allo sviluppo economico e sociale di un sistema paese dovrebbe essere degno di merito e invece purtroppo molto spesso qua non ha motivo di restare. L’italia è diventato un paese che non premia chi merita e non punisce chi deve essere punito, così la democrazia non funzionerà a lungo.

Mentre il mondo va avanti, il disastro afghano continua

Articolo di Francesca Fabbri

Sono trascorsi quasi due mesi da quando le forze talebane sono entrate a Kabul, rivelando quanto sia stato inutile il sacrificio dei soldati che hanno combattuto per un ideale di democrazia che non si è mai realizzato. Del polverone che hanno sollevato le riprese e le immagini degli afghani che si attaccavano alle ali di un aereo e che affollavano l’aeroporto pur di non cadere di nuovo in un regime oscurantista, non è che rimasto un silenzio indifferente, spezzato da qualche testata giornalistica che si prende la pena di dare voce a quelli che la stanno perdendo ogni giorno di più. 

Mentre i taliban fanno accordi con l’Iran su energia e infrastrutture e incontrano le delegazioni britanniche e statunitensi a Doha per riaprire un dialogo, le preoccupazioni per il popolo afghano, almeno dal punto di vista mediatico, stanno scemando. Ogni singolo cittadino afghano che non abbraccia in alcun modo la dottrina retrograda e piena d’odio degli “studenti coranici” teme per la sua vita e quella dei suoi familiari. 

Le donne, considerate esseri inferiori, sono le prime ad aver perso già la maggior parte dei loro diritti in pochissimo tempo: sono lasciate fuori dall’istruzione (escluse le bambine che possono frequentare le elementari), è vietato a loro lavorare, eccezione fatta per chi opera nel settore sanitario, né tantomeno stare al governo. L’allontanamento dai luoghi di lavoro e dalla scuola, ambienti che hanno rappresentato fino ad alcuni mesi fa un simbolo di emancipazione e progresso, segna la morte di ogni speranza per il loro futuro. Restrizioni prese a detta dei capi del non riconosciuto Emirato per “tutelare le donne” fino a che non si sarà instaurato un “vero ambiente islamico”. Parole ipocrite che vogliono solo ingannare e depistare l’attenzione internazionale dalla limitazione della libertà e dalle violenze che si stanno consumando a Kabul così come nelle province. 

La presenza dell’ISIS-K e dei gruppi di Al Qaeda mette ancora più in pericolo le sorti del popolo afghano. Venerdì 8 ottobre è avvenuto un attacco terroristico in una moschea sciita nella provincia di Kunduz causando quasi 100 morti, rivendicato dallo Stato Islamico. È stato l’attentato con più vittime da quando l’esercito statunitense e la Nato hanno abbandonato Paese. 

Donne, uomini e bambini, stanno pagando il prezzo della libertà e stanno perdendo l’attenzione mediatica che meriterebbero. Proprio i social media sono diventati strumenti importanti non solo per denunciare l’emergenza umanitaria in corso ma anche per dare una sicurezza alle persone in pericolo. Secondo la piattaforma social “with afghan women” gli afghani comunicano con i loro familiari soprattutto tramite WhatsApp mentre il Facebook Safety Check permette agli utenti di segnalare se sono salvi in caso di sparatorie oppure, appunto, attentati.  Intanto si attende il G20 straordinario del 12 ottobre, convocato dal premier Mario Draghi, che si spera non sia un’occasione persa, un teatrino per mostrare che si sta facendo qualcosa di utile e tempestivo per un’emergenza umanitaria a cui non si sta dando abbastanza peso e che pare essere non più ugualmente interessante o urgente come lo era fino a qualche mese fa. Si vedrà se le sorti di milioni di persone riceveranno di nuovo la dovuta attenzione o se invece cadranno lentamente nell’indifferenza e di conseguenza nell’oblio

Intervista a Giovanni Balducci

LA CULTURA ED I GIOVANI: DIALOGO CON GIOVANNI BALDUCCI

Abbiamo intervistato Giovanni Balducci, giovane intellettuale e firma di CulturaIdentità e de Il Giornale Off, che ha pubblicato per Mimesis “La vita quotidiana come gioco di ruolo”. Pertanto, l’ascolto delle sue analisi e delle sue prospettive future è per noi importante, data la certezza di dover costruire il futuro culturale della nostra nazione con l’apporto delle nuove generazioni.

In che modo è nata la tua passione per il mondo intellettuale?

Quella per il mondo intellettuale e, dunque, per la cultura, è una passione che coltivo sin da bambino, a partire dal mio rapporto di amore/odio per i libri della libreria del nonno, i quali mi affascinavano, ma che immancabilmente  gettavo giù dalla libreria quasi in impeti di precoci papiniane stroncature; poi, alle elementari, la lettura dei miti greci mi proiettava in un “mondo altro”, dove diventavo “contemporaneo”, per citare Dante, de “le donne antiche e’ cavalieri”, ciò che più in là negli anni ho appunto compreso essere il mondo della cultura. Che, per me, è bildung, e dunque non qualcosa di scisso dalla vita quotidiana, esaurendosi quasi in un hobbie fra i tanti, come si tende a fare in una società a “compartimenti stagni” quale è la nostra ma, proprio come appunto lo era all’epoca dei greci e dei romani, formazione, che sedimentandosi, andava a costituire retaggio, usi e costumi: e una buona cultura la riconosci da come una civiltà veste, da come mangia, da come costruisce, dal modo in cui gestisce le sue risorse spirituali, umane, artistiche, economiche. Ad esempio, dinanzi alla parola “religione”, un mio illustre conterraneo, Carmelo Bene, diceva che si sarebbe piuttosto dovuto parlare di “educazione”, ecco, oggi non c’è nemmeno quella. C’è maleducazione.

Come è scaturita in te la voglia di scrivere libri, trovando argomenti meritevoli di esser trattati?

Innanzitutto, ho iniziato scrivendo articoli per varie testate, tra cui il think tank Barbadillo, grazie al quale ho potuto esercitare la mia innata verve polemica (sic!) ed esprimere compiutamente e far conoscere le mie idee, e fondando un sito di notizie e sponsorizzazione di eventi culturali nella mia provincia di appartenenza che e quella di Barletta-Andria-Trani, in seguito ho partecipando alle attività culturali della Federazione Giovanile Repubblicana e di CulturaIdentità, altri progetti in cui mi è stata data un’opportunità di affinare alcune mie qualità e di esprimere una mia certa tensione ribellistica ma del tutto costruttiva. C’e da dire, tuttavia, che ciò, chiaramente, non sarebbe accaduto senza, da parte mia, un preliminare (e tuttora continuo) quasi leopardiano “studio matto e disperatissimo” e, dunque, un certo dongiovannismo cerebrale costellato di conquiste intellettuali e scoperte, soprattutto dei grandi classici della letteratura, della filosofia e del pensiero in generale. Ecco, ora, con la mia attività di scrittore, voglio semplicemente rendere ad altri ciò che “quei giganti sulle cui spalle sono”, a parafrasare stavolta Newton, mi hanno trasmesso.

Ci parli della tua ultima pubblicazione?

La mia ultima pubblicazione, di recente uscita (7 ottobre) per Mimesis, si intitola “La vita quotidiana come gioco di ruolo. Dal concetto di Face in Goffman alla Labeling Theory della Scuola di Chicago”, ed è essenzialmente un testo di sociologia,  più nello specifico di “microsociologia”, trattando non già di grandi strutture storico-politiche, ma, appunto, della nostra “vita quotidiana”, dell’Io umano immerso nella sua prosaica dimensione sociale, con tutte le sue convenzioni, idiosincrasie, ritualità e… purtroppo,  tragedie, dovute, soprattutto queste ultime, proprio a quell’incultura (non tanto libresca, ma umana) sempre più pervicace al giorno d’oggi, a causa di una concezione della vita di tipo utilitaristico e dell’aprioristico evitamento di ogni profondità nei rapporti umani. Non un ripiego minimalistico dunque, ma la volontà di ri-partire dalle basi su cui si fonda la nostra più vicina esperienza del mondo (come il saluto al vicino di casa, o la chiacchierata al bar, o la tenuta sul luogo di lavoro), peraltro, in un momento di massimo pericolo per la sicurezza e i diritti dei singoli.

Come valuti l’ambiente giornalistico e culturale italiano? Offre sbocchi lavorativi anche alle classi giovanili?

L’ambiente giornalistico e, in genere, culturale dei nostri tempi è – non lo scopriamo certo oggi – un ambiente asfittico e  inconcludente sul piano teoretico quanto su quello della prassi, asservito a logiche economico-politche, piuttosto che capace di “illuminarle”. Tutto si risolve nella creazione dei cosiddetti “contenuti”, secondo un’unica spietata  e, quel che è peggio, spesso ingiusta legge, quella della domanda e dell’offerta (non sempre errata certo, dipende dalla  qualità delle parti contraenti e della “merce”), in cui a farla da padrone sono i triti e ritriti “buoni sentimenti” in scatola ad uso e consumo di masse non qualificate, e la volgare propaganda attuata dagli opposti interessi lobbistici, a  scapito di un più alto sentire, che, certo, è sempre stato è e sarà dei pochi; a scapito di uomini e progetti tesi a fare la Storia (non solo in termini di progresso tecnico) e non ad arrestarsi paralizzati come galline dinanzi ad un cerchio di gesso alla semplice constatazione dell’attuale stato delle cose; a scapito della creazione artistica, del “grande stile”, come diceva uno strambo filosofo tedesco dai folti baffoni ricurvi, su cui all’epoca in pochi scommisero,  ma i cui vaticinii, evidentemente, ci hanno visto lungo… Quanto agli sbocchi, in tutta franchezza, mi viene da pensare al titolo di un tormentone degli anni ’80: “No tengo dinero”, perchè questa è la risposta che ci si sente dare, poi, immancabilmente, spese folli per manager che fanno i balzeri tra pubblico e privato e denaro (nostro) elargito dai “nostri rappresentanti” (mediante il cosiddetto “reddito di cittadinanza) a completi nullafacenti senza arte (sicuramente) e senza parte (questo è tutto da vedere…).

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Futuro?

Ormai si naviga a vista, il tempo per il lavoro (o per la sua ricerca) ci toglie quello per creare, e viceversa. O si muore di fame, o si muore di noia! Laddove si vive in un mondo in cui difficilmente ci è dato di conciliare arte e vita, se non per i più nel caso sfortunato presentato da Cioran: accedendo alla poesia fallendo la propria vita. Ma, un dono ci lasciarono gli dei, la speranza!

Intervista a TEI GIUNTA

TEI GIUNTA: “SU SESSO ED EROTISMO ANCORA TROPPO SCALPORE E TROPPI STERIOTIPI”

Tei Giunta è una libera professionista, esperta in marketing e comunicazione, curatrice di un rubrica su Radio Deejay ed un blog totalmente incentrato su tematiche erotiche. Infatti, la sua celebrità ed il suo seguito sono dovute anche alle sue capacità innovative in materia, dato che l’Italia appare come nazione ancora estremamente bigotta ed arretrata su argomenti che in nazioni estere godono di maggiore informazione pubblica, senza destare scalpore e perplessità. All’interno della nostra conversazione con Tei abbiamo ascoltato il suo trascorso e le sue esperienze che hanno contribuito a renderla la prima “Sexinfluencer italiana”.

Come è nata in te l’idea di creare un blog dedicato esclusivamente ad argomenti erotici?

Già all’età di 13 anni se c’era una cosa che non mi andava proprio giù è il modo totalmente differente con cui “maschi” e “femmine” vengono educati e cresciuti rispetto alla sessualità. Mi sono sempre stati molto stretti gli stereotipi di genere, ancora più stretti dei jeans skinny che andavano tanto di moda qualche anno fa! L’ampia diffusione di stereotipi legati alla sessualità ha creato dei veri e propri “sexual script” copioni sessuali, ovvero degli schemi cognitivi su come uomini e donne dovrebbero comportarsi in relazione all’erotismo. Se nel mondo maschile tali stereotipi sono caratterizzati da una continua celebrazione della propria “potenza sessuale”, nell’universo femminile i pregiudizi viaggiano in un percorso diametralmente opposto. A fine maggio 2021 ho deciso di prendere tutti questi miei pensieri e riflessioni e metterli nero su bianco, ma non voglio farlo da sola, non voglio farlo solo per me, ma per tutte le persone che almeno una volta nella loro vita si sono fermate e si sono fatte le mie stesse domande… e anche per quelle che ancora non se le sono mai fatte.

In che modo lanciare e trattare determinati messaggi evitando la censura ed il moralismo di alcuni?

Io credo ci voglia sempre una giusta dose di ironia e serietà. Il sesso è un argomento che da sempre genera imbarazzo e l’imbarazzo spesso si tramuta in risata. Le persone quando sono a disagio, spesso, ridono. Allora ho pensato che trattare certi temi con ironia sarebbe potuta essere la chiave giusta per arrivare a più persone possibili.

Ritieni che le tematiche che tratti siano conosciute nel modo corretto dalla nostra società attuale?

Sicuramente c’è ancora parecchia disinformazione su tanti temi, ma non voglio erigermi al ruolo di qualcuno che fa “divulgazione sessuale”, non ho studiato per questo. Mi pongo sempre con molta umiltà e cerco il confronto con le altre persone. Non ho risposte, ma solo tante domande a cui trovare risposta tutti insieme.

Parlaci della tua rubrica su Radio Deejay, come è incentrata e strutturata?

La rubrica su Deejay nasce per caso e ha sicuramente una linea e un tono molto leggero, dato che è all’interno di un programma di puro intrattenimento. Di fatti, spesso, quando le persone iniziano a seguirmi dopo avermi ascoltata in radio si stupiscono del fatto che io tratto argomenti anche in modo molto più serio e approfondito.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sono davvero tanti, ma non mi sento assolutamente pronta a condividerli al mondo. Per il momento, top secret!!