Archivio dell'autore: Generazione Liberale

LA LETTERATURA è SEVERA MAESTRA

di Francesco Subiaco

Camillo Sbarbaro diceva che si inizia a scrivere per essere notati e si continua a scrivere perché si è noti. La scrittura è un bisogno, una febbre, una smania. Si scrive per nascondere le proprie paure su carta, per esorcizzare il dolore, per creare i mostri che poi si vuole sconfiggere, per lasciare un ricordo o peggio un testamento. La scrittura ha un che di religioso, dentro ogni apprendista delle buone lettere si cela, inconscio e inconfessabile, il desiderio di un lettore segreto, un padre, un amore, un dio, per i più egocentrici o fedeli, di trovare un conforto, un contatto umano. Un legame, perché religo vuol dire anche legare a sé, con forse i fantasmi di un passato in cui si è intrappolati, forse un mondo ostile che si vorrebbe diverso. Scrivere però è anche un appello, a cui molti rispondo senza essere chiamati, che comporta dei lati oscuri, delle vicende bizzarre, oppure una fantasia atipica, irreprimibile, disturbata e patologica. In ogni autore si nascondono infatti i germi della pazzia, dell’egocentrismo, la smania di essere amati, il sentimento di rivalsa, la frustrazione della vita di tutti i giorni, l’incomprensione dei contemporanei. Il marchio di far parte di una moltitudine nel tempo e non nello spazio, di sentirsi gli ultimi, i soli, gli unici. Un sentimento straniante quanto elettrizzante. Ciò detto non è sempre vero che dietro ad un emarginato, un pazzo, un esaltato, un frustrato, si nasconda un genio. Molte volte tali sintomi nascondono solo un illuso. Perché se possiamo essere d’accordo nel dire, con Schopenhaur, che in ogni genio, c’è un che di infantile, ma dietro ogni infantile non c’è quasi mai un genio. Come dietro alla figura standard dell’uomo delle lettere e delle arti si nasconde, la maggior parte delle volte, non un genio ma un mediocre, al limite un mestierante. In ogni pittore c’è un imbianchino promettente, in un giornalista un pettegolo, in un romanziere un mitomane, in un attore un bugiardo. Ma non si può far emergere il genio dietro la mediocrità umana, se non si scrive, se non si crea. Malaparte era un mitomane un narcisista, ma soprattutto l’autore di uno dei più bei romanzi del novecento. È lo scrivere che conta, non l’essere letti, non il giudizio. E per scrivere ci vuole impegno, ci vuole una lotta con se stessi e con la parola. Ci vuole una grande unica maestra, la letteratura. Perché non esistono scorciatoie per raggiungere uno stile se non il confronto e la sensibilità. Ma un grande scrittore al contrario degli evangelisti non viene ispirato dal divino, deve confrontarsi, allenarsi, ingegnarsi, imparando i trucchi del mestiere prima di farli propri. Per trovare una buona palestra è interessante il confronto offerto da Stefania Crepaldi nel suo “Lezioni di narrativa”(Audino). In cui attraverso una serie di esercizi, di confronti, di esempi, la Crepaldi non insegna a scrivere, ma a prepararsi a scrivere, attraverso una carrellata di immagini, metodi, trucchi, che possono essere un interessante punto di partenza non per essere notati, ma per imparare a notare le tecniche, gli stratagemmi di uno scrittore e poi iniziare a scrivere. Perché il metodo e l’esercizio sono gli unici strumenti che danno senso al talento. Ed il talento senza genio, si sa, vale poco, ma, è ancor più noto, che il genio senza talento, non vale nulla

INTERVISTA BEPI PEZZULLI

Dalla geopolitica ai cambiamenti storici che attraversano gli Stati Uniti, passando per il fallimento del politically correct nelle elezioni della Virginia e le conseguenze delle scelte del governo tory di Johnson. L’informazione e la classe politica nazionale non riescono né a spiegare né tantomeno a raccontare i fenomeni geopolitici che stanno sconvolgendo l’anglosfera. Consci del motto einaudiano “conoscere per legiferare” ci siamo rivolti ad uno dei più acuti conoscitori del mondo anglofono e  degli scenari geopolitici attuali: Bepi Pezzulli. Pezzulli consigliere di politica estera italo-britannico per UK, Usa ed Israele è uno degli esponenti di punta di una cultura liberale e atlantica, giudaico cristiana e occidentale, già direttore di Select Milano e collaboratore di Milano Finanza, autore di libri come “L’altra Brexit”, e direttore della “Voce repubblicana”. 

Cosa ne pensa della strategia UE nel post Brexit?

La Brexit ha reso palesi i due problemi fondamentali dell’UE: il primo è il posizionamento geopolitico. La prominenza politica della Germania nel blocco a 27 sta spingendo l’UE verso il disegno EurAsia. In particolare, il semestre di presidenza tedesca dell’EU è stato segnato dall’accordo con la Cina voluto proprio da Berlino. La Germania sta di fatto imponendo la ostpolitik a tutto il blocco, indebolendone la tradizionale postura Euro-Atlantica. Questa tendenza alimenta l’instabilità globale e minaccia l’ordine mondiale basato sul diritto internazionale.

Il secondo è la necessità di un rafforzamento della governance democratica. L’UE persegue un disegno federalista e nel farlo travalica, come nel caso UE v. Polonia, i poteri ad essa delegati dagli stati membri, evidenziando un gap di legittimazione democratica. Sbaglia chi alimenta la narrativa federale: l’UE è un’architettura istituzionale inter-governativa basata sul diritto dei trattati. Per il passaggio federalista, occorre il consenso popolare e degli stati membri.

Infine, l’inasprimento delle relazioni con l’UK manifestano il timore che il successo della Brexit possa innescare un meccanismo di delegittimazione dell’UE. Il rischio è che la Brexit mostri che il libero commercio internazionale produca ricchezza, prosperità e libertà in opposizione all’allineamento regolamentare e alla convergenza supra-nazionale perseguita da Bruxelles.

 Per molti Johnson è considerato come un Reagan britannico, per altri viene ridotto ad un emulatore, che bilancio trae dell’esperienza di governo del leader tory e della sua gestione della pandemia?

L’UK ha utilizzato le leve della sovranità nazionale per rispondere alla pandemia: aiuti di stato, stampa di moneta e allentamento dei vincoli di bilancio. Tuttavia, l’UK non ha finanziato un programma assistenzialista. Al contrario, ha usato la politica fiscale per accompagnare fuori dall’economia i rami secchi e i segmenti obsoleti, finanziando una ristrutturazione della base produttiva britannica. La spesa pubblica è stata usata per promuovere un’economia innovativa e resiliente, basata sulla leadership in scienza & tecnologia. L’UK ha investito in intelligenza artificiale, robotica, fintech, manifatturiero avanzato, biotecnologie, energia nucleare, istruzione superiore, accorciando le catene di approvvigionamento con un robusto re-shoring delle produzioni. 

Al contrario di Ronald Reagan, Boris Johnson ha deciso di finanziare il servizio sanitario nazionale e il trasporto pubblico, considerando la resilienza di salute e logistica parte della strategia di sicurezza nazionale. In questo senso, si può dire che il Partito conservatore ha accettato di allargare il perimetro di intervento dello Stato in risposta alle minacce del XXI secolo.

L’impatto della pandemia sul PIL è stato di soli 2 bps, mentre il tasso di crescita si è attestato al 6,5%. L’UK peraltro non è mai ricorsa a tassi negativi. Questo porta l’economia UK in surplus già nell’esercizio fiscale 2024.

Da grande conoscitore del mondo anglofono come giudichi l’influenza che stanno prendendo temi come la cancel culture e il politically correct, vedi blm o le polemiche sull’eur nel contesto italiano?

Il movimento woke è una seria minaccia alla tenuta della fabbrica sociale. E’ un’ideologia anti-scientifica e divisiva che cristallizza la lotta di classe. Si tratta di una evoluzione del comunismo. Scomparsa la classe oppressa, che i bolscevichi identificavano nella classe operaia, la cultura woke cerca altri presunti oppressi da patrocinare, alimentando un infinito scontro sociale. Per farlo, cancella l’identità individuale, legittimando i diritti delle persone solo in quanto parte di un gruppo pre-identificato titolare di diritti collettivi. 

La vittoria del Gop in Virginia può segnare per te l’inizio di un tracollo del potus Biden che si ripercuoterà nelle elezioni midterm? Secondo te è un fatto isolato o l’inizio di un possibile cambio dell’inquilino alla White House? E se si a cosa è dovuto?

Secondo me, è sbagliato leggere ogni elezione come un fatto epocale che ogni volta certifichi l’estinzione dello sconfitto o il trionfo del vincitore. L’America è una democrazia vibrante basata sull’alternanza di potere; le elezioni si vincono e si perdono in un sistema che garantisce l’equilibrio democratico.

La Virginia può essere letta in questo modo. La cultura woke ha perso. Il risultato elettorale è dovuto in gran parte alla rivolta dei residenti contro l’introduzione della Critical Race Theory nei curriculum scolastici con il benestare del governatore democratico, lo sconfitto Terry McAuliffe. La Critical Race Theory è un pensiero sconclusionato basato sull’odio sociale: essa sostiene che il diritto e le istituzioni democratiche siano strumenti al servizio del suprematismo bianco stabiliti per neutralizzare l’affermazione personale delle minoranze.

Al contrario, l’America è ancora la terra delle opportunità dove chiunque – senza distinzione o discriminazione alcuna – può salire la scala sociale. I successi delle minoranze sono evidenti in tutti i campi: dall’economia, alla politica, alle scienze, alla musica, allo sport. 

L’elettorato ha punito il tentativo di inquinare la democrazia americana da parte della frangia più radicale del movimento progressista. Da questo punto di vista, il risultato elettorale dovrebbe recapitare un messaggio ai Democratici di riportare il partito verso le posizioni centriste del clan Clinton contro le posizioni progressiste di Bernie Sanders, AOC e Nancy Pelosi.

Quali sono i tuoi riferimenti culturali e politici ?

Regina Vittoria, Lady Thatcher, Golda Meir e Ronald Reagan in politica. Friedrich von Hayek, Milton Friedman e Paul Romer in economia. Ernest Hemingway, J.D. Salinger e Saul Bellow in letteratura.

Intervista a Mauro Cascio

Totalitario, incomprensibile, statico, riduttivo, scientista. Hegel ilare pensatore calunniato dai filosofi, ha ricevuto tutti questi appellativi immeritati, dai suoi detrattori. Da Popper a Kierkegaard, da Marx a Vattimo, il sistema del pensatore tedesco ha subito la stessa sorte del dannunzianesimo nell’ambito letterario. Circondandosi di detrattori che incapaci di rappresentare una valida alternativa al suo sistema hanno bellamente cercato di demolirlo, sminuirlo. Fraintendendolo in buona e cattiva fede. Ma Hegel è molto di più dello stereotipo deformato che gira tra gli studenti di filosofa. È il pensatore monumentale di una delle ultime filosofie capaci di fondere l’individuo cn la totalità, la storia e lo spirito, il pensiero ed una sua rappresentazione onnicomprensiva. Rappresentazione che divenne la base della filosofia di Marx e Gentile, Croce e Gramsci. Creando un ponte tra finito e infinito, tra libertà e comunità. Per liberare l’autore della Fenomenologia dello spirito da questi equivoci abbiamo intervistato Mauro Cascio, curatore e autore della prefazione del saggio “Introduzione alla filosofia di Hegel” di A. Vera(Mimesis), con cui il pensatore, i cui interessi trasversali fondono filosofia, cultura, massoneria e politica, per far inernare il lettore nell’anima dell’opera hegeliana.

Potremmo definire Vera un esponente della destra dell’ortodossia hegeliana, rispetto a Spaventa e perché?

Se per essere di destra si intende essere un conservatore, Vera lo è stato, soprattutto rispetto ad altri hegeliani come Spaventa e soprattutto come Benedetto Croce o Giovanni Gentile che hanno addirittura inteso ‘riformarlo’. Vera invece ci dice: prima di riformare, prima di mettere mano, bisogna capire.

Cosa avrebbe pensato Vera delle riletture del pensiero hegeliano fatte dagli idealisti italiani come Gentile, Croce e Gramsci o Fusaro? E cosa ne pensa Mauro Cascio ?

Lo abbiamo già detto: Vera non vuole riformare. Vera vuole ‘interpretare’. Certo, ci possono essere sbavature qua e là, delle incertezze. Non è che i testi sacri siano rivelati ed intoccabili. Ma l’impianto complessivo è valido, è efficace ed è potente. È superiore alle scienze empiriche, pensa oggi come si sentirebbero quegli ‘scienziati’ empirici dall’ego smisurato che hanno studiato tutta la vita la zanzara e che si ritengono capaci di spiegare il senso del mondo a Massimo Cacciari. Ecco: ci vorrebbe Hegel (in realtà Emanuele Severino) per metterli al loro posto.

Trovi una antitesi tra la fine della storia secondo il pensatore di Stoccarda e Francis Fukuyama o in sostanza vedi una continuità ?

Io non credo che Hegel abbia teorizzato la fine della storia. Lo spirito ha delle tappe e in quelle tappe si autocomprende. Per chi si ricorda le musicassette: io ho l’ascolto del nastro che fino a quel momento si è avvolto. Il nastro potrebbe anche essere finito, in realtà ci potrebbe essere altro nastro (presente in eterno) che però mi si presenta nel presente al mio ascolto. Può, cioè, aspettarmi un futuro. La mia comprensione del nastro è legata al suo avvolgimento nella bobina. Ma io sono la testina di lettura e posso solo conoscere quanto sta scorrendo tra me e il tampone. 

Mauro Cascio filosofo ed esponente del pri, che collegamento e/o vicinanza vedi tra Mazzini e Hegel? E tu come concili il tuo repubblicanesimo con la visione hegeliana? Trovi opportuna questa divisione o pensi siano ideologie e filosofie tra loro contigue?

Quando Mazzini riesce a farsi recapitare una traduzione di Hegel (probabilmente i lineamenti della filosofia del diritto), commenta: «Già sapete che appartengo alla stessa serie di idee». Perché entrambi vedono la libertà nel dovere e nella legge. Che non vuol dire essere soggetti supinamente a ogni legge. La legge sono fatte per normare e preservare le libertà di tutti. Il tessuto normativo è ricamato di libertà. Come una cerniera che salendo porta a sistema i diritti. Solo nel dovere io riesco a preservarmi per esempio dall’arbitrio. Io non ho una libertà dalla legge, come nel pensiero liberale, ma una libertà nella legge. Lo Stato è fatto di questa materia, di questa sostanza. È fatto della libertà e della partecipazione di tutti i suoi cittadini. Non di una parte, fosse anche la più amplia delle maggioranze, contro una parte. Lo Stato è una armonia. Non una contrapposizione in bellicosa tensione.

Scienza e Storia sono due concetti fondamentali in Hegel . Come valuti da hegeliano il rapporto con la morte e con la tecnica della contemporaneità? E la visione scientista?

La Storia è (l’unico) palcoscenico dello Spirito. Logica e Natura non sono che momenti astratti, perché entrano in gioco, funzionano per così dire, solamente nello Spirito. La morte esiste per la coscienza, non per lo Spirito (né per il Sé). Il pensiero speculativo è una violenza rispetto al pensiero raziocinante. Le scienze empiriche appartengono a quest’ultimo dominio. All’aut aut, appunto, non all’et-et. Solo la Scienza (da non confondersi con le scienze empiriche) ha questo grande compito uditivo.

Valuti il politically correct come una negazione della funzione dialettica della filosofia e della cultura o come tappa fondamentale della sintesi di una nuova cultura e società ?

È semplicemente una sciocchezza. Un passatempo. Quando non c’è più cultura di qualcosa bisogna pur parlare, no?

Come valuti la riforma della dialettica hegeliana fatta da gentile? Per te l’attualismo sta alla “scolastica” hegeliana, come la filosofia di Aristotele al razionalismo greco? 

Non credo che la dialettica andasse ‘riformata’. Era sufficiente una sistematica qua e là. Per questo nei prossimi mesi mi vorrei dedicare ad una ‘controriforma della dialettica hegeliana’. Tenendo conto degli appunti di Croce e Gentile. Aristotele non fu un riformatore di Platone, fu una ‘interpretazione’ differente di uno spirito che si stava definendo e messo a fuoco. Non so un nuovo Platone. Hegel è stato un nuovo Eraclito. Non so Socrate,  ma Severino è stato Parmenide.

Quale è lo stereotipo peggiore diffuso su Hegel secondo te? E perché è falso ?

Non finiremmo più. Una delle letture più note è quella di Popper sull’Hegel totalitario. Non si è appreso a fondo il concetto di libertà nella legge. Ma qui l’ha pagata soprattutto Gentile. Anche la Filosofia della Natura, che sicuramente è superata, è stata troppo trascurata. Normalmente è la cosa di Hegel che si considera di meno.

Quanto pensi che la filosofia ebraica, penso soprattutto a Spinoza abbia influito tanto negli hegeliano quanto negli antihegeliani come Giuseppe Rensi?

L’ebraismo è stata una tappa importante dell’evoluzione dello Spirito. Senza non ci sarebbero stati gli sviluppi successivi. Questo termine dobbiamo sempre provare a tenere a mente quando parliamo di Hegel: Sviluppo. Una cosa non è. Una cosa diventa quello che deve essere. Questo vale per tutto. Anche per la storia del pensiero. Nasce un pensiero in germe. E poi si sviluppa nella storia, matura, cresce. E diventa quello che era previsto che fosse. In botanica questo concetto lo si chiama ‘Fenomenologia’. Giuseppe Rensi è rimasto legato a Kant sostanzialmente. Non entri nel merito del Logos ma lo tieni lì come principio regolativo. Come ‘Grande Architetto dell’Universo’. Non a caso Rensi, oltre che repubblicano, fu anche massone.

Recensione: Adolfo prima di Hitler

Recensione a cura di MARCO SPINA

“ADOLF PRIMA DI HITLER”, LA STORIA IMPOSSIBILE DI UN AMORE A META’

In una sala traboccante di attenzione prima e di entusiasmo poi, è andato in scena “Adolf prima di Hitler”, scritto da Antonio Mocciola per la regia di Diego Sommaripa, e prodotto da Gabbianella Club e Resistenza Teatro. In uno dei “templi sacri” del teatro napoletano, rivive la misera stanza in cui il giovanissimo futuro criminale convisse con l’amico August Kubizek, destinato a diventare un apprezzato musicista. Su di loro vegliava (o meglio incombeva) la signora Zakreys, terrorizzata più da derive omosessuali tra i due ragazzi che dalla presenza degli ebrei nel proprio condominio. Vincenzo Coppola, nel ruolo del titolo, restituisce umanità, ma anche sinistre psicosi, al suo Adolf, studente frustrato e fresco orfano, mentre Francesco Barra gli tiene testa opponendo la forza dell’amore, e poco altro. Non sufficiente a cambiare il corso degli eventi. Brilla Gabriella Cerino, che con misurata eleganza sorveglia la casa, e la scena. Tra le belle scene di Gennaro Olivieri e gli eleganti costumi di Dora Occupato, si staglia solenne la musica creata per l’occasione dal maestro Gianluigi Capasso, ora delicata, ora inquietante, sempre poetica. Il testo di Mocciola ha voce potente e intuizioni geniali, cui la regia di Sommaripa dona ancora più forza con scelte funzionali e tutt’altro che scontate. E dei giovani attori in scena si sentirà parlare, così come di questo spettacolo che farà rumore, accompagnato da un full di sold-out che non possono che essere di ottimo augurio.

Intervista a Edoardo Sylos Labini

Edoardo Sylos Labini è presidente dell’associazione Cultura Identità nonché editore dell’omonimo mensile cartaceo. Con questo  progetto cerca di promuovere la cultura nazionale e di difendere le varie identità locali del Bel Paese da chi vorrebbe cancellarle. Grazie  a Cultura Identità ha creato un ambiente favorevole allo scambio di idee in cui si raccolgono patrioti di ogni schieramento, dalla destra  alla sinistra. 

Avendo inscenato”Il Sistema”, sei fiducioso che i referendum sulla giustizia per cui si stanno raccogliendo le firme possano portare ad  un cambiamento concreto? 

I referendum ci sono stati anche in passato e non hanno prodotto cambiamenti. Se non vengono tradotti in legge in parlamento… ogni  volta che si doveva varare una riforma sulla giustizia il sistema si è sempre messo di traverso. 

L’ultima volta è stato con Renzi e ancora prima con Fini che fece fallire il progetto di Berlusconi di farfalline la riforma del giustizia. E pensi che gli scandali riguardanti Morisi e la meloni proprio a Ridosso delle amministrative siano casuali? 

Assolutamente, no. Questa è la cosiddetta regola del tre del sistema. Ovvero una procura che indaga, un giornale che lancia la campagna  mediatica, un partito che fa da sponda e ne trae giovamento politico. Anche le proteste violente fanno parte di questa opera. Proprio ieri  su 4 rep è uscito il video in cui castellino arringala folla di piazza del popolo, circa 50 mila persone e non 10mila come si vuol far  credere. Dice che andranno ad assaltare coloro che non hanno difeso i lavoratori (CGIL). Lo annuncia un ora prima e il fatto che la  polizia glielo lasci fare è molto strano. 

Glielo hanno lasciato fare in modo da permettere a Landini d indire una manifestazione contro il fasciamo (che in Italia non esiste)  proprio il giorno prima dei ballottaggi empendosi fatto il silenzio elettorale. 

Parlando di Green Pass, da alcuni viene visto come una misura liberticida ma non si può negare che in alcuni settori, per esempio  quello teatrale che ti riguarda da vicino, sarà fondamentale per permettere di riaprire le attività al 100% e sarà obbligatorio dal 15. Che  ne pensi? 

E’ una norma che lede alcuni diritti dei lavoratori. Se non hai il coraggio di imporre il vaccino obbligatorio non puoi creare delle  categorie che vengono discriminate. Lo stato dovrebbe prendersi questa responsabilità altrimenti dovrebbe assumersi l’onere di pagare i  tamponi dei non vaccinati. Inoltre siamo già all’80% della copertura vaccinale con numeri più tranquilli e questa severità ora non mi  convince molto. 

Parlando invece del progetto di Cultura Identità, il 3 ottobre è passato un anno dal lancio del progetto dell’iniziativa delle città  identitarie. E gli stati generali Quali sono ora le tue considerazioni sul progetto? 

Ci è nata circa 3 anni fa e puro po’ ha vissuto 2 anni di pandemiche limitandone gli eventi al vivo hanno limitato l’associazione ma  nonostante ciò la famiglia di cultura identità continua a crescere . Sono già 93 le città che hanno aderito al progetto e si allarga ogni  settimana. Dal vivo l’entusiasmo è molto più alto. In più ci siamo intestati la battaglia sulla giustizia che portiamo avanti insieme a luca  Palamara. 

Tornando alla politica, che futuro vedi per la politica italiana soprattutto tenendo conto dei supposti ammiccamenti di Giorgetti e del  mondo più moderato ad una visione più centrista? 

Quale destra prevarrà?  

La stampa di sinistra ha fatto passare sovranismo per n insulto. Bettino Craxi lo è stato pure. e’ normale che Giorgetti muova un  elettorato di centro ma oggi non esiste dx ci o sx è tutto molto fluido. La vera battaglia è chi difende gli interessi, storia identità del  proprio territorio 

Vedi marco rizzo che da un versante stremo per alcuni temi non è distate da noi. il dcx se si vuole allagare deve creare quella rete  culturale che non ha mai voluto creare in questi decenni. Perché se hai contro te, giornali, gli artisti gli intellettuali faranno sempre  capotto. Lo ha capito berlusconiani e ora comincia a parlo là meloni. Senza questa svolta cultuale non vai da nessuna parte è l’unica  movimento in grado di scollerei questo compito è cultura identità. Portando avanti anche istanze di cui ildx spesso non si occupa come  la giustizia. 

Dunque deve sere un cdx liberale sui temi sociali proprio come la giustizia in modo da dividere le intromissioni dello stato nella. Sfera  individuale. 

Certo, sovranismo significa anche proteggere la sovranità dell’individuo.

 INTERVISTA FRANCESCO NUCARA

INTERVISTA FRANCESCO NUCARA


Leggendo gli “Incontri con la politica. Storia di un repubblicano di Calabria”(Rubettino) dell’On. Francesco Nucara, il lettore potrà imbattersi in una autobiografia per personaggi. Ovvero in un’opera in cui man mano che il narratore ci illustra gli attori di oltre mezzo secolo di politica italiana, si mostra, si rivela, si toglie un po’ del riserbo del cronachista per vestire i panni del testimone. Raccontando una storia che nasce nella Calabria rurale e si evolve nei congressi romani del Pri, attraversando i palazzi galanti del berlusconismo, le ceneri della prima repubblica e i fasti dell’epoca dei partiti. Una autobiografie per tappe, per occasioni, che non ha però il vezzo morettiano di parlare degli altri per parlare sempre di sé, e che invece riesce a calare il lettore in un mondo lontano e distante. Il mondo della politica per professione e vocazione, dei partiti delle identità forti, della militanza come missione, come confronto sociale prima che come carriera o opportunità. Permettendo di mostrare un contesto tanto complesso e articolato come quello repubblicano,
con i suoi idoli, con i suoi maestri. Senza scadere nell’agiografia, nell’adulazione, con un taglio obiettivo senza essere gelido o distante o noioso come tanti libri di politica e di politici. L’ex viceministro e protagonista della segreteria del PRI per quasi vent’anni offre un saggio schietto e lucido in cui parafrasando Bovio si sente come un segno di vergognosa paura il non dire ciò che si pensa, rendendo vero, spontaneo e privo di ogni paura il testo dell’onorevole di calabrese. Nucara nei suoi incontri compie una anatomia del mondo repubblicano, rendendolo vivo, intrigante, attraverso aneddoti, citazioni, profili, che restituiscono la statura di figure fondamentali, ma ignorate dal grande pubblico. Raccontando di idee e passioni che affascinano nel deserto ideologico attuale, dalla visione volontarista della politica del Grande Borghese Visentini, all’acume e alla visione d’insieme di Ugo la Malfa e della sua Nota aggiuntiva. Dalla figura byroniana e sottovalutata del De Gaulle Italiano Pacciardi all’immersione nei rapporti tra politica ed establishment. Personaggi che mostrano la figura di Nucara, le sue idee, le sue battaglie. Popolare e raffinato, colto ma allo stesso tempo non pedante. Un saggio repubblicano che fa vivere i suoi personaggi, mostrandosi più vivo, incisivo e vitale di tanti figuranti del nostro tempo, con meno anni e molta più arroganza.


Quale è il personaggio a cui è più legato e perché?


Non c’è un personaggio in particolare. Dal punto di vista umano la persona a cui sono più legato è
Emanuele Terrana. La persona che mi affascina di più è, invece, Pacciardi. Perché per tutti quella della mia età, negli anni sessanta-settanta, lui aveva la nomea (immeritata) di fascista, che gli ha fatto perdere il consenso di molti Repubblicani. Personaggio che ho poi riscoperto, come racconto nel libro, attraverso un vecchio repubblicano di Reggio Calabria, che regalandomi le memorie della guerra di Spagna di Pacciardi, mi ha fatto entusiasmare per questa figura. Tanto che ora posseggo una biblioteca composta da testi di e su Pacciardi.


In epigrafe lei cita Giovanni Bovio, per cui “la libertà non è una prostituta”, che cos’è per lei la libertà?La libertà è la vita dell’uomo, privo di libertà l’uomo è un morto, nonostante operi, si muova, continui a sopravvivere, egli però non vive. Ripensando al mio passato, al mio paese, circondato dalla miseria, che non pativo ma potevo vedere, dove i bambini ti aspettavano davanti alla porta per chiederti una castagna, ho capito che non sarei potuto vivere lì, nonostante ricordi con nostalgia la mia vita di bambino. Da bambino il mio sogno era la città, era Reggio Calabria., non Roma. Roma venne dopo, quando già lavoravo. Una città che mi colpì soprattutto quando, dopo aver partecipato ad un concorso, vidi un uomo con la testa spaccata che si medicava ad una fontanella, assente agli occhi dei passanti. Lì capii che rispetto al mondo della provincia in cui ognuno vive sotto agli occhi di tutti, lì ognuno poteva vivere una sua vita. Perché in paese incontri tutti, in città incontri chi vuoi. La libertà è anche questo, è la propria indipendenza, pensai allora, anche se per me essa non può esistere senza il costruire. Senza un disegno creatore, idea che mi viene forse dall’esperienza di cantiere. 


Nel profilo di Visentini, lei accenna ad una visione della politica come entusiasmo e missione, è d’accordo con questa visione della militanza politica?

Si tratta di una visione che condivido totalmente. La politica deve essere passione, non un impiego fisso. Infatti io quando ho rinunciato a fare il deputato, nel 1994, mi sono messo a lavorare. Allo stesso tempo la politica è un servizio. Un servizio che si fa al proprio paese e che ha un costo per chi la fa. Un costo non in termini economici, ma in termini di rapporti umani, di rapporti familiari. Io non conosco i miei figli, anche se oggi le mie attenzioni sono rivolte ai nipoti. In politica i costi dal punto di vista dei sentimenti sono altissimi. Però è una passione che quando ti prende non ti lascia altro. È stata una cosa che mi ha preso totalmente per cui ho sacrificato molto. È una passione che nasce soprattutto dal confronto.  Molti giovani ora non hanno passione politica e forse ciò è spiegabile dal fatto che non esiste più un organismo come la sezione. Che non è solo un luogo del partito, ma diventava il punto d’incontro per stringere rapporti umani, permettendo di creare un gruppo compatto ed unito, come quando ai tempi in cui ero nella sezione di Cave Tuscolano, un certo distacco degli anziani del partito. Un distacco che c’è sempre stato e sempre ci sarà tra
le diverse generazioni. Ecco perché non condivido l’atteggiamento del partito nei confronti della Fgr,
perché un distacco c’è sempre in tutti i partiti a meno che non si veda in maniera oracolare il rapporto con la direzione.


In questi incontri lei sottolinea le idee e l’attualità delle proposte di alcuni di questi personaggi,
dall’esempio di quali di essi potrebbe partire una rinascita del Pri?

Per una rinascita del partito le idee sono necessarie, ma non sufficienti, bisogna ripartire dal proselitismo, dal rapporto con l’altro, mostrandosi come apostoli di una idea. La grande forza dei partiti popolari è che sono fatti di povera gente, di persone che vivevano e si innamoravano di una idea. Di convinzione, che è il presupposto di ogni passione. Ci vogliono poi soprattutto le idee, quelle di Mazzini, calate ed inserite nell’attualità. Ci vuole la cultura e l’analisi, che permettono alle idee di nascere. Tali idee, però, per potersi diffondere si devono incarnare tramite il proselitismo, tramite una azione di militanza e diffusione che deve partire da tutti i membri del partito, dai simpatizzanti ai dirigenti.

 
Nel suo libro parla di un partito con due anime, da un lato popolare, dall’altro elitaria, uno col popolo e un altro con l’élite. Lei a quale parte appartiene? 


Io appartengo ad una anima popolare, per idee, per estrazione, per valori. Come del resto Mazzini,
nonostante provenisse da una famiglia borghese era un figlio del popolo. Se dovessi dire un personaggio della parte elitaria del partito direi Giorgio La Malfa. Perché non aveva una anima popolare, né una estrazione popolare. Perché rappresentava nella nostra società l’elite.

Intervista a VINCENZO PROFETA

INTERVISTA VINCENZO PROFETA
Vincenzo Profeta è un pandemonio letterario, capace di fondere arte, visione, divinazione, scrittura, flusso di coscienza ed evocazioni degne di una messa nera. Nella sua opera “Palermo male” Profeta costruisce un romanzo che colpisce e annichilisce il lettore attraverso un layout fatto di glitch, collassi, sovrapposizione tra web, inconscio, videogame e rete thor. Attraverso uno stile tra Dante Virgili e l’Apocalisse di Giovanni, Solenoide di Cartarescu e Fuori piove sangue, ma senza la foga nevrotica del primo, senza i limiti del secondo. Scrivendo il metatesto, ergodico e celiniano della nostra deriva. Se un giorno dovessimo chiederci come Telegram, questo subconscio collettivo della nostra società, potrebbe scrivere un romanzo se fosse cresciuto e programmato in Sicilia, leggendo la Palermo Male(GOG EDIZIONI) di Vincenzo Profeta potremmo trovare la risposta.


Di recente lei ha recensito la lettura esoterica di True detective di Maculotti. Sarebbe possibile una
rilettura esoterica del suo ultimo romanzo, una Palermo Male svelata? E quanto è importante
l’esoterismo nella sua opera?


Si certo, infatti ho affidato la rilettura esoterica della Palermo male a Maculotti stesso…scherzo
ovviamente, ma credo gli sia piaciuta molto la mia recensione su intellettuale dissidente, e credo che
risponderà in qualche modo, io con l’esoterismo ho un rapporto mordi e fuggi, molto distratto, ovvero
cerco ciò che mi serve per le mie cose; per il resto, esoterismo oggi è una parola che oserei definire
violentata ed abusata, questa parola sta creando una nuova cultura pop, molti disinformatori stanno nella controinformazione per sabotarla, questo crea ed attira molta gente disadattata.


I personaggi del suo romanzo sono innovativi rispetto alle tipiche comparse dell’ultima letteratura. Sono veri, apocrifi e folli. Dove ha tratto l’ispirazione per essi? E a quali è più legato?


l’ho trovata in me e nella mia vita, e nel linguaggio di tutti i gironi, nei forum per complottisti etc, ho fatto un bel tritatutto, ero davvero stanco dei libri con le trame, o dei romanzi, so che va di moda dire che siamo stufi dei romanzi, ma io sono stufo delle trame, e della scrittura come intrattenimento sensato, a modo, e perfetto tipo catena di montaggio, usato come speculazione intellettuale di per se, come meccanismo per creare suspance o propaganda politica e ingegneria sociale. Vedi le serie netflix, e sono scritte da sceneggiatori con i contro cazzi, ma sono perfette e tutte e quasi uguali a mio avviso, di un patinato insopportabile, molte trame sono horror, distopiche o satanisteggiati, le trovo finte e posticce, io amo l’orrore che crea atmosfera, spazio , ambiente, aria, non personaggi fighi o eroici, per questo Lovecraft è un gigante, perchè in lui non contano molto i personaggi, ma l’atmosfera e la poesia. l’orrore scaturito dalla divinità demoniaca evocata, mi piace la letteratura di genere horror spazio-temporale, la poesia che ne sorge, la poesia è l’unica cosa che mi interessa e per cui vivo una vita artistica diciamo.

La religione è molto importante nella sua opera, si definisce uno scrittore religioso o spirituale o profetico(per scivolare nel basso enigmismo)? Quale è l’impatto della tradizione biblica e apocalittica nella sua opera?


Questa domanda è molto intelligente ti ringrazio di averla fatta, ho una formazione cristiana, ho un
rapporto di alti e bassi con la mia fede, sono stato molto anticattolico in passato, nei primi anni della mia vita, aderivo alle culture giovanili, poi ho scoperto che era tutto un condizionamento per allontanarti da dio, attualmente attraverso un periodo molto caotico, diciamo che sto cercando la mia fede, e sono molto discontinuo anche li, si perdono molte energie spirituali inconsapevolmente. La Palermo male è frutto di un studio sulla Apocalisse di Giovanni, molto complesso, è un ipertesto come la Bibbia ed ammicca alla kabala, mi sono avvalso della consulenza di almeno un paio di sensitivi per scriverlo, il libro rivela il nome dell’anticristo, se lo si legge bene, non so se ci ho beccato, dovesse essere cosi, bhe….

Walter Siti in un suo ultimo saggio parla della letteratura aumentata come probabile nuova tendenza letteraria. Il formato grafico della Palermo Male può appartenere a questa visione ? A chi si è ispirato?

Walter Siti ha ragione, ma la letteratura aumentata esiste da sempre, è una sorta di sottogenere nascosto, la bibbia oltre che un libro sacro molto complesso, è letteratura aumentata ad esempio, la Palermo male, lo è di certo, perchè vuole dare visioni e messaggi che vanno oltre il linguaggio scritto sulla pagina, certo non tutte le sensibilità possono cogliere certe cose, ma questo non è un genere che mi piacerebbe cavalcare per moda, se lo faccio è perchè sento di farlo. Il mio libro vuole comunicare con i ribelli di questa società, con le loro anima, vuole una poesia del No, cerca di organizzare una ribellione, una lotta di classe dei disgraziati, sta dialogando con un gruppo di sovversivi dell’anima, che ancora neanche si è costituito.

In molti episodi del romanzo si possono trovare riferimenti o almeno similitudini col background di un certo mondo accellerazionista, sicuramente più estetico che etico. Che legame ha con quel mondo e soprattutto con uno dei personaggi più controversi della Ccru, Nick Land?


l’io narrante di certo potrebbe essere un fanatico della nuova destra americana, ma non certo accellerazionista alla Nick Land, almeno lo è prima di una probabile conversione, il mio personaggio non è mai un positivista, il libro di Nick Land illuminismo oscuro, mi interessa per quello, perchè sembra associabile a certi miei personaggi, ed anche per come è scritto, è un manifesto molto potente, una propaganda ultra liberista molto convincente, scritta con molta sapienza letteraria, in molte cose sono d’accordo e mi affascina, ma se la soluzione è un transumanesimo liberticida ed eugenetico, non siamo molto lontani dalle soluzioni che propone certa sinistra socialisteggiante, io sono ancora umanista, e sono assolutamente certo che il transumanesimo, non è il futuro e non è la libertà, forse la bioetica sarà la libertà, ma neanche quello, sono un mediterraneo, e l’unica cosa che un po’ mi appartiene, anche se non nel senso turistico del termine, ma letterario.


Profeta, scrittore, ma anche artista, so che sta scrivendo un pamphlet sull’arte ce ne può parlare?


Si certo, non vedo l’ora di tornare a fare mostre anche solo per una questione di ego, adoro essere in
questa zona d’ombra, tra arte e letteratura, mi piace non essere inquadrabile, si scriverò un piccolo saggio sui graffiti, roba molto concentrata stavolta, la Palermo male dicono che sia lungo, ma era quello che ci voleva, in realtà è corto e molto cesellato, molte cose non le ho messe, ma il libro sui graffiti vi stupirà, è offensivo diciamo, ed è un metodo per non conformarsi alle mode, mi piacerebbe fosse letto nelle accademie e nelle scuole d’arte, vedremo che farà Gog, mi affido molto al loro modo di proporre le cose, con la Palermo male sono stati molto bravi, non sto leccando culi, ma sono i migliori!


Echaurren in un suo ultimo saggio dice che il “sonno dell’immaginazione genera mostre” e che l’artista contemporaneo ha smesso di fare opere per un mercato preferendo opere di mercato. Cosa ne pensa?

Penso che ha ragione, viviamo un periodo oscuro per le arti, siamo all’estinzione della forma artistica, in un mondo di tutti artisti l’arte è normale che svanisca, quella che si fa oggi non è più arte, ma una sorta di comunicazione pervertita, ma in un modo dove i social dominano, quanto ha senso tutto questo? Bisogna rassegnarsi esistono epoche dove l’arte sparisce e si nasconde, io con il laboratorio saccardi cerco di acchiapparla, ma serve per la mia vita, per quello che ho montato, per la mia maschera esistenziale che voglio sia coerente, perfetta ecco.

Intervista a Stefano Bisi – Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia.

STEFANO BISI: “LA MASSONERIA SPESSO CRITICATA DA CHI NON
LA CONOSCE. I NOSTRI SEGRETI COMPRENSIBILI SOLO DA CHI
VIVE LA NOSTRA COMUNIONE”


Abbiamo intervistato Il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia
Stefano Bisi, al fine di scoprire gli ideali ed i principi che la
Massoneria ancora oggi trasmette e rappresenta.
Pertanto, le analisi e le prospettive di Bisi si riveleranno per noi
importante fonte di formazione umana e culturale.

Cosa la spinse ad avvicinarsi al mondo massonico?
Ero attratto ed affascinato da questa associazione “misteriosa” e
cominciai ad approfondirne la storia e le finalità nel 1978. Nella
mia città, Siena, conobbi una persona facente parte della
Massoneria ed ebbi dunque l’occasione di cominciare a dialogare
con lei. Questi colloqui cominciarono ad infittirsi fino a quando
chiesi di essere ammesso nel contesto. Pertanto, il 24 settembre
del 1982 venni iniziato alla loggia Monteaperti di Siena del
Grande Oriente d’Italia. Lì è iniziato e poi proseguito il mio
percorso massonico.
Quali sono i principali ideali che il Grande Oriente prova a
tramandare a chi si avvicina al contesto?
Libertà, Uguaglianza e Fratellanza sono i principi fondanti della
nostra Comunione che si trovano scritti nei nostri Templi. Tre
definizioni che vanno declinate secondo i tempi attuali. Ad
esempio, oggi libertà è sinonimo di responsabilità. Pensiamo al
problema pandemico, dove ognuno di noi è chiamato ad essere
responsabile se vuole essere libero. Ciò vuol dire anche

vaccinarsi, così da tutelare la salute altrui e la nostra. Questa è
una declinazione molto attuale della parola libertà.
Che valutazione esprime sulle critiche e le considerazioni
negative che la Massoneria spesso riceve in società?
Molti criticano perché non ci conoscono. Tuttavia, la critica serve
a crescere e migliorarsi, dunque è ben accetta. Quel che dispiace
sono le offese che talvolta subiamo, soprattutto da parte di chi
non conosce il nostro mondo. Apprendere la storia e le finalità
della Massoneria è semplice, vivere l’esperienza massonica è più
complesso. In tal caso bisogna essere ammessi nella comunione
del Grande Oriente d’Italia e poi cominciare il proprio percorso
che permetterà di scoprirne i segreti. Trattasi di segreti non
trasmissibili, comprensibili solo da chi vive l’esperienza
massonica, il rituale di iniziazione, i passaggi di grado, la
partecipazione, le tornate rituali. Questo è vivere la Massoneria.
Il suo incarico e ruolo di Gran Maestro del Grande Oriente è un
impegno che le comporta responsabilità e le sottrae molto tempo
della sua vita?
È un impegno gravoso ed oneroso ma anche estremamente
gratificante. Per un fratello entrato nella comunione 39 anni fa
essere arrivato al ruolo di Gran Maestro è soddisfacente. Certo,
tenere insieme i fratelli è stato complesso, soprattutto nel
periodo pandemico. Tuttavia, ben volentieri svolgo questo
compito con passione.
Come si è svolta la vostra comunione nel corso dell’emergenza
pandemica? In che modo è stato possibile proseguire il vostro
impegno e percorso?

Noi abbiamo cercato di essere responsabili, promuovendo tra
fratelli la cultura della responsabilità. Quando non è stato
possibile riunirci per via delle limitazioni derivanti dalla pandemia
siamo stati in contatto telefonico e telematico. Ci siamo poi
ritrovati in presenza seguendo le regole e le prescrizioni per la
salute, utilizzando le mascherine, l’igienizzazione delle mani ed il
mantenimento della distanza. Questo è il contributo che abbiamo
dato alla campagna di sicurezza comune di tutti i cittadini.
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Cercherò di continuare a migliorarmi personalmente e di
mantenere sempre forte il legame tra i fratelli, questa catena di
unione che deve esistere fra noi. È questo l’obiettivo che mi
pongo e che voglio portare avanti nella maniera migliore.

NICK “LACK” LAND, O DELL’INSONNIA DELLA RAGIONE 2.0

Recensione di Francesco Subiaco


L’accelerazionismo è la visione per cui per superare le contraddizioni della società capitalista non servono né riforme, né rivoluzioni, ma occorre accelerarne gli eccessi fino ad un punto di collasso definitivo. Una visione per cui da tale collasso si apre un bivio in cui si dividono gli accellerazionisti: a sinistra quelli per l’instaurazione di una società di stampo neocomunista, a destra per il superamento del regime democratico-globalista, per un capitalismo autoritario e tecnocratico. Della visione di sinistra il massimo esponente fu Mark Fisher con “Realismo Capitalista”, di quella di destra è invece Nick Land con il suo “Illuminismo Oscuro”. Land può essere definito l’anima nera della globalizzazione, che con il suo Dark Enlightment sta portando avanti la “riforma protestante del capitalismo”. Una riforma cupa, scorretta, neoreazionaria. Fondendo Alt Right e accellerazionisti, libertarianismo ed esoterismo cyber punk. Auspicando una società allucinata e conturbante fatta di tecnomonarchie aziendali, superamento dell’umano grazie all’IA, di rivolta dei redneck contro l’establishment. Di tale società “Illuminismo Oscuro”,(GOG EDIZIONI) è il vangelo. Proponendo un illuminismo antidemocratico, autoritario ed ultracapitalista, che si differenzia da quello progressista perché dove i primi vedono “ideali politici” i secondi vedono solo “appetiti”. La visione di Land si fonda infatti sul superamento della democrazia, come mezzo incapace di sostenere lo sviluppo tecnico, frenato dagli interessi dei gruppi sociali, preferendo ad essi l’uso di governi azienda in cui i cittadini sono classificabili solo come azionisti. Tramite un monocamenìralismo sul modello prussiano, con aristocrazie di ingegneri -governanti e re manager che inseguono e aspettano il Mondo Nuovo, degno degli incubi di Huxley. Un mondo contro cui resistere non serve a niente, soprattutto non serve una resistenza in nome dell’umanità, che sarà presto obsoleta grazie alla tecnica e al mercato. Una visione che fonde il capitalismo della sorveglianza made in California, i programmi più avanguardisti dei centri studi di Pechino, i deliri della Alt Right, che per inciso ha guardato a Land come un profeta. Contro il politicamente corretto che, secondo Land, sta creando un Frankestein etnico insostenibile e caotico, a cui preferisce un mondo di uomini lupi che si scontrano per trapassare
come specie verso la singolarità. Un testo che sembra un subconscio collettivo, ricco di un razzismo
disturbante, contro l’informazione progressista, contro La Cattedrale dei liberal. Una visione controversa che però riesce a diagnosticare la deriva della open society che si apre così tanto da degenerare in un totalitarismo soft, passando dalla pulizia etnica a quella etica, dagli psicoreati orwelliani ai reati d’opinione. Un testo discutibile e controverso, miope sul fatto che il capitalismo è la matrice del globalismo, che il caos sociale non viene dalla poca lotta sociale, ma dalla troppa. Che la nostra società non sta tradendo il sogno capitalista e consumista, ma lo sta avverando, che nel multiculturalismo il problema non sono le etnie, ma la struttura del villaggio globale. Un libro sicuramente con non si può essere d’accordo, ma che si sta realizzando. Diventando il mantra dei magnati della Silicone Valley, dei gerarchi del partito comunista cinese, degli attentatori suprematisti bianchi. Che sarebbe meglio conoscere ed affrontare, prima che diventi il nostro presente. Perché se Nick Land è il Nietzsche dell’accelerazione, Illuminismo Oscuro è il suo Zarathustra.

Intervista a Federica Pascale

DIALOGO CON FEDERICA PASCALE: I GIOVANI SONO IL PRINCIPIO
DELLA RIPARTENZA NAZIONALE
Abbiamo intervistato Federica Pascale, firma del quotidiano Il
Tempo e pregevole figura del panorama giovanile culturale e
politico italiano. Pertanto, le sue analisi e prospettive rilasciate
nella nostra conversazione sono per noi fonte di grande spunto
ed interesse.

In che modo nasce la tua passione per il giornalismo?
Nasce già dall’infanzia data la professione di mia madre,
giornalista professionista, che sin da bambina mi ha permesso di
osservare dal vivo studi televisivi e radiofonici. Con la mia crescita
ho incanalato questa passione nell’ambito della scrittura
giornalistica che spero diventi totalmente la mia professione.
Infatti, essendomi da poco laureata in Giurisprudenza potrò ora
concentrami e dedicare maggior tempo a tale attività.
Hai intrapreso, da alcuni mesi, una collaborazione per il
quotidiano romano “Il Tempo”. Che argomenti prediligi trattare
sulla testata?
Scrivo per Il Tempo da marzo del 2021 e sono onorata di aver
intrapreso questa collaborazione con una così importante testata.
Mi occupo prevalentemente di ambiti giovanili, dato che i giovani
sono stati anche durante la pandemia i più colpiti e concentrarsi
su di essi è fondamentale anche per la ripartenza nazionale.
Come valuti le possibilità di sbocco lavorativo in Italia nel campo
giornalistico?

Purtroppo molto negativamente. Nel giornalismo, così come in
tutti i campi lavorativi, inserirsi per i giovani è diventato
estremamente complesso. La burocrazia e la mancanza di misure
volte ad ampliare lo sviluppo operativo e di istruzione ha
comportato una maggior fuga all’estero dei giovani e la
conseguente difficoltà a ritenersi coinvolti nella crescita del
paese. Spero che anche con il PNRR si possa arrivare ad una
totale svolta su questo fronte.
Al di fuori dell’ambito lavorativo che tipo di persona è Federica
Pascale? Che passioni ha?
Sicuramente gli animali. Sono cresciuta ed ho abitato in una
campagna nella provincia di Palermo dove ho sempre allevato
animali di differenti specie. È stata dal principio una mia passione
che un domani potrebbe tornare ad essere fortemente attuale.
Anche qui a Roma ho i miei gatti che adoro e verso cui nutro un
forte legame.
Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Coltivare sempre più le mie passioni e provare a realizzare la mia
vita e la mia carriera lavorativa in Italia. Ho vissuto all’estero, tra
Buenos Aires, Zurigo e la Germania per diversi periodi ed anche in
quei casi ho compreso la vicinanza verso le mie radici. Spero che il
futuro non comporti distanziamenti da esse.
Come è nata la tua passione per la politica? In che modo auspichi
il futuro del nostro scenario nazionale?
Sin dall’adolescenza ho sentito vicinanza alla causa politica della
mia terra e mi sono interessata ad essa. Tuttavia, in Sicilia non mi
sono mai rispecchiata nella politica locale, motivo per cui ne son
sempre rimasta al di fuori. Pertanto, trasferendomi a Roma a 16

anni ho iniziato un percorso in prima persona, nell’ambito
partitico del centrodestra. Spero che sia proprio esso a
stravolgere in maniera positiva il nostro scenario nazionale, a
cominciare dall’impegnarsi nel trovare candidati adatti in vista
della prossima tornata elettorale.