La musica per Alberto Chines, il pianista degli affetti

– Lorenzo Cianti

Alberto Chines, nato e cresciuto a Palermo, si è formato presso l’Accademia di Imola con Franco Scala e Piero Rattalino, e al Conservatorio di Bolzano con Davide Cabassi. Ha debuttato a quindici anni presso il Teatro Massimo di Palermo e nel 2011 ha vinto il primo premio al Concorso Pianistico Internazionale “Palma d’Oro” di Finale Ligure. Un giovane pianista dalla grande sensibilità interpretativa, ha tenuto numerosi concerti nelle principali città italiane e negli Stati Uniti, in Spagna, Portogallo, Inghilterra, Austria, Francia e Germania. Nel 2019 è stato pubblicato il suo primo CD con musiche di Bach, Schumann, Ravel e Bartók. Molto attivo nell’ambito cameristico, Alberto Chines ha ideato la rassegna concertistica internazionale Musica Manent Festival e collabora con la Primavera di Baggio di Milano. È Steinway Artist dal 2020.
 
 
Come descriveresti il tuo stile musicale? Quali sono le tue fonti d’ispirazione nell’attività artistica?
 
Stravinskij sosteneva che, così come l’appetito vien mangiando, il lavoro può far sorgere l’ispirazione quando questa non sia presente in anticipo. Mi trovo a essere molto più creativo quando sono costretto a lavorare tanto, anche se le innumerevoli cose non strettamente musicali di cui mi interesso nel tempo libero hanno sicuramente contribuito alla formazione dell’uomo, e quindi del musicista che sono. Tentare di descrivermi dal punto di vista artistico non è facile per me come, del resto, per chiunque altro: cambiamo continuamente, cresciamo, ripeschiamo concetti che avevamo accantonato, ne abbandoniamo altri. Se c’è qualcosa che mi ha sempre accompagnato è l’amore infinito per Bach e Beethoven, così come la curiosità per la musica antica e il fascino del Novecento. Altro proprio non saprei dire. 
 
Sei uno tra i pochi pianisti contemporanei ad eseguire brani del repertorio antico e rinascimentale, non concepiti per il moderno pianoforte. Le tue Variazioni su “Mein Junges Leben hat ein End” di Sweelinck, ad esempio, hanno incontrato il grande apprezzamento del pubblico. Cosa significa, per te, riportare in vita questi capolavori di così rara bellezza?
 
Come ho detto prima, per me è sempre stata una ricerca entusiasmante e ricca di soddisfazioni. Non ho mai capito lo sdegno che il suonare certa musica sullo strumento moderno provoca in qualcuno: all’epoca si utilizzava serenamente qualsiasi tastiera ci fosse a disposizione e, sebbene alcune composizioni avessero un taglio più organistico (come, ad esempio, il brano di Sweelinck che citi) o clavicembalistico, credo che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di scandalizzarsi. Ecco perché, molto semplicemente, ritengo che il pianoforte possa essere un’alternativa valida tanto quanto le altre, purché si affronti questo repertorio con un po’ di consapevolezza storica e qualche nozione di prassi, utilissime anche – e soprattutto – quando è necessario adattare alcune scelte al timbro dello strumento. 
 
Parliamo del tuo ultimo CD, “Dances and Tales”. Qual è la scelta alla base di questo titolo, profondamente suggestivo?
 
Beh, non è altro che il contenuto! Le danze stilizzate della Suite Francese in sol maggiore di Bach, il racconto a tempo di valzer dell’Op.2 di Schumann, direttamente mutuato dal capitolo finale di Flegeljahre di Jean Paul, poi ancora valzer con Ravel (nobles et sentimentales, con Schubert in filigrana, sempre così meravigliosamente sfuggenti ed enigmatici) e poi la Suite di Danze di Bartók, che davvero non mi spiego come mai non sia così frequentata dai pianisti e che, attraverso i continui richiami stilistici al folklore delle zone limitrofe all’Ungheria, vuol essere una sorta di racconto e una celebrazione della pace e dell’armonia fra i popoli. Ho sempre inteso il disco come una sorta di manifesto, una dichiarazione d’intenti più che una replica del concerto dal vivo. Preferisco il disco in studio piuttosto che il “live” proprio per questa sua caratteristica di interpretazione astratta, non legata al “qui e ora”, ragionata e accuratamente distillata. Di conseguenza, ho scelto un programma che mi intrigasse e che auspicabilmente mettesse in luce alcune caratteristiche del mio modo di pensare, piuttosto che una selezione di ciò che avevo sottomano al momento. 
 
Ti sei cimentato in molte epoche e in altrettanti autori sulla tastiera. Se dovessi fare una ‘scelta di campo’, preferiresti il Classicismo o la stagione romantica? Sei più vicino al principio di “Nobile semplicità, quieta grandezza” o alla passione dello “Sturm und drang?”
 
Da amante della musica, che poi è ciò che sono prima ancora di essere musicista, avrei grandissime difficoltà a rispondere. Tuttavia, dovendo investire tempo ed energie nello studio di nuovi programmi e nella scelta di nuovo repertorio, mi rendo conto di essere attratto da ciò che è più affine alla mia personalità, poco incline alla lotta e più alla contemplazione. Ecco forse perché nei miei programmi non si incontra spesso certo repertorio lisztiano, che pur ammiro, né troppa musica che faccia della sfida tra l’uomo e lo strumento il proprio fulcro. Credo, inoltre, che il repertorio affrontato durante la mia formazione e il tipo di lavoro svolto su di esso con i miei maestri abbia avuto un ruolo fondamentale, così come anche le esperienze sul palcoscenico, il dialogo con gli altri musicisti, gli approfondimenti culturali e le letture che hanno lasciato un segno nel mio sviluppo personale.
 
Come ritieni si possa avvicinare i giovani alla musica classica?
 
Lavorando sulla diffusione di un’idea semplice quanto fondamentale, ossia quella che l’opera d’arte, che così tanto è in grado di regalare a chi ne fruisce, per rivelarsi richiede un po’ di sacrificio. La musica che dà tutto subito, quella “orecchiabile”, come si sente spesso dire ai più maldestri, chiede poco ma dà ancor meno, esattamente all’opposto di ciò che avviene con una grande composizione, che, pur esigendo tempo e attenzione, apre un universo di meraviglia tale da sconvolgerci nel profondo.
 
 
Dal 27 al 29 maggio terrai un Piano Symposium a Montaldeo, in provincia di Alessandria, insieme al collega Leonardo Pierdomenico. Puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?
 
Grazie per la domanda, sono molto felice di parlarne perché si tratta di un progetto a cui ho lavorato con amore insieme a Leonardo e ai ragazzi della Casa della Musica San Michele, che ci ospiterà e che non esiterei a definire una specie di paradiso per musicisti: ampie camere con vista sui boschi del Piemonte, una bella sala attrezzata per registrazioni professionali, pianoforte eccellente e persino una SPA. Piano Symposium sarà una masterclass breve e molto intensa all’insegna della condivisione e dell’amicizia; suoneremo tantissimo, rifletteremo e ci confronteremo su alcuni tra i temi più importanti legati al fare musica e alla vita del musicista.
 

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