ADDIO A LINO CAPOLICCHIO

– Francesco Subiaco

Il 3 maggio 2022, ci ha lasciato l’ultimo divo del cinema italiano: Lino Capolicchio. Capolicchio tra i protagonisti più interessanti di mezzo secolo di cinema nostrano ha cambiato per sempre l’idea che molte generazioni si sono fatte della settima arte, attraverso ruoli indimenticabili. Da “La casa delle finestre che ridono” di Pupi Avati al “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica, passando per l’esperienza teatrale con Giorgio Strehler. Nato a Merano nel 1943, ma vissuto a Torino, inizia ad affacciarsi al mondo dello spettacolo dopo essersi diplomato all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, esordendo con Giorgio Strehler del Piccolo Teatro di Milano ne Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni, nel 1964, mentre l’anno dopo sempre sotto la regia del maestro del Piccolo prenderà parte a Il gioco dei potenti, tratto dall’Enrico VIII. Seguono altri successi sul palcoscenico, poi la Rai lo chiama a interpretare il ruolo di Andrea Cavalcanti nello sceneggiato Il conte di Montecristo. Una carriera che inizierà brillantemente con la partecipazione alla Bisbetica domata di Franco Zeffirelli, con Richard Burton e lo porterà a lasciare il segno in tutte le sfumature dello spettacolo, dagli sceneggiati bulgakoviani, alle pellicole più innovative di Pupi Avati, eternandosi nel ruolo del giovane Giorgio, elegante e disperato, del “Giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica. Tra le rappresaglie della resistenza del Mussolini ultimo atto di Lizzani e il settecento gotico e fiabesco, nostalgico e poetico di Le strelle nel fosso e Noi tre di Avati, declinando nei suoi ruoli tutte le sfumature, i turbamenti, le crisi, dell’animo umano, diventando un monumento immortale di cosa voglia dire il mestiere dell’attore. Attore, uomo di spettacolo, ma anche regista, che nel Diario di Matilde Manzoni e I pugili ha mostrato una capacità registica che giustificano gli accostamenti fatti a Kubrick, a Visconti. Un personaggio dal sapore shakespaeriano, che già in vita poteva essere già definito un classico ed un immortale della cultura italiana, che lascia ai posteri un ritratto di un teatro e di un cinema lontano, poiché, come affermò in una intervista: “I grandi autori classici tendono ad essere sostituiti in nome della modernità e del successo da mediocri e insignificanti scrittori. La qualità viene sostituita da un’idea di quantità e questo porta inevitabilmente alla paralisi di ogni possibilità espressiva e creativa”. Dopo aver lavorato con Carmelo Bene, con Pasolini, con Avati, di fronte ad un cinema piegato al mondo della quantità e della volgarità, in cui nulla è unico e tutto è riproducibile ed insignificante, Capolicchio resta l’ultimo testimone di un cinema e di una vocazione attoriale che fanno dell’arte un trampolino per l’assoluto, una presenza del sacro, che vedono nel teatro e nel cinema non solo una visione becera ed economicistica dello spettacolo, ma un sortilegio che si crea tra l’interprete e il pubblico, che non vuole fare arte per far passare il tempo, ma per renderlo favoloso. Una visione artistica, che viene portata avanti dagli allievi di Capolicchio, soprattutto dai fondani Fratelli Gianmarco e Francesco Latilla, che nella loro opera, nei loro progetti portano il segno di un apprendistato per l’assoluto, della missione sacrale e visionaria del cinema, maturata formatasi grazie alla lezione del maestro di Merano, facendola propria nel loro cinema e nella loro idea di spettacolo. Mentre i media diffondono la notizia della sua scomparsa, non si può non pensare al suo Leopold Mozart, a Silvano, a Giorgio, a Emilio, a Stefano, ai mille volte e ai mille nomi che ha saputo evocare in più di mezzo secolo di carriera, non interpretando soltanto dei personaggi, ma dando un nome e un volto a degli stati d’animo, a dei miti, dell’animo umano, lasciandoci con la desolante constatazione che con Lino Capolicchio l’Italia perde un altro unico ed imperdonabile maestro.

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