LA FILOSOFIA DELLA CACCIA DI ORTEGA Y GASSET

– Francesco Subiaco

Il gioco può sembrare apparentemente una cosa poca seria, poiché esso consiste nel distrarsi, nel divertirsi. Ma il divertirsi non va confuso con lo scherzo, perché come ricorda benissimo Carmelo Bene “il gioco è bambino, quindi serio, lo scherzo è adulto, quindi cretino”, ed il volgere lo sguardo, il fuggire dal groviglio della propria esistenza è forse una delle poche delizie dell’uomo moderno. Sono inoltre il gioco e il divertimento una funzione puramente umana, perché superano la mera sopravvivenza, sfociando nell’ozio, nello sport, nel pensiero. Sono le attività dei privilegiati e delle aristocrazie, che per motivi ovvi erano gli unici a poterle praticare, ma oggi più che mai esse hanno una funzione fondamentale. Sono le azioni a cui l’uomo si “dedica” e che, come disse Ortega, “di fronte alla vita come lavoro e logoramento contrappongono la vita come delizia e felicità”. Tra queste delizie per il massimo campione della hispanidad filosofica svetta una pratica su tutte: la caccia. La caccia per Ortega non è solo una spietata carneficina impari tra l’uomo e la bestia, ma è la competizione ludica per eccellenza, quella in cui l’uomo diverte se stesso ritornando ad una dimensione animale, alla logica primordiale preda-cacciatore, che si presuppone come il gioco definitivo, la finzione seria del ritorno allo stato di natura. Ortega y Gasset ne parla squisitamente nel suo saggio Filosofia della caccia (OAKS). Nel testo, inizialmente pensato come introduzione ad un testo venatorio, la caccia insieme all’ordine monastico e la disciplina militare appare come uno dei simboli delle tradizioni culturali dei popoli, un fatto che non può essere inscritto alla debole regola della mera sussistenza. Il cacciatore non insegue la sua preda per consumarla e basta, lo fa perché esso è un gioco, anzi di più, perché è un rito. È uno sforzo fatto nella massima libertà per avere una delizia, un piacere. Non può essere una sfida ad armi pari perché come in tutti i ritorni alla legge della natura essi non considerano il mondo per pari opportunità, ma per gerarchie. Il leone non caccia un altro leone, sceglie come preda una gazzella, un animale molto più debole, la stessa cosa avviene per la caccia umana, il venatore non caccia tigri o giaguari, sceglie animali per la sua sussistenza, ma anche capaci di essere sconfitti, perché quella ricerca, quello scontro non è un duello tra specie, ma un rito dove l’animale è l’ostia e il cacciatore il sacerdote, un gioco dove il massimo compito è fuggire dalle prigioni della civiltà. Come negli stadi e nelle arene l’uomo sfoga la sua anima più intensa, vivendo la nostalgia della guerra e della sua condizione di animale civilizzato. Per OyG scrivere un trattato sulla caccia non è un atto di odio verso le specie animali, ma un modo per rompere la bigotteria culturale che vuole fare del passato una pagina bianca mostrando la caccia come un paradigma di stile, di una sportività, di una cavalleria che non si sono estinte sotto le macerie della guerra e della tecnica

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