DIALOGO CON GABRIELE CHECCHIA: L’OCCIDENTE SALVAGUARDI LA DEMOCRAZIA NEL MONDO

– Francesco Subiaco, Francesco Latilla, Gianmarco Latilla

Non ignoriamo il bene e il male, gli opposti schieramenti, le lotte mondiali tra autocrazie e democrazie occidentali. Esse sono chiare ed evidenti, come i duellanti che si sfidano su un campo di battaglia. No gli europei ignorano il loro futuro, che vedono come uno spettacolo mortale che non li riguarda, una pantomima oltreoceano da cui arrivano sparute notizie. Sovrastanti, gli europei assistono alla questione ucraina, all’evacuazione afgana, al neocolonialismo cinese, come gli spettatori di una storia di cui al limite possono essere solo il pubblico. Ma Kiev, Kabul, Sinferopoli, Taipei, non sono città invisibili, meravigliosi fondali di battaglie lontane. In queste città passa il grande gioco, passa lo scontro, il duello sul campo di battaglia degli equilibri mondiali. Da una parte gli Stati Uniti e le democrazie occidentali, dall’altra le autocrazie, i nuovi imperialismi, i Rogue State, che si sfidano in un braccio di ferro il cui esito mira a capovolgere gli equilibri mondiali. Un presente complesso i cui meccanismi sono opachi e le cui sfumature si tingono delle ambigue tinte dei capricci della storia. Dal neocolonialismo cinese, alle persecuzioni dei cristiani d’oriente, il mondo è un groviglio complesso, un puzzle scombinato dalla difficile conclusione. Per risolvere le difficoltà che impediscono la nostra cognizione del presente su questi temi abbiamo intervistato Gabriele Checchia, intellettuale, esperto di geopolitica, ambasciatore presso il Libano dal 2006 al 2010, che attraverso la sua attività di analisi degli scenari internazionali, tramite la Fondazione Fare Futuro e il Comitato Atlantico, collabora alla creazione di un pensatoio culturale dell’area moderata ed atlantista, capace di giudicare e studiare lucidamente il nostro presente, per poter capire i processi che sconvolgeranno il nostro futuro. Checchia liberale che ha nel suo pantheon Aron e Croce, il Generale De Gaulle e il repubblicanesimo americano, è una voce libera dai pregiudizi del potere, capace di osservare il presente alla luce di una etica della libertà e la lunga esperienza diplomatica.

Può parlarci della sua attività con la fondazione Fare futuro?

Fare Futuro è una fondazione, presieduta dal sen. Urso, che intende rappresentare il pensatoio di punta dell’area moderata e di centrodestra per quanto riguarda le analisi e le questioni geopolitiche, tramite un atteggiamento obiettivo e bipartisan, come sottolineano i nostri eventi, organizzati con il Comitato Atlantico e l’International Republican Institute, a cui hanno partecipato anche esponenti di alto profilo del Partito Democratico, poiché il nostro obiettivo è innescare una riflessione capace di indagare seriamente la realtà senza essere partigiani nelle nostre analisi. La nostra fondazione raccoglie prevalentemente pensatori di area liberale, popolare e conservatrice, ma non esclude il dialogo con professionisti di altre visioni o estrazioni. In questi mesi abbiamo organizzato due eventi molto importanti. Il primo un evento per parlare della drammatica situazione afgana e sulle prospettive occidentali, a cui hanno partecipato esponenti del parlamento italiano, giovani parlamentari europei e l’International Republican Institute. L’altro evento che abbiamo organizzato aveva come tema, invece, il contenimento dell’influenza della Repubblica Popolare cinese in Europa e nelle nazioni in via di sviluppo. Per parlare della sfida decisiva che pone Pechino e il partito comunista cinese all’occidente, sottolineando sia la totale impossibilità di separare imprese private e pubbliche nel mercato cinese, sia per promuovere la difesa dei valori liberali e democratici marcatamente occidentali che si incarnano in quel faro di libertà e democrazia che è la repubblica di Taiwan, che da anni subisce pesanti segnali di intimidazione dal continente. In questo periodo stiamo preparando un evento sul Mediterraneo e l’importanza della vicinanza dei paesi europei all’alleanza atlantica.

Di fronte alla pervasività delle autocrazie sul Mediterraneo e sul mercato italiano quanto sono importanti i valori liberali della concorrenza e della difesa della democrazia?

Io credo che tali valori siano fondamentali poiché ci danno la cifra di tutto quello che l’occidente è stato, è  e dovrà essere. La solidarietà europea e la collaborazione con gli alleati atlantici sono fondamentali per la realizzazione dell’orientamento strategico dell’alleanza con il vertice di Madrid, Nato 20-30. Soprattutto in vista di una realizzazione di una difesa europea comune, che sia complementare e non a antagonista alla difesa Nato.

Come valuta lo sviluppo del movimento talebano dalla fine del Novecento a questa rinnovata ascesa con i drammatici fatti afgani?

I talebani di oggi non sono molti diversi dai disastrosi amministratori dell’Afganistan prima dell’intervento statunitense. Ora la comunità internazionale è in una situazione difficilissima perché si trova di fronte alla necessità di aiutare la popolazione in stato di estrema povertà generalizzata, senza però riconoscere l’attuale governo di Kabul, che esprime l’antitesi dei nostri valori. È un esercizio complesso poiché le nostre diplomazie in concerto con il governo statunitense sta cercando un modo per trovare un equilibrio. Però è importante sottolineare che parlare di un ritorno dei talebani è giusto e sbagliato al tempo stesso. Poiché è vero che tutti i talebani sono pashtun, ma non tutti i pashtun sono talebani, ed anzi dietro ad una maschera di unità si nascondono diverse correnti e diversi gruppi tra loro antagonisti.

Cosa ne pensa del silenzio che sta avvolgendo la situazione dei cristiani d’oriente?

La situazione delle comunità cristiane orientali è certamente molto delicata, basti pensare che essi sono ormai dimezzati negli ultimi 50 anni, complice soprattutto la diaspora verso Stati occidentali e America del sud. Occorre sottolineare che ciò è un fatto drammatico, poiché non solo è in quelle terre che il cristianesimo si è affermato, ma soprattutto perché essi si trovano lì da ormai venti secoli. I Cristiani d’oriente non si sono stanziati sulla scia delle crociate, come molti erroneamente affermano, ma sono arabi che da sempre, professano il cristianesimo e sono comunità antichissime che fanno parte indissolubilmente del tessuto sociale di quei paesi. In realtà i cristiani devono evitare di sentirsi una minoranza avulsa ed assediata dalla società, ma una parte di essa, fondamentale, che deve dialogare con le altre confessioni, a patto che venga rispettata e possa vivere in armonia con le altre comunità religiose. Nella mia esperienza da ambasciatore in Libano esistono dei paesi in cui esiste una convivenza felice in cui i cristiani sono una parte costitutiva. Nonostante ci siano purtroppo paesi in cui i gruppi islamici, penso all’Iraq e alle difficoltà dei copti in Egitto, rendono molto difficoltosa la convivenza nonostante la scommessa sulla convivenza sia una sfida importante su cui dobbiamo puntare.

Quali sono i riferimenti culturali di Gabriele Checchia?

Io da liberale mi ritrovo profondamente in due pensatori: Benedetto Croce e Raymond Aron. Soprattutto ad Aron devo la definizione de la Republique imperial, che rappresenta la visione di un polo occidentale che svolga il ruolo di salvaguardare la democrazia nel mondo.

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