VENEZIANI RACCONTA MANZONI ED I FIORI DEL BENE

– Francesco Subiaco

Il bene non è il buonismo, il culto della tolleranza, il paradiso della morale politicamente corretta. Più che il sottofondo che accompagna la strada dell’inferno lastricata dalle migliori intenzioni è la sinfonia dell’assoluto, il comandamento del sacro. Non ha nulla in comune con la religione delle lacrime, con la fuga ultraterrena verso gli happy ending dei film sentimentali, ma è, al contrario, il ritorno all’origine, al numinoso. È riconoscere un principio e un progetto nella realtà e farne parte. Una partecipazione che anche in presenza del nichilismo e dell’assurdo non ci dimostra che senza Dio tutto è permesso, ma che senza il divino nulla ha senso. Un’idea del bene incentrata sull’amore del sacro, su una dimensione spirituale e morale dell’uomo è quello su cui si fonda l’opera e la poetica di Alessandro Manzoni. Una poetica che si può riassumere nel titolo dell’antologia manzoniana edita da Vallecchi Firenze e curata da Marcello Veneziani: “I fiori del bene”. I fiori del bene sono una antologia di prose manzoniane in cui dalla fede alla rivoluzione, dalla morale alla lingua si ricostruisce il pensiero e l’estetica dell’autore de il 5 maggio. Per Veneziani tale concezione etica ed estetica fa di Manzoni l’anti Baudelaire. Poiché “non scende negli inferi e nei territori oscuri e allucinati del male per conquistare i paradisi artificiali e celesti e l’ispirazione poetica” anzi al contrario Manzoni ha una concezione del bene come dirittura morale, come fede e devozione, amore e saggezza. Un bene che non ha nulla a che fare col beneficio personale, o un interesse solipsista, ma intende una fiducia nei verdetti della storia e della provvidenza, la difesa dell’idea di Dio, patria e famiglia. Che trova nel lieto fine non una banale consolazione per il lettore, ma una idea di pedagogia dell’assoluto in cui la giustizia celeste riesce ad armonizzare e riscattare le ingiustizie terrene.

Al contrario di Baudelaire alla dannazione preferisce la redenzione, al kitch fatto di demoni e pipistrelli la bontà e la devozione delle atmosfere familiari. Costruendo un corpus narrativo di stampo morale contro l’immoralismo dell’autore dei Fiori del Male. Nella prefazione all’antologia, Veneziani libera Manzoni dagli equivoci di una critica frettolosa e dalla banalizzazione dell’impostazione scolastica. I promessi sposi non sono il florilegio del giansenismo o una continuazione della visione pascaliana irrazionale ed esistenziale, sono l’opera di un cattolico per cui la fede include “la sommissione alla ragione”, la scelta umana, i piani della provvidenza e non l’adesione fideistica alla grazia. Più che Pascal il vero ispiratore di Manzoni è Rosmini. Razionale, cattolico, grande poeta vate dell’Italia risorgimentale per i suoi sentimenti nazionali, l’autore degli Inni Sacri non è però un romantico. Per Veneziani l’opera del padre di Renzo e Lucia non ha nulla a che fare con il culto titanico e soggettivista del romanticismo, del gusto nostalgico e reazionario di Novalis, dell’individualismo tragico di Foscolo. La religione dello streben e dei wanderer non ha nulla a che vedere con la filosofia e l’estetica manzoniana, ma anzi è la cifra del movimento ottocentesco più antimanzoniano: La scapigliatura. Nei Fiori del bene il lettore potrà confrontarsi con un Manzoni filosofo e moralista, liberato dalle etichette della burocrazia scolastica e dalle stroncature della critica che cercano di trasformarlo in un autore antiquato e sopravvalutato, quando invece egli è il grande romanziere del romanzo di formazione nazionale e l’autore che più di altro ha rappresentato un ritorno ad una idea sacrale, ultraterrena e morale del bene nella letteratura, senza cadere nei moralismi dei suoi epigoni e nelle ipocrisie dei nostri contemporanei. Un bene che ricorda che non si può sconfiggere l’oscurità senza luce, che il male, esasperato e parodiato, non genera repulsione o rivolta, ma assuefazione, poiché non c’è salvezza nell’abisso, può esserci solo salvezza dall’abisso.

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