PAVESE ALLA LUCE DEL MITO

– FRANCESCO SUBIACO

Il mito è la liturgia dell’eterno. È il rappresentare attraverso forme, immagini, allegorie, quello che per ognuno si chiama destino e per tutti è detta tradizione. Vuol dire creare un ponte tra il vero e il finto. Tra delle verità che sono eterne e delle forme che sembrano passeggere. Aiutando gli uomini a dare dei nomi agli eventi, alle emozioni, alle proprie paure. Nel mito si sublimano le paure degli uomini del passato che attraverso le maschere degli dei riuscivano ad inscenare lo spettacolo degli assoluti. Chiamando la morte Ade, lo scontro conturbante delle pulsioni infantili Edipo, la superbia delle passioni Prometeo, l’oscurità nella nostra coscienza Minotauro, la fragilità delle nostre vane ambizioni Aracne. Trasformando questi personaggi non solo in bei nomi carichi di destino, ma negli archetipi che si annidano nel nostro inconscio, nello specchio delle nostre anime, nel mistero che asconde il sacro. Il mito è come tutta la letteratura del resto, l’enigma dell’uomo. Un enigma che porta il lettore nel labirinto della propria mente, negli abissi della propria anima. Perché i personaggi del mito non sono solo le ombre degli uomini che abitano il mondo, ma anche le proiezioni dei tanti “io”, che albergano nella stessa persona. Un genere che non è tramontato col mondo classico e che molti autori contemporanei hanno saputo far resuscitare, mostrandone la perenne attualità. Dall’Odissea di Kazantzakis al Prometeo di Gide. Una tradizione che nella nostra letteratura ha avuto come esempio eccellente i “Dialoghi con Leucò” di C. Pavese(NINOARAGNO EDITORE). Opera con cui l’autore de “La casa in collina”, esce dalla falsa fama che si è fatto di narratore delle periferie e delle campagne, dalle atmosfere di un Piemonte decadente e di una America melvilliana, per varcare le porte di quel “vivaio di simboli” che sono i miti. Nella prefazione ai Dialoghi, Pavese, elegge il mito come un mezzo efficace  ed assoluto per raccontare il groviglio dei destini umani, i dubbi e le inquietudini che si innescano nelle coscienze. Lo fa attraverso uno stile pietrificato, apocrifo e assoluto. Tra i Pensieri di Marco Aurelio e le Memorie di Adriano della Yourcenar, con una lingua classica, profetica, sciamanica. Una lingua capace di caricare i 26 dialoghi dell’opera di un orizzonte universale, di una potenza originaria e liturgica. Mostrando dietro alle figure mitiche di Virbio, Odisseo, Bellerofonte, i grandi temi di una narrativa esistenziale, che entrano nelle passioni umane mostrandone le ombre, le luci, i chiaroscuri. Attraverso capitoli straordinari come La nube, un lucido apologo della finitezza umana, o La chimera, in cui si mostrano gli uomini infestati dai fantasmi della gloria, del proprio glorioso passato. Personaggi in cui agli influssi delle Metamorfosi di Ovidio, si sentono le suggestioni dello Zarathustra,  della filosofia tedesca(Junger per esempio) e un gusto introspettivo malinconico. Si sente soprattutto la presenza della nostalgia dell’eterno, delle luci degli dei, delle penombre dell’amor fati. Trasformando  questo “quarto di Luna letterario” in una delle opere più intense, profonde, mistiche ed iniziatiche, tra l’antico e l’originario, la nostalgia degli dei e l’aurora del mondo degli uomini. Un testo che sarà il più amato da Pavese, mentre fu guardato con sospetto dalla critica del tempo, e che lo accompagnerà nell’ultimo viaggio in quel tragico fine agosto. Sembrava così anacronistica quell’immagine sacrale nel 1945, ma proprio leggendo i Dialoghi con Leucò possiamo imparare a ricordare che “gli dei  sono il luogo, la solitudine, sono il tempo che passa”.

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