TRA DIGITALIZZAZIONE E FAKE NEWS: DIALOGO CON EMANUELA BRUNI

 

Emanuela Bruni è fra le firme più interessanti del giornalismo italiano. Dall’esperienza di protagonista della comunicazione istituzionale all’attività giornalistica per testate come “Il sole 24 ore”. Con uno stile asciutto cristallino, radioso, che rendono i suoi articoli delle gemme, splendenti e raffinate, simili a delicati zaffiri. La Bruni all’attività giornalistica istituzionale ha sempre affiancato una militanza per valorizzare, tutelare il territorio. Promuovendo la cultura come assessore presso il comune di Frascati, che si è arricchito di approfondimenti, eventi, manifestazioni che ne hanno sottolineato la bellezza e il potenziale creativo, e partecipando ad associazioni come La forza della poesia per una rinascita umanistica dei valori eterni della parola, dell’umano. Attualmente consigliere comunale a Frascati abbiamo intervistato Emanuela Bruni per avere un commento lucido sulla situazione del giornalismo e del territorio.

Cosa ne pensi della deriva che ha preso l’informazione in concomitanza con la crisi dei media tradizionali e del ruolo del giornalista nel nostro tempo?

Penso che la digitalizzazione sia un fenomeno importante per lo sviluppo e l’evoluzione del giornalismo, nonostante gli eccessi e le criticità di una deriva dell’informazione digitalizzata siano gravissime e sotto gli occhi di tutti. Poiché l’eccesso di dati e notizie rende difficile al pubblico di selezionare la qualità dell’informazione. Soprattutto quando a figure professionali, che hanno un codice deontologico ed una professionalità, subentrano persone che improvvisano l’informazione, dando delle notizie parziali e superficiali. Creando un problema sia etico, sia dannoso a livello lavorativo, producendo informazioni parziali e approssimative che inquinano le opinioni dei lettori.

Cosa ne pensi del fenomeno delle fake news?

Sicuramente le fake news, che una volta erano semplicemente delle bufale, esistono da sempre, solo che nel passato erano facilmente smascherabili e soggette al diritto di replica e alla diffamazione. Oggi invece le notizie false, vengono create e diffuse con estrema facilità. Facendo cadere nel loro tranello anche giornalisti professionisti che sono vittime di esse. Poi esistono le macchine della comunicazione politica che hanno un impatto e una pericolosità ancor maggior, perché hanno una portata ancora maggiore. Sicuramente un altro tipo di fake news molto pericolosi sono le falsificazioni degli audio e delle immagini che sono ancora più inquietanti.

Sei stata la direttrice dell’ufficio stampa istituzionale dell’ufficio stampa della presidenza del consiglio dei ministri. Come è cambiata la comunicazione istituzionale negli ultimi anni?

Quando ho iniziato io, ai tempi del governo Amato, la rete muoveva i primi passi in un mondo dominato dalle agenzie stampa. Dove l’informazione era affidata a canali istituzionali che avevano come attori solo gli uffici stampa, le agenzie ed altri media, dove i coordinatori erano il ponte tra la politica e i cittadini. Dal 2006 in poi l’utilizzo dei social ha stravolto i modi di fare politica, facendo subentrare numerosi attori, primi fra tutti Twitter, Facebook ed altri. Lo abbiamo visto soprattutto negli ultimi anni, dove erano gli uffici stampa che seguivano i profili Twitter dei politici di tutto il mondo. Un metodo che invece Draghi non sta seguendo, preferendo una comunicazione più classica-istituzionale, la miglior secondo me. Nonostante sia una figura di presidente del consiglio molto diversa da quelle classiche, anche per gli esperimenti di tecnici che abbiamo avuto. È passato molto tempo da quando sono fuori da questo contesto, ma non mi sembra siano cambiate le regole della comunicazione politica,

Da cosa dovrebbero ripartire i territori?

La politica dovrebbe ripartire dall’ascolto che si concilia con una analisi costruttiva delle istanze popolari. Non accontentandosi di assecondare gli umori e le sensazioni, ma cercando di elaborare ed interpretare le istanze degli elettori attraverso una analisi che abbia come sua esigenza principale la volontà di costruire. Per evitare una politica demagogica come quella dei cinque stelle, ma concentrandosi soprattutto nell’ascolto e nella partecipazione, cercando di riportare i cittadini che non sono andati a votare, perché insoddisfatti, verso le istituzioni

Quali sono i tuoi riferimenti culturali sia in ambito giornalistico sia in ambito letterario-filosofico?

È molto difficile rispondere, perché non ho avuto mai dei maestri, e sono sempre stata molto esigente guardando soprattutto la qualità della scrittura. Penso soprattutto a Pasolini, una figura così raffinata e trasversale, in catalogabile, di una attualità inarrivabile. Per quanto riguarda delle firme che amo leggere, tra i contemporanei guardo soprattutto a Pietrangelo Buttafuoco, Marcello Veneziani. Nel passato penso ai grandi del giornalismo d’inchiesta del Corriere alle firme che hanno segnato in vario modo la storia della comunicazione in vario modo. Chi con un approccio più informativo, chi in maniera più oggettiva e molti altri che guardavano molto di più alla prosa d’arte agli elzeviri.

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