SINTOMI DI UN CONTESTO: CESARE CAVALLERI ED IL LEGAME CON LA POESIA

Cesare Cavalleri, intellettuale, giornalista, editore. Stroncatore ferocissimo e raffinato cultore della poesia, tra le ombre della neoavanguardia e la grazia della cultura cattolica. Editore di ARES e direttore della rivista Studi Cattolici, che ormai ha da molto superato i 700 numeri, è uno sciamano della parola, che con i suoi progetti editoriali ha cercato di conservare, di far rinascere. Restituendo al lettore autori unici e capolavori segreti. Pubblicando interamente l’opera di Eugenio Corti, tra i massimi autori del nostro novecento, che ha costruito col suo “Il cavallo rosso”(che con la Ares ha superato da molto la trentesima edizione) una delle cattedrali letterarie della letteratura italiana. Cavalleri, tra gli intellettuali più raffinati del panorama italiano è “il Cesare” del nostro giornalismo, una penna elegante e corrosiva, spietata, ma anche delicatissima.

Dall’amicizia con Quasimodo alle polemiche con Montale, passando per “Sintomi di un contesto”. Che rapporto ha con la poesia, cosa ne pensa della condizione di questo genere nella contemporaneità?

L’incontro con questi grandi è relativo ad un periodo ormai passato della mia vita ed il discrimine è rappresentato dalla neoavanguardia. Perché prima di allora c’è stato un tardo ermetismo che tramite la neoavanguardia ha provocato uno svecchiamento della letteratura, di cui questi vecchi maestri hanno beneficiato. Lo stesso Montale in “Al mare o quasi” non la avrebbe scritta se non ci fosse stata la neoavanguardia. La poesia è inseparabile dalla condizione umana, perché dove non arriva la filosofia incomincia la poesia. Che è una operazione sul linguaggio ma che poi da definitivamente l’importanza al contenuto. Soprattutto ribaltando il luogo comune per cui la poesia è intraducibile. Questa è una lezione che ho imparato da Quasimodo, e da quella operazione originalissima che fece Montale, facendo tradurre una delle sue poesie più difficile delle occasioni, facendola passare per oltre tredici traduzioni, dal bulgaro all’arabo, fino a farla ritradurre in ultimo in italiano. Un esperimento molto istruttivo perché a parte fare uno scarto di genere, trasformando il tu montaliano femminile di Clizia in maschile, ha mantenuto intatto la sua grazia

Pochi mesi fa ha vinto il premio Montale fuori di casa, che rapporto aveva con Montale e con la sua visione della poesia?

Avevo naturalmente un rapporto a distanza, lo ho visto solo una volta. Da Montale abbiamo imparato tutti. La polemichetta in questione nasce da una affermazione di Montale che ad un noto collega disse “dopo di noi più niente”. Certamente nasce un Montale e un Quasimodo per secolo, ma non si può svalutare la poesia così.

Lei una volta disse “i grandi poeti è meglio leggerli che conoscerli”, cosa intende?

L’autore deve essere inferiore alla sua opera. Perché se in un incontro e confronto un autore è maggiore della sua opera, egli delude il lettore. Il poeta deve essere inferiore alla sua opera, non a caso Montale era inferiore agli Ossi o alle Occasioni

Come mai la cultura cattolica non riesce più a farsi ecumenica, a rappresentare una visione comune della vita e della letteratura? Secondo lei come mai non abbiamo autori viventi come Bernanos o Mauriac che possano incarnare nei loro romanzi il turbamento religioso?

Per fortuna che non ci sono altri Bernanos o Mauriac perchè sono autori che non mi piacciono. In quanto l’aggettivo appesantisce il sostantivo. La letteratura è una ricerca della verità oltre le etichettature. Che si compie attraverso il dolore , le emozioni e gli sbagli. Crea una opera, genera una opera cattolica senza etichettarsi come tale. È sicuramente più cattolico Ennio Flaiano che David Maria Turoldo. O il maledetto Rimabud rispetto al cattolicissimo Graham Greene. Greene è senz’altro un autore interessante, nonostante la sua mania per l’intrigo e il giallo non mi appartiene, in quanto non leggo gialli poichè sono libri che non si possono rileggere e per questo non hanno il mio interesse

È stato il primo a pubblicare il cavallo rosso di Eugenio corti. Che cosa significa per lei quell’opera e cosa lo rende uno dei capolavori della letteratura italiana?

Le figaro quando è morto Eugenio ha affermato che se ne era andato uno dei più grandi autori del novecento forse il più grande. Il cavallo rosso è un grande romanzo. Noi siamo soliti confonder il romanzo con il raccontare. In Italia ci sono pochi romanzi come quelli di Tolstoj o Dostoevskij. Ci sono dei racconti che cumulano esperienze biografiche, ricordi, cronache e osservazioni, ma manca una struttura romanzesca. C’è forse Il mulino del Po di Bachelli, ma è assai circoscritto e giustamente dimenticato. Il cavallo rosso è l’epopea di una generazione allo scoppio della seconda guerra mondiale fino al referendum sul divorzio. Prima della qualità della scrittura di Corti che è ingannevolmente semplice ed essenziale, c’è la testimonianza di una congiuntura storica che viene ritratta e riprodotta in maniera assolutamente straordinaria. Un romanzo storico che insegna la storia dei libri di storia, come guerra e pace racconta molto meglio la campagna di Russia, di tanti annali storici. Come diceva l’amato Karl Kraus del resto chi leggerebbe i libri di storia se non gli storici mentre correggono le proprie bozze

Che ricordo ha di Corti e che rapporto aveva con lui?

È nata una amicizia in occasione del referendum sul divorzio. Incontrandoci e diventando fraternamente amici. In quel periodo lui cercava un editore per il cavallo rosso. Un romanzo di 1280 pagine che un “grande” editore, le virgolette sono d’obbligo, non se la sentiva di pubblicare

Quali sono i suoi autori di riferimento, quali sono gli autori che la hanno avvicinata alla letteratura?

Alessandro Spina, Ennio Flaiano con cui ho avuto un simpatico carteggio e poi Dino Buzzati. Un autore che mi ha allevato fin dalla tenera età. Ero solito da ragazzo ritagliare e conservare su un album con tutti i suoi articoli col corriere. Che un giorno gli mostrai lasciandolo stupefatto da una tale fedeltà. Però io sono stato influenzato soprattutto dalla poesia e quindi non posso non citare Montale, Raffaele Callieri, un autore non troppo antologizzato purtroppo, Antonio porta.

La Ares ha pubblicato autori unici della cultura cattolica. Quali sono i testi a cui è più legato e quali consiglierebbe per scoprire il catalogo Ares?

Il cavallo rosso e le opere di Sant Jose Maria Escriban e abbiamo un folto numero di scrittori che fanno bene sperare

E il romanzo su Rimbaud?

Non lo pubblicherò perché non lo ho scritto e non lo scriverò mai. La trama ruota attorno ad un antenato di mia nonna che a vent’anni studente medicina aveva la passione letteraria ispirato da Carducci. Avrei voluto retrodatare tale vicenda per far incontrare a Milano, Mario Pirotta, che aveva fondato un circolo anarchico con Mario Borsa, per farlo incontrare con Rimbaud nel suo periodo milanese. Mettendo a confronto la vicenda di Rimbaud e Pirotta

 

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