Intervista a Davide Giacalone

Direttore de La Ragione

INTERVISTA GIACALONE

Nella nostra società così acciecata dai fantasmi dei totalitarismi, dalle prospettive annientanti di un mondo che vede tutto in una ottica binaria, in un aut aut tra il tifo da stadio e lo snobismo dogmatico è necessario riuscire a guardare con uno sguardo oggettivo, razionale, mite, ma allo stesso tempo deciso ai fatti e alle loro interpretazioni. Privilegiando quello che dovrebbe essere il primo valore di ogni intellettuale: la lucidità. Una lucidità concreta, nel senso britannico di commontouch, ma anche basata sugli strumenti inalienabili della virtù umana, prima fra tutte la ragione. La Ragione che è anche il nome della testata di cui è direttore Davide Giacalone, campione di una visione di lucidità di analisi e razionalità dei giudizi. Fondendo la tradizione liberale con i riferimenti del mondo repubblicano, in cui ha militato giovanilmente. Dalle teorie einaudiane del ruolo della politica e delle istituzioni nel mercato e nella società alla concezione della politica come professione e vocazione, senza sfociare in derive parassitarie, ma nemmeno in un ingenuo dilettantismo. Facendosi testimone acuto dei grandi cambiamenti sociali e delle mistificazioni che cercano di mistificare i piccoli cambiamenti come solenni rivoluzioni. Giacalone con un lavoro fatto di articoli e saggi, riesce a disinnescare le menzogne della demagogia politica e mediatica, mostrandone le parole vuote, gli interessi, i raggiri. 

Cosa ne pensa della polemica sulla mancata espulsione del fascismo e del comunismo, come ideologie, da parte di alcuni partiti della scena politica?

Fascismo e Comunismo sono le due pestilenze del secolo scorso. Due pestilenze che si equivalgono per la loro portata nociva, sarebbe assurdo fare una gara a quale sia migliore dell’altra, e che hanno una matrice comune. Nonostante l’enorme differenza, storica, che il fascismo è nato in Italia al contrario del comunismo. Anche se guardandoli dal punto di vista morale di cittadini europei, dobbiamo constatare che coloro i quali furono fascisti e comunisti nel dopoguerra hanno una comune tendenza a non voler dimenticare, né analizzare. E lo fanno sia perché se ne vergognano, e fanno bene a vergognarsene, sia perché i nostalgici sono un serbatoio elettorale. Un serbatoio con cui questi partiti si riforniscono. Ciò non è da condannare quando lo si fa per proposte o idee, ma lo è quando si strizza l’occhio a queste pestilenze, tramite giudizi storici ed ambiguità con esse.

Che giudizio trae dal risultato delle elezioni amministrative? Chi sono i vincitori e chi i vinti?

La cosa singolare è che, riducendo la vicenda allo scontro tra centro destra e centro sinistra, da una parte ciascuna coalizione aveva come principale avversario un partito interno alla propria coalizione. È evidente che c’è una gara tra Fratelli d’Italia e Lega e tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Dall’altro, per mascherare tale dissidio interno, si è provato ad alzare il livello dello scontro, proiettando la sfida tra coalizioni. Dimenticando che l’avversario in questione è l’alleato sia interno alla propria coalizione sia al governo. Dimostrando che da una parte c’è la politica delle cose concrete fatta dal governo e dall’altra la conflittualità virtuale e propagandistica dei partiti. 

Cosa ne pensa dei referendum sulla giustizia e sull’eutanasia?

I referendum hanno un senso pulito quando a raccogliere le firme sono forze che non hanno una rappresentanza politica in parlamento. Quando, invece, sono forze che compongono la maggioranza, avviene un raggiro dell’elettore. Se poi analizziamo il contenuto di essi io credo che sarebbe preferibile ampliare la Riforma Cartabia piuttosto che lacerarne parti tramite l’azione referendaria, che sicuramente porterebbero ottime cose, ma non risolutive. Sul referendum della giustizia poi, bisogna analizzare il comportamento della Lega che con questa campagna pone una visione garantista. Una visione che è in antitesi con il voto per la cancellazione della prescrizione che ha fatto ai tempi del Conte 1. Mostrandosi ad inizio legislatura giustizialista e a fine garantista, un atteggiamento che forse è un po’ troppo pure per un paese trasformista come il nostro. Anche sull’eutanasia credo sarebbe più opportuno fare una legge per regolare l’eutanasia piuttosto che tagliare parti di legge che lascerebbero scoperti buona parte del regolamento.

Lei è attualmente il presidente della Fondazione Einaudi, secondo lei quale pensa debba essere il ruolo del pensiero liberale in un contesto caotico come quello post pandemico? E quanto nello specifico quello di Einaudi?

L’attualità del pensiero di Einaudi è sicuramente nell’insegnamento del “conoscere per deliberare”. Ovvero non ha importanza il prendere posizione su un tema in quanto tale, per schierarsi e mostrare una scelta di campo, ma è necessaria la reale conoscenza dell’oggetto delle proprie scelte. Per questo le forze liberali, di diversa estrazione, devono conoscere il reale argomento delle proprie tesi. Per esempio una riforma fiscale che abbassa il carico fiscale, facendo alzare il peso verso quelle parti che non pagano il fisco. Il tema della regolazione del mercato  e della concorrenza. Perché si vogliono più assunti deve essere reso più facile fare più licenziamenti, ma d’altro canto se vuoi più profitto devi rendere più facili i fallimenti. Non si possono salvare tutti. Tali temi sono la base del metodo del mondo liberale

Per lei quindi il governo deve prediligere il lavoro come professione?

La politica necessita di una alta specializzazione, ma non deve essere un mestiere. Perché chi dipende, per reddito e professione, dalla politica non può essere libero. Aveva ragione Visentini dicendo che per fare politica in maniera libera bisogna avere un mestiere, contro ogni visione parassitaria della politica. È una attività che al tempo stesso necessita di una specializzazione talmente alta da essere inevitabilmente una vocazione per la vita, nonostante lo stesso Ugo la Malfa, che vedeva la politica come militanza totale, abbia avuto un mestiere aldilà da essa.

Come si pone nei confronti della raccolta firme per la legalizzazione delle droghe e la lotta per sottrare le droghe leggere dai mercati sommersi della malavita?

Nel primo caso posso dire che, come detto in precedenza, essa non elimina il problema semmai elimina il reato, in parte. Poi per quanto riguarda l’argomentazione, sempre evocata da chi è a favore della legalizzazione, è che la legalizzazione delle cosiddette droghe leggere, che poi non sono leggere nemmeno per niente, elimini lo spazio dei mercati illegali della malavita. Considerando che il mercato è principalmente fatto da anfetamine, quindi essa non ridurrebbe il mercato delle droghe principali, dovremmo quindi legalizzare allora tutte le droghe pesanti come le anfetamine? Parlando poi nello specifico della cannabis, la si distribuisce in qualsiasi quantità o anche ai minorenni? Allora si ricostruisce il mercato nero e clandestino. 

Quali sono i suoi principali riferimenti culturali?

La cultura è tutto. Noi siamo per il rispetto umano, la libertà, la tolleranza. Includendo nella nostra biblioteca anche Celine, e come potrebbe non esserci, anche i filosofi e scrittori che hanno avuto rapporti con i totalitarismi. Ma se parliamo della visione politica e del tipo di società che si vuole realizzare certamente direi: Ugo La Malfa.

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