SURREALISMO CAPITALISTA

di Francesco Subiaco

Come nei Figli degli uomini di Cuaron, per Mark Fisher, gli uomini del mondo post 1989 sono imprigionati in una realtà indifferente ed abulica, dove il thatceriano there is no alternative, è diventata una certezza indissolubile, ideologica, culturale, spirituale. Extra Kapitalismo nulla salus. Una visione che sconfitto il comunismo sovietico ha diffuso il pensiero disturbante che non solo non sono più necessarie le ideologie, ma che esse, esauritesi, non trionferanno più. Che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. In uno sviluppo inarrestabile che non solo non può essere fermato, ma che, nonostante i suoi limiti e le sue aberrazioni, è l’unica idea possibile di vita. Non c’è società possibile oltre alla società di mercato, non esistono più cittadini, ma solo consumatori. La lotta di classe è finita, ma la ha vinta il capitale, che vedendo la metamorfosi della Cina post maoista, può liberarsi di tutto ciò che impedisce la sua evoluzione inarrestabile. Una evoluzione che la porta a calpestare le nazioni, la borghesia, le tradizioni, gli stati, per rendersi globale. Sconfinando in un villaggio global, in cui gli uomini, con l’illusione del politicamente corretto e del multiculturalismo, si illudono di fondare una civiltà quando stanno solo costruendo un supermercato multiuso, multietnico, impersonale e macchinico, con gli slogan rosei e ottimisti della pubblicità green-rainbow-post tutto, pronta per il niente. Questo è il mondo accennato dal visionario filosofo britannico Mark Fisher nel suo “Realismo Capitalista”(NERO). Testo in cui il guru dell’accellerazionismo di sinistra, erede ribelle di Nick Land e del CCRU, fonde cinema, cybernetica, filosofia, storia, cultura pop, per regalare una guida perversa all’ideologia capitalista, tra Zizek, Marx, Guattari e Nietzsche. Pensatore profetico che nelle sue analisi della società scorge l’anima del neocapitalismo, nonostante le soluzioni di una tata neocomunista per sanarlo alquanto discutibili. Fisher è infatti un bravo medico ottimo e acuto nelle diagnosi quanto molto confuso nei rimedi, nella medicina. Il capitalismo è infatti, “quel che resta quando ogni idea è collassata a livello rituale e simbolico, diventando il leitmotiv del consumatore-spettatore che arranca tra i ruderi e le rovine”. Considerato come il male necessario, la catastrofe minore rispetto alle pestilenze della storia, con le sue illusioni di controllo e le libertà confezionate. Attraverso la religioni delle libertà, delle lacrime e la lotta per i diritti civili, che come sottolinea Pasolini, diventano i diritti degli altri. Una ideologia che smantella ogni visione spirituale e comunitaria, ogni forma di unione e aggregazione al di fuori di quella dello shareolder, che come in watchmen non ha tradito il sogno americano, ma lo ha avverato. Che ha come suo mito fondativo il 68, visto come una lotta di liberazione non contro il capitale, ma del capitale contro la borghesia, contro la religione. In virtù di uno spirito solitario e di un desiderio meccanico e irrefrenabile. Che sostituisce l’eros alla pornografia, i diritti ai capricci, le nazioni alle community. Che ha creato una società totalitaria, ma non autoritaria, in cui la prigione, il palazzo, il manicomio vengono interiorizzati. Dove come ai tempi dell’Urss, l’arte diventa il mezzo dell’ortodossia popular. Un realismo capitalista in cui l’uomo è prigioniero di un mondo senza via d’uscita e desolato. Un mondo che era ancora in nuce ai tempi dell’uscita del saggio. Poiché ora si potrebbe parlare di Surrealismo capitalista. Di una trasposizione della realtà in cui il sogno o l’insonnia della ragione deforma e contrae la realtà, in un delirio macchinico, sfondando la finestra di overton attraverso il superamento delle identità personali, l’alienazione e lo smarrimento del mondo sociale, la nevrosi della tolleranza e dell’inclusione, che diventa l’ultima forma di disperazione. Poiché la modernità distrugge più quando costruisce che quando demolisce. Instaurando una morale permissiva e intollerante, bigotta e puritana che sogna un mondo transumano e artificiale, che diventa la sovrastruttura di una struttura selvaggia e anarchica di un mercato che diventa sempre di più l’estensione del dominio della lotta. In cui i lavoratori e i produttori sono solo servi e i consumatori dei dissociati, che vivono l’allucinazione collettiva del Grande altro, di una opinione pubblica polarizzata e benpensante, scientista e settaria, liberal e liberticida. Che si incarna nei suoi idoli radical chic, “comunisti liberali” che creano un individuo smart, monouso, rinchiudono il cittadino nella bolla della open society. Una società mortifera, ma non aperta, illusa di bieco ottimismo e di slogan benpensanti. Un mondo che si avvicina sempre di più al collasso man mano che svuota gli individui dei loro legami essi rendono forti i vecchi sogni, più la società avanza più essa stessa si avvicina verso la sua fine. Accelerando verso il suo strapiombo, disinnescandosi nel suo nichilismo. Poiché nella lunga “ e tenebrosa notte della fine della storia, dove nulla sembra più accadere tutto torna possibile”. Nel finale di realismo capitalista Fisher sembra riscoprire l’epilogo del film “L’odio” che oggi più che mai ci sembra attuale: “È la storia di una società che precipita e che mentre sta precipitando si ripete per farsi coraggio fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, ma il problema non è la caduta ma l’atterraggio”. Quanto ancora manca all’atterraggio?

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