DRIEU, UN EUROPEO

Ribelle e aristocratico, vitalista e decadente. È “Il giovane europeo” di Pierre Drieu La Rochelle(ASPIS). Un’opera ibrida, tra pamphlet, saggio, autobiografia. Una confessione di un figlio del secolo, il diario intimo di un malinconico e iperattivo Baudelaire novecentesco. Tra i fumi carnali e morbosi della guerra e l’omologazione della folla solitaria. Un documento unico in cui Drieu La Rochelle mette il suo cuore a nudo in un testo crudele, spietato, nostalgico, tra l’eterno e l’antico. Attraverso la maschera archetipica del giovane europeo, di una figura  personalissima ed universale, originaria e originale. Il giovane europeo è il reduce della prima guerra mondiale, il deluso della rivoluzione d’ottobre, l’elitista senza elite, il cavaliere decadente, il contrabbandiere tra sogno e azione. Una figura unica e che non sa che farsene di una “patria che non sia promessa di un impero”. Cresciuto all’ombra dei crepuscoli degli idoli di Nietsche e Spengler, cullato dai sogni di Kipling e D’Annunzio, tra estasi e massacro. Che si è scelto come santini il maledetto Rimbaud e il santissimo Pascal, mischiando sensualità e ascesi, carnalità e apoteosi. Una formazione che si si infrange nelle tempeste d’acciaio della prima guerra mondiale che segnano una iniziazione ad una vita in cui sono cadute tutte le vanità. In cui “ogni epoca è una avventura. Io sono un avventuriero e la mia fu un’epoca buona per me. Conoscevo l’alpinismo, la cocaina, le corse d’auto. Trovai nella guerra lo sport d’abisso che da tempo fiutavo”. Uno sport di cui si ingozzava “di quell’ebrezza della terra”, nutrendosi di una giovinezza sfinita e di una vitalità esaltante che portavano l’uomo a “non uscire dalla foresta”. Una guerra ascetica e arcaica che fu vissuta come l’ultima passione dei popoli europei. Popoli che alla sua fine si ritrovarono imprigionati in una quotidianità grigia ed anonima, di un mondo americanizzato e deludente. Moderno e massificato dalla tecnica e dalla società di massa, che non “era riuscito ad uccidere la guerra o il potere, ma a stento la cavalleria”. Un reduce che finita l’iniezione di sogni e vita della sua sopravvivenza vide negli ideali liberaldemocratici, nella rivoluzione d’ottobre, nella prudenza dei ceti conservatori, solo un modo per diventare di nuovo americani. Nel comunismo “un pugno di intellettuali che volevano avere la meglio su Rockfeller ed altri miti atlantici. Creando un capitalismo di stato, dei trust di stato. Governando un popolo selvaggio che come degli schiavi imitavano le belle fabbriche e le belle banche” dell’occidente. Un mondo che abbandonava gli echi dei passati perduti tuffandosi nell’incubo dell’innominabile attuale. Un incubo in cui il decadente è imprigionato nell’annosa controversia tra il vivere e lo scrivere, tra il sogno e l’azione, tra costruire capolavori o essere un capolavoro. Vivendo questo scenario drammatico di un’epoca che non lo comprende, che non vale niente e che porta i suoi frutti rancidi sul petto sfatto come una megera che si orna di sfavillanti preziosi. Che si distrae con arte e illusioni mentre si ricopre di rovine. Il giovane europeo di Drieu è in questo quadro un decadente, un nostalgico che si rallegra nel vedere che nella morte. Nelle moribonde dolcezze del suo tempo, vede il rifiorire della barbarie e della vita, mentre diventa l’uomo che annega, che si dimentica. Sfiorendo “l’europeo ama tutto ciò che fu e che se ne va”. Mentre gli spettri del numero e della civilizzazione rendono quella vita esasperata e solitaria, rinchiusa in una individualità tossica in cui le anime si confondono e gli individui si mescolano in un informe pantano di debolezza e miseria. Impigriti, rassicurati dalla tecnica gli europei attendono la loro fine come l’happy ending delle commedie banali di cui si cibano. Fuggendo nelle religioni delle lacrime, orfani di un destino di riserva. Contro questa deriva, il giovane europeo di Drieu si scaglia in piedi sulle rovine, è l’uomo antico il cavaliere tra la morte e il diavolo, il poeta, il soldato, il sacerdote del mondo eterno. Il figlio terribile del secolo che ne incarna i limiti e le ambizione e da esso non va separato. Che ha fede nell’uomo decadente perché in ogni decadente c’è il primitivo, l’originario. Il santo guerriero che scalpita nelle scuderie d’occidente, prima di smarrirsi nell’innominabile attuale

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