L’AMORE è Più FORTE DELLA POESIA?

di Francesco Subiaco

“Due mesi senza incontrarci./Un secolo/e nove secondi”

L’amore è sempre stato uno dei temi principali della poesia e della letteratura. È la più potente e crudele delle passioni umane. Passione ibrida che in sé riesce ad innescarne e raccontarle tutte. C’è l’amore dantesco e stilnovista che innalza l’uomo verso la sapienza, verso il divino, elevandolo dalla sua materialità. Quello ariostesco e tragico, che invece fa smarrire, annichilisce l’amante, imprigionandolo nelle sue ossessioni, nei suoi umori. Quello malinconico, mai sbocciato, che più di pianti è fatto di rimpianti, gozzaniano per indole e temperamento, oppure quello traumatico, patologico degli scapigliati e della tremenda Fosca. L’amore e la sensualità ha da sempre infestato la letteratura, come posa, come un mezzo, come sfogo. Sfogo di una parola che supera l’inconscio e il sentimento e si butta nell’estasi o nel delirio delle parole. È l’amore dannunziano, quello che è amato solo come porta per l’assoluto, come annunciazione di bellezza, epifania di un segreto della vita irraggiungibile. Un amore che diventa l’occasione della poesia, facendo sfumare l’amata nei labirinti di specchi e simboli che solo la letteratura offre. Chi è Ermione? O Fosca, o Mosca, o Clizia, o la cocotte? Sono le ombre di un’idea dell’amore, di una trasfigurazione dell’amata. Per questi autori sembra essere più forte il sentimento poetico che quello erotico, più l’anima, anche se ritratta nella sua carnalità, che la carne. Un grande poeta, che invece nella sua poesia ha fatto affiorare la carnalità, la sensualità, il rosso della passione e del sangue, sull’idealità, la moralità, la bellezza, sul bianco della letteratura e dell’anima è certamente Ghiannis Ritsos. Ritsos tra i massimi poeti del novecento, ricco di una produzione poetica sterminata che va dalla politica al mito, riesce a restituire nella raccolta “Erotica”(CROCETTI EDITORE) il primato del sentimento sull’assoluto, di Eros su Pan. Nelle tre sezione di Erotica, scritta nel 1980, all’indomani della tragica esperienza della dittatura dei colonnelli, l’autore compie una rappresentazione sincera e sensuale dell’eros. In “Piccola suite in rosso maggiore”, prima delle tre sezioni, il rosso è il protagonista cromatico dei testi. Un rosso sanguigno, carnale, ardente, passionale. Diventando lo scenario della carnalità, della terrestrità dell’amore. Vedendo la poesia come “coito infinito”, “profumo della terra, di fiore di limone”, l’amore non come ascesi o contemplazione, ma come fame, come bisogno, come atto. “Hanno fame gli occhi/ha fame il corpo”. Un rosso che divampa negli incontri, nelle occasioni. All’esaltazione del rosso e della carnalità segue l’utilizzo dell’assoluto, della parola pura, ermetica a tratti, come di un ponte mistico verso il sentimento. In “Corpo nudo”, la purezza e astrattezza della parola, squarcia lembi di vita per penetrare nella concretezza di un sentimento esplicito, schietto, chiaro. “Bello il tuo corpo, infinito il tuo corpo. Mi sono perso nell’infinito”. Una raccolta quella di Erotica che segna un distacco con la tradizione poetica del tempo, rompendo con quella visione arcana, lontana, dell’amore poiché, come ammette il poeta, “l’assenza di perifrasi-diceva-ostracizza la poesia. E sia, preferisco il tuo corpo”. Cercando di rappresentare una raccolta in cui oltre alle migliaia di volte si ripete il nome dell’amata, si riesca, per una volta, a pronunciarlo.

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