Intervista ai Fratelli Latilla

DIALOGO SU CULTURA, CINEMA E TEATRO CON I FRATELLI LATILLA

I fratelli Francesco e Gianmarco Latilla rappresentano due delle principali figure del panorama artistico e culturale giovanile italiano. Prediligono l’ambito teatrale e vantano già numerose apparizioni che hanno registrato sold out e successo, da parte della critica e del pubblico. Abbiamo avuto il piacere di dialogare con loro, al fine di ascoltarne analisi e prospettive future. Siamo certi che la loro professionalità comporterà il raggiungimento dei propri sogni e progetti.

Come nasce la vostra passione per il mondo della cultura e dell’arte?

G: Tutto è nato per sbaglio, quando all’età di otto anni sono stato iscritto dai miei genitori ad un corso di recitazione per combattere la timidezza. Da lì c’è stata una vera immersione nel mondo del teatro. Anni dopo, durante la visione del film “Nuovo Cinema Paradiso” è nato questo amore infinito per il cinema.

F: Io invece sono sempre stato un bambino estroverso che amava mascherarsi e fare il pagliaccio di famiglia. Dato che mamma e papà vedevano in me un probabile talento attoriale decisero di iscrivermi in Accademia. Da lì non mi sono più fermato e li ringrazio, perché col passare del tempo ho capito che posso vivere soltanto attraverso l’arte.

In che modo spieghereste il contesto del cinema e del teatro a chi è distante da esso?

G e F: è pura emozione e magia. Si vive nella finzione per poi tornare alla realtà. Vivi mondi e vite che non ti appartengono, perché dopotutto sono storie scritte per gli spettatori.

Quali sono i vostri progetti attuali?

G e F: A settembre siamo andati in scena con lo Spettacolo “Ad ammirar…le stelle” per omaggiare il sommo poeta Dante Alighieri, ora stiamo preparando un cortometraggio e un nuovo spettacolo teatrale.

Che tipi sono, nella vita comune, i fratelli Latilla?

G e F: Due ragazzi normali, con mille sogni e tanta voglia di imparare.

Valutate positivamente l’attuale attenzione del mondo politico al contesto che rappresentate?

G e F: Assolutamente no. Viviamo nell’era in cui la tecnica sta prendendo il posto dell’arte e lo si vede anche dagli scenari politici. Questo paese sembra aver perso completamente il senso della parola cultura.  

Quanto ha inciso la crisi pandemica sul vostro settore?

G e F: Tantissimo. Il nostro è uno dei settori più colpiti da questa crisi, ma dato che “dal letame nascono i fior” come diceva De André, possiamo ammettere che in questo periodo, soprattutto durante il primo lockdown, abbiamo scritto tantissimo.  

Cosa cerca e che si aspetta, al giorno d’oggi, lo spettatore dalle vostre opere?

G e F: Sognare, sognare, sognare. Colui il quale s’imbatte in una nostra opera sicuramente può aspettarsi di tutto, patendo dalla concezione di sogno e di fiaba. Quando parliamo di visione fiabesca ovviamente ci riferiamo all’orige del mito e quindi alla parte oscura dell’essere umano, l’inconscio. In tutto ciò , l’emozione con cui vogliamo colpire lo spettatore nasce proprio dal voler raccontare storie forti che possano condurre ognuno negli abissi più profondi.

Sarà possibile avvicinare ulteriormente le nuove generazioni al vostro lavoro?

G e F: Certamente. Bisogna però indirizzare i giovani non verso l’attrazione industriale, non verso il semplice voler fare film, ma piuttosto esortare gli animi verso la pura arte del cinema, mostrando loro i capolavori del periodo muto e non solo, raccontandogli dei veri maestri che hanno segnato la storia.

Cosa vi aspettate dal futuro?

G e F: Di arrivare a Cannes. Sai com’è, a volte i sogni possono diventare realtà

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